TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 31 luglio 2015

I messaggeri bollenti di Sirio



Tra luglio e agosto irrompe nel Nord del pianeta la canicola. Un periodo dell'anno che nell’iconografia del passato ha avuto il muso ringhiante di un piccolo cane. E che per l’immaginario collettivo è da sempre il tempo sospeso tra vita e morte.

Claudio Corvino

I messaggeri bollenti di Sirio

Priamo, dalle altis­sime mura della città di Troia, vede soprag­giun­gere il temi­bile Achille, rab­bioso come un cane nella sua splen­dente arma­tura: «rag­giante come una stella cor­reva per la pianura;/ come si leva l’astro autun­nale, chiari i suoi raggi/ appa­iono fra innu­me­re­voli stelle nel cuor della notte:/ esso è chia­mato il Cane d’Orione,/ ed è il più lucente, ma dà pre­sa­gio sinistro/ e molta feb­bre porta ai mor­tali infe­lici».

Nell’Iliade ogni imma­gine, ogni meta­fora è stu­diata e con­di­visa da chi l’ascolterà. Qui Achille è preso da lyssa, la rab­bia dei guer­rieri, e tra poco, furente, «come il fuoco», farà a pezzi il suo rivale Ettore, mas­sa­cran­done il cada­vere come un cane idro­fobo. Quando, molti secoli dopo, si sco­prì il virus che tra­smette la rab­bia, non fu un caso se lo si chiamò Lyssavirus.

Achille per Omero è la stella Sirio, della costel­la­zione del Cane d’Orione (Cane Mag­giore), il mitico cac­cia­tore ucciso dalla dea Diana e da Giove tra­sfor­mato in costellazione.

La stella Sirio segnava l’inizio del caldo sof­fo­cante, della cani­cola (da cani­cula, «pic­colo cane»), quando sor­geva e tra­mon­tava con il Sole, secondo una tra­di­zione medie­vale da san Cri­sto­foro a san Bar­to­lo­meo, cioè dal 24 luglio al 26 ago­sto. Forse la sua «forma» canina risale agli Egizi, quando la sua «bril­lante» (Sei­rios) pre­senza nei cieli not­turni avver­tiva, come un vigile cane fedele, l’arrivo delle inon­da­zioni del Nilo; oppure gli anti­chi abi­tanti del Medi­ter­ra­neo cono­sce­vano gli effetti che il periodo aveva sui cani: certo più agili e sve­gli durante la cac­cia, ma il loro affan­noso ansi­mare poteva con­durli ad un’eccessiva disi­dra­ta­zione e quindi alla malat­tia e alla rab­bia. Pli­nio con solita pre­ci­sione scrive: «la rab­bia dei cani è dan­no­sis­sima per l’uomo quando insorge durante il periodo (…) in cui brilla la stella Sirio: nelle per­sone che sono state così morse si svi­luppa una letale idro­fo­bia». In una men­ta­lità intrisa di magi­che con­nes­sioni il rime­dio sarà la radice di una rosa, cono­sciuta oggi come rosa canina.



Quando il sole è a picco

In que­sto tote­mi­smo cele­ste gli esseri umani attri­bui­rono agli astri, lon­tani anni luce, le pro­ie­zioni del loro mondo cono­sciuto: orse, uccelli, cac­cia­tori con i loro cani. Se il tote­mi­smo fu un modo per ordi­nare la realtà di por­tata uni­ver­sale, non mera­vi­gli che anche in Cina Sirio sia un canide, il «lupo cele­ste», men­tre tra i Nativi ame­ri­cani può essere un cane da pastore, una stella con la «faccia-di-cane», un lupo o un «Cane di Luna», come per gli Inuit dello Stretto di Bering. Ma tor­nando a que­sta asfis­siante cani­cola, il calore, non più cana­liz­zato come in Achille in una furia mitico-rituale, anzi­ché ren­derci capaci di cor­rere die­tro a vigo­rosi nemici ci lascia spos­sati e inermi.

Per gli Occi­den­tali la colpa è sem­pre di Sirio: «Già l’astro che segna l’estate dal giro cele­ste ritorna, tutto è arso di sete, e l’aria fumica per la calura. Acuta tra le foglie degli alberi la dolce cicala di sotto le ali fitto vibra il suo canto, quando il sole a picco sgre­tola la terra. Solo il cardo è in fiore: le fem­mine hanno avido il sesso, i maschi poco vigore, ora che Sirio il capo dis­secca e le ginoc­chia». Così scri­veva Alceo, poeta greco (VII-VI s.).

Se il trian­golo tra ecces­siva calura estiva, ses­sua­lità fem­mi­nile e raf­for­za­mento di alcune spe­cie ani­mali potrebbe inte­res­sare gli studi sul taran­ti­smo salen­tino e sull’argia sarda, qui vogliamo solo porre fine ad un uso impro­prio di un modo di dire, molto in voga sotto gli ombrel­loni: «d’agosto, moglie mia non ti cono­sco», che non è un pro­ver­bio nato dal film «Quando la moglie è in vacanza», con Mary­lin Mon­roe e Tom Ewell (Billy Wil­der, 1955).



Le stre­ghe della grandine

Infatti il modo di dire non allude al fatto che durante le vacanze della moglie (il marito, come nel film, è al lavoro in città) il coniuge possa tra­dire la moglie, bensì alla più vetu­sta cre­denza che con la cani­cola il vigore maschile dimi­nui­sce, come descrive il pro­ver­bio mac­che­ro­nico «quando sol est in Leone, pone mulier in can­tone, bibe vinum cum sifone». Il vino, è Esiodo a pun­tua­liz­zare, deve essere quello di Biblo, in Libano.

Ma come abbiamo visto durante i primi giorni di luglio, il peri­colo non è solo il caldo, ma anche un tem­po­rale improv­viso o, peg­gio, la gran­dine. La tra­di­zione con­ta­dina ita­liana cono­sce bene que­sti feno­meni e sa che ci sono pochi mezzi per risol­verlo, tutti di carat­tere magico-religioso: affi­darsi a santi come Amal­berga (10 luglio), Anna (26) o Abdon e Sen­nen (30), mar­tiri per­siani, o ai riti. Un metodo certo, secondo la tra­di­zione del nord Ita­lia, sarebbe stato quello di tro­vare nei chic­chi di gran­dine un capello che si cre­deva appar­te­nuto a una strega: una volta tro­vato, la tem­pe­sta ces­sava. Per­ché le stre­ghe pote­vano viag­giare su di una nave aerea da dove riu­sci­vano a pro­durre e spo­stare tem­pe­ste a loro pia­ci­mento, inviando gran­dine sui campi dei loro nemici. Era il «téemp de li strìi», come di dice in pro­vin­cia di Sondrio.

Anche le trombe d’aria che si vedono in que­sti giorni sareb­bero in realtà ani­mali tra­ve­stiti che disten­dono la loro coda tra nuvole e terra. Per eli­mi­narle, in Abruzzo e in Cala­bria resi­dua la cre­denza che con un appo­sito col­tello o con un cro­ce­fisso di ferro si pos­sano tagliare in due, ucci­den­dole.

Le con­nes­sioni tra Sirio e calore un tempo toc­ca­vano anche la cul­tura mate­riale, se gli alari dei camini ripor­ta­vano spesso teste di cane, ma resta il fatto che si chia­mino tut­tora che­net, in fran­cese e fire­dog in inglese.

Durante gli Hund­stage («giorni del cane») que­sti qua­dru­pedi sem­brano onni­pre­senti. Il cri­stia­ne­simo li ha assor­biti nella pro­pria cul­tura addo­me­sti­can­doli, depo­ten­zian­doli, facen­done docili com­pa­gni di viag­gio o essi stessi dei santi: il primo, in ordine cro­no­lo­gico, è san Cristoforo.



Tra­ghet­ta­tore di umani

Ricor­dato il 25 luglio, la sua sto­ria viene nar­rata da Jacopo da Vara­gine in modo molto roman­zato: era un gigante di altis­sima sta­tura che, desi­de­roso di ser­vire il re più potente della terra, si mise al seguito di vari per­so­naggi, com­preso il dia­volo. Ma un giorno, vedendo costui tre­mare davanti a una croce, comin­ciò a cer­care Cri­sto, con­ver­ten­dosi al cri­stia­ne­simo. Divenne un tra­ghet­ta­tore di per­sone lungo un fiume piut­to­sto peri­co­loso ma, visto che era un gigante, gli veniva abba­stanza facile. Un bel giorno, gli chiese di essere tra­ghet­tato un bam­bino, che però durante il per­corso divenne sem­pre più pesante, come un piombo, tanto che lo stesso Cri­sto­foro cre­dette di anne­gare. Giunti final­mente a riva, Cri­sto­foro spiegò la sua paura e disse che gli sem­brava di aver tra­spor­tato tutto il peso del mondo. A que­sto, il «bam­bino» spiegò: «Non stu­pirti, Cri­sto­foro, per­ché sulle tue spalle non sol­tanto hai por­tato tutto il mondo, ma colui che ha creato il mondo».

Nella tra­di­zione orien­tale Cri­sto­foro è un gigante con la testa di cane, pro­ve­niente dalla terra cana­nea o da Cino­poli, la «città dei cani». Il suo mar­ti­rio fu all’insegna del calore, essen­do­gli stato, tra l’altro, calato sul capo un casco arro­ven­tato men­tre sedeva su di una sedia, anch’essa rovente.
Un altro cane, con una tor­cia accesa in bocca, ritorna nell’iconografia di san Dome­nico di Guz­man, festeg­giato il 6 ago­sto. Fon­da­tore dell’ordine dei pre­di­ca­tori, in un gioco di parole detti «Domini canes», i «cani del Signore», ovvero i Dome­ni­cani. La sua legenda rac­conta che la madre, ancora incinta di lui, avesse sognato di por­tare in grembo un pic­colo cane con in bocca una tor­cia con la quale infiam­mava l’universo.

Cer­ta­mente però il santo più famoso è Rocco (16 ago­sto), quello che nelle imma­gini è accom­pa­gnato da un sim­pa­tico cagno­lino con in bocca un pezzo di pane, una rosetta o con la lin­gua di fuori: sarebbe stato il qua­dru­pede a sal­var­gli la vita por­tan­do­gli quo­ti­dia­na­mente da man­giare quando era ancora debole e solo, appena scam­pato da un’epidemia.



L’ombra del male

Dalla furia di Achille al cagno­lino sco­din­zo­lante di san Rocco, vin­ci­tore su di un altro sim­bo­lico fuoco, quello della Peste Nera, la cani­cola nei mil­lenni è stata oggetto di una rein­ter­pre­ta­zione in chiave mitico-rituale che ha per­messo agli uomini di gestirla, di sop­por­tarla, di non averne paura. Per­ché a volte può essere dav­vero peri­co­losa, soprat­tutto quando il sole è allo zenith, a mez­zo­giorno, tempo in cui la natura sem­bra fer­marsi e gli effetti fecon­danti dell’astro solare cedono il passo a sen­sa­zioni oppri­menti, al tae­dium vitae e ai demoni più ter­ri­bili: dalle empuse al dio Pan e alle ninfe, che in agguato presso le sor­genti d’acqua acce­cano chiun­que osi guar­darli; dalle sirene, già nell’antichità messe in rela­zione con la stella Sirio, alle arpie o ai vam­piri, sem­pre pronti a dis­sec­care gli incauti che sfi­dano gli dei e i tabù dei demoni meri­diani. Ma anche ai pic­coli insetti che mor­dono e rimor­dono sotto i lividi cieli asso­lati del Medi­ter­ra­neo: chi ha detto che il male debba neces­sa­ria­mente appo­starsi nell’ombra? Il caldo abba­gliante del mez­zo­giorno può essere ben più mali­gno, acce­cante e allucinatorio.

Come scri­veva Leo­pardi, «chi cre­de­rebbe che quello del mez­zo­giorno fosse stato per gli anti­chi un tempo di ter­rore, se essi stessi non aves­sero avuto cura d’informarcene con precisione?»


il manifesto – 11 luglio 2015