TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 23 giugno 2015

Quando in Africa sbarcavamo noi. L'emigrazione italiana in Tunisia



14 milioni di italiani migrarono all'estero fra il 1876 e il 1914. Navi intere di disperati, diretti anche verso il nord Africa e in particolare la Tunisia. Una pagina rimossa della nostra storia.

Dino Messina

Le balie di Catanzaro, regine di Tunisi


Su 14 milioni di emigrati che partirono dall’Italia fra il 1876 e il 1914, una piccola ma consistente percentuale di 230 mila lavoratori sbarcò sulle coste settentrionali dell’Africa. Le mete predilette erano l’Egitto, l’Algeria e la Tunisia, tanto che il nostro capo del governo Francesco Crispi, irritato dall’iniziativa di Parigi che vi istituì un protettorato, definì quest’ultimo Paese «una nazione italiana occupata dalla Francia».

A raccontare questo aspetto della nostra emigrazione, anche sulla scorta di nuove fonti, è Francesca Fauri nel saggio L’emigrazione italiana nell’Africa mediterranea 1876-1914, pubblicato nel nuovo numero della rivista «Italia contemporanea» (Franco Angeli).

Le partenze dall’Italia erano cospicue già prima dell’Unità, a giudicare dall’attivismo nei centri costieri dei consolati toscano, ligure, veneto, siciliano, campano. E poi la cifra di 230 mila sottostima molto il nostro contributo di manodopera in Nord Africa, perché molti, soprattutto provenienti dalla Sicilia, dalla Sardegna e dalla Calabria, erano stagionali. Agricoltori, in particolare viticoltori molto richiesti dagli imprenditori francesi, ma anche minatori, pescatori di corallo e... balie. Molto richieste quelle di alcuni paesi della provincia di Catanzaro, rinomate per l’affidabilità e la bellezza.

La motivazione principale era la paga, tre o quattro volte superiore a quella percepita in patria. Un operaio agricolo, che in Sicilia prendeva da una lira a una e mezza a giornata, in un vigneto tunisino partiva da una base di 3,5 lire. Mentre le balie potevano addirittura decuplicare la paga mensile, passando da dieci a cento lire.

Questi lavoratori spesso partivano a bordo di navi di linea (la compagnia di Raffaele Rubattino per un certo periodo istituì un viaggio bimensile) o a bordo delle «bilancelle», piccole imbarcazioni che offrivano il passaggio per 5 o 10 lire. Molti da stagionali divennero stanziali e riuscirono a realizzare il sogno di comprare un pezzo di terra (piccole proprietà da cinque a dieci ettari).


Il Corriere della sera – 21 giugno 2015