TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 27 agosto 2015

Da vedere: La bella gente di Ivano De Matteo



Non siamo più ai tempi di Andreotti giovane sottosegretario e feroce (e anche un po' ridicolo) censore cinematografico, ma questo non impedisce forme più sottili (e per questo forse più efficaci) di esclusione dai circuiti cinematografici e televisivi di opere ritenute scomode. E' il caso di “La bella gente” o del documentario sul G8 di Genova di Freccero, Giusti e Torelli.


Silvana Silvestri

La Bella gente, una vittoria politica per un film “bloccato”


Vedere i film di Ivano De Mat­teo è come affac­ciarsi peri­co­lo­sa­mente su un pre­ci­pi­zio, farsi accom­pa­gnare per parec­chio tempo da un senso di capo­giro cau­sato dal fatto che si è costretti a guar­darsi nel pro­fondo. Non si tratta di elu­cu­bra­zioni psi­coa­na­li­ti­che, ma di distil­lati di urgenti moti­va­zioni poli­ti­che e sociali che pre­mono tanto da dover essere espresse: così è stato per Gli equi­li­bri­sti, il dramma dell’impoverimento repen­tino dei padri sepa­rati, o di I nostri ragazzi che espri­meva tutto il pano­rama amo­rale con­tem­po­ra­neo assor­bito dalle nuove gene­ra­zioni.

La bella gente sarebbe stato per­fetto come pro­logo dello stato delle cose se fosse uscito al momento in cui è stato girato, cioè almeno sei anni fa: sarà invece nelle sale gio­vedì 27 per un com­pli­cato pro­blema legato dalla distri­bu­zione che ha messo in moto tutta l’energia del regi­sta per risol­vere l’intricata que­stione. Detto così sem­bra sem­plice, ma è stata una vera odis­sea che ha pro­vo­cato al regi­sta rab­bia e depres­sione, paura di un futuro oscuro (ed è un bri­vido che per­corre tutto il film Gli equi­li­bri­sti) per un lavoro così com­plesso come è un film che non segue il suo cam­mino.

La «bella gente» è quella che in alcuni film ita­liani abbiamo visto tal­volta rap­pre­sen­tata, gli ex mili­tanti di sini­stra dalla men­ta­lità aperta che hanno fatto car­riera, si sono ben siste­mati e si godono le vacanze in luo­ghi esclu­sivi, fin­ché qual­cosa va a sbat­tere con­tro la loro vec­chia coscienza di classe: in que­sto caso una gio­va­nis­sima pro­sti­tuta pic­chiata sul bordo della strada dal suo pro­tet­tore. Tutto lo sde­gno di Susanna, una psi­co­loga che lavora in un cen­tro di soste­gno per donne mal­trat­tate si con­cre­tizza nella volontà di acco­gliere la ragazza nella sua bella casa di cam­pa­gna, nono­stante qual­che resi­stenza da parte del marito che poi accon­sente.

Ma le cose si com­pli­cano con l’arrivo del figlio a cui non passa inos­ser­vata la gio­vane bel­lezza. L’altruismo va bene, fin­ché si svolge nei luo­ghi adatti e cir­co­scritti e senza inva­sioni di campo. È tutta una que­stione di classe.



Ivano De Mat­teo in con­fe­renza stampa porta con sé un il testo di «L’anima dell’uomo sotto il socia­li­smo» di Oscar Wilde («La mag­gior parte degli esseri umani rovi­nano la pro­pria esi­stenza a causa del loro altrui­smo…»), a noi invece fa venire subito in mente il dia­rio di Nelly (nella rico­stru­zione di Giménez-Bartlet, la dome­stica di Vir­gi­nia Woolf che — tra le altre cose — sco­pre con stu­pore che anche una sem­plice serva poteva desi­de­rare la vit­to­ria dei labu­ri­sti pro­prio come gli illu­stri padroni. Un essere umano come gli altri, basta che non si intro­metta nella vita fami­liare, che non osi alzare la testa come quando intimò alla padrona di uscire dalla «sua» stanza.

Tutto il tra­va­glio che portò a defi­nire la dif­fe­renza di classe tra Vir­gi­nia e Nelly in trent’anni di sca­ra­mucce, passa sul volto di Monica Guer­ri­tore (nella parte dell’elegante Susanna) nella durata di un film. È note­vole la messa in scena di que­sto gruppo di attori, ben carat­te­riz­zati (la pre­pa­ra­zione ha seguito i tempi tea­trali, molte prove e breve lavo­ra­zione), una messa in scena senza pre­di­che. Anto­nio Cata­nia, come è nel suo per­so­nag­gio, media tra i vari fami­liari, Elio Ger­mano balza di scena in scena con gio­va­nile vigore, Iaia Forte spinge l’acceleratore sulla pesan­tezza della ricca bor­ghese.

«Susanna è una donna non diversa da noi, la «bella gente» è esat­ta­mente come noi, com­menta Monica Guer­ri­tore. Si evi­den­zia nel film come per­sone che vor­reb­bero fare del bene si fer­mano poi alla super­fi­cia­lità delle cose e non sono in grado di affron­tare le con­se­guenze». Dice il regi­sta: «Abbiamo girato il film nel 2009 e lo sento attuale, lo avrei girato così anche oggi, anche se oggi ci sareb­bero state più porte chiuse, una mag­giore paura. Il pro­blema non è solo acco­gliere, ma per quanto tempo acco­gliere. Ci vuole forza, fatica per man­te­nere ideali forti».

E con que­sta forza De Mat­teo è riu­scito a far uscire il film, dopo aver rifiu­tato una distri­bu­zine ita­liana che ne avrebbe sna­tu­rato il senso (men­tre accolto da un distri­bu­tore fran­cese, la stampa ne parlò in ter­mini entu­sia­stici). A causa di alcune pro­ie­zioni «cor­sare» il film ha anche avuto pro­blemi, come la denun­cia per averlo fatto vedere (gra­tui­ta­mente) in una pro­ie­zione al Tea­tro Valle alcuni anni fa.

Que­sta uscita in sala è come un trionfo (ed è accom­pa­gnato anche da un libro sul film, con la sce­neg­gia­tura di Valen­tina Fer­lan, il romanzo, tutte le vicende, per la Ned, nuova casa edi­trice).
«E una vit­to­ria poli­tica, dice De Mat­teo, una vit­to­ria di regi­sta, di attore, di uomo. A chi mi diceva «lascia per­dere» ho rispo­sto con ancora più rab­bia, il film era finito e volevo che fosse visto, ho stu­diato le leggi e alla fine il film esce. È un bene per il cinema ita­liano che escano i film che sono pro­dotti con soldi pub­blici e che non riman­gano chiusi, devono tro­vare un circuito».


Il manifesto – 25 agosto 2015