TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 4 luglio 2015

Il nuovo capitalismo rosso



Nella Cina “comunista” gli operatori di Borsa hanno superato il numero degli iscritti al PC. Novanta milioni contro poco meno di 88. Marx e Lenin si rigirano nella tomba. Chissà cosa ne pensano i tanti nostalgici del maoismo?

Guido Santevecchi

Il nuovo capitalismo rosso



È stata una brutta giornata ieri per i contadini del villaggio di Nanliu, nella provincia cinese dello Shaanxi. Il tempo è bello, caldo e secco, nei campi si annuncia un buon raccolto. Ma Zhang Jianguo, seduto di fronte al suo computer, aveva lo sguardo inebetito. Stava guardando l’andamento della Borsa di Shanghai, che dopo oltre un anno di Toro scatenato anche ieri ha perso il 3,5 per cento, scendendo a 3.912 punti.

L’indice aveva sfondato quota 5.000 il 12 giugno, dopo una corsa al rialzo che da novembre aveva fatto guadagnare agli investitori il 110 per cento. Così decine e decine di milioni di piccoli risparmiatori cinesi, visto che i tassi d’interesse in banca sono miseri e il mercato delle case ristagna e rischia di finire in una bolla, si erano rivolti alla Borsa (Shanghai piazza principale e poi Shenzhen).

Il fenomeno dei piccoli giocatori di Borsa ha contagiato anche le famiglie che per secoli hanno vissuto di agricoltura. Il villaggio di Nanliu è uno dei tanti, nelle campagne cinesi, dove la gente ha scoperto i titoli. Tanto da aver rimodulato i lavori nei campi sull’orario di apertura del mercato azionario, come ha detto il signor Zhang all’agenzia statale di stampa Xinhua (Nuova Cina) che gli ha dedicato un servizio fotografico.

Ci si sveglia presto, si va nei campi e poi si torna a casa alle 9,30, quando apre Shanghai. Tutti a seguire le quotazioni fino alle 11,30, quando Shanghai fa una pausa. e poi di nuovo dalle 13 alla chiusura delle contrattazioni alle 15. L’aratro può attendere.



Per un anno le cose sono andate benissimo. Altro che i guadagni di un contadino. Shanghai ha creato ricchezza capitalista (e virtuale) per 6,5 trilioni di dollari in un anno. Con i giornali statali che continuavano a incitare la gente, assicurando che il Toro rosso non si sarebbe fermato, al massimo avrebbe rallentato. Il «parco buoi», come si chiama in Occidente la massa dei piccoli investitori, ha seguito il drappo della propaganda. Poi invece, da metà giugno, una serie di giornate terribili, da -7 e -6, hanno bruciato come stoppia tremila miliardi, più del prodotto interno lordo di un Paese come il Brasile.

È intervenuta la Banca centrale di Pechino con ripetuti tagli dei tassi d’interesse e iniezione di liquidità, ma niente da fare. Anche ieri Shanghai è caduta.

Ai contadini di Nanliu e di mille altri villaggi non resta che resistere: tutto sommato, nonostante le perdite di questi giorni, l’indice ha guadagnato pur sempre oltre il 20 per cento da inizio anno. Ma i giornali riferiscono di famiglie spaccate e rose dal dubbio: vendere o tenere duro?


Il Corriere della sera – 3 luglio 2015