TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 1 luglio 2015

Le affinità elettive di Walter Benjamin




Walter Benjamin. Il filo rosso che va dal saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte alla storia della fotografia

Maurice de Gandillac

Le affinità elettive di Walter Benjamin


Wal­ter Ben­ja­min si è tolto la vita per­ché gli fu negato un pas­sag­gio verso il mondo libero. Già poco inte­grato durante l’esilio pari­gino, avrebbe tro­vato un accesso auten­tico all’America? Durante tutta la sua vita cercò di acco­gliere istanze impos­si­bili, com’è noto, quelle del mar­xi­smo e dell’ebraismo. Vor­remmo, in modo molto sche­ma­tico, rin­viare a qual­cuno dei testi in cui si tro­vano signi­fi­ca­ti­va­mente riu­niti pas­sag­gio e destino.

Nelle due ver­sioni del poema di Höl­der­lin che Ben­ja­min com­menta all’inizio della Prima Guerra mon­diale («Il corag­gio dei poeti» e «Timi­dezza»), si ha a che fare col poeta disar­mato a cui nulla di male può acca­dere lungo la strada che lo con­duce lì dove deve arri­vare e, in seguito, con la catena di bronzo che, in que­sto pas­sag­gio, si for­gia tra gli dei e gli uomini.

L’uso del ter­mine geschickt(inviato, ido­neo) rin­via al destino che costi­tui­sce come inse­pa­ra­bili il canto del poeta e il popolo che si nutre di que­sto canto. Ma è soprat­tutto nel 1921, nel testo «Destino e carat­tere», che appare la rela­zione che vogliamo evi­den­ziare. Il destino si mani­fe­sta attra­verso dei segni che sup­pon­gono una rot­tura; un carat­tere inal­te­ra­bile non è un destino, e gli dei sfug­gono pro­prio alla cate­go­ria delloSchick­sal. Agli uomini il destino si mani­fe­sta quando la loro vita si rivela con­dan­nata, dun­que, col­pe­vole, e una delle sue forme prin­ci­pali è la vio­lenza divina ed espia­trice (vi veda l’episodio della tribù di Korah in «Per una cri­tica della vio­lenza»).

Que­sta Gewalt si esprime nel più ecla­tante dei modi come spa­ri­zione improv­visa (si pensi non tanto alla lenta discesa nella tomba sacra di Edipo a Colono, quanto al destino della «Regina della Notte» nel «Flauto magico» di Mozart). Lo stesso testo del 1921 evoca, a pro­po­sito della morte di Niobe, la nozione di «fron­tiera» (tra l’umano e il divino), già l’anno pre­ce­dente, però, par­lando di Dostoe­v­skij, Ben­ja­min descri­veva l’improvvisa com­parsa dell’immortalità in un istante «indi­men­ti­ca­bile», e pur­troppo dimen­ti­cato, poi­ché la cata­strofe finale sot­trae all’Idiota ogni ricordo.

Il destino, con i suoi segni e i suoi pre­sagi, domina l’intera ana­lisi ben­ja­mi­niana delle «Affi­nità elet­tive». L’acqua è cen­trale, e il pas­sag­gio in barca da una riva all’altra segna il destino del figlio di Car­lotta che cade dalle brac­cia di Otti­lia. Qui Ben­ja­min pre­senta la «vio­lenza natu­rale» sotto la sua forma più bruta. L’enigmatico epi­so­dio del bic­chiere di cri­stallo che (durante l’inaugurazione dell’edificio che diven­terà la camera mor­tua­ria di Otti­lia) viene preso al volo invece di cadere e rom­persi, signi­fica il rifiuto di un’offerta sacri­fi­cale, la col­pe­vo­lezza di quelli che si atten­gono al Dies­seits e igno­rano i segni del pas­sag­gio alJen­seits . Ridotta al magico e al mitico, la «panar­chia» della pura natu­ra­lità resta gestal­tlos, senza vero destino. Il rac­conto incluso nel romanzo mostra un destino che si forma tra un nau­fra­gio e l’occasione colta di una vera Ver­söh­nung (ricon­ci­lia­zione), men­tre sulle teste degli eroi delle «Affi­nità elet­tive» la spe­ranza reden­trice che weg­fährt, passa inu­til­mente, come una stella caduta dal cielo.



Dalle rifles­sioni di Ben­ja­min sul com­pito del tra­dut­tore (Pre­fa­zione ai Tableaux pari­siens di Bau­de­laire, 1923), si nota che la tra­du­zione, «pas­sag­gio» da una lin­gua all’altra, è al con­tempo, per l’opera stessa, muta­zione e rin­no­va­mento, destino che len­ta­mente sva­ni­sce quanto più le lin­gue «si svi­lup­pano così fino alla fine mes­sia­nica della loro sto­ria». L’opera del buon tra­dut­tore è quella di rive­lare il destino dell’opera, ma l’esempio di Höl­der­lin dimo­stra che ciò è pos­si­bile a prezzo di un crollo.

Nel 1931, nella sua «Pic­cola sto­ria della foto­gra­fia», Ben­ja­min ricorda quanto, agli inizi, fosse giu­di­cata bla­sfema la fis­sa­zione chi­mica su di una placca di ciò che in sé è fug­ge­vole; ma pre­ci­sa­mente, soprat­tutto con l’uso del ral­len­ta­tore e dell’accelerazione, la tec­nica per­mette di cono­scere la «fra­zione di secondo in cui si modi­fica un movi­mento», di sepa­rare quindi l’oggetto dalla sua «aura», que­sto sin­go­lare intrec­cio di spa­zio e di tempo che, in una sola volta, sop­prime ogni distanza e per­mette al foto­grafo, erede di auguri e indo­vini, di «sco­prire la colpa» e di «rive­lare il colpevole».

Di un tono più sereno, meno segnati dalla coscienza della col­pe­vo­lezza, motivi ana­lo­ghi affio­rano spesso nelle pagine dedi­cate ai «Pas­sa­ges» di Parigi, per esem­pio, a pro­po­sito della tran­si­zione tra i modi di pro­du­zione, tra i mate­riali di costru­zione, del falan­stero che diventa città. Ma biso­gne­rebbe citare anche la «donna che passa» di Bau­de­laire o quell’apparizione cata­cli­smica di Alber­tine in Proust. E sot­to­li­neare il ruolo di pura discon­ti­nuità nei gio­chi di azzardo, il «tempo male­detto» pro­messo a chi «inve­ste senza aspet­tarsi gua­da­gni», fatti di con­ti­nue ripe­ti­zioni che impe­di­scono di cogliere i segni nei quali si legge il destino come pie­nezza e compimento.

Le rifles­sioni finali di Ben­ja­min nel 1940 sug­ge­ri­scono che il mate­ria­li­smo sto­rico, sospet­tato ma non rifiu­tato, non è in diritto di sosti­tuire al «pas­sag­gio» degli avve­ni­menti un «pre­sente che si man­tiene immo­bile sulla soglia del tempo», se non a con­di­zione di fare sal­tare il «con­ti­nuum della sto­ria» così da farvi pene­trare le «schegge» di quello che fino alla fine Ben­ja­min chiama, senza falsa ver­go­gna, il «mes­sia­ni­smo», essendo ben chiaro che nes­sun Mes­sia entra se non dalla più stretta delle porte.

Tra­du­zione di Fabri­zio Denunzio

il manifesto – 6 maggio 2015