TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 5 luglio 2015

Casablanca. I segreti di un fascino infinito



Riprendiamo da un più ampio articolo dedicato al Festival bolognese “Cinema ritrovato” questa bella rilettura del film cult per definizione. Scopriremo che nell'edizione originale (censurata da noi) l'Italia (fascista e antifascista) vi era largamente rappresentata.

Giuliana Muscio

Casablanca. I segreti di un fascino infinito

(…)

Un film iper­noto anche a chi non l’ha mai visto per via del gran numero di cita­zioni, e che ebbe una vicenda pro­dut­tiva altret­tanto leg­gen­da­ria. Tratto da un’opera tea­trale mai andata in scena,Eve­ry­body Comes to Rick’s degli oscuri Mur­ray Bar­nett e Joan Ali­son, Casa­blanca ne con­serva pra­ti­ca­mente solo i nomi e alcune rela­zioni tra i per­so­naggi, oltre all’antistorico Mac­Guf­fin delle let­tere di tran­sito, mai esi­stite in realtà nel Marocco fran­cese con­trol­lato dal governo filo­na­zi­sta di Vichy durante il secondo con­flitto mon­diale. Nell’opera tea­trale anzi Ilsa era una don­nac­cia, Rick un mariuolo e l’ambiente un postac­cio di mar­gi­nali, moti­vati solo dal denaro: nes­suno ci avrebbe can­tato in coro la Mar­si­gliese.

Non c’era sen­tore dell’afflato idealistico-propagandistico della pel­li­cola, una sem­pli­fi­ca­zione appa­ren­te­mente inge­nua, ma iro­nica quanto effi­cace della guerra, che con­danna Vichy get­tando nella spaz­za­tura una bot­ti­glia della nota acqua mine­rale, mette in scena la forza distrut­tiva del nazi­smo incar­nan­dola nell’elegante mag­giore Stras­ser, inter­pre­tato dall’esule filo-ebreo e icona dell’espressionismo tede­sco Con­rad Veidt (il Cesare di Cali­gari), e si esprime in miti­che bat­tute come: «Ricordo tutto di Parigi: i tede­schi erano in gri­gio e tu in blu».

La sce­neg­gia­tura, che vinse un meri­tato Oscar, è opera di un pool di sce­neg­gia­tori di diversa for­ma­zione, dai gemelli Epstein (da Stra­w­berry Blonde ai docu­men­tari di pro­pa­ganda pro­dotti da Frank Capra) all’impegnato Howard Koch fino al non accre­di­tato ma riso­lu­tivo Casey Robin­son, e fu ter­mi­nata a riprese già ini­ziate: pare che nes­suno sul set sapesse in effetti chi avrebbe scelto la nor­ve­gese Ilsa, Laszlo, l’eroe della resi­stenza inter­pre­tato dal trie­stino Paul Hen­reid, o il ruvido ame­ri­cano, Hum­ph­rey Bogart?

    Gino Corrado in "Casablanca"

Il film rap­pre­senta la sud­di­tanza ita­liana dall’esercito tede­sco nella figura di un inef­fi­cace uffi­ciale ita­liano, il capi­tano Tonelli (Char­les La Torre), per­so­nag­gio sop­presso dalla cen­sura nostrana, come modi­fi­cato fu il nome del per­fido fac­cen­diere Fer­rari (Syd­ney Green­street) che diventa Fer­rac; ma soprat­tutto cen­su­rato nella ver­sione ita­liana l’elemento-chiave delle colpe di Rick: l’aver con­trab­ban­dato armi per i ribelli etiopi, durante la guerra colo­niale con l’Italia.

Pre­senti tra gli inter­preti alcuni attori ita­liani immi­grati come Frank Puglia, ven­di­tore arabo di tap­peti, Paul Por­casi (il maroc­chino che pre­senta Fer­rari) e soprat­tutto Gino Cor­rado, record­man dell’interpretazione di came­rieri a Hol­ly­wood, qui nel suo ruolo con­sueto.

Il fascino vin­cente di Casa­blanca sta infatti nel modo in cui uti­lizza il grande parco di carat­te­ri­sti della War­ner per rap­pre­sen­tare il micro­co­smo di un’Europa in fuga dal nazi­smo, pro­du­cendo un anti­na­zi­smo visce­rale, soste­nuto con con­vin­zione dalle com­parse, che erano in gran numero espa­triati ai quali la War­ner dava ospi­ta­lità, avendo spe­ri­men­tato la minac­cia nazi­sta, dato che alcuni suoi impie­gati tede­schi, ebrei come i fra­telli War­ner, erano stati inter­nati in campo di concentramento.

(…)


Il Manifesto – 26 giugno 2015