TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 16 agosto 2015

Cy Twombly Paradise

    Untitled, 1951

Per Twombly l’arte è il “paradiso terrestre”, dove le esperienze e le emozioni del passato sono recuperate e trasfigurate nel presente. Una mostra a Venezia ripercorre sessantanni di azione artistica di uno dei grandi maestri della contemporaneità.



Achille Bonito Oliva

Cy Twombly

Cy Twombly. Paradise recita il titolo della mostra antologica dell'artista americano (1928 – 2011) a Ca' Pesaro di Venezia, a cura di Julie Sylvester e Philip Larratt-Smith. Un percorso della sua avventura creativa a partire dalle pitture murali su legno del 1951 fino agli ultimi lavori del 2011.

Twombly arriva a Roma nel 1957 e si mette in silenzio ad abitarla. Presenta i suoi segni con discrezione e distacco. Subito riceve i consensi di un ambiente che ne percepisce la novità d'impianto.

Americano della Virginia, arriva in Italia lasciandosi alle spalle la situazione ormai matura dell'Action painting. Una pittura che cercava di esorcizzare gli esterni della vita attraverso il gesto vitalizzante e assoluto dell'arte.

Ma a Twombly più del gesto interessa il gusto del gesto, egli ne assume non la violenza ma la possibilità del suo evidenziamento formale. Così dispone i suoi segni con chiara reticenza ad attraversare la distanza che lo separa dal quadro. Naturalmente la superficie non è lo spazio della vita, ma ne intercetta i rumori di fondo attraverso la memoria che progetta il presente dell'opera in maniera allusiva.

A Twombly interessa un universo linguistico recintato e nello stesso tempo aperto ai flussi di una manualità che nega intenzionalmente ogni perizia tecnica o abilità accademica. Il mondo è la totalità dei fatti, la pittura è la totalità dei segni che sembrano conoscere ciò che li separa dal mondo e non possono rappresentare l'intera realtà. Poiché la superficie è il mondo, questo non può essere coperto interamente dalla forma.

Due polarità sono evidenziate nel percorso espositivo: coazione a segnare ed inibizione a ripetere. La pittura diventa un tatuaggio tra gestualità astratta e scrittura che sviluppa accenni oltre le immagini verso la letteratura. I segni si dipanano e volano lontano, testimonianza del gesto istan- taneo e affermazione di una sorprendente energia formale che circola nel recinto della pittura. La realtà infatti non si lascia possedere e Cy lo sa, da questo discende il successivo ripiegamento in una melanconia artificiale che accompagna ineluttabilmente l'esistenza e il processo creativo. Il linguaggio sembra essere un improvviso scarto da una posizione d'inerzia tra automatismo esibito e immediata reticenza.



Twombly conosce bene le difficoltà del fuori da sé, di espettorare in una forma esterna e visibile il proprio furor. Da qui il bisogno di ricorrere a una falsa originarietà che permetta il transito dall'interno verso l'esterno. L'artista assume una mano asintattica e lancia sulla superficie il proprio reticolo di segni in cui prevale la velocità del gesto esecutivo. Un delicato nervosismo accompagna tutta l'opera che non denota soltanto angoscia e tormento ma sintonia con la complessità del proprio tempo. Dunque un metodo più che uno stato d'animo, frutto di un bisogno di rappresentare tutte le forme dell'eros, amore platonico e nostalgia di una bellezza recuperabile anche attraverso le archeologie della memoria. Come si desume in Untitled , 1992 e Untitled , 1951.

Sembra quasi che Twombly sia sceso a volo radente sulla superficie – parete – stanza dell'opera e passando dall'alto abbia riproposto l'annuncio di sé e di una precarietà che accompagna una comune condizione umana. L'opera diventa perciò una forma di espiazione e l'annuncio di un consapevole artificio, quello di un linguaggio che non è mai frontale e speculare al mondo ma piuttosto allusivo e laterale.

Solo così possono coesistere l'Io dell'artista e il Sé dell'opera, un momentaneo armi-stizio tra emotività e ragione, tra stato apollineo e dionisiaco. Clima diurno e notturno accompagnano l'intera produzione artistica di Twombly, tra il brusio di un linguaggio che accoglie dentro di sé anche il silenzio marginale di uno spazio in alcuni punti volutamente lasciato in bianco. Alla fine la superficie nei punti non segnati partecipa all'erotismo di un linguaggio onnivoro alla ricerca di una totalità impossibile.

Andando a ritroso nella mostra con Untitled (Camino Real V) , 2011, Turkish Delight , 2000 e The Rose (IV), 2008 trova giustificazione il titolo, allusivo di una condizione paradisiaca dell'arte.

Il paradiso per definizione rimanda alla visione di un giardino invalicabile che protegge le proprie delizie con un muro senza passaggi. Ecco allora la condizione ambigua dell'uomo che non ha accesso diretto ai tesori nascosti ma può soltanto sospettarne la presenza.

Al pari della condizione dell'artista che gestisce un linguaggio che ambisce di uscire dalla parzialità del proprio specifico e raggiungere un'agognata totalità. Questa ambigua condizione permette a Twombly di praticare uno stato di dormi – veglia attraverso un'opera che chiede allo stesso tempo abbandono creativo e disciplinata vigilanza.



Paesaggio , 1986, Panorama , 1955 sono opere indicative in tal senso, rappresentano le prove di un equilibrio volutamente precario e indispensabile per approdare alla forma finale. In definitiva Cy Twombly ha costruito con le sue pitture, sculture e disegni una sorta di stanza a volo radente, uno spazio di transito, sosta e fuga insieme in cui esercitare l'ansietà di una condizione consapevole di uomo e di artista.

Erotico, intellettuale, platonico, romantico. Per questo l'artista americano si è lasciato cullare dall'eterno teatro di una città come Roma che allo scorrere lineare del tempo cronologico preferisce l'eterno ritorno di quello circolare. Che corrisponde alla speranza di una durata, quella dell'arte.


La Repubblica – 5 luglio 2015