TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 26 giugno 2015

Voci di libertà dal Tibet occupato



Dal 2008 nell'indifferenza totale del mondo in Tibet 145 persone si sono suicidate per denunciare la politica di Pechino di distruzione della cultura e della religione tibetane. In un documentario le loro ultime parole  “Senza la nostra cultura diventiamo la fiamma di una candela”.


Giampaolo Visetti

La Spoon River dei martiri del Tibet

«La libertà è la via che conduce alla felicità tutti gli esseri viventi. Senza libertà diventiamo la fiamma di una candela al vento. Questo non deve essere il destino di sei milioni di tibetani». Tenzin Kedhup aveva 24 anni. Ex monaco buddhista, era un nomade pastore. Cosparsosi di cherosene, si è dato fuoco assieme ad un amico il 20 giugno di tre anni fa nella regione cinese del Qinghai, parte del Tibet storico. «Lasciati soli non possiamo – ha lasciato scritto – proteggere la religione e la cultura tibetane».

Dal 2008 i tibetani che si sono auto- immolati per denunciare l’occupazione cinese del 1950 e il «genocidio culturale» da parte di Pechino sono stati 145. Sono gli eroi del Paese delle Nevi, considerati «terroristi» dal partito comunista. La poetessa Tsering Woeser, simbolo della lotta non violenta per l’autonomia della regione himalayana, più volte arrestata assieme al marito scrittore Wang Lixiong, è riuscita a raccogliere i testamenti spirituali segreti dei martiri contemporanei di un popolo che il mondo, nel nome degli interessi economici, finge di non vedere.



Sono gli ultimi messaggi che decine di giovani, di monache e di monaci, hanno affidato alle famiglie prima di darsi alle fiamme per la libertà e per invocare il ritorno del Dalai Lama a Lhasa. Sono documenti commoventi, eccezionalmente filtrati dalla Cina, costati a Tsering Woeser gli arresti domiciliari a Pechino e raccolti in un libro uscito in Francia e poi rimbalzato nel mondo anche grazie al blog Global Voices. Ora una parte di essi è stata inclusa nel documentario «Sons of Tibet» di Pietro Melegori, realizzato con il sostegno dell’Associazione Italia-Tibet e appena presentato a Roma.

Il film racconta la storia di Lhamo Kyab, pastore di 20 anni, padre di due figlie. Il 12 ottobre del 2012, giorno in cui a Pechino si apriva il congresso del Partito comunista che avrebbe portato al potere il presidente Xi Jinping, si è suicidato con il fuoco davanti al monastero di Bora, nel Gansu. E’ anche grazie a lui che è venuta alla luce la ”Spoon River” del Tibet. «Il mio cuore non riesce più a sopportare il dolore – scrive il monaco Phuntsog di 19 anni – così presto mi lascerò alle spalle questo mondo».



Domenica il Dalai Lama, in esilio a Dharamsala in India dal 1959, ha compiuto 80 anni ricordando di essere «solo un semplice monaco buddista che cerca di fare il proprio meglio dedicando la vita alla ricerca della conoscenza». Proprio il Nobel per la pace che Pechino considera «un nemico» ha definito «eroi coraggiosi» i tibetani che si auto-immolano contro violenze e persecuzioni, pur senza nascondere i suoi dubbi sull’efficacia della protesta estrema.

«Come il Buddha ha offerto il suo corpo alla tigre affamata – ha lasciato scritto Sopha Rinpoche – così noi sacrifichiamo la nostra vita per la giustizia, la verità e la libertà».

Tra le decine di testamenti politici non mancano i messaggi personali, parole di ragazzi che hanno scelto la morte nella speranza di scuotere la comunità internazionale. «Ai miei genitori a cui devo l’amore più profondo – scrive pochi istanti prima di bruciarsi Nya Drul di 18 anni – al mio caro fratello e a tutta la mia famiglia dico che devo lasciare questo mondo. Il mio augurio che i figli e le figlie del Tibet siano uniti».



La leadership di Pechino è oggi in uno stato di massimo allarme per la successione a Tenzin Gyatso, che ha dichiarato che il prossimo Dalai Lama potrebbe reincarnarsi fuori dal Tibet e dalla Cina. La transizione della guida spirituale buddista minaccia di far riesplodere la rivolta a Lhasa, come nel 2008, riaccendendo le spinte secessioniste anche nello Xinjiang, o a Hong Kong, dove la minoranza democratica è riuscita a bocciare la riforma elettorale-truffa imposta dai vertici comunisti.

«Il Tibet – hanno scritto su You-Tube Sonam e Choephak, fidanzati ventenni suicidi nel Sichuan – è stato invaso, represso e ingannato dalla Cina. Ci immoliamo per la miseria in cui siamo costretti a vivere a causa della negazione dei diritti umani ». Songye Tsering, una pastora di 24 anni con tre bambini, ha lasciato un biglietto. «Non voglio più vivere così – si legge – noi siamo i figli del Leone delle nevi, la prole dal viso rosso. Per favore, ricordatevi della purezza della neve in montagna».

Un commiato, il congedo dalla speranza, ma pure un terribile atto di denuncia: il mondo può oggi ignorarlo, ma per la Cina che s’appresta a dominare il secolo resta una vergogna capace di svuotare ogni potere.

La Repubblica – 23 giugno 2015