TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 8 luglio 2015

Le donne di Augusto



«Le donne di Augusto» di Marisa Ranieri Panetta, per Electa. Due personalità dell'antica Roma dalle forti tinte: la machiavellica Livia e la gaudente e sfortunata Giulia. 

Federico Gurgone

Coppie fatali


Ste­reo­tipi sull’evoluzione sociale del ruolo della donna li abbiamo impa­rati a scuola: le gre­che furono meno libere delle romane; l’Etruria con­cesse sprazzi di eman­ci­pa­zione fem­mi­nile, rari nel mondo antico. Il nozio­ni­smo fun­ziona a sin­ghiozzo, eppure pos­siede il pre­gio di aiu­tare la memo­ria a inte­rio­riz­zare la cul­tura, tra­sfor­mando il mito nella psi­coa­na­lisi della sto­ria, avvi­ci­nata sor­niona al pre­sente. Le pro­fonde ana­lisi sto­rio­gra­fi­che sull’epoca augu­stea hanno spinto sullo sfondo il rac­conto delle uni­ver­sali pas­sioni umane, che mos­sero i suoi protagonisti.

Ben ven­gano quindi libri di facile e sti­mo­lante let­tura, che spol­ve­rano vicende dimen­ti­cate per restau­rare il colore delle nostre cono­scenze. Le donne di Augu­sto di Marisa Ranieri Panetta (Electa, pp.64, ill. 40, euro 18) narra con leg­ge­rezza le vite delle due donne cen­trali nella bio­gra­fia dell’inventore dell’Impero: Livia la pia e Giu­lia l’adultera. Exem­pla oppo­sti: il primo da glo­ri­fi­care, il secondo da dannare.

La nar­ra­zione è accom­pa­gnata dalla descri­zione dei luo­ghi cari alle due, le cui migliori tracce pos­siamo ammi­rare nel Museo Nazio­nale Romano di Palazzo Mas­simo: il giar­dino affre­scato pro­ve­niente dal tri­cli­nio semin­ter­rato della Villa di Livia a Prima Porta; i dipinti della Villa della Far­ne­sina, dove Giu­lia visse con Agrippa.

Poe­sie ine­dite di José Miner­vini resti­tui­scono al let­tore scene di vita intima, calda, fem­mi­nile. Livia la salu­ti­sta che con le erbe dell’orto pre­para tisane e medi­ca­menti, ispi­rata dall’«esametro del prato» degli affre­schi. Giu­lia che cerca con­forto nel «giar­dino fan­ta­stico» dipinto nella dimora immersa nel verde e affac­ciata sulla riva del fiume, pre­lu­dio liquido alla «spiag­gia di pie­tre e di con­chi­glie di Ventotene».



Luo­ghi ameni con­ce­piti per rap­pre­sen­tare la dedala terra, prima della per­dita di quell’innocenza cui per­fino il papa ha accen­nato, senza appro­fon­dire, nell’enciclica Lau­dato si’: «il pen­siero ebraico-cristiano ha demi­tiz­zato la natura».

Giu­lia, amata dal popolo, ha vis­suto momenti di glo­ria e drammi lan­ci­nanti. L’immagine della cop­pia regale, nel van­gelo secondo Augu­sto, aveva il com­pito di dif­fon­dere l’ideale del cit­ta­dino per­fetto tra i sud­diti. La figlia fu per lui un banco di prova. La diede fan­ciulla in sposa al valo­roso Mar­cello, desti­nato al trono. La ragazza avrebbe potuto tro­vare un amore da favola, se solo lui avesse rotto il fato cru­dele: si qua fata aspera rum­pas.

L’imperatore scelse quindi Marco Vip­sa­nio Agrippa, costrut­tore del Pan­theon e trion­fa­tore di Azio. In qual­che modo l’ammiraglio, con il dop­pio degli anni, Giu­lia dovette amarlo. Scom­parso poi il secondo genero, il prin­ceps volle com­bi­nare alla prin­ci­pessa un matri­mo­nio con lo scon­troso Tibe­rio. I due non si piac­quero mai. Dopo la morte dell’unico figlio, lui l’abbandonò e si ritirò a Rodi. Allora, la vita di lei virò decisa dalla com­me­dia alla tragedia.

Divenne intima di Iullo, il figlio di Marco Anto­nio, ripro­po­nendo incon­scia­mente la cop­pia nega­tiva per eccel­lenza: quella costruita dal rivale di Otta­viano con Cleo­pa­tra. Giu­lia forse voleva sem­pli­ce­mente diver­tirsi: godere di un lusso orien­tale, dato che nelle sue mani la ric­chezza abbon­dava. Non morire dea in virtù di una buona con­dotta morale, ma divi­na­mente vivere.

Lavo­rava sì la lana, come rac­conta Macro­bio, ma amava la let­te­ra­tura: il super­fluo. In poli­tica, si avvi­cinò alle istanze popo­lari, dispo­sta com’era a elar­gi­zioni per ingra­ziarsi la plebe, sognando un governo auto­cra­tico dal volto elle­ni­sta con­tro l’irreggimentazione morale di chi voleva con­trol­lare le masse fin den­tro casa. Finì che, sco­perta nel 2 a.C. una con­giura anti-imperiale, Augu­sto sen­ten­ziò che a orga­niz­zarla fos­sero stati pre­sunti amanti della figlia.

L’accusò seduta stante di adul­te­rio e, incu­rante delle pro­te­ste popo­lari, la mandò in esi­lio a Ven­to­tene, per un lustro. Si spense sedici anni dopo a Reg­gio Cala­bria, di ine­dia. Il padre, prima di morire, nello stesso 14 d.C., aveva avuto il tempo di decre­tare che le sue spo­glie non fos­sero accolte nel mau­so­leo di fami­glia, inau­gu­rato per iro­nia della sorte con la sepol­tura di Marcello.

Vel­leio Pater­colo, Seneca, Pli­nio non hanno nem­meno pro­vato a masche­rare la pro­pria miso­gi­nia, riser­vata soprat­tutto alla donna di potere sprov­vi­sta di pie­tas. Non è un caso che Giu­lia venga attac­cata pro­prio nella morale. Le uni­che donne che escono indenni dalle repri­menda maschili sono para­dos­sal­mente quelle con atteg­gia­menti virili, come Cle­lia: la ver­gine con­se­gnata dai romani a Por­senna, capace di scap­pare dall’accampamento etru­sco attra­ver­sando il Tevere a nuoto.

Fa ecce­zione, tra le potenti, l’augusta Livia. Machia­vel­lica. Sop­portò tanto per con­ti­nuare a essere la con­sorte di Augu­sto, ma tanto riu­scì anche a imporgli.

Le sto­rie di Giu­lia e Livia si intrec­ciano già segnate. Livia Dru­silla conobbe Otta­viano diciot­tenne. Lei aveva già avuto dal marito il primo figlio, Tibe­rio, e era incinta di Druso. Lui, spo­sato in seconde nozze con Scri­bo­nia, divor­ziò nello stesso giorno in cui la moglie dava alla luce Giu­lia. Druso nac­que il 14 gen­naio del 38 a.C.; Livia e Otta­viano con­tras­sero matri­mo­nio tre giorni dopo. Rima­sero uniti per 52 anni. La sfor­tuna della più gio­vane ini­ziò con il suc­cesso della più anziana. Tibe­rio entrò nella fami­glia impe­riale spo­sando Giu­lia, e divenne prin­cipe dopo la morte dei suoi figli Gaio e Lucio.

Fu il trionfo di Livia, che vinse defi­ni­ti­va­mente nel campo in cui la figlia­stra aveva fal­lito: la vita pri­vata. Tes­si­trice di maglie per il fred­do­loso marito e mamma devota, nem­meno nelle sta­tue appare abbel­lita da dia­demi, orec­chini, abiti pre­ziosi. Per­fino con gli schiavi era magnanima.

È lei il secondo ter­mi­nale della cop­pia modello, secondo un pro­cesso che sem­bra anti­ci­pare il tre­mendo trit­tico dio-patria-famiglia di nove­cen­te­sca memo­ria. Deve con­for­marsi alle volontà del marito e ingo­iare i suoi tra­di­menti, eppure Livia è la prima donna romana assi­mi­lata agli dei in vita. Augu­sto pre­ten­deva che par­te­ci­passe ai suoi trionfi, le donò il pri­vi­le­gio della sacro­sanc­ti­tas, le dedicò una piazza sull’Esquilino. Un det­ta­glio vale per tutti: il primo marito di Livia si chia­mava Tibe­rio Clau­dio Nerone. Sono que­sti i nomi degli impe­ra­tori che suc­ce­de­ranno a Augu­sto, Cali­gola escluso. Non è poco, come dote.




Il Manifesto – 25 giugno 2015