TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 6 luglio 2015

L'oro di Atlantide



Riemergono dal mare di Sicilia i lingotti di oricalco, il metallo narrato da Platone.


Laura Anello

Ecco l’oro di Atlantide”


Il mito è qui, in 39 piccoli lingotti che brillano di riflessi rossastri, recuperati dai fondali fangosi di Gela, a Sud della Sicilia, a poca distanza dal relitto di una nave affondata 2600 anni fa. Il mito, adesso, se lo rigirano tra le mani gli studiosi che sono al lavoro su questi blocchetti di un metallo misterioso, «mai trovato prima d’ora al mondo in forma grezza», racconta emozionato il soprintendente del mare della Regione siciliana, l’archeologo Sebastiano Tusa.

Oricalco si chiama. Secondo Platone, il metallo di Atlantide, l’isola-Stato che dopo avere fallito la conquista di Atene si inabissò «in un solo giorno e notte di disgrazia» per volere del Poseidone. «Il terzo muro, che circondava la cittadella, risplendeva della luce rossa dell’oricalco», si legge nei Dialoghi. E pure di oricalco erano rivestiti i muri, le colonne, il pavimento del tempio dell’isola. Tanto splendente da sembrare oro. Tanto robusto da respingere spade, frecce, lance. Tanto misterioso da lasciare di se stesso soltanto il nome, dopo la scomparsa di Atlantide. Succedeva 9 mila anni prima del tempo di Solone, cioè intorno al 9600 avanti Cristo. Da allora a oggi, 12 mila anni di mistero.

A cominciare a dipanarlo è stata, sei mesi fa, la mano del subacqueo di Gela Francesco Cassarino, presidente dell’associazione Mare Nostrum, un gruppo di appassionati che setacciano il mare in collaborazione con le istituzioni. Uno scintillio in mezzo al fango, a tre metri di profondità. Lingotti come si facevano nell’antichità, realizzati colando metallo nelle fossette dentro a un terreno e lasciati asciugare tra terra e aria. E quel colore rossastro mai visto. «Oro», esultarono i primi a vederlo. «Di più, oricalco», azzardarono timidi i primi studiosi.

Come dire la pietra filosofale. La formula, discussa lungo i secoli, non era mai stata definita con chiarezza. Adesso le prime analisi condotte sui lingotti dicono che il «quasi oro» altro non è che una lega di rame e di zinco: 77-80 per cento di rame, 15-20 per cento di zinco, come hanno detto le prime analisi fatte con uno strumento portatile di fluorescenza a raggi X e adesso approfondite dagli esperti di chimica applicata ai Beni culturali dell’Ateneo di Palermo, guidati da Eugenio Caponetti.



Già, rame e zinco, a parte minime percentuali di nichel, piombo e ferro. Di questi due elementi sarebbe costituito il metallo di Atlantide, la cui fama avrebbe attraversato i secoli, fino a penetrare la cultura pop, tra film, manga e cartoni animati. L’arma segreta dei nazisti, in grado di generare una specie di bomba atomica in «Indiana Jones e il destino di Atlantide», una sostanza capace di consentire a una piccola macchina di scavare una galleria in pochi secondi. Il metallo con cui sono forgiate le armature dei generali degli abissi e dei cavalieri di Athena nel manga «I Cavalieri dello zodiaco». Il materiale di cui è fatto il gioiello della protagonista del fumetto giapponese «Il mistero della pietra azzurra». L’arma segreta che in un famoso gioco di ruolo usano i Solari, personaggi semidivini con poteri soprannaturali.

Insomma, il mistero dei misteri. Com’è possibile che fosse fatto soltanto di rame e di zinco? Metalli preziosi sì nell’antichità, perché comuni soltanto in Anatolia e a Cipro, ma non certo rarissimi. Forse il segreto sta proprio nella capacità alchemica di chi lo realizzava, tramandata segretamente di generazione in generazione. Perché è vero che i materiali erano noti, ma è vero pure - si scopre adesso - che per generare l’oricalco bisogna usare un processo che oggi si chiama cementazione, altrimenti lo zinco si volatilizza durante la fusione. E addio.

È proprio questa sapienza, probabilmente, questa magia del tirare fuori un «quasi oro» da due metalli abbastanza comuni, ad avere dato valore aggiunto all’oricalco, scolpendone la fama nel mito. Tanto prezioso, racconta la scoperta nel mare di Gela, da essere commercializzato in lingotti da un chilo, quando rame e piombo viaggiavano in blocchi da mezzo quintale. La sfida vinta da Cadmo, il personaggio mitologico che lo creò, e da tutti i suoi discepoli alchimisti dei millenni a venire: uomini pronti a sfidare gli dèi pur di creare con le proprie mani.


La Stampa – 5 luglio 2015