TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 3 agosto 2015

Il cavaliere allegro che voleva liberare i neri



Gli ultimi libertini/2. Le avventure di Stanislas-Jean de Boufflers, viaggiatore instancabile, collaboratore dell'Encyclopédie e governatore in Senegal, dove fronteggiò la tratta degli schiavi.

Benedetta Craveri

Il cavaliere allegro che voleva liberare i neri


Sebbene destinato fin dalla nascita alla condizione ecclesiastica, Stanislas- Jean de Boufflers visse la più spensierata delle giovinezze alla corte di Stanislao Leszczynski — l'ex re di Polonia trapiantato in Lorena — di cui sua madre, la marchesa di Boufllers, era l'amante ufficiale. A metà strada tra l'opera buffa e l'utopia, la reggia di Louneville, con i suoi splendidi giardini, i suoi giochi meccanici, i suoi spettacoli, le sue feste non era solo un luogo di amori e di svaghi, ma un centro intellettuale frequentato assiduamente da illustri scrittori come Montesquieu e Voltaire.

Fino a vent'anni — era nato nel 1738 — il giovane Boufflers poté seguire indisturbato le sue inclinazioni. Amava la vita all'aria aperta, eccelleva negli esercizi virili e nutriva una vera passione per i cavalli. Perfettamente a suo agio in società, dove aveva fatto un ingresso trionfale, egli coltivava anche altri interessi. Dotato di una eccellente cultura umanistica, dipingeva, recitava, improvvisava versi e a soli diciannove anni era già in grado di collaborare all' Éncyclopédie con la voce "Generosità".

Nel 1760 ci si accorse però che era tempo che Boufflers entrasse in seminario e a niente valse la sua disperazione: sua madre si mostrò irremovibile. Priva di scrupoli religiosi la marchesa non pensava che fosse necessario credere in Dio per diventare un principe della chiesa e suo figlio aveva il dovere di tenere alto il prestigio dell'illustre casato di cui aveva l'onore di portare il nome.

Il soggiorno di Boufflers nel convento parigino di Saint-Sulpice fu, tuttavia, di breve durata. Un delizioso racconto libertino, La Regina di Golconda , che il giovane seminarista aveva scritto per ingannare il tedio della clausura, venne pubblicato a sua insaputa da un editore senza scrupoli. Il successo fu pari allo scandalo e il reprobo ne approfittò per buttare la tonaca alle ortiche e recuperare la libertà; da quel momento in avanti si sarebbe chiamato il cavaliere di Boufflers.

    Saint-Sulpice

Per un cadetto della nobiltà senza soldi, la carriera di soldato era l'unica alternativa possibile a quella ecclesiastica e la scelta dell'Ordine di Malta rappresentò per il cavaliere un onorevole compromesso .

Ma con la pace seguita alla guerra dei Sette Anni il solo agone in cui un gentiluomo francese poteva distinguersi era quello della vita di società e Boufflers si impose all'ammirazione del bel mondo parigino per la sua intelligenza, l'originalità del suo spirito, la sua imperturbabile allegria e, non ultimo, il suo talento letterario. Viaggiatore instancabile, conduceva un'esistenza deliziosamente vagabonda, accolto ovunque a braccia aperte. In aggiunta, piaceva pazzamente alle donne e l'obbligo di celibato non gli impedì di perseguire una intensa carriera di libertino.

L'amore lo colse di sorpresa, a quarant'anni, e cambiò il suo destino. A ispirargli un sentimento che non aveva mai provato prima fu una incantevole giovane vedova dalla fulgida reputazione. Ricca, indipendente, con un nome illustre, in auge a corte, Éléonore de Sabran adorava i suoi figli, era totalmente appagata dalla vita che conduceva, e la passione amorosa non rientrava nelle sue aspettative. Boufflers si insinuò nella sua esistenza senza allarmarla, creando un rapporto di sintonia intellettuale a partire da interessi comuni: la pittura, la musica, la poesia, la traduzione dei classici latini. Conquistò la sua amicizia, le si rese necessario, e dopo tre anni di paziente assedio Éléonore lo accolse nel suo letto.

Per poterla sposare senza passare per un cacciatore di dote, Boufflers riaprì il capitolo dell'ambizione e il 9 ottobre 1785 ottenne la nomina di governatore del Senegal. L'incarico era disagevole e poco prestigioso, visto che la posta in gioco era la tratta dei neri, e la sua partenza gettò Madame de Sabran nella disperazione. Ma la loro separazione diede vita al più bel carteggio amoroso in lingua francese del Settecento.

Nei due anni del suo governatorato, Boufflers si rivelò di una tenacia e di una energia straordinarie. La colonia era in condizioni miserevoli e il cavaliere poteva contare solo sulla sua intelligenza e il suo spirito di iniziativa. Per sua fortuna, da vero lettore dell' Éncyclopédie , si interessava di tutto. Libri e strumenti di ogni tipo alla mano, si trasformò in medico, urbanista, architetto, capomastro, artigiano. Si applicò con pazienza all'amministrazione, istruendo i processi, cercando di mettere fine agli abusi, formando i soldati. Tentò di combattere i metodi disumani della infame Compagnia del Senegal, incaricata del commercio tra Francia, Senegal e Stati Uniti, i cui emissari comperavano gli schiavi dai vari capi tribù africani per poi rivenderli ai negrieri che li deportavano oltre Oceano.

Nonostante gli orrori della tratta e le difficoltà pratiche, Boufflers ebbe un'alta idea della sua missione. Caratteristica dei Lumi, la sua concezione del colonialismo si iscrisse sotto il segno del progresso e della civilisation .

     Éléonore de Sabran 

Studiò il clima, la flora, la fauna di un paese che, a suo giudizio, costituiva un potenziale per lo sviluppo dell'economia francese e un'occasione di riscatto per gli africani. Perché non immaginare che invece di lavorare come schiavi nelle piantagioni americane, i neri avrebbero un giorno coltivato liberamente il cotone nel loro paese? Assillata dal deficit, alle prese con una crisi politica, la monarchia francese aveva però priorità più urgenti.

Tornato in Francia nel 1787, eletto all'Académie française, il cavaliere si immerse nuovamente nella vita mondana e riuscì a farsi eleggere rappresentante della nativa Lorena agli Stati Generali. Era sempre stato un liberale convinto, la sua esperienza senegalese gli aveva fatto toccare l'inadeguatezza dell'amministrazione regia ed era pronto a battersi per una monarchia costituzionale, ma Madame de Sabran lo richiamò ai doveri della sua casta.

La donna amata lo persuase a schierarsi con i monarchici intransigenti. Pur sapendo che si trattava di una causa persa, il cavaliere svolse con scrupolo il suo mandato di deputato, avanzando delle proposte di legge marginali al dibattito politico ma volte a proteggere ciò che amava: la preservazione delle foreste e gli interessi dei contadini minacciati dalla speculazione, la tutela degli artisti e degli artigiani non più protetti dalle corporazioni. Poi, alla conclusione dei lavori dell'Assemblea costituente, profondamente disgustato dalla piega presa dalla Rivoluzione, decise di emigrare. Raggiunse Madame de Sabran in Prussia e la condusse finalmente all'altare: visto che la Rivoluzione li aveva ridotti entrambi in povertà non c'era più motivo di esitare.

Dopo tre anni passati in Slesia il cavaliere preferì morire di fame in Francia piuttosto che vivere in esilio e ottenne di essere radiato dalla lista degli emigrati. Nell'esaminare la sua richiesta, Napoleone aveva decretato: «Che lo si lasci ritornare: ci farà delle canzoni».

Riguadagnata Parigi nel maggio del 1800, il cavaliere si attenne a questo programma. Ritrovò la sua poltrona di accademico, continuò a scrivere in versi e in prosa, confermandosi come un maestro assoluto dell'arte epistolare, pubblicò una nuova raccolta delle sue opere, e non cessò di vivere in tenera simbiosi con la donna amata, finché la morte se lo portò via l'8 gennaio 1815. Nonostante la povertà, le malattie, le prove subite, egli non aveva mai smesso di essere allegro, galante, cortese per un'intima fedeltà a se stesso. Non era forse questo il modo più sicuro «di rinnovarsi costantemente ed essere diverso da tutti gli altri »?


La repubblica – 23 luglio 2015