TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 1 luglio 2015

Benjamin sul confine incerto tra lavoro e amore



Nel 1959 la cultura francese scopre Walter Benjamin. Ne resterà conquistata. 

Fabrizio Denunzio

Benjamin sul confine incerto tra lavoro e amore

La rice­zione fran­cese dell’opera di Wal­ter Ben­ja­min si lega alla prima tra­du­zione che ne fece Mau­rice de Gon­dil­lac nel 1959 per conto dell’editore Juil­lard. Come quella ita­liana – l’epocale Ange­lus Novus del 1962 curata da Renato Solmi – anche l’edizione di de Gan­dil­lac si basava su una scelta dei saggi ben­ja­mi­niani più impor­tanti che Theo­dor W. Adorno aveva rac­colto e pub­bli­cato con Suhr­kamp di Fran­co­forte nei due volumi che por­ta­vano come titolo lapi­da­rioSchrif­ten.

Molto più dell’Italia, la Fran­cia era quasi natu­ral­mente pre­di­spo­sta ad acco­gliere un’operazione edi­to­riale di que­sto tipo, non solo per­ché Parigi era stata luogo di asilo, seb­bene non troppo ospi­tale, di Ben­ja­min, non solo per­ché que­sti ne aveva amato e pro­mosso la let­te­ra­tura, ma anche per­ché, pen­sando soprat­tutto alle tor­men­tate vicende edi­to­riali dell’Opera d’arte nell’epoca della sua ripro­du­ci­bi­lità tec­nica, ne aveva fre­quen­tato alcuni dei pro­ta­go­ni­sti: Ray­mond Aron, il grande socio­logo diret­tore della sede pari­gina dell’Istituto per la ricerca sociale di Fran­co­forte, sulla cui rivi­sta vide la luce la prima ver­sione del sag­gio; Pierre Klos­so­w­ski, non solo tra­dut­tore di quest’ultimo, ma anche mem­bro di quel Col­le­gio di Socio­lo­gia di cui face­vano parte Geor­ges Bataille e Roger Cail­lois, ad alcune delle cui riu­nioni Ben­ja­min era stato ammesso.

Il breve sag­gio che pre­sen­tiamo alle let­trici e ai let­tori de «il mani­fe­sto» [anche questo ripreso su Vento largo], qui tra­dotto per la prima volta in ita­liano, è il testo dell’intervento che de Gan­dil­lac tenne nel corso dell’importante con­ve­gno inter­na­zio­nale svol­tosi a Parigi dal 27 al 29 giu­gno del 1983 e dedi­cato, non a caso, a «Wal­ter Ben­ja­min et Paris», i cui atti nel 1987 furono pub­bli­cati dai tipi di Cerf.

Sono due i motivi d’interesse che spin­gono a pub­bli­care que­sto inter­vento: l’autore e l’interpretazione che dà della vita e dell’opera di Ben­ja­min. Seb­bene in Ita­lia di de Gan­dil­lac non sia stato pub­bli­cato nulla, il suo nome si lega a quello – que­sto sì molto più noto nei nostri ambienti cul­tu­rali – di Gil­les Deleuze. Esperto di filo­so­fia antica e medioe­vale, de Gan­dil­lac fu diret­tore di tesi di Deleuze, di quella grande ricerca che cono­sciamo come Dif­fe­renza e ripe­ti­zione.

All’attività di ricerca univa quella infa­ti­ca­bile di tra­dut­tore dal tede­sco: non solo Ben­ja­min, ma, almeno per men­zio­nare un altro, Nie­tzsche col suo Così parlò di Zara­thou­stra. Di tutti que­sti aspetti si ricor­derà Deleuze quando, nel 1985, col sag­gio Les pla­ges d’immanence, dedi­cherà un «sin­cero» e «rispet­toso» omag­gio ad uno dei suoi mae­stri più discreti e meno com­bat­tuti (si pensi alle rot­ture con Fer­di­nand Alquié e Jean Hyp­po­lite). Quindi, un de Gan­dil­lac che si può arri­vare a sco­prire attra­verso la media­zione d’eccezione di Deleuze.

Il secondo motivo d’interesse è rap­pre­sen­tato dall’interpretazione di Ben­ja­min. Breve, ma fol­go­rante. Come chiave di accesso de Gan­dil­lac usa una cate­go­ria che oggi più che mai serve a spie­gare, non tanto, o almeno, non solo, l’opera ben­ja­mi­niana, ma alcuni aspetti dell’esperienza sociale con­tem­po­ra­nea: il pas­sag­gio.

Se con il socio­logo tede­sco Ulrich Beck prima, e con Richard Sen­net poi, rico­no­sciamo che tanto l’assunzione dei rischi in ogni pro­getto deci­sivo della nostra vita quo­ti­diana, quanto la dislo­ca­zione lavo­ra­tiva sono feno­meni distin­tivi del nostro mondo sociale, allora, dob­biamo pen­sare che ognuno di essi è un pas­sag­gio: da una rela­zione affet­tiva ad un’altra (il rischio fal­li­men­tare imma­nente ad ogni con­vi­venza o ad ogni matri­mo­nio), da una città ad un’altra (il pen­do­la­ri­smo). 

Seb­bene de Gan­dil­lac con grande finezza e acume pensi il pas­sag­gio ben­ja­mi­niano nelle sue sva­riate e com­plesse forme, da quelle geo­gra­fi­che (dall’Europa all’America) a quelle miti­che (dal mondo umano a quello divino), da quelle lin­gui­sti­che (tra­du­zione come tran­sito da una lin­gua ad un’altra) a quelle epi­ste­mo­lo­gi­che (dal tempo con­ti­nuo al discon­ti­nuo), esse diven­tano per noi, oggi, meta­fore di quei pas­saggi con­ti­nui a cui sono sot­to­po­ste alcune delle nostre prin­ci­pali espe­rienze sociali, quelle che deter­mi­nano il nostro essere nel mondo: l’amore e il lavoro.


Il manifesto – 6 maggio 2015