TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 24 agosto 2015

Benjamin e i suoi fratelli

    Walter Benjamin e i suoi fratelli

Da Walter, suicida in fuga dai nazisti, a Dora, rinchiusa nei campi francesi, fino a Hilde, ministro nella Germania dell’Est. Storia di una famiglia tedesca.



Bruno Arpaia

L’epopea dei Benjamin da Weimar alla Ddr


Il Benjamin più famoso è certamente Walter, il profetico saggista che si suicidò nel 1940 a Port Bou, sul confine franco-spagnolo, in fuga dai nazisti, dalla sfortuna e dalla sua inettitudine alla vita. Ma da Emil e Pauline, agiati borghesi nella Germania di Weimar, ai loro figli Walter, Georg e Dora perseguitati dal nazismo, alla moglie di Georg, Hilde, personaggio di rilievo nella Ddr, fino a suo figlio Michael, giurista e militante di sinistra durante la riunificazione delle Germanie, i Benjamin hanno attraversato un secolo di storia tedesca, riflettendola spesso tragicamente.

Perciò Uwe-Karsten Heye, in un libro che è allo stesso tempo saggio storico, saga familiare e riflessione politica, ripercorre (non sempre con limpidezza stilistica e narrativa) i profili dei membri della famiglia, basandosi anche su interviste inedite e fonti finora sconosciute, per ricostruire una storia di persecuzioni, morte e coraggio, aggrovigliata inestricabilmente con quella del loro paese.

Anche Georg e Dora non scamparono al nazismo. Dora, studiosa di sociologia e psicologia, nel 1933 emigrò a Parigi, condusse una vita di stenti, fu rinchiusa nei campi francesi e sfuggì alla Gestapo grazie a un funzionario che la lasciò entrare in Svizzera, dove morì di cancro nel 1946. Georg, medico e militante comunista, restò invece in Germania, dove venne arrestato dopo l’incendio del Reichstag e morì nel 1942 a Mauthausen, spinto dai carcerieri contro la recinzione elettrificata.

E tuttavia l’attenzione di Heye si appunta soprattutto sulla moglie di Georg, Hilde, e sul figlio Michael, che, sotto il nazismo, per dodici anni vissero nel terrore: a Hilde venne impedito di esercitare la professione di avvocato e Michael, schedato come «meticcio», non poté frequentare nessuna scuola. Alla fine della guerra Hilde si stabilì nella Ddr, dove fu giudice e poi ministro della Giustizia.

A Ovest la chiamavano «Hilde la Sanguinaria» per la sua severità, ma, secondo Heye, il suo profilo è molto più complesso: certo, fu una donna fedele al partito e comminò molte condanne, soprattutto contro ex criminali di guerra, ma nei suoi confronti si scatenò una vera e propria campagna di diffamazione, tendente a far passare sotto silenzio il fatto che, mentre nella Germania Est gli ex nazisti venivano perseguiti dalla giustizia, a Ovest, fino all’inizio degli anni Sessanta, l’apparato statale non era stato quasi per nulla denazificato.

In realtà, gran parte del libro di Heye cerca, attraverso i Benjamin, di fare appassionatamente i conti con il rimosso e l’incompiuto della storia tedesca, a Est come a Ovest. E di trovare qualche ragione di speranza per la «quinta Germania»: quella attuale, seguita alla Repubblica di Weimar, al Terzo Reich e alle due nazioni rivali nate dopo la guerra.



Uwe-Karsten Heye
I Benjamin
Sellerio, 2015
Euro 18


La repubblica – 23 agosto 2015