TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 2 luglio 2015

Gadda-Parise, frammenti di Roma con spider rossa



Nel 1961 Carlo Emilio Gadda e Goffredo Parise diventano vicini di casa e la frequentazione si fa intensa: un libro ricostruisce la loro amicizia.

Raffaele Manica

Frammenti di Roma, con spider rossa


Non sanno, i nar­ra­to­fagi esclu­sivi, quanto pia­cere possa riser­vare la let­tura di auto­bio­gra­fie, diari, car­teggi: non per trarne il mero punto di vista testi­mo­niale, ma per il pul­lu­lare di esi­stenze che di lì si può riu­scire a pro­no­sti­care. Però, se l’immaginazione non sa pren­dere corpo e sostanza, un car­teg­gio lascia troppo mar­gine all’interrogare ine­vaso, è uno spa­zio lacu­noso. A rime­diare e a ricom­porre il qua­dro pos­sono inter­ve­nire le gioie dell’erudizione: scavo accu­rato di dati, loro con­nes­sione, riscon­tri incrociati.

Esce ora un car­teg­gio che, per chi sap­pia pesare i nomi dei cor­ri­spon­denti, è il rap­porto di un’intensa ami­ci­zia – l’incontro di due modi di con­ce­pire la vita e di viverla –, una scala di misura dal dop­pio cen­tro e, infine, un’idea di let­te­ra­tura. Il fron­te­spi­zio reca: Carlo Emi­lio Gadda-Goffredo Parise, «Se mi vede Cec­chi, sono fritto» Cor­ri­spon­denza e scritti 1962–1973 (Adel­phi «Pic­cola Biblio­teca», pp. 346, euro 18,00).

Il volume con­sta di quin­dici let­tere di Gadda a Parise, tre di Parise a Gadda e una, riguar­dante Gadda, di Parise a Valen­tino Bom­piani; infine quat­tro scritti di Parise su Gadda e un dia­logo tra i due. Il resto del libro, il tes­suto con­net­tivo tra que­sti fram­menti di vita, una dop­pia bio­gra­fia con rico­gni­zione di con­te­sti per sparse mem­bra, è del cura­tore, Dome­nico Scarpa, che ha tra­sfor­mato l’erudizione in folta rico­stru­zione cri­tica, intri­cata di richiami, piste, accer­ta­menti, spie.



Gadda e Parise sono sepa­rati all’anagrafe da tren­ta­sei anni: il lom­bardo Gadda, classe 1893, il veneto Parise, 1929. Si incon­trano nel ’58, quando l’uno ha più del dop­pio degli anni dell’altro: Gadda lascia appena alle spalle il Pastic­ciac­cio, la cui ste­sura ha pro­tratto per anni nel ten­ta­tivo, rive­la­tosi vano, di riu­scire a sbro­gliarne la matassa gialla; Parise è segnato da una par­tenza rapi­dis­sima, una rive­la­zione riba­dita: da ven­ti­duenne, con Il ragazzo morto e le comete; da ven­ti­quat­trenne, con La grande vacanza: due libri che, si direbbe nelle arti dello spet­ta­colo, non sono più usciti di reper­to­rio. Uno scrit­tore di genio, se no non ne avreb­bero accom­pa­gnato la cre­scita umana Prez­zo­lini, Mon­tale, Comisso.

Nel ’61 Gadda e Parise sono vicini di casa a Roma, la fre­quen­ta­zione si fa intensa, tra Monte Mario, dove abita Parise, e via Blu­men­stihl 19. La car­tella delle let­tere super­stiti copre meno di un anno, da fine otto­bre ’62 a fine ago­sto ’63. Sono gli anni in cui, secondo un ricordo con­di­viso (Arba­sino, Citati…), qui nella ver­sione di Atti­lio Ber­to­lucci, al suono dei Bea­tles, «il ragaz­zac­cio» che sem­pre stava in Parise, por­tando in auto­mo­bile per Roma l’Ingegnere, «rispun­tava fuori nei sor­passi: il gran lom­bardo sudava, zitto, trat­te­nendo il fiato, mimando, senza far­sene accor­gere, una sorta di finta, esor­ciz­zante, imma­gi­na­ria fre­nata». Gadda prende con­gedo dalla terra nel 1973, Parise nel 1986.

Nel 1973 pro­prio, quando l’Ingegnere, l’uomo di tutte le paure, scrive Parise, non ha più «ragione di temere nes­suno, perso come è nella defi­ni­tiva con­tem­pla­zione del pro­prio io senza più bufere», ora insomma che «la chiac­chiera da lui tanto amata potrebbe diven­tare lecita», Giu­lio Cat­ta­neo pub­blica un volu­metto su Gadda, insieme memo­ria e bio­gra­fia, con gran gusto dell’aneddoto: il titolo, di ascen­denza man­zo­niana, pro­ver­biale, è Il gran lom­bardo. Parise, con quella che si deve pur defi­nire una com­mo­zione diver­tita, prende spunto e rac­conta così del sor­passo: dal 1961, scrive, «si stava spesso insieme, si andava a fare qual­che giro in cam­pa­gna nella mia auto­mo­bile che era una MGb, spi­der, rossa.

Non lo spa­ven­tava appa­ren­te­mente, né il tipo di mac­china, a due posti, né la velo­cità. Lo spa­ven­tava piut­to­sto il fatto che avendo io una com­pa­gna egli pren­desse il suo posto. Le regalò un’enciclopedia bri­tan­nica dai molti volumi, che viag­gia­rono in lun­ghi viaggi da casa sua a casa mia, per scu­sarsi. Ne riebbe un dono di plaid scoz­zese, che ricam­biò con pranzi che ven­nero ricam­biati con bot­ti­glie di vino, ricam­biate a loro volta con dubbi di non aver ricam­biato abba­stanza. Temeva anche di essere visto, e cri­ti­cato, a bordo di quella mac­china. Qual­che volta diceva: “Se mi vede Cec­chi sono fritto”».

Sarà mai finito lo scru­polo, nella mente di quell’uomo ceri­mo­nioso come se solo nella ceri­mo­nio­sità potesse tro­vare pace momen­ta­nea e illu­so­ria ciò che Freud cercò di spie­gare per tutta la sua opera? Forse in Gadda la ceri­mo­nio­sità era un ten­ta­tivo di adat­ta­mento della spe­cie, un feno­meno che avrebbe inte­res­sato Dar­win, e che infatti inte­res­sava il dar­wi­niano Parise, diven­tato tale per impulso di Gadda.



Ad ogni modo, men­tre Gadda temeva di essere pas­sato in padella dal Gran sacer­dote della cri­tica, rite­nuto o mal­di­cente o inca­pace di inter­pre­tare il senso di un uomo seduto al posto di una donna in un’auto rossa lan­ciata a grande velo­cità, troppo para­fu­tu­ri­sta, troppo mito della moder­nità, «avvenne che un giorno, – qui Parise sem­bra un novel­liere antico che avvii a con­clu­sione il rac­conto di una burla riu­scita, ed è un modo tipico anche dei Sil­la­bari – un bri­ga­diere dei cara­bi­nieri si fermò ad esa­mi­narla e a lodarla.

Chiese a Gadda: “Quanto fa?”. Gadda mi guardò, guardò il con­ta­chi­lo­me­tri e com­pose una sua rispo­sta sibil­lina con inchino: “Pochino…, il con­ta­chi­lo­me­tri segna due­cento”». Per­ché ciò avrà chie­sto il bri­ga­diere non a Parise ma a Gadda? Non occorre peri­zia astro­lo­gica per rispon­dere: destino: Gadda doveva libe­rarsi, come Pinoc­chio, dai cara­bi­nieri e dal pen­to­lone dell’olio bol­lente. «“Però” disse il bri­ga­diere, salutò e scom­parve. Gadda com­mentò: “Piace ai cara­bi­nieri. E se piace ai cara­bi­nieri per­ché non dovrebbe pia­cere a Cec­chi?”». Uomo d’ordine, Cec­chi, vigi­lante: quando La cogni­zione del dolore vince nel 1963 il Prix Inter­na­tio­nal des Édi­teurs, scrive un arti­colo che mano ignota titola È venuto il suo anno: chissà, scrive Scarpa, «quale fune­sto rin­tocco poté cogliere, in un titolo del genere, Gadda».

E uomo d’ordine Gadda, che a Parise or ora tor­nato da Parigi, corre l’anno 1968, chiede se ha visto qual­cosa: «“Anche le bar­ri­cate?” bofon­chiò. “Anche le bar­ri­cate”. “Le bar­ri­cate!…” bofon­chiò, “le bar­ri­cate!… avrei voluto vederli, sull’Altopiano, con le Saint-Étienne…”», le mitra­glia­trici fran­cesi in dota­zione all’esercito ita­liano, sulle quali, ricorda Scarpa, Gadda apre il «Gior­nale di guerra per l’anno 1916».

Era uno dei modi in cui il con­ser­va­tore dia­lo­gava con l’anarchico, bilan­ciando come ceri­mo­nia esige, lasciando aperte tutte le vie all’interpretazione dei con­tem­po­ra­nei e dei posteri; fin dall’inizio dell’amicizia, secondo una testi­mo­nianza, Parise gli pareva «uno squi­sito esem­pio dell’intellettuale indi­pen­dente, poco influen­za­bile dai tanti soste­ni­tori del costi­tuendo cen­tro­si­ni­stra e, del resto, anche più aller­gico alle obie­zioni dei detrat­tori della nuova alleanza politica».

Gadda e i doni, si è visto: però almeno uno fece un solo viag­gio «per rac­co­man­data espresso» alla vigi­lia del Natale del 1962: «un esi­guo asse­gno cir­co­lare e intra­sfe­ri­bile, Cre­dito ita­liano Roma sede, n.º 12/605.860, per panet­tone o pan­dòro o ric­cia­relli e… qual­che liquido: pen­savo al Car­péné o al Cour­voi­sier da voi con tanta gen­ti­lezza offer­tomi il Natale scorso».

Poco man­cava, ripa­gando dopo un anno la bevuta, che, come altre volte, il ceri­mo­nioso si pen­tisse per l’importo ina­de­guato in sé e rispetto ai desti­na­tari: da tenersi in mag­gior conto, quale che fosse la cifra; sta­volta dell’assegno smar­rito scrive: «la libel­lula era così tenue che ho avuto ver­go­gna a dir­tene il peso».


Il manifesto – 14 giugno 2015