TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 7 luglio 2015

A ferro e a fuoco. La tragedia della Spagna repubblicana



«A ferro e fuoco. Eroi, belve e martiri di Spagna» dello scrittore sivigliano Nogales esce in Italia con La Nuova Frontiera. Ormai un classico moderno, il libro è composto da nove racconti sulla Guerra Civile e fa conoscere un autore sorprendente che solo l’uso improprio dei suoi scritti ha ridotto a santino della «terza Spagna», di quella maggioranza silenziosa trascinata nel cruento scontro fratricida.

Francesca Lazzarato

Le parole disilluse


In un’Europa senza memo­ria chi si ricorda, oggi, dei campi di con­cen­tra­mento in cui set­tan­ta­sei anni fa la Fran­cia rin­chiuse gli spa­gnoli in fuga, dopo la defi­ni­tiva scon­fitta della Repub­blica?

«Disfatti, mal­ri­dotti, furiosi, schiac­ciati, con la barba lunga, non lavati, spor­chi, sudati, stan­chi» e tut­ta­via «il meglio della Spa­gna» (così li rac­conta Max Aub), nel giro di tre set­ti­mane quasi cin­que­cen­to­mila pro­fu­ghi var­ca­rono la fron­tiera a piedi o con mezzi di for­tuna e ven­nero poi sti­pate nei campi di Argelés-sur-mer, Barm, Gurs, Sain Cyprien e altri ancora, in con­di­zioni defi­nite atroci dallo scrit­tore catalano-messicano Jordi Soler, figlio e nipote di rifu­giati, che ha evo­cato sul quo­ti­diano El País la memo­ria di «una pagina oscura della sto­ria di Fran­cia can­cel­lata dalla sto­ria uffi­ciale», per poi aggiun­gere: «Sem­bra che nel modo di trat­tare i migranti operi una sini­stra sim­me­tria… I cada­veri sospinti dalla onde sulle spiagge di Lam­pe­dusa sono l’eco nefa­sta di quelli che gia­ce­vano, non troppo tempo fa, sulla spiag­gia di Arge­lés –sur-mer».

Altri rifu­giati spa­gnoli, almeno die­ci­mila, fecero in senso inverso il viag­gio via mare che oggi com­piono i migranti, appro­dando in Nor­da­frica su navi come il mer­can­tile Stan­brook — il suo capi­tano sfidò la volontà degli arma­tori imbar­cando quasi tre­mila «clan­de­stini» per por­tarli da Ali­cante a Orano, verso un destino comun­que incerto — men­tre ven­ti­mila par­ti­rono per il Mes­sico gra­zie al governo di Lazaro Car­re­ter, che pra­ticò una straor­di­na­ria poli­tica di aiuto ed accoglienza.
Un rifu­giato d’eccezione

Prima di quell’enorme esodo col­let­tivo, però, nei tre anni di un con­flitto duris­simo e com­bat­tuto ad armi impari c’era stato un lungo stil­li­ci­dio di par­tenze e addii. Tra gli altri, quello di uno dei migliori gior­na­li­sti spa­gnoli, Manuel Cha­ves Noga­les, nato a Sivi­glia nel 1897 e firma illu­stre di quo­ti­diani e rivi­ste comeEl Heraldo de Madrid, Estampa e Ahora, non­ché con­vinto soste­ni­tore della Repub­blica e del suo ultimo pre­si­dente, Manuel Azaña: non appena il governo repub­bli­cano tra­sferì la sua sede da Madrid a Valen­cia, nel novem­bre del 1936, Cha­ves decise infatti di rifu­giarsi a Parigi con la fami­glia e là rimase fino al 1940, quando, ricer­cato dalla Gestapo, partì for­tu­no­sa­mente per Lon­dra, dove sarebbe morto nel 1944 per una ful­mi­nea peri­to­nite. 

Non era, ovvia­mente, un rifu­giato «di lusso», ma d’eccezione sì: da inviato spe­ciale aveva rac­con­tato l’evolversi del regime sovie­tico come la nascita del nazi­smo e del fasci­smo, in seguito aveva diretto uno dei prin­ci­pali quo­ti­diani spa­gnoli ed era abba­stanza impor­tante e cono­sciuto per­ché, al suo arrivo, il governo fran­cese gli asse­gnasse un mode­sto appar­ta­mento e diversi gior­nali lati­noa­me­ri­cani e fran­cesi gli offris­sero di col­la­bo­rare (più tardi, in Inghil­terra, farà parte dell’agenzia di stampa Atlantic-Pacific Press).

      Manuel Chaves Nogales

Cha­ves ebbe dun­que la for­tuna, pur tra le mille dif­fi­coltà dell’esilio, di potersi gua­da­gnare da vivere con il suo mestiere (e la sua pas­sione) di sem­pre, scri­vendo inces­san­te­mente non solo arti­coli, ma saggi assai acuti — per esem­pio «Ago­nia della Fran­cia», del 1941, dura testi­mo­nianza sul governo di Vichy, tra­dotto l’anno scorso in ita­liano da Hado Lyria per Neri Pozza – che anda­vano ad aggiun­gersi ad altre sue opere di suc­cesso, come La vuelta a Europa en avión. Un pequeño bur­gués en la Rusia roja, del 1929, e ancora El mae­stro Juan Mar­tí­nez que estaba allí, del ’34, o Juan Bel­monte mata­dor de toros (Neri Pozza 2014), splen­dida bio­gra­fia di un famo­sis­simo torero.

Appena arri­vato a Parigi, inol­tre, scrisse «a caldo» nove rac­conti sulla guerra civile desti­nati al quo­ti­diano argen­tino La Nación , che nel ’37, col titolo diA san­gre y fuego. Héroes, Bestias y már­ti­res de España, furono rac­colti in volume da un edi­tore cileno per essere subito tra­dotti negli Stati Uniti e in Canada: un testo ormai giu­di­cato fon­da­men­tale in seno alla pur vastis­sima let­te­ra­tura su un tema ine­lu­di­bile, e che tut­ta­via in Spa­gna rimase pra­ti­ca­mente ignoto fino al 1993, quando le opere com­plete di Cha­ves ven­nero pub­bli­cate a cura di María Isa­bel Cin­tas Guil­lén, stu­diosa sivi­gliana che si è dedi­cata alla risco­perta dell’autore, ormai del tutto dimen­ti­cato.

Toc­cherà poi ad Andrés Tra­piello inclu­dere il pro­logo di A san­gre y fuego nel suo discusso sag­gio Las armas y las letras. Lite­ra­tura y guerra civil, con­tri­buendo così all’attuale for­tuna edi­to­riale degli scritti di Cha­ves Noga­les, ripro­po­sti in que­sti anni: un suc­cesso con­sa­crato sia dalla cri­tica che dall’attenzione di scrit­tori auto­re­voli come Anto­nio Muñoz Molina, grande esti­ma­tore del gior­na­li­sta sivi­gliano.

Dive­nuto rapi­da­mente un «clas­sico moderno» di cui ven­gono rico­no­sciute la qua­lità este­tica e il forte impatto emo­tivo, A san­gre y fuego esce oggi in ita­liano gra­zie all’editore La Nuova Fron­tiera, nell’accurata tra­du­zione di Elisa Tra­mon­tin (A ferro e fuoco. Eroi, belve e mar­tiri di Spa­gna, pp. 327, euro 16): un libro sor­pren­dente, uscito giu­sto in tempo per rin­fre­scare la memo­ria col­let­tiva in vista dell’ottantesimo anni­ver­sa­rio della Guerra Civile, che cade l’anno prossimo.



Armi affi­late della let­te­ra­tura

Da «Mas­sa­cro, mas­sa­cro!», sui bom­bar­da­menti di Madrid, a «E in lon­ta­nanza, una lucina», con la sua cac­cia a una rete di spia falan­gi­ste che comu­ni­cano tra loro gra­zie a segnali lumi­nosi, fino a «I guer­rieri maroc­chini» e «Le gesta dei cava­lieri», dove la stu­pi­dità e la vio­lenza senza scampo della guerra, di qual­siasi guerra, sem­brano riscat­tate dal fugace incon­tro tra nemici che non rie­scono a rin­ne­gare la pro­pria uma­nità, le sto­rie di Cha­ves Noga­les testi­mo­niano del talento di un gior­na­li­sta fedele al motto di Robert Capa («Se la foto rie­sce male, vuol dire che non eri abba­stanza vicino»), che osserva e descrive quanto lo cir­conda con un lin­guag­gio pulito e inci­sivo, ma che allo stesso tempo fre­quenta, soste­nuto da una indi­scu­ti­bile ambi­zione let­te­ra­ria, altri ter­ri­tori del narrare.

In A ferro e fuoco Cha­ves è senz’altro più scrit­tore che gior­na­li­sta e, pur soste­nendo che ogni sto­ria si ispira a un fatto vero, per rac­con­tarla ricorre a tutte le armi della let­te­ra­tura, avvince il let­tore con una prosa asciutta, quasi alla Heming­way, esi­bi­sce una note­vole cura per il lin­guag­gio, ricorre a dia­lo­ghi che ripro­du­cono fedel­mente la par­lata popo­lare, semina imma­gini fol­go­ranti, dise­gna pae­saggi con pochi ed effi­ca­cis­simi toc­chi e non scorda di aver pro­dotto a suo tempo anche una sorta di romanzo popo­lare e sen­ti­men­tale, La bol­che­vi­que ena­mo­rada (El amor en la Rusia roja), pub­bli­cato a pun­tate sulla rivi­staEstampa. E, soprat­tutto, ci stu­pi­sce per la sua moder­nità, gra­zie a quell’abile intrec­cio tra fic­tion e non fic­tion che sem­bra una carat­te­ri­stica fon­da­men­tale della nar­ra­tiva con­tem­po­ra­nea e che fa di lui un espo­nente ante lit­te­ram della cró­nica, genere tra­sver­sale oggi inten­sa­mente pra­ti­cato e di ori­gini più remote di quanto si tenda ad ammettere.

Quello che i suoi ese­geti non man­cano in risalto è il punto di vista rela­ti­va­mente inso­lito, in seno alla grande nar­ra­zione della guerra civile, di qual­cuno che si dichiara estra­neo a entrambe le parti, per lui acco­mu­nate da una mede­sima bar­ba­rie, e che nel pro­logo dà conto dei motivi di quella che potrebbe sem­brare una fuga: «Anti­fa­sci­sta e anti­ri­vo­lu­zio­na­rio per tem­pe­ra­mento, mi rifiu­tavo siste­ma­ti­ca­mente di cre­dere nelle virtù sal­vi­fi­che della grandi sol­le­va­zioni e aspet­tavo lavo­rando, fidu­cioso nel corso fatale delle leggi dell’evoluzione. Ogni rivo­lu­zio­na­rio, con il dovuto rispetto, mi è sem­pre sem­brato dele­te­rio come qual­siasi rea­zio­na­rio (…). Nella mia diser­zione pesava tanto il san­gue sparso dagli squa­droni di assas­sini che semi­na­vano il ter­rore rosso a Madrid quanto quello ver­sato dagli aerei di Franco, che hanno ammaz­zato donne e bam­bini innocenti».



Le pole­mi­che mai sopite

Que­sta dichia­ra­zione non di equi­di­stanza, ma di visione della guerra civile in linea con le con­vin­zioni di un «pic­colo bor­ghese libe­rale, cit­ta­dino di una repub­blica demo­cra­tica e par­la­men­tare» (così si auto­de­fi­ni­sce Cha­ves nel pro­logo) e con quelle della mino­ranza libe­rale che comun­que aveva cre­duto nella Repub­blica e le era rima­sta fedele, è stata però usata da alcuni (e in par­ti­co­lare da Tra­piello) per for­nire soste­gno alle tesi che pro­pu­gnano l’esistenza di una «terza Spa­gna», cioè di una mag­gio­ranza silen­ziosa e impo­tente tra­sci­nata, lo volesse o no, in un cruento scon­tro fra­tri­cida da due mino­ranze fana­ti­che, due «oppo­sti estre­mi­smi» votati a ideo­lo­gie diverse ma spe­cu­lari e iden­ti­ca­mente tota­li­ta­rie. 

Di que­sta terza Spa­gna (della quale, non dimen­ti­chia­molo, tentò di accre­di­tarsi come rap­pre­sen­tante e inter­prete il primo Aznar, quello degli anni ’90), Cha­ves Noga­les rischia oggi di tra­sfor­marsi in una sorta di san­tino, ben al di là delle sue inten­zioni, del suo disa­gio di fronte agli eccessi di entrambe le parti, e della sua spe­ranza delusa in «…uno Stato in cui sia pos­si­bile la con­vi­venza umana tra cit­ta­dini di idee diverse e la nor­male rela­zione con gli altri stati». 

Attorno ai rac­conti di A ferro e fuoco, e soprat­tutto al cita­tis­simo pro­logo, si è così svi­lup­pata una pole­mica che, pur rico­no­scendo l’interesse ogget­tivo e il valore dell’opera, ha cri­ti­cato viva­ce­mente la let­tura in chiave più o meno revi­sio­ni­sta di Tra­piello e altri, e che tra­spare anche nel ’corto’ El hom­bre que estaba allí rea­liz­zato nel 2013 da Daniel Suber­viola e Luis Felipe Tor­rente e dedi­cato alla vita e all’opera del giornalista.

Tra i tanti che hanno pole­miz­zato con quello che Anto­nio Muñoz Molina ha defi­nito cha­ve­sno­ga­li­smo, ci sono anche il cri­tico José Luis Gar­cía Mar­tín, che non ha man­cato di sot­to­li­neare le ine­sat­tezze e le con­trad­di­zioni del famoso pro­logo, e lo sto­rico Fran­ci­sco Espi­nosa Mae­stre, che ha dedi­cato una lunga e pun­tuale ana­lisi a Cha­ves Noga­les e all’uso che si è fatto di alcuni dei suoi scritti, per «offrire una visione nega­tiva e cao­tica della Repub­blica e farci cre­dere che la guerra, in cui tutti furono uguali, fu ine­vi­ta­bile». E, nell’accingersi a leg­gere A ferro e fuoco, que­ste parole non vanno dimenticate.


Il Manifesto – 23 giugno 2015