TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 6 luglio 2015

Una Storia del cristianesimo in quattro volumi



L'editore Carocci pubblica una Storia del cristianesimo in quattro volumi redatta secondo criteri storiografici e non teologici con grande attenzione al diritto, all’estetica e alle arti, alla cultura letteraria e a quella scientifica.


Marco Rizzi

Una Storia del cristianesimo in quattro volumi

In un’accurata veste editoriale, sono da poco apparsi presso Carocci i quattro volumi di una Storia del cristianesimo , opera di una nutrita équipe di studiosi coordinata da Emanuela Prinzivalli. Nella loro impostazione e nei loro contenuti, permettono anche di fare il punto su una disciplina che può apparire per molti aspetti sfuggente.

Per lungo tempo, infatti, quella che ora viene definita «storia del cristianesimo» è stata considerata una disciplina teologica, chiamata a mostrare lo svolgersi del piano provvidenziale di Dio nelle vicende umane. Oggetto e protagonista ne era la Chiesa, chiamata a diffondere il Vangelo e a espandersi sino agli estremi confini della Terra.

A partire da Eusebio di Cesarea, la storia ecclesiastica è venuta assorbendo in sé l’intera «storia universale» degli antichi, perché Chiesa e mondo erano destinati a coincidere. Significativamente, il conflitto storiografico che nell’epoca della Riforma contrappose cattolici e protestanti si incentrava su quale fosse la «vera» Chiesa in continuità con l’età apostolica.

Solo nel corso del Settecento, con gli storici di formazione illuminista, si iniziò ad abbandonare la visuale teologica, per studiare le istituzioni ecclesiastiche, ormai plurali, come un puro fenomeno storico. Sempre all’inizio del XVIII secolo, Gottfried Arnold, nella sua Storia imparziale delle Chiese e delle eresie , sovvertì il paradigma tradizionale, sostenendo che la verità cristiana originaria (quale che essa fosse) andava piuttosto ricercata nelle forme religiose marginalizzate e represse dalle Chiese storiche.



Se pure questa visione peccava di unilateralità, il successivo percorso degli studi si caratterizzò sempre più, da un lato, per l’avvicinamento metodologico della storia del cristianesimo alle altre discipline storiche e, dall’altro, per la consapevolezza della intrinseca pluralità delle manifestazioni del cristianesimo sin dalle sue origini. È la profonda mutazione descritta nell’ultimo fascicolo della «Rivista di storia del cristianesimo» (Morcelliana) sul tema Scrivere la storia: narrazioni del cristianesimo nei secoli .

I volumi di Carocci appaiono coerentemente inseriti in queste prospettive e al passo con la più recente produzione storiografica. Il loro carattere manualistico, con la necessità di fornire un quadro sintetico, ma al tempo stesso il più possibile completo, mostra però anche alcune difficoltà di questa impostazione. Se infatti non è più la teologia o il monopolio ecclesiastico a definire l’oggetto della storia del cristianesimo, qual è la specificità che lo definisce?



Nel caso del volume dedicato all’epoca antica, curato dalla stessa Prinzivalli e organizzato per temi piuttosto che in ordine cronologico, è stato forse più facile fornire una risposta, in quanto nei suoi primi sette secoli il cristianesimo si è venuto costituendo per differenziazione dapprima dal giudaismo, in seguito dagli ambienti culturali circostanti, anche fuori dell’Impero romano. In questo modo, sono nate dottrine, forme di vita, luoghi e manifestazioni di culto, istituzioni che progressivamente sono arrivate a sovrapporsi alla società nel suo complesso, fino a coincidere con essa.

Per questo motivo, nei volumi dedicati al Medioevo e all’epoca moderna, curati rispettivamente da Marina Benedetti e Vincenzo Lavenia, compaiono capitoli dedicati al diritto, all’estetica e alle arti, alla cultura letteraria e a quella scientifica, che a prima vista possono apparire sorprendenti.

Indubbiamente, sono il prodotto di una società intrinsecamente cristiana o ancora largamente tale, anche dopo la Riforma e le guerre di religione; ma possono per questo rientrare a buon diritto in una storia del cristianesimo, o non si tratta di una estensione impropria, che corre il rischio di ricollocare la vicenda storica in una visuale, se non teologica, quantomeno unilaterale e onnicomprensiva?



Il quarto volume, dedicato all’età contemporanea e curato da Giovanni Vian (già autore, con Gian Luca Potestà, di una breve e fortunata Storia del cristianesimo per il Mulino) appare a tal proposito il più equilibrato ed efficace. Illustra come, a partire dall’epoca rivoluzionaria e napoleonica, il cristianesimo, nelle sue diverse Chiese e forme, sia divenuto sempre più globale e, al tempo stesso, marginale a causa della secolarizzazione.

Lo sguardo si allarga dall’Europa al mondo e il cristianesimo torna a definirsi, in qualche misura, per differenziazione dal contesto in cui un tempo appariva più radicato e da cui si è avviata l’azione missionaria che lo ha portato realmente agli estremi confini della Terra.


Il corriere della sera – 5 luglio 2015