TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 4 agosto 2015

Gianni Brera, cantore di un'Italia ancora a misura d'uomo



Ai tempi del liceo il lunedì compravamo il Giorno solo per leggere le cronache sportive di Brera. Per questo salutiamo con piacere la riproposta dopo vent'anni de «Il principe della zolla», il libro che sdoganò in via definitiva Brera scrittore.

Massimo Raffaeli

Gianni Brera, un’antologia totale dal padre Po ai necrologi


Per il para­dosso che un filo­sofo asse­gnava all’astuzia della Sto­ria, è pro­ba­bile che il nome di Gianni Brera oggi resi­sta nel senso comune più per la qua­lità della scrit­tura che non per la fama, un tempo enorme, di gior­na­li­sta spor­tivo e di teo­rico del cal­cio all’italiana.

Scom­parso nel dicem­bre del ’92, i suoi apici ver­bali (l’epiteto di «aba­tino» affib­biato a Rivera, quello di «Rombo di tuono» dedi­cato a Luigi Riva, o neo­lo­gi­smi quali «cate­nac­cio», «melina») sono stati così pro­fon­da­mente meta­bo­liz­zati da ren­dersi, ora­mai, ano­nimi e per­sino stereotipi.

Ma c’è un Brera, appunto, che gli appas­sio­nati e i let­tori fede­lis­simi (Il Giorno impen­nava nelle tira­ture il lunedì, la Repub­blica si può dire abbia inau­gu­rato per lui il set­timo numero) ave­vano già allora intra­vi­sto o indo­vi­nato nelle scrit­ture a latere in cui si squa­der­nava l’ampiezza sor­pren­dente dei suoi inte­ressi e delle sue cogni­zioni: non solo le altre disci­pline spor­tive (l’atletica leg­gera, suo amore pri­mor­diale, la boxe, il cicli­smo cui avrebbe riser­vato i libri più com­piuti,Addio bici­cletta, ’64, e Coppi e il dia­volo, ’81) ma anche la sto­ria patria della fin troppo amata Lom­bar­dia, la cac­cia e la pesca non­ché l’universo eno­ga­stro­no­mico di cui è testi­mo­nianza un libro sin­go­lare, La pac­ciada («La span­ciata», ’73), scritto a quat­tro mani con Luigi Vero­nelli, penna anti­pode alla sua, cioè magra e affilata.



Di un tale sci­bile non solo ridon­da­vano gli arti­coli della dome­nica e del lunedì, ma spe­cial­mente il mar­tedì («Gue­rin Spor­tivo», len­zuolo verde pro­fu­mato di piombo) la rubrica di posta inti­to­lata L’Arcimatto da cui il suo attento bio­grafo, lo scrit­tore lodi­giano Andrea Maietti, avrebbe tratto due volumi anto­lo­gici per Bal­dini & Castoldi. Quanto a ciò, Brera in per­sona aveva for­nito la prova e con­tra­rio del suo livello di scrit­tore osti­nan­dosi a scri­vere romanzi (Il corpo della ragassa, ’69 Naso bugiardo, ’77, Il mio vescovo e le ani­ma­lesse, ’83) di cara­tura mode­stis­sima, insomma dei boz­zetti in cui smo­riva l’eredità dei Ber­to­lazzi, dei De Mar­chi e degli sca­pi­gliati: qual­cuno doveva aver­gli sug­ge­rito, e lui l’aveva cer­ta­mente intro­iet­tato, che in Ita­lia per essere rico­no­sciuti scrit­tori biso­gna pub­bli­care dei romanzi.

Non era lì ma era invece nelle par­ti­ture disperse e appa­ren­te­mente scia­man­nate l’autore che un paio di anni fa (al con­ve­gno della Fon­da­zione Arnoldo e Alberto Mon­da­dori per l’acquisizione del suo archi­vio) un filo­logo del rango di Franco Con­tor­bia defi­niva senz’altro un clas­sico del nostro Novecento.

Dun­que non un Gadda spie­gato al popolo, per il suo stile ibrido/mescidato ai limiti dell’espressionismo, come lo volle a suo tempo un improv­vido Umberto Eco ma, sem­mai, «un sag­gi­sta, un costrut­tore di pure inven­zioni, di squi­siti arbi­trii di intel­li­genza» come invece lo volle Cesare Gar­boli in uno sma­gliante con­tri­buto (Gli impulsi distrut­tivi di Gianni Brera, «Paragone-Letteratura», 18, 1966) pur­troppo mai ripreso in volume.

Chi oggi legga, a tanta distanza di tempo, i libri che a cura di Paolo Brera viene rie­di­tando la Book­Time di Milano ne ha la piena e ripo­sata con­ferma, peral­tro pro­pi­ziata da una anto­lo­gia, Il prin­cipe della zolla Grandi par­tite, corse in bici­cletta, neb­bie padane. Cinquant’anni di gior­na­li­smo (pre­sen­ta­zione di Paolo Brera, Il Sag­gia­tore, «La Cul­tura», pp. 299, euro 19.00), che uscì vent’anni fa, e oggi oppor­tu­na­mente ripro­po­sta, a cura di Gianni Mura (cui si deve l’aver defi­nito la nostra con­di­zione postuma come quella dei senzabrera).



Il lungo sot­to­ti­tolo della anto­lo­gia ne peri­me­tra la capienza, il libero assor­ti­mento dei testi, senza pre­oc­cu­pa­zioni di cro­no­lo­gia e di rac­cordi tema­tici, asse­conda la ampiezza del dio­rama breriano.
Mura asse­ri­sce di avere scelto d’acchito e in base alla memo­ria per­so­nale di let­tore e di com­plice in un lungo soda­li­zio ma, in realtà, non sba­glia un colpo e sem­bra aver ram­me­mo­rato una serie con­ti­nua di clic spi­tze­riani, vale a dire por­zioni testuali (una ses­san­tina fra cro­na­che, ritratti, memo­rie, epi­nici, vere e pro­prie exper­ti­ses) capaci volta a volta di resti­tuire, pro­prio nella loro costi­tu­tiva par­zia­lità, una tota­lità d’autore. Il taglio sin­cro­nico, in que­sto, recu­pera la dis­se­mi­na­zione dia­cro­nica e sot­to­li­nea i tratti sia dello stile sia dell’inventiva breriana.

Ad aper­tura di pagina, se ne pos­sono iso­lare i foto­grammi capi­tali: il Po (padre Po) e l’atavica umiltà della Bassa in cui è nato e cui sem­pre ha guar­dato con affetto strug­gente; i mae­stri (Man­zoni, cui è dedi­cato un intero pan­nello bio­gra­fico, Don Lisan­der, e l’odiosamato Gadda); i volti incon­trati nella lunga vicenda di cro­ni­sta spor­tivo (il cicli­sta Pavesi, il disco­bolo Con­so­lini, un Pelé riletto alla luce lunare di Leo­pardi); gli eventi rac­con­tati dal vivo e per lo più scritti a brac­cio (un antico Vasas-Inter da Buda­pest, il leg­gen­da­rio Italia-Germania del ’70 da Città del Mes­sico); infine le pas­sioni e i vizi di una esi­stenza domi­nata dal lavoro eppure di con­ti­nuo rein­ven­tata alla stre­gua di una dilet­ta­zione morosa (col senso della com­men­sa­lità, gli amici, la cucina, il vino, il fumo).

C’è un genere però che rias­sume e sti­lizza la let­te­ra­tura bre­riana, il necro­lo­gio, dove si com­bi­nano l’arte del ritratto in tondo e il flusso rit­mico della rimembranza.

Nel Prin­cipe della zolla se ne con­tano diversi, rela­tivi sia ai sodali del foot­ball (Giu­seppe Meazza, l’eroe epo­nimo, Nereo Rocco, brac­cio seco­lare della filo­so­fia difen­si­vi­sta) sia ai col­le­ghi gior­na­li­sti (splen­dido, arreso a una istin­tiva com­mo­zione, quello scritto per Emi­lio Vio­lanti, cri­tico raf­fi­nato della Gaz­zetta dello Sport, troppo pre­sto perduto).



Magari non ci aspet­te­remmo il necro­lo­gio di un poeta, eppure è stato Gianni Brera a det­tare le parole più equa­nimi, più vivide, nel giu­gno 1968, per la scom­parsa di Sal­va­tore Qua­si­modo: «Era un arabo che can­tava da greco. Il pro­filo da uccello palu­stre, due baffi secen­te­schi per ridurre, penso, l’imperiosa impo­nenza del becco. Dice­vano tanto male di lui come uomo che doveva essere molto buono e grande. Que­sta è l’Italia dove i poeti gobbi e dispe­rati muo­iono di intos­si­ca­zione da sor­betto. Insi­gnito del Nobel, si disse che era stato merito di Nor­d­hal, cal­cia­tore del Milan. Si scrisse che a caval donato non si guarda in bocca. Par­te­nope Sera teneva per Mon­tale che avrebbe voluto can­tare da baritono».

Tale è l’attitudine all’epinicio che Brera arriva a scri­verne uno nean­che per la fine di una esi­stenza ma per il dram­ma­tico inter­rom­persi della vita spor­tiva di un atleta pre­di­letto, ormeg­giando il più cele­bre fra i testi fune­bri di Gar­cia Lorca; così comin­cia infatti il suo Lamento per Riva, del ’76: «La noti­zia del grave inci­dente occorso a Luigi Riva mi è discesa nell’anima a tra­di­mento, come un’amara colata di assen­zio. Istin­ti­va­mente ho riu­dito i lamenti di Lorca (que no me dejas veerlo) per il suo amico Igna­cio riverso nell’arena. Egli stesso, con voce roca ma ferma, si è rac­co­man­dato che non ne faces­simo un dramma. Era però Luis Riva l’atleta grande e famoso che aveva pudore di mostrarsi, per una volta, debole come gli altri, lui che della vita ha il con­cetto tra­gico di chi ha dovuto for­zare il destino».

Ecco, forse è lo stigma rin­ve­nuto nei gesti del cam­pione più grande, forse pro­prio il pudore è la cifra che carat­te­rizza sot­to­trac­cia la pagina, ogni pagina, di Gianni Brera, il segreto di una scrit­tura per cinquant’anni così sovra­na­mente sperperata.


Il manifesto – 19 luglio 2015