TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 9 luglio 2015

La guerra che si doveva fare. Come gli italiani furono spinti a combattere



Un paese restio all’intervento militare catapultato a combattere nelle trincee ai confini del paese e in quelle contro il nemico interno. Un imperialismo straccione che vide in pochi mesi gran parte dei sostenitori della neutralità convertirsi alla guerra. Un libro molto interessante che svela le ricadute sociali  della campagna di stampa che portò l'Italia all'intervento.

Gianpasquale Santomassimo

Un imperialismo provinciale

Tra lo scop­pio della prima guerra mon­diale e l’intervento ita­liano inter­cor­rono dieci mesi. Lo stesso inter­vallo, giorno più, giorno meno, si ripro­duce in occa­sione della seconda guerra mondiale.

Coin­ci­denza troppo ingom­brante per essere con­si­de­rata casuale, e che rin­via invece a pro­fili di lungo periodo dello Stato ita­liano. Quel com­plesso dell’«ultima grande potenza», arri­vata tardi all’unificazione, esclusa dal «grande gioco» dell’equilibrio mon­diale e dalle spar­ti­zioni colo­niali, e che aspira a gio­care un suo ruolo.

Negli anni Trenta del secolo scorso sarà il più lucido mini­stro degli Esteri del fasci­smo, Dino Grandi, a for­mu­lare la teo­ria del «peso deter­mi­nante», razio­na­liz­zando una dispo­si­zione già pre­sente e che aveva ope­rato nella deci­sione dell’intervento del mag­gio 1915: le dimen­sioni dell’Italia non le per­met­te­vano di agire da pro­ta­go­ni­sta ma le con­sen­ti­vano pur sem­pre di deci­dere quale piatto della bilan­cia far pre­va­lere col suo schie­ra­mento.

Potranno essere in discus­sione alleanze, da dismet­tere o da allac­ciare, moti­va­zioni e riven­di­ca­zioni della guerra da intra­pren­dere, ma in ogni caso non sarà mai in discus­sione l’intervento in sé, fat­tore con­si­de­rato stret­ta­mente con­nesso al «pre­sti­gio» del paese.

A ben vedere, è una dispo­si­zione di fondo che soprav­vive alla fine dell’imperialismo ita­liano, seb­bene disci­pli­nata da una Costi­tu­zione che ripu­dia la guerra e da una poli­tica estera pru­den­tis­sima nel tempo della guerra fredda. Ma non appena sal­te­ranno gli equi­li­bri del «secolo breve» riaf­fio­re­ranno gli impulsi che indu­cono gli ita­liani a infi­larsi in tutte le guerre che scop­piano, la costri­zione di un malin­teso «pre­sti­gio nazio­nale» che impone la par­te­ci­pa­zione a tutte le mis­sioni mili­tari ope­ranti sullo sce­na­rio internazionale.

E non a caso quando si ha ormai la cer­tezza che la guerra è ine­vi­ta­bile, nel luglio 1914, il nuovo Capo di stato mag­giore dell’esercito ita­liano, Luigi Cadorna, for­mula un piano bel­lico che pre­vede l’invio sul Reno di 5 corpi d’armata e due divi­sioni di caval­le­ria, rispet­tando la con­ven­zione mili­tare con la Ger­ma­nia. Comin­cia rie­vo­cando que­sto epi­so­dio il nuovo libro di Mario Isnen­ghi, Con­ver­tirsi alla guerra. Liqui­da­zioni, mobi­li­ta­zioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918 (Don­zelli, pp. 282, euro 20).



I nuovi equi­li­bri liberali

Nell’arco di dieci mesi si pro­dur­ranno la con­ver­sione dell’immagine della Ger­ma­nia da modello ad anti­mo­dello, la crisi dell’internazionalismo socia­li­sta e il pas­sag­gio al nazio­na­li­smo di set­tori impor­tanti dell’opinione di sini­stra, repub­bli­cana, maz­zi­niana, la tra­sfor­ma­zione dei cat­to­lici da intran­si­genti nemici dello Stato uni­ta­rio a clerico-patrioti (in con­ti­nuità col pre­ce­dente già inter­ve­nuto durante la guerra di Libia) e, infine, il com­pleto rias­setto degli equi­li­bri interni alla classe diri­gente liberale.

L’irredentismo agi­tato per le masse si tra­duce nella «quarta guerra d’indipendenza» (che era ancora la for­mula dei nostri libri sco­la­stici, e anche di qual­che recente ora­zione pre­si­den­ziale): Trento, Trie­ste, Istria, qual­cosa della Dal­ma­zia. Invece Nizza, la Cor­sica, Savoia, Gibuti, Malta, obiet­tivi agi­tati all’avvio delle osti­lità, scom­pa­iono rapi­da­mente dall’orizzonte: tor­ne­ranno buoni nella pros­sima occasione.

Le classi popo­lari, fino a tre anni prima rite­nute inde­gne di eser­ci­tare il diritto di voto, sono ora chia­mate a dare la vita per la patria. Ma la cosa che all’autore preme sot­to­li­neare è che il «pas­sag­gio dalla società dei nota­bili alla società di massa», che sarà uno dei risul­tati irre­ver­si­bili della guerra, viene però gestito con fer­rea capa­cità di con­trollo da gruppi di nota­bili. L’agile libretto vuol essere anche una rifles­sione sulla «soli­tu­dine delle éli­tes» che gesti­scono inter­vento e guerra senza accet­tare intromissioni.

Sono chia­mati in causa gene­rali, preti, gior­na­li­sti del Cor­riere della sera (vero giornale-partito che diviene house-organ del bel­li­ci­smo, sop­pian­tando nella vici­nanza al potere la Stampa gio­lit­tiana di Fras­sati, favo­re­vole alla neu­tra­lità). Nelle pagine di Isnen­ghi tro­ve­remo potenti gior­na­li­sti coin­volti nella gestione della guerra non meno dei gene­rali (Alber­tini, Ojetti, Bar­zini, Frac­ca­roli), dia­ri­sti per­plessi a futura memo­ria (Gatti) e anche donne eman­ci­pate o in via di eman­ci­pa­zione, come l’anarco-rivoluzionaria pala­dina dell’interventismo Maria Rygier, o la cattolica-democratica Anto­nietta Giacomelli.

La reli­gione è coin­volta da subito nell’intervento. Cadorna, cat­to­li­cis­simo mal­grado l’accostamento ine­vi­ta­bile del suo cognome a Porta Pia, rein­tro­duce i cap­pel­lani mili­tari, non solo cat­to­lici, ma anche pastori e rab­bini, se pure in misura molto esi­gua. Tra i tanti eccle­sia­stici coin­volti spic­cano Gio­vanni Seme­ria e Ago­stino Gemelli, entrambi «reli­giosi che ven­gono bene accolti al Comando supremo», «uomini d’azione e di potere – inter­preti di un volon­ta­riato cat­to­lico dai lar­ghi oriz­zonti e impren­di­tori di lungo corso del sacro», con dire­zioni di mar­cia non sovrap­po­ni­bili, tut­ta­via, visto che «Seme­ria aspira a coniu­gare i cri­stiani con la moder­nità, men­tre Gemelli – altret­tanto moderno nei metodi – guarda cul­tu­ral­mente all’indietro e aspira a indi­riz­zare la “ricon­qui­sta cri­stiana” del mondo verso ciò che non teme di chia­mare Medioevo».

Sono molto pochi gli intel­let­tuali che ten­tano di sot­trarsi alla regres­sione pro­pa­gan­di­stica del nazio­na­li­smo, e tra que­sti l’esponente più illu­stre – ma ormai iso­lato – della cul­tura ita­liana, Bene­detto Croce: «Con­si­dero tutto ciò – scrive nelle pagine dedi­cate alla guerra — come mani­fe­sta­zioni dello stato di guerra. Non si tratta già di que­siti razio­nali, ma di urti tra pas­sioni; non di solu­zioni logi­che, ma di asser­zioni d’interessi che, seb­bene altis­simi, sono nazio­nali, ossia par­ti­co­lari; non di ragio­na­menti, ma di finti ragio­na­menti, costruiti dall’immaginazione».



Una pic­cola logica di potenza

Ma di fronte al dila­gare del «tren­to­trien­ti­ni­smo», a quel «Trento-e-Trieste», for­mula patriot­tica tal­mente indis­so­lu­bile da far pen­sare a molti ita­liani lon­tani dal fronte che si trat­tasse di un’unica città (alcuni dice­vano due città divise da un ponte, come Buda e Pest), gio­verà ricor­dare che è solo pro­pa­ganda per le masse, «favola bella» che gli «uomini d’ordine» (gli «atei devoti» dell’epoca, aggiunge Isnen­ghi) lascia­vano usare nelle piazze, senza scal­darsi troppo in pro­prio.

Forse sono pro­prio que­ste le con­si­de­ra­zioni che il let­tore tro­verà più nuove, cer­ta­mente inu­suali. Si sco­pre che in realtà Trento inte­ressa molto poco, anche se è impor­tante por­tare il con­fine «natu­rale» sul Bren­nero. Molto di più inte­ressa Trie­ste, ma solo in quanto porto che può assi­cu­rare il con­trollo sull’Adriatico «lago italiano».

Le moti­va­zioni della guerra sono tutte inscritte nella logica di potenza, nella volontà di affer­ma­zione di un impe­ria­li­smo ita­liano che per tre decenni cre­derà di poter gio­care un ruolo auto­nomo e impor­tante, in un mondo che la guerra avrebbe però messo in crisi, distrug­gendo gli equi­li­bri che ave­vano reso pos­si­bile l’egemonia della vec­chia Europa.

L’ondata emo­zio­nale di patriot­ti­smo viene in pre­va­lenza da sini­stra. Nella quasi totale revi­sione delle appar­te­nenze che la guerra pro­voca c’è ovvia­mente un «pul­lu­lìo di ex» (e Isnen­ghi qui riprende temi già ampia­mente trat­tati nel suo Ritorni di fiamma dello scorso anno). Si forma la «strana cop­pia» Bissolati-Mussolini: il rifor­mi­sta scon­fitto al con­gresso di Reg­gio Emi­lia del 1912 e il gio­vane rivo­lu­zio­na­rio che l’aveva defe­ne­strato dal partito.

«Ener­gu­meno» non molto ben visto dai comandi, il futuro Duce, e dopo una lieve ferita rispe­dito a fare ciò che meglio sa fare, cioè il giornalista-agitatore, col sus­si­dio dato­gli dal governo fran­cese e col com­pito – come si esprime il fac­cen­diere Filippo Naldi con l’ambasciatore di Fran­cia – di «raccoglie(re) intorno a sé e dirige(re) a un intento patriot­tico tutta la teppa dell’Italia set­ten­trio­nale». Ma biso­gna aggiun­gere che le sfu­ma­ture tra inter­ven­ti­smo «demo­cra­tico», «rivo­lu­zio­na­rio» o pura­mente nazio­na­li­stico sono desti­nate ad atte­nuarsi nel corso del conflitto.

Al di là di Cesare Bat­ti­sti, imbal­sa­mato nella dimen­sione di «mar­tire» anti­au­striaco, dello stesso Sal­ve­mini, influente in ristretti cir­coli intel­let­tuali ma troppo pro­fes­so­rale per par­lare con suc­cesso alle truppe, di un Mus­so­lini dall’audience molto limi­tata, l’unica figura che appare popo­lare è quella di Bis­so­lati, mini­stro guer­riero ascol­tato al fronte, dai fanti come dai gene­rali.

Resta ben poco di socia­li­smo rifor­mi­sta nella sua azione: avremo da parte sua l’approvazione dei metodi di Cadorna, deci­ma­zioni com­prese, col tri­ste pri­mato con­se­guito dall’esercito ita­liano in que­sta forma di governo ter­ro­ri­stico della truppa («pura rap­pre­sa­glia nel muc­chio, ven­detta sociale allo stato puro», scrive Isnen­ghi), sia pur rac­co­man­dando «mode­ra­zione», ma pure addi­ve­nendo a minacce di fuci­la­zioni «poli­ti­che» dei suoi ex-compagni dopo Caporetto.

Si crea una «grande area tra­sver­sale dell’adattamento – pro­gres­sivo o di schianto – ai fatti com­piuti» nella quale con­flui­reb­bero tutti i tre grandi «par­titi di rac­colta» del neu­tra­li­smo, cioè liberal-giolittiani, cat­to­lici e socia­li­sti. Anche se è indub­bio, il grande adat­ta­mento ai fatti com­piuti che la suc­ces­sione degli eventi impone, si pos­sono sol­le­vare dubbi su alcuni giu­dizi di insieme che Isnen­ghi sug­ge­ri­sce, assai più che teorizzare.

«Per­ché e come una nazione intera cam­biò alleanze e diventò inter­ven­ti­sta», recita la fascetta edi­to­riale che accom­pa­gna il libro. Ma dav­vero l’Italia intera diventò interventista?

Ci sarà la for­tis­sima pres­sione delle piazze del «radioso mag­gio» per inti­mi­dire un Par­la­mento in mag­gio­ranza gio­lit­tiano e neu­tra­li­sta, e che sarà chia­mato a espri­mersi solo a guerra già deli­be­rata dal sovrano. Però in Ita­lia non abbiamo le grandi mani­fe­sta­zioni popo­lari e pro­le­ta­rie che inva­dono le piazze inglesi e tede­sche, e l’agitazione coin­volge esclu­si­va­mente una bor­ghe­sia irri­fles­siva e mane­sca, che pre­si­dierà assai più le trin­cee del «fronte interno» che quelle sca­vate al fronte. Ma le piazze non erano solo inter­ven­ti­ste, come testi­mo­niano i nume­rosi studi rac­colti nel volume curato da Ful­vio Cam­ma­rano (Abbasso la guerra! Neu­tra­li­sti in piazza alla vigi­lia della Prima guerra mon­diale in Ita­lia, Le Mon­nier, pp. 606, euro 29).



Il neu­tra­li­smo silente

Cat­to­lici, socia­li­sti e libe­rali gio­lit­tiani erano la stra­grande mag­gio­ranza del paese, e al di là di tran­sfu­ghi chias­sosi e atti­vis­simi il corpo fon­da­men­tale di que­sta mag­gio­ranza d’Italia non sarà mai inti­ma­mente con­qui­stata alle ragioni della guerra. La costru­zione di una memo­ria pub­blica fon­data essen­zial­mente sul mito uni­fi­cante della Grande Guerra sarà impresa non sem­plice e labo­riosa, inau­gu­rata dalla classe diri­gente del primo dopo­guerra e por­tata a com­pi­mento dal fascismo.

In più, avremo in Ita­lia l’unico par­tito socia­li­sta, accanto a quello social­de­mo­cra­tico russo, che rifiuta la guerra e man­terrà que­sto atteg­gia­mento fino alla fine del con­flitto (e nei suoi risvolti cul­tu­rali e psi­co­lo­gici anche oltre), pur nelle dif­fi­coltà, le atte­nua­zioni, gli equi­li­bri­smi dia­let­tici che accom­pa­gnano il tor­men­tato «non ade­rire né sabo­tare» (con un avvi­ci­na­mento alle ragioni del «patriot­ti­smo» che avverrà solo dopo lo sfon­da­mento delle linee a Capo­retto, in un com­pro­messo rifiu­tato da pochis­simi, e tra que­sti in primo luogo Gia­como Matteotti).

Da qual­che tempo Isnen­ghi sem­bra pro­porre in ter­mini esem­plari la per­so­na­lità di Cesare Bat­ti­sti, «tra­gica figura di irre­dento ter­ri­to­riale e redento poli­tico», esem­pio di socia­li­smo sen­si­bile alle ragioni della patria che i suoi com­pa­gni ebbero il torto di non seguire, con­dan­nan­dosi a una ste­rile emar­gi­na­zione dallo spi­rito nazio­nale.

Ma le stesse pagine di Isnen­ghi mostrano la for­tuna quasi ine­si­stente del lascito poli­tico di Bat­ti­sti, a sca­pito della figura di mar­tire patriot­tico che assor­birà inte­ra­mente il suo ricordo. E la coe­renza socia­li­sta nel rifiuto della guerra sarà alla base del pre­sti­gio presso le masse lavo­ra­trici di quel par­tito, che si affer­merà nelle prime ele­zioni demo­cra­ti­che del 1919 come il più grande par­tito italiano.

Quella che inter­viene dopo, come sap­piamo, sarà un’altra sto­ria, dove gli errori com­messi si som­me­ranno anche e soprat­tutto a un enorme carico di vio­lenza subita.

Il Manifesto -8 luglio 2015