TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 23 giugno 2015

Le piazze di destra e le illusioni del Pd



Finora le fortune politiche di Matteo Renzi si sono interamente giocate su un uso spregiudicato dei rapporti con la Destra berlusconiana. Una tattica che da qualche tempo sta mostrando i suoi limiti.

Piero Ignazi

Le piazze di destra e le illusioni del Pd



La Destra non si è liquefatta: esiste e lotta. Le piazze di Roma e Pontida mostrano una capacità di mobilitazione. Una capacità che era rimasta sottotraccia per l’offuscamento dei suoi vecchi leader, Bossi e Berlusconi. Nell’ultimo anno i loro elettori erano andati in sonno perché avevano perso fiducia: non si sentivano più rappresentati. Ma non si erano spostati a sinistra, verso Renzi. Tant’è che le sconfitte elettorali alle recenti amministrative e i conseguenti, negativi, dati di sondaggio riportano il Partito democratico sul piano della “contendibilità”.

Il Pd sconta due problemi irrisolti: il mancato passaggio di Matteo Renzi da giovane rottamatore a leader di partito e uomo di governo, e la lettura sbagliata delle preferenze dell’opinione pubblica. Il sorprendente risultato delle europee aveva creato l’illusione che la crisi del berlusconismo portasse con sé la disponibilità di quell’elettorato a spostarsi a sinistra.

Qualche dichiarazione di opinion leader ed esponenti della classe dirigente ad alta visibilità mediatica aveva rafforzato l’idea di un possibile sfondamento al centro: e il trionfo delle europee sembrava lì a dimostrarlo. In realtà, tutte le ricerche condotte in questo periodo dimostrano che gli elettori di destra non vogliono saperne di buttarsi a sinistra. Possono andare verso l’astensione o essere attirati da offerte politiche eccentriche e anti- establishment come i 5Stelle, ma non sono disponibili ad abbracciare un partito membro della famiglia socialista europea.

Lo spazio elettorale è ancora nettamente segmentato tra un campo di destra e un campo di sinistra, tra cui non ci sono passaggi di voti. Chi vuole cambiare, o si astiene o sceglie una nuova offerta politica come il M5S. Certo, il leader del Pd rappresenta una rottura “storica” rispetto alla tradizione della sinistra ex-comunista, e Renzi ha giocato fino in fondo la carta del distanziamento da quelle radici. Ma non è bastato. Anzi, ha prodotto un cortocircuito. Oltre a non aver sedotto gli avversari di centro-destra, parte della sinistra ha pensato che quelle radici volesse tagliarle del tutto; e si è allontanata.



Ora Renzi si trova con un elettorato perplesso per il contenuto di una serie di provvedimenti e lo stile della sua leadership di cui sconcertano l’approccio gladiatorio nei confronti dei critici interni ed esterni, il decisionismo post- craxiano e sbrigativo, e l’eccesso di narrazione enfatica e auto-assolutoria. In linea principio, alcune di queste scelte e posture avrebbero dovuto attrarre i cosiddetti elettori moderati. Ma era un calcolo miope, sia perché i moderati sono pochi, sia perché a destra, più radicale è la proposta (vedi il successo della Lega) maggiore è il consenso.

Dovunque, non solo in Italia, le posizioni populiste e identitarie scaldano i cuori e mobilitano le persone. E i moderati si adeguano. L’idea dello sfondamento al centro è figlio di una vecchia visione della politica, e della politica italiana in particolare. Oggi lo spazio politico tra destra e sinistra è diviso in compartimenti stagni, e solo il M5S attraversa questo spazio, perché si colloca, ancora, in un altrove. In questa situazione di rigidità vince lo schieramento che mobilita e porta al voto i propri sostenitori.

Rinnovamento e ringiovanimento del partito sono state le carte vincenti dell’Opa renziana su un Pd frastornato. Poi un certo atteggiamento volitivo e sfrontato, da autentico fiorentino, ha aggiunto quel tanto di plebiscitario che piace sempre — e da sempre — all’opinione pubblica italiana. Il 41% alle europee coronava la cavalcata vincente del leader democrat. Su quel risultato Renzi poteva ridisegnare e rilanciare il partito, magari affidandolo ad altri, e attuare la metamorfosi in uomo di governo, con una squadra all’altezza della sfida. Né l’uno né l’altro degli obiettivi sono stati perseguiti.

Si apre adesso una seconda fase per Renzi: quella di una leadership più inclusiva e dialogica nel processo riformatore. Non è più il tempo della rottamazione: oggi è il tempo del governo, con tutta la gravitas che questo ruolo comporta.


La repubblica – 22 giugno 2015