TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 23 giugno 2015

Un foglio inedito sulla scrivania di Primo Levi



Un appunto della fine del 1976, la scaletta per una conferenza torinese, fotografa con eccezionale potenza di sintesi un momento rilevante nella vita dello scrittore e testimonia del tormento interiore che lo porterà al suicidio.

Sergio Luzzatto

Un foglio inedito sulla scrivania di Primo Levi


Scattata nel 1986, una foto di Gianni Giansanti mostra Primo Levi al suo tavolo di lavoro. Con la macchina da scrivere elettrica solidamente posizionata davanti a lui, e poco distante il computer Macintosh – intrigante compagno di gioco, oltreché di «videoscrittura» – che ebbe una parte non piccola nell’ultimo scorcio della sua vita. Il ripiano è ordinato. Quasi libero di carte, occupato quasi soltanto dalla Olivetti e dal Mac. È una scrivania ingombra soltanto dell’essenziale.

Per ovvi motivi, dal 2013 in qua non è stato possibile all’interprete più profondo dell’opera leviana, Marco Belpoliti, presentarsi a casa del chimico-scrittore insieme con la fotografa Giovanna Silva: per cogliere anche della scrivania di Levi una di quelle immagini, così parlanti, che sono andate componendo la serie Tavoli sul sito di Doppiozero. Una foto “aerea” del tavolo di Primo Levi, quella ci mancherà per sempre. Tuttavia, è dato di cogliere con altri mezzi un’istantanea della scrivania nell’appartamento al terzo piano di corso Re Umberto 75, Torino. Un’istantanea metaforicamente scattata in un momento preciso quanto rilevante della vita intellettuale di Levi: in un giorno di fine ottobre o di inizio novembre 1976.

Sulla scrivania di Levi, quel giorno, c’è un foglio di carta. Un singolo foglio. Non ancora del formato A4 che imperversa oggi in Europa, ma del formato US Letter allora comune anche da noi (il formato, potremmo dire, della nostra vita di prima, ante-computer). È un foglio di carta leggera (Levi ne ha forse voluto trarre una copia carbone), ed è stato infilato frettolosamente nella macchina da scrivere: al punto da riceverne una piega che provocherà – nel dattiloscritto finito – un sottile spazio centrale verticale e bianco. Una specie di taglio pieno, come sul negativo di una tela di Lucio Fontana. Ma una volta infilato il foglio nel rullo della Olivetti, non si direbbe che Levi abbia avuto fretta di toglierlo. Al contrario, si direbbe che il chimico-scrittore abbia voluto compiervi una delicata operazione di laboratorio mentale. Insieme, una concentrazione e una distillazione di elementi.

Il foglio – rimasto inedito sino a oggi – porta il titolo Primo Levi - Lo scrittore non scrittore. Si tratta dunque, secondo ogni evidenza, della scaletta della conferenza che Levi si apprestava a tenere, il venerdì 19 novembre 1976, al teatro Carignano di Torino. Il contesto era quello dei Venerdì letterari organizzati dall’Associazione culturale italiana di Irma Antonetto: un autentico must, entro l’ultravivace paesaggio culturale torinese dell’epoca. E nell’archivio Antonetto il foglio dattiloscritto da Levi ha lungamente riposato, salvo riemergere oggi attraverso il catalogo di un antiquario specializzato in autografi e manoscritti.



Nel 1976, il cinquasettenne Primo Levi sta vivendo una svolta esistenziale. Da un anno ha lasciato il mestiere di chimico per dedicarsi a tempo pieno al mestiere di scrittore. L’anno stesso del pensionamento è divenuto un collaboratore fisso de «La Stampa», e ha pubblicato Il sistema periodico: qualcosa come la sua autobiografia, nell’originalissima forma di un «ex-voto» letterario alla chimica (così Levi scrive sul foglio inedito, e così dirà nella conferenza del Venerdì letterario), la scienza che ad Auschwitz gli aveva salvato la vita. Al contempo, il pensionamento facilita l’esercizio di quanto Levi definisce – in un testo datato proprio novembre 1976, l’appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo – il suo terzo mestiere: «quello di presentatore e di commentatore di me stesso».

Pubblicato postumo nel 1992 e ripreso nelle opere complete, il testo della conferenza di Levi al teatro Carignano è meno noto di un’altra sua dichiarazione di poetica quasi esattamente coeva: Dello scrivere oscuro, elzeviro uscito su «La Stampa» l’11 dicembre di quel 1976 e poi nella raccolta L’altrui mestiere.

I temi sono i medesimi. Si tratta delle qualità che a Levi paiono necessarie per tenere insieme i tre mestieri della sua vita. La consuetudine del chimico industriale, in fabbrica, di fare asciuttamente rapporto ogni fine settimana. La responsabilità dello scrittore di scrivere in modo chiaro e accessibile a tutti. La capacità del presentatore di se stesso di riuscire – in ultima istanza – un testimone credibile della sua esperienza e del suo tempo.

Altrettanti temi familiari agli odierni lettori e critici di Levi. Ma temi che la scaletta dell’autunno 1976 declina (giocoforza, trattandosi di una scaletta) in modo particolarmente icastico: con un’economia di parola e un’essenzialità di stile ancora più spinte di quelle cui Levi ci ha normalmente abituati.



Ad esempio, riguardo alle premesse biografiche di Se questo è un uomo, Levi appunta: «Via anomala che mi ha condotto allo scrivere; scrittura come testimonianza e come liberazione personale, quindi legata all’argomento e lontana dalla sperimentazione». Riguardo alla cifra narrativa de La tregua: «“Cortesia” dello scrittore verso il lettore: deve rispettarlo, non deluderlo».

La scaletta comprende anche un elenco delle otto «domande tipiche» che Levi era andato raccogliendo fra i suoi lettori più giovani: tra le scolaresche di tutta Italia con le quali – dagli anni Sessanta in poi – aveva evocato e commentato, infaticabilmente, la sua esperienza del campo di sterminio.

Sono le medesime domande per cui Levi ha preparato, nel corso stesso del 1976, le risposte di quella specie di autointervista che uscirà presto come appendice per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo. Nella scaletta, Levi riprende le otto domande in una forma contratta, ma non perciò meno suggestiva: «– Li ha perdonati? – I ted. sapevano? – Perché non è fuggito? – Perché non parla dei Lager russi? – Quali personaggi ha rivisto? – Perché l’odio nazista? – Chi sarebbe Lei oggi se...?».

Ai fini di una lettura filologica dell’inedito, la terza delle otto domande («Perché non è fuggito?») è quella che solleva le curiosità maggiori. In effetti, in una prima versione dell’autointervista, che Levi aveva pubblicato su «La Stampa» del 28 febbraio 1976, la domanda risultava formulata così: «C’erano prigionieri che fuggivano dai lager? Lei perché non è fuggito?».



Mentre nell’appendice dell’edizione scolastica di Se questo è un uomo, Levi riformula totalmente il secondo elemento dell’interrogazione: «C’erano prigionieri che fuggivano dai Lager? Come mai non sono avvenute ribellioni di massa?». Da una versione all’altra dell’autointervista, si perde quindi per strada ciò che più direttamente, nella domanda, interpellava di persona Primo Levi: perché lui non era fuggito da Auschwitz?

Sarebbe improprio sopravvalutare – in questo piccolo esercizio di variantistica – il venir meno di tale frammento, che facilmente può spiegarsi con mere ragioni di opportunità redazionale o didattica. Eppure, siamo forse in presenza di un sintomo di quella che maturerà, nel tempo, come la saturazione di Levi a fronte di una domanda (scriverà nel 1986) «formulata con sempre maggiore insistenza, e con un sempre meno celato accento di accusa». «Perché non siete fuggiti? Perché non vi siete ribellati?», suonerà il ritorno della domanda ne I sommersi e i salvati.

Con un passaggio di persona verbale – qui, dal singolare al plurale – che rappresenta, in Levi, una spia immancabilmente significativa. E con un stato d’animo dell’interrogato sempre più simile al disagio di chi proprio non riesce a spiegarsi, o allo sconforto di chi si sente profondamente incompreso.


Il Sole 24 ore – 21 giugno 2015