TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 luglio 2015

Cesare Pavese, “Hanno ragione i letterati”. Ovvero il senso e le radici del “narrare”



Un articolo di Pavese, tramesso per radio il 4 febbraio 1948 (e successivamente pubblicato in rivista), riletto e commentato da Pasquale Briscolini. Ancora una volta emerge il grande impegno di Pavese a sprovincializzare la cultura italiana.

Pasquale Briscolini

Hanno ragione i letterati”. Ovvero il senso e le radici del “narrare”


Già il titolo: “Hanno ragione i letterati” mi metteva un po’ soggezione e mi faceva sorgere il dubbio sull’opportunità o meno di riproporre l’articolo. Per due ragioni almeno: intanto, si parla di letterati (che non è argomento proprio facile) e di qualcun altro, se si afferma che sono i primi ad avere ragione; e poi perché nell’articolo Pavese sviluppa un ragionamento - che è certamente opinabile, ovvio – in modo impegnato e impegnativo, dalla prima parola all’ultima.

Non è come nei quattro articoli - già richiamati sulle “Colline” e pubblicati a suo tempo su L’Unità di Torino - racchiusi nel gruppo dei “Dialoghi col compagno” nei quali le tesi sostenute erano serissime, ma il linguaggio era alleggerito da un clima amichevole e a tratti scherzoso, tipico di una conversazione tra amici.

D’altro canto, in questo caso l’articolo viene pubblicato non su un quotidiano ma su una rivista specializzata, e anche questo può certamente avere il suo peso.

In più c’è il clima dei nostri giorni, che è cambiato dagli anni di Pavese come se fossero passati secoli e non cinquant’anni o poco più: in quell’immediato dopoguerra c’era non solo un entusiasmo diffuso per la ripresa dopo il finimondo, ma c’era  anche una disponibilità quasi scontata verso un “pensiero impegnato”. Oggi, sopraffatti dall’ossessione del “fare”, sembra che ci sia stanchezza e allergia verso il “ragionare”. Anche il linguaggio si è adeguato, ed è certo che con i “cinguettii” di twitter non si fanno molti ragionamenti compiuti. Almeno in linea di principio.

Ma è proprio per questo che – mi sono detto – vale la pena di riproporre anche questo “ragionamento” di Pavese, che conserva la sua validità sul problema che tratta e che può aiutarci – sessantasette anni dopo – a riprendere a ragionare con più voglia e più calma di quanto solitamente facciamo di questi tempi.

Proviamo allora a seguire il suo ragionamento, tentando anche di interpretarlo nel nostro contesto attuale:

“Un pregiudizio assai diffuso tra il pubblico che legge, è la confusione tra il giornalista e lo scrittore, la pretesa che il secondo possa svolgere il lavoro del primo, tuffarsi nei viaggi, nella cronaca, nell’avventura, e raccogliervi una messe di fatti, di emozioni vissute, con cui nutrire le sue pagine narrative. Si dice, per esempio, che dopo i tumulti, le atrocità, le apocalittiche speranze e i crolli della storia recente, è quasi vergognoso che i nostri narratori non sappiano rinnovare il loro bagaglio, il loro contenuto, le “cose che hanno da dire”, e dare al mondo finalmente dei libri dove il sano brivido dell’esperienza arricchisca la pagina e la favola consueta. Qualcuno anzi parla di questo come di un dovere. Il monito è sincero, pieno di buona fede. Ma a noi pare ingenuo.



Ecco la domanda che viene posta e alla quale Pavese tenta di rispondere, ovviamente con  una sua risposta:

chi sono il giornalista e lo scrittore? o meglio: chi è il giornalista? e chi è lo scrittore?

E ancora:

può lo scrittore svolgere lo stesso lavoro del giornalista?

Secondo alcuni non solo può ma addirittura deve. Pavese –  lo sappiamo già – non è d’accordo, e prova a sostenerlo ancora una volta con pazienza e determinazione, sapendo già che molti - soprattutto “amici” - non saranno d’accordo e gli daranno anzi dei dispiaceri:

“Sappiamo che a questo discorso molti nostri avversari plaudiranno e molti amici crolleranno il capo. Ma non importa. Noi siamo convinti che altro è far cronaca, altro fare romanzo. E che i tracolli e i terremoti della storia, mentre devono avere un riflesso evidente e immediato nei servizi giornalistici, non possono di solito se non nuocere all’efficacia del lavoro letterario che ne faccia a tutti i costi argomento.”

La tesi è chiara: il giornalista e lo scrittore sono mestieri diversi. Proviamo a sentirne le motivazioni:

“Lasciamo stare ogni sorta di esempi illustri, quegli esempi che si citano di solito - l’epopea napoleonica che attese cinquant’anni a farsi libro e racconto con Tolstòj – lasciamo quest’esempio perché non è vero che le nuove esperienze della vita e della storia collaudate sui campi di battaglia dell’Impero entrassero nella letteratura soltanto con Guerra e Pace. Quell’esperienza si chiamò romanticismo, si chiamò culto del dolore universale o dell’azione per l’azione, e non solo non si fece attendere cinquant’anni, ma con Stendhal, col nostro Leopardi, coi grandi tedeschi, con l’Alfieri persino, accompagnò e addirittura precorse la grande rivoluzione.

Perché qui è l’equivoco. Quando s’invitano i letterati a tener conto delle novità quotidiane e clamorose della cronaca, si dimentica che i fatti quotidiani non cascano mica dal cielo, ma sono frutto d’un precedente stato delle cose e degli spiriti cui a modo loro hanno partecipato anche i letterati. La lezione d’angoscia della guerra da noi tutti vissuta martellava le nostre coscienze già molti anni prima che le bombe cominciassero a cadere. E non è un caso che il più autentico poeta dell’umanità sradicata dalle persecuzioni e dal terrore razziale, Franz Kafka, scrivesse ancora al tempo della prima guerra mondiale.



Il buon letterato - non ci dispiace questa vecchia parola così screditata -  non può che fondarsi nel suo lavoro più coscienzioso su una armatura di abitudini mentali e di dirette sensazioni che coincide col travaglio della sua adolescenza, con quella che si chiama la sua prima formazione. Uscire da questa armatura, abolirla, buttarsi tra i fatti con l’ingenua pretesa di rinascere, rinverginarsi, imbarbarirsi, non seppe farlo nemmeno Arturo Rimbaud. Questo poeta precocissimo, quando a vent’anni si disgustò o spazientì del suo mondo abituale, che cosa fece? Andò in Africa, e smise di scrivere. Nient’altro.”

Ecco la tesi che Pavese sostiene: il giacimento a cui lo scrittore può attingere è solo e soltanto “il travaglio della sua adolescenza, la sua prima formazione”. Tentare di ampliare “il giacimento” è illusorio e non seppe farlo neanche Arthur Rimbaud, che evidentemente la pensa un po’ allo stesso modo se dice: “Genio è il recupero dell’infanzia a volontà”.

Pavese continua con altre argomentazioni:

“Né si può dire che la celebre “letteratura vissuta” dei nordamericani contraddica a questa nostra osservazione. Nei pochi casi che davvero contano – Hemingway, Caldwell, e fino a un certo punto Dos Passos e Steinbeck – non si tratta per nulla di un capriccio improvviso, ma di una poetica determinata da particolari condizioni ambientali, di un’iniziale formazione e cultura volte a ricercare e godere la durezza della vita e delle cose. Questo atteggiamento non si può improvvisare  e di esso si rintracciano le radici in tutta una tradizione e, diciamolo pure, una retorica secolare. Ora, malgrado ogni legittimo influsso, malgrado che per l’ultima generazione il polso letterario del mondo abbia pulsato in America – e ciò significa qualcosa, - bisognerà tenere conto che la nostra tradizione e la nostra retorica sono diverse. Ciò si vede del resto nell’opera dei migliori europei che, accogliendo quell’influsso, l’hanno filtrato attraverso la letteraria sensibilità europea. Non s’improvvisa proprio nulla, e tanto meno la ricchezza interiore.”

E’ difficile intervenire su questa argomentazione anche per la profondità culturale che sarebbe richiesta e che, con tutta onestà, solo pochissimi hanno. Però una cosa si può dire rimanendo nel lecito. Pavese sostiene, di fatto, che per fare lo scrittore sia necessaria una grande ricchezza interiore: a noi sembra che quest’idea sia bella e giusta, e che si possa appoggiare con forza. E sostiene ancora che la ricchezza interiore sia difficile da costruire e impossibile da improvvisare.

“Invece, nel monito che da troppe parti viene rivolto agli scrittori è implicita è implicita senz’altro la grossolana presunzione che raccontando a rompicollo di città sinistrate, di eroismi guerreschi, di fami o di prigioni, di quella insomma che si battezza attualità palpitante, la nostra letteratura riuscirebbe più ricca, più vera, o come si dice “più umana”. Intendiamoci bene. Non si nega a nessuno il diritto di scegliersi gli argomenti che crede, non si pretende che sia cosa meritoria assistere neutrali e impassibili alla tragedia quotidiana di una guerra civile – nessuno ci riesce, del resto, e i neutrali, i cosiddetti benpensanti, combattono, e come, anche loro – semplicemente si vuol mettere in chiaro che la profonda umanità, la vena autentica, la schiettezza dell’arte, hanno radici non nella mole o nell’enormità dei fatti sofferti ma soltanto nella mente e nel cuore, nella chiarezza dello sguardo, nel monotono e martellante ricordo.”

Quando si diceva, all’inizio dell’articolo, che questo pezzo di Pavese è impegnato e impegnativo, e che non si avvale del linguaggio a tratti leggero e piacevolmente allusivo  dei “Dialoghi col compagno”, si intendeva quello che stiamo toccando con mano qui, in ogni punto. Per esempio, nella precisazione che – certo – non si vuole negare a ciascuno scrittore la libertà di decidere dei propri argomenti, ma si vuole sostenere quali siano le radici vere e profonde di un’arte schietta, e che esse vadano ad alimentarsi soltanto nella mente e nel cuore. Che ovviamente si alimentano, a loro volta, di tutto quanto è accaduto e accade e che pure restituiscono: ma la restituzione, senza il loro “filtro”, cioè il filtro della mente e del cuore, non produrrebbe arte autentica.

“Diciamo monotono e c’insistiamo. Ogni autentico scrittore è splendidamente monotono, in quanto nelle sue pagine vige uno stampo ricorrente, una legge formale di fantasia che trasforma il più diverso materiale in figure e situazioni che sono sempre press’a poco le stesse. Diversamente accade invece al giornalista, allo schietto giornalista, di cui la pagina, l’articolo informano, elencano fatti, fotografano la vita e ne serbano tutta l’accidentale varietà. E’ certo possibile che un nostro scrittore ci racconti, a dirne una, la sua vita clandestina, la sua guerra, le sue fami, magari i suoi scioperi. Così come un altro potrà raccontare i suoi bagni di mare, i ricordi d’infanzia, i suoi ritiri spirituali o i suoi amori. Da un punto di vista di lotta politica  sarà permesso dire al primo che fa bene, che continui, che i suoi documenti in quanto tali ci servono. Ma soltanto da questo punto di vista. E soltanto se in lui l’interesse fantastico si muove sincero in questo mondo di lotta. Altrimenti, perfino dal punto di vista politico, sarà meglio consigliargli di smettere e accontentarsi di fare il cronista o l’inviato speciale, mestieri forse più utili.”

Quello che colpisce è l’impegno estremo che Pavese mette in ogni azione che compie, sia che si tratti, come in questo caso, di un articolo per una rivista culturale, sia che si tratti del suo lavoro alla Einaudi, per non parlare dell’impegno come poeta e scrittore.

Per il lavoro alla Einaudi (più corretto sarebbe dire nella “costruzione” della Casa Editrice Einaudi, perché Rosa Calzecchi Onesti mi diceva con forza: “è Pavese che ha costruito l’Einaudi! Poi altri hanno continuato il lavoro, certo, ma è lui che l’ha costruita!”) si può ricordare come egli “entrasse nel merito” di ogni questione e non si limitasse certo a coordinare il lavoro di altri, degli autori. Basti pensare al tipo di interazione che intrattenne con Rosa Calzecchi Onesti nella traduzione dell’Iliade, con una dialettica molto forte tra i due, ciascuno dei quali difendeva con grande determinazione le proprie posizioni; o alla polemica con Ernesto De Martino a proposito dell’impostazione della “Collana blu”.



Ritornando a questo articolo, all’analisi delle differenze tra lo scrittore e il giornalista, sarebbe interessante chiedersi cosa resta, oggi, di quest’analisi e delle differenze da lui sostenute settant’anni fa. E cosa ne penserebbe lui stesso, ormai che tutto è cambiato, che la “velocità” ha vinto dappertutto e che la tecnologia ha “stravolto” anche il modo di scrivere. Ormai che “la quantità” ha vinto in ogni ambito, chi sa se è ancora vero che “la vena autentica, la schiettezza dell’arte, hanno radici non nella mole o nell’enormità dei fatti sofferti ma soltanto nella mente e nel cuore, nella chiarezza dello sguardo, nel monotono e martellante ricordo.”.

D’altro canto Italo Calvino, ben diversamente da Pavese attratto dalla modernità, trent’anni dopo avverte l’esigenza di dare punti di riferimento alla letteratura del nuovo millennio, e lo fa con le sei parole delle “Lezioni americane”. Ma sono sei parole messe come baluardo a cui aggrappare la letteratura, in una disgregazione di senso che Calvino avverte e vive con angoscia.

Ma Pavese insiste; lui ce l’ha con la quantità dei fatti, che molto non possono aggiungere al granaio dello scrittore:

“E’ illusorio cercare nell’appoggio diretto dei fatti, nella scuola della dura esperienza, nell’avventura vissuta, quella serietà e quella precisione di fantasia che nascono soltanto – quando nascono – dalla lenta consuetudine e maturazione della vita interiore”

Come vediamo, è un elogio della lentezza nella costruzione della vita interiore, che ognuno ha certo il dovere di arricchire:

“Che sia dovere d’ognuno arricchire in ogni modo - non ultimo, accettando e rispettando i propri limiti – questa vita interiore , è cosa ovvia. Che ciascuno di noi – anche lo scrittore – sia radicato in una data situazione, in una classe, in uno storico conflitto inevitabile, è vero. Ma è vero altrettanto che, quando si prende in mano la penna per narrare sul serio, tutto è già accaduto, si chiudono gli occhi e si ascolta una voce che è fuori dal tempo.”

Sono parole – e immagini – che ci fanno riflettere, con riferimento ai tempi che viviamo. “Quando si prende in mano la penna per narrare”: nell’epoca dello smartphone, in cui (quasi) tutti scrivono velocemente con il pollice, anzi con entrambi i pollici.

Certo, si fa per dire, e non è che chi vuole scrivere per narrare lo fa con lo smartphone, ma certo è che il modo di scrivere è cambiato completamente, e non solo perché non avremo più i “manoscritti” che ci facevano emozionare.

Dice Pavese: “…per narrare sul serio, ... si chiudono gli occhi e si ascolta una voce che è fuori dal tempo”: ci sarà ancora qualcuno che risponde a questo modello?

Qualcuno ci sarà di certo, perché nella moltitudine c’è sempre di tutto. Però, dando un’occhiata (certo superficiale) ai luoghi dove si vendono libri, quel modello sembra del tutto improbabile. Perché la sensazione che si ha (certo superficiale) è che per scrivere libri oggi sia necessario e sufficiente avere un volto noto, comparire abitualmente alla televisione, essere uno sportivo di successo, o averla fatta grossa, in qualche modo e in qualche ambito.

La speranza è che questa parte della grande produzione resti comunque “materiale di consumo”, e che invece, per la schiettezza dell’arte – in questo caso della letteratura – la vena autentica continui ad avere radici “soltanto nella mente e nel cuore, nella chiarezza dello sguardo, nel monotono e martellante ricordo”.


Noi ne saremmo contenti, anche per Pavese, che avrebbe visto giusto come in tante altre situazioni del suo lavoro, svolto in pochi anni molto difficili eppure ricchissimo, che ha ancora molto da dirci, solo che sappiamo ascoltarlo e interpretarlo con pazienza e modestia.