TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 26 giugno 2015

Scrittori e popolo. Uno sguardo rivoluzionario sulla letteratura



Cinquant'anni dopo esce un'edizione aggiornata di «Scrittori e popolo» di Alberto Asor Rosa. Di nuovo disponibile un libro che rivoluzionò la critica letteraria e contribuì con la messa in discussione radicale della cultura dominante (compresa la versione togliattiana) a preparare il '68.

Massimo Raffaeli

Romanzieri di oggi, dov’è il conflitto?


Pochi libri di cri­tica hanno inciso così pro­fon­da­mente nel senso comune come Scrit­tori e popolo, uscito cinquant’anni fa da una pic­cola edi­trice romana, Samonà e Savelli, che allora garan­tiva una spe­cie di samiz­dat alla sini­stra extra­par­la­men­tare. Lo fir­mava uno stu­dioso ancora gio­va­nis­simo, poco più che tren­tenne, Alberto Asor Rosa, allievo di Nata­lino Sape­gno all’università di Roma, attivo nei «Qua­derni Rossi» e com­pa­gno di via di Raniero Pan­zieri.

Quell’esordio, geniale, sor­prese per la padro­nanza di una stru­men­ta­zione in cui la capa­cità di deli­neare un qua­dro sto­rico per ampie cam­pi­ture e tagli dia­let­tici si inte­grava a una micro­fi­sica testuale, nel cam­pio­na­rio dei testi ana­liz­zati, di secca e per­sino spie­tata pre­ci­sione ana­li­tica. Para­dos­sal­mente, non si trat­tava di un libro ideo­lo­gico ma di un libro cri­tico, nell’accezione eti­mo­lo­gica, il cui oriz­zonte d’attesa era di totale alte­rità rispetto al qua­dro con­ve­nuto della sini­stra isti­tu­zio­nale e della cosid­detta via ita­liana al socia­li­smo.

In effetti, Scrit­tori e popolo era un libro di cri­tica della «ita­lia­nità» let­te­ra­ria ana­liz­zata nella lunga durata e con un’ottica che oggi diremmo anna­li­stica circa una nozione, il popu­li­smo, decli­nata a destra quale fol­clore endo­geno o clau­sura autar­chica e dedotta, o meglio diluita, a sini­stra nei ter­mini di un gene­rico o ire­nico pro­gres­si­smo. Que­sto era infatti l’incipit fol­go­rante di quel libro: «L’uso del ter­mine popu­li­smo è legit­timo solo quando sia pre­sente nel discorso let­te­ra­rio una valu­ta­zione posi­tiva del popolo, sotto il pro­filo ideo­lo­gico oppure storico-sociale oppure etico. Per­ché ci sia popu­li­smo, è neces­sa­rio insomma che il popolo sia rap­pre­sen­tato come un modello».



Diviso in due, la prima parte di Scrit­tori e popolo trac­ciava un qua­dro sto­rico a maglie fit­tis­sime di quella nozione capi­tale, dall’Unità alla Resi­stenza, dalle rifles­sioni di Gio­berti e Oriani ai Qua­derni di Gram­sci, coglien­done la vischio­sità e l’ambiguità per esem­pio tra i «fasci­sti di sini­stra» (Vit­to­rini per primo) quasi fosse, il popu­li­smo, una incom­benza ipo­te­ca­ria fatal­mente rice­vuta anche fra i con­ver­titi, nel secondo dopo­guerra, al neo­rea­li­smo e/o al comu­ni­smo (e, qui sia detto per inciso, pro­prio tale qua­dro è in realtà la sino­pia dell’altro grande con­tri­buto di Asor Rosa, cioè il quarto volume, tomo secondo della Sto­ria d’Italia einau­diana, inti­to­lato La cul­tura che taluni allora pre­sero, nel ’75, per una pali­no­dia); la seconda parte di Scrit­tori e popolo con­tiene invece quelle che l’autore defi­niva «eser­ci­ta­zioni», ana­lisi in vitro della pro­du­zione di Cas­sola e Paso­lini, seve­ris­sime e tut­ta­via utili non tanto a un giu­di­zio di valore com­ples­sivo, meno che mai a una loro ever­sione in blocco, quanto alla messa a fuoco di una serie di con­trad­di­zioni o di apo­rie (l’intimismo di Cas­sola, l’estetismo di Paso­lini) da misu­rare col metro della pro­du­zione grande-borghese, Piran­dello, Svevo, Mon­tale.

Cinquant’anni e però sem­brano molti di più: que­sto giova al valore del libro (pochi testi della nostra cri­tica, dopo tutto, appa­iono meno datati e per­ciò ancora discu­ti­bili, vale a dire saldi nell’impianto e sicuri nelle solu­zioni inter­pre­ta­tive) ma que­sto dice d’altra parte che il qua­dro è mutato irre­ver­si­bil­mente, come adesso atte­sta la ristampa arric­chita da una sua neces­sa­ria appen­dice, Scrit­tori e popolo 1965. Scrit­tori e massa 2015 (Einaudi, «Pic­cola Biblio­teca Einaudi Ns», pp. VIII — 432, euro 32,00).  

    Prima edizione

Asor Rosa nel suo più recente con­tri­buto muove dalla con­sa­pe­vo­lezza che è venuta meno, e nei modi di una disin­te­gra­zione, l’esistenza stessa di un «popolo» e con essa delle «éli­tes» che ne inter­pre­ta­vano e insieme con­vo­glia­vano le dina­mi­che sociali e poli­ti­che, per dar luogo qui e ora a una massa assog­get­tata e reclusa negli spazi di quella che pure defi­ni­sce una «demo­cra­zia pas­siva».

Ciò ai suoi occhi com­porta una serie di con­se­guenze capi­tali, grosso modo a par­tire dal pas­sag­gio di mil­len­nio: il tra­monto della moder­nità quale spa­zio del con­flitto (di idee, posi­zioni, orga­niz­za­zioni); la rot­tura del rap­porto con una tra­di­zione seco­lare di testi, valori, orien­ta­menti; l’obsolescenza della cri­tica e della sua fun­zione pri­mor­diale che è quella di mirare sem­pre a una alte­rità nella stessa per­ce­zione degli oggetti sot­to­po­sti al suo vaglio; infine la pre­senza ubi­qui­ta­ria di un’industria cul­tu­rale che ha saputo tra­sfor­mare il mer­cato e i suoi cicli di pro­du­zione e con­sumo in un vero e pro­prio stato di natura. Anche in Scrit­tori e massa non inte­ressa allo stu­dioso indi­vi­duare ritratti mono­gra­fici e sti­lare spe­ci­fici giu­dizi di valore ma la messa a fuoco di un comune oriz­zonte, di costanti tema­ti­che den­tro un cam­pio­na­rio che asso­cia nar­ra­tori e poeti nati fra gli anni cin­quanta e ottanta del secolo scorso.



Quello che col­pi­sce, con evi­denza sta­ti­stica, è non sol­tanto la loro pro­dut­ti­vità (sol­le­ci­tata dai ritmi ormai con­vulsi della edi­to­ria) e la dif­fusa ori­gi­na­lità delle fisio­no­mie testuali (indotta magari dal ri-uso delle fonti tra­di­zio­nali o dalla con­ta­mi­na­zione per­pe­tua con i mezzi di comu­ni­ca­zione di massa), quanto uno stato di iso­la­mento, o peg­gio, di «ato­mi­smo indi­vi­dua­li­stico» che li obbliga a pro­durre in una spe­cie di trance e nello spazio-tempo di un eterno pre­sente.

Il che vuol dire che si chiede loro di pro­durre delle sto­rie, delle «belle» sto­rie, ma non di riflet­tere, di pren­dere la parola, e di con­ti­nuo, ma non di pren­dere una posi­zione circa il vivere in società, in que­sta società, o sui destini gene­rali come era d’uso vice­versa fra gli ultimi grandi mae­stri (Paso­lini, For­tini, Cal­vino) per cui dirsi scrit­tori e intel­let­tuali era sino­nimo.

Asor Rosa non rin­via gli scrit­tori di oggi alla pra­tica dell’engagement ma piut­to­sto indi­vi­dua il tabù più dif­fuso, per cui la pra­tica dello sto­ry­tel­ling è appunto la com­pen­sa­zione del silen­zio tom­bale riguardo ai mec­ca­ni­smi sociali, al pen­siero unico che governa le coscienze, ai grandi poteri che pro­pon­gono la glo­ba­liz­za­zione e i suoi isti­tuti economico-finanziari come il solo e il migliore dei mondi pos­si­bili. (Esem­plare in tal senso è l’analisi di Gomorra e del caso Saviano nella inter­se­zione, come nella ambi­guità, di testi­mo­nianza e fic­tion).

È pro­ba­bile che Asor Rosa qui tra­scuri alcuni segnali in con­tro­ten­denza, quali il ritorno della let­te­ra­tura di repor­tage e di docu­fic­tion, non­ché il redi­vivo dibat­tito intorno alla nozione di «rea­li­smo», ma è comun­que com­pren­si­bile il fatto che colga nella parola dei più ato­miz­zati e iso­lati rispetto al con­te­sto, i poeti e le donne spe­cial­mente, tra opa­cità sociale e vivida sus­sul­tante espe­rienza del corpo, quei nessi di fer­tile con­trad­di­zione e quelle verità che ai nar­ra­tori per lo più sono ini­bite o deli­be­ra­ta­mente impe­dite. Così si con­clude Scrit­tori e massa: «In let­te­ra­tura, come in qual­siasi altra ope­ra­zione sto­rica umana, non c’è disve­la­mento della verità senza con­flitto.

Solo l’‘opposizione’ con­sente il disve­la­mento delle appa­renze e l’emergere dei tratti più nuovi del reale – e del pen­siero. Se non c’è con­flitto, non c’è pen­siero nuovo; e se non c’è pen­siero nuovo non c’è nuova rap­pre­sen­ta­zione – il mondo resta una veste este­riore che rico­pre a stento, sem­pre, le vec­chie appa­renze». Scrit­tori e popolo era nato da un’identica per­sua­sione ma oggi è un grido che risuona, abba­stanza dispe­rato, nella nostra pace domestica.


Il Manifesto – 7 giugno 2015