TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 5 luglio 2015

Il mito greco di Dioniso contro i pirati «europei»



Nel 530 a.C. il grande Exekias, in uno dei manufatti più celebri dell’arte greca, la kylix di Dioniso, racconta il conflitto economico e politico tra la civiltà dei potenti etruschi e i Greci che, dopo il rapimento di Europa nel vicino Oriente, si proiettarono nel Mediterraneo per fondare nuove città.

Marcello Madau

Il mito greco di Dioniso contro i pirati «europei»




La sto­ria della vec­chia Europa di Occi­dente è arri­vata al capo­li­nea. Se mai potrà rina­scere è un destino a noi per ora ignoto.

Ma nel 530 a.C. il grande Exe­kias, in uno dei manu­fatti più cele­bri dell’arte greca, la kylix di Dio­niso, ci ha lasciato un rac­conto carico di sug­ge­stioni. Un mito antico e una guerra commerciale.

È dipinta e incisa den­tro la vasca della kylix (ovvero una coppa con anse) la sto­ria che Exe­kias mostra di cono­scere, il dio che tra­sforma in del­fini i pirati etru­schi che osa­rono cat­tu­rarlo, rac­con­tata nel set­timo degli «Inni omerici».

Dio­niso è disteso su una nave, con una vela bianca, che solca un mare rosso come il vino; tiene nella mano destra un reci­piente a forma di corno (rython). L’inno rac­conta gli ante­ce­denti: la divi­nità del vino e dell’ebbrezza, che stava su una spiag­gia, cat­tu­rata da uomini che gover­na­vano una nave ben costruita. Pirati, «pre­doni» che «avan­za­rono rapi­da­mente sul livido flutto». Tirreni.



«Gon­fiò il vento il mezzo della vela»

Poi ciò che vediamo nell’istantanea dipinta entro la vasca del vaso. La rispo­sta divina non si fece atten­dere: «gon­fiò il vento il mezzo della vela, intorno le funi si ste­sero: subito a essi appar­vero cose mera­vi­gliose. Vino dap­prima per la veloce nave nera dolce a bersi gor­go­gliò pro­fu­mato, e sorse un odore immor­tale: stu­pore prese i navi­ganti tutti che vede­vano. Subito lungo l’altissima vela si stese una vite qua e là, e pen­det­tero molti grap­poli: intorno all’albero si avvolse edera nera di fiori ger­mi­nante, e un ama­bile frutto ne sorse». Fin­ché i pirati Tir­reni «la mala sorte evi­tando tutti insieme bal­za­rono (….) e del­fini divennero».

Un rac­conto affa­sci­nante che ho estratto dalla pre­ziosa tra­du­zione di Cesare Pavese. La magia della tra­sfor­ma­zione di uomini in ani­mali: come suc­cesse ai mari­nai di Odis­seo, sem­pre la media­zione del vino, dalla maga Circe.

Trame eco­no­mi­che del nuovo Medi­ter­ra­neo euro­peo emer­gono dal tra­gitto ico­no­lo­gico e geo­gra­fico della scena. Quando i Greci rapi­rono al vicino Oriente Europa, figlia di un re feni­cio – que­stione impor­tante se il rapi­mento fu fatto da Zeus — si pro­iet­ta­rono verso nuove terre, soprat­tutto in Ita­lia Meri­dio­nale (poi Megale Hel­las, Magna Gre­cia) e Sici­lia. Il mare già trac­ciato dai Fenici, che tro­va­rono inse­diati in Sici­lia, ricorda Tuci­dide, fra iso­lette e pro­mon­tori. Incon­tra­rono anche la Sar­de­gna, ribat­tez­zan­dola Ich­noussa (orma di piede): i favo­losi nura­gici vi erano alleati con le città feni­cie. E soprat­tutto gli Etru­schi. Il mare che dalla Toscana lam­biva la Cam­pa­nia era quello dei Tir­reni, man­tiene ancora quel nome.

I rac­conti del mito, le favole, i mostri a guar­dia di grotte e pas­saggi, come Scilla e Cariddi in quello stretto di Mes­sina che con­duce al mare etru­sco, sono gene­rati dalle nuove sto­rie economiche.

Quando Exe­kias crea la sua kylix, desti­nata ad un ignoto e potente signore etru­sco di Vulci, Etru­schi e Car­ta­gi­nesi domi­nano il medi­ter­ra­neo occi­den­tale, assieme alle città gre­che colo­niali e a quelle della terra madre (prima Corinto, poi Atene). Gran parte della cera­mica greca più raf­fi­nata, legata al sim­po­sio, è stava tro­vata in Occi­dente, entro un mare dove si com­mer­cia­vano olio, vino, unguenti e spe­zie, metalli e grano, nasceva la moneta; e pre­ziosi oggetti di lusso, non sem­pre com­presi, per éli­tes emer­genti che ama­vano ador­nare manu­fatti, corti e sepol­ture di segni orien­tali, egi­ziani, greci.



La libertà com­po­si­tiva degli schemi

Uno spa­zio com­plesso, con le grandi civiltà for­ma­tive dell’occidente (Greci, Fenici, Etru­schi) inter­fac­ciate alle classi emer­genti di civiltà indi­gene straor­di­na­rie, come quelle sarde, sicule e ita­li­che: lo vediamo in ciò che soprav­vive (è molto eppure ancora poco) nel mondo dell’immagine auto­ce­le­bra­tiva, nello spa­zio fra Mont’e Prama e Cape­strano.

Exe­kias rac­conta il mito con libertà com­po­si­tiva che rompe gli schemi. Il mare, rosso come il vino, non ammette i limiti dei con­sueti cer­chi cen­trali a rac­chiu­dere l’immagine pre­scelta. Come il vino può andare oltre al con­fine della vasca, dove le lab­bra si appog­gia­vano per bere, come il mare può sug­ge­rire lo spa­zio verso il limite del mondo conosciuto.



Non era un mondo di pace

Non è un mondo ideale, e nep­pure di pace. È carico di evo­lu­zioni e guerre severe. Ma lo forma la gran­dezza della Gre­cia in Europa, la prima demo­cra­zia, le offerte di popoli e città di Occi­dente nel grande san­tua­rio panel­le­nico e dav­vero medi­ter­ra­neo di Delfi. Quando gli etru­schi di Cer­ve­teri lapi­da­rono i pri­gio­nieri greci dopo la bat­ta­glia del Mare Sar­do­nio, l’oracolo pre­scrisse un’offerta di riparazione.

L’Occidente euro­peo etru­sco la compì. Si per­ce­piva il senso dell’errore e l’idea che ripe­terlo fosse sbagliato.

È piena di lezioni la kylix del mae­stro Exe­kias. Pro­dotta in Gre­cia e rin­ve­nuta in Ita­lia, è ora espo­sta allo Staa­tli­che Anti­ken­samm­lun­gen di Monaco di Baviera. Mi auguro che il suo rac­conto, riman­dato dall’immagine riflessa del vino, non sia ancora finito.


Il Manifesto – 5 luglio 2015