TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 19 agosto 2015

Il gallo... e la civetta



Guido Araldo, autorevole studioso di esoterismo da sempre collaboratore di Vento largo, sta preparando un nuovo libro, Mesi - Miti - Mysteria, che dovrebbe essere disponibile in libreria all'inizio di settembre. Ce ne ha fatto avere un capitolo che pubblichiamo in anteprima.

Guido Araldo

Il gallo... e la civetta

“Critone, devo un gallo a Esculapio: dateglielo, non ve ne dimenticate!” le ultime parole di Socrate, proferite dopo aver bevuto la bevanda mortale.

“Un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto”. Matteo (26, 69 -75), Marco (14, 66-72), Luca (22, 54-62).

Il gallo è un simbolo antichissimo: in tombe egizie sono state trovate terrecotte e piccole lampade a forma di gallo. In questo caso il gallo costituisce un’inequivocabile allusione alla vita ultraterrena, di buon auspicio nel cammino lungo i sentieri dell’oltretomba. Analoga simbologia è riportata in monete e ceramiche greche del VI secolo avanti Cristo.

Il “gallo bianco” era sinonimo di buona salute e, anche, di buona sorte. Prima di salpare Greci, Etruschi, Latini e probabilmente i Minoici prima di loro, erano soliti sacrificare un gallo a Poseidone (Nettuno), dio del mare, spruzzandone il sangue sulla prua della nave. Ancora oggi il gallo è l’animale più raffigurato in piatti, maioliche e ceramiche, in molte parti d’Europa, soprattutto in Francia e Portogallo, nazioni dove il gallo assurge a simbolo nazionale.

Il gallo era sacro al dio del sole Helios (Apollo), per il semplice fatto che il suo canto ne anticipa l’apparizione sull’orizzonte all’alba di ogni giorno. Era sacro anche al dio Hermes (Mercurio), poiché si credeva che dal suo pianeta il gallo potesse trarre, nei primi chiarori dell’alba, un annuncio divino: convinzione dalle radici remote, poiché già presente presso Assiri e Caldei.

I viandanti antichi, soliti a invocare Hermes (Mercurio), coglievano nel canto del gallo l’auspicio di una buona giornata e gradivano vederlo raffigurato in bivi, trivi e quadrivi. Più ancora il gallo si addiceva a Esculapio, dio della scienza medica e, pertanto, assurgeva a sinonimo di buona salute: veniva sacrificato per una pronta guarigione o come ringraziamento dell’attenzione accordata dal dio. Il suo brodo, inoltre, era reputato il miglior alimento per gli ammalati. Ecco l’esortazione di Socrate!

I Greci, dopo la memorabile vittoria di Salamina, elessero il gallo a simbolo del coraggio militare e durante le feste si diffuse l’usanza d’allestire affollati combattimenti di galli che, in origine, avevano valenze sacre. Il gallo era “l’uccello” della luce e della vita e, non a caso, gli aruspici etruschi traevano pronostici fausti o infausti, in occasioni di ricorrenze importanti, osservando le interiora di un gallo bianco.

Con simili presupposti non è casuale, nei vangeli canonici, il rimando al canto del gallo! Agli albori del cristianesimo, e anche per tutto il Medioevo, il gallo fu simbolo della luce che allontana le tenebre: metafora potentissima di rinascita nella luce eterna celeste dalle tenebre della vita terrena. Nei monasteri più antichi, soprattutto in Oriente, le ore che scandivano la preghiera erano due: il “gallicinium”, l’ora che precede l’alba, all’inizio del giorno, e il “lucernarium”, l’ora in cui la luce del giorno si spegne e si accendono le lucerne per contrastare le tenebre avvolgenti la terra, alla fine del giorno. Tenebre che in prossimità dell’aurora sarebbero state scacciate proprio dal canto del gallo!

Al gallo era attribuita un’altra importante prerogativa: quella di amatore gagliardo e infaticabile. Ancora oggi non è raro sentire le seguenti frasi: “si comporta come un gallo in un pollaio” “fa il galletto!” “come un gallo che razzola nel cortile altrui!”

Zeus (Giove), Efesto (Vulcano), Ares (Marte), considerati nei miti antichi grandi seduttori e straordinari amanti, avevano il gallo come simbolo di potenza virile e capacità di procreare. A Sparta, Atene, Roma, Aquileia, Treviri, Alessandria chi anelava a una prole numerosa sacrificava a Zeus – Giove oppure a Efesto – Vulcano un gallo. Sussistono lascive raffigurazioni di questo animale nell’isola di Delo, sacra al dio Helios (il sole, Apollo) e a Roma caput mundi.

Se ancora si predilige esporre un gallo sulla banderuola alla sommità di un tetto o di un campanile, significa che “l’inconscio collettivo”, cui fa cenno Carl Gustav Jung, potrebbe essere più profondo, potente e radicato di quanto comunemente si supponga.



La civetta, invece, è l’uccello che ha mutato simboli e interpretazioni nel divenire della Storia. Nell’antica Grecia la civetta era il simbolo della dea Atena, della sapienza, e la città di Atene la esponeva con orgoglio sulle monete. Poi vennero i barbari e, più ancora, poté la Chiesa nel demonizzare Atena e i suoi simboli: da allora si è diffusa la superstizione che il monotono canto notturno della civetta preannunci disgrazie. In seguito, durante l’illuminismo, la civetta tornò in auge quale simbolo positivo, pertinente alla sapienza della dea Atena. Corsi e ricorsi della storia!

E oggi, dove troviamo la civetta? In un posto insospettato: nella banconota da un dollaro degli Stati Uniti, il mitico “one”! Nascosta, ma c’è! Si trova in alto, a destra, quasi invisibile senza l’ausilio di una lente, sul lato della banconota dove spicca il volto di George Washington. E’ collocata a ridosso del numero 1, in alto a sinistra, all’ombra della fronda: una microscopica civetta che letteralmente illumina di sapienza esoterica il Dollaro, concentrato di simbologie massoniche. Ci vorrebbe un libro per spiegare tutti i simboli di quella banconota!

Nella “mitologia” massonica soltanto la civetta (in questo caso la stessa “canoscenza” di Dante Alighieri) può ricomporre la chiave spezzata poiché accompagna il neofita al colle della sapienza: un percorso non tracciato, tra erti dirupi, come nel pavimento ad intarsi del duomo di Siena. In un “rito antico e accettato”, al maestro segreto del IV grado viene consegnata una chiave spezzata…

Anche la planimetria di Torino storica ricalca la chiave spezzata! Nella città più “magica” ed esoterica d’Italia, e forse d’Europa, in triangolazione con Praga e Lione, con Londra e San Francisco, l’asse viario principale è una chiave che inizia dalla Gran Madre a Oriente per attraversare Via Po e Via Garibaldi e finire alla statua di Lucifero in Piazza Statuto, a Occidente; dove inizia Corso Francia lungo 11,6 km, delimitato alle estremità da due colonne sormontate da obelischi: le colonne di Joachim e Boaz del Piemonte. Una chiave che non è integra; ma spezzata all’altezza di Piazza Castello... Ma non basta: il centro storico è chiuso in un’esalfa, altro simbolo di conoscenza esoterica, i cui vertici sono, oltre i già citati Piazza Statuto e la Gran Madre: il Museo Egizio, l’enigmatica Piazza Solferino, Porta Palatina e la Mole Antonelliana.

A proposito del Dollaro, sono “altamente emblematiche” le parole inscritte nel cerchio attorno alla piramide a sinistra della banconota, sormontata dal grande occhio: annuit coeptis (il grande occhio annuisce) nella parte superiore, 13 lettere, e novus ordo seclorum (il nuovo ordine dei secoli) nella parte inferiore, 17 lettere. Frasi ripetute nell’ovale che racchiude in un elisse il cerchio concentrico.



Altrettanto interessante la scritta sottostante: the great seal: il grande sigillo; non più in latino, ma in inglese. Il sigillo degli Stati Uniti d’America; più precisamente dei padri fondatori di questo nuovo impero mondiale: gli stessi che ambirono erigere un nuovo Campidoglio sulle rive del Potomac, la nuova Roma.

La piramide dai 13 scalini, tanti quanti quelli dell’Arco Reale, sormontata dall’occhio onniveggente, quasi ad indicare che il “tracciato” imperiale di massima potenza planetaria era già stato tracciato con la proclamazione d’indipendenza; perseguito poi nei secoli con indubbia perseveranza e grande lucidità. Poche parole per un grande programma: la rinascita dopo lunghi secoli di tenebre. E forse il programma che si sta realizzando con la globalizzazione?

Oggi la polis planetaria presenta cinque capitali mondiali, tutte negli Stati Uniti: Washington, cuore pulsante della politica; New York, cuore finanziario del pianeta; Cambridge, cittadina alle porte di Boston, sede dell’Harvard University e del Massachusetts Institute of Technology, capitale della cultura elitaria; Chicago, capitale mondiale del cibo, e Hollywood, capitale della cultura popolare. Ancora una volta panem et circenses!

Anche i numeri in questa banconota hanno il loro valore, come nella Cabala e come nella Divina Commedia di Dante: vi abbonda il numero 13! A proposito di Dante: fu il primo a sostenere, nel De Monarchia, che gli uomini hanno il diritto di perseguire la propria felicità. 13 le stelle dell’esalfa, 13 gli scalini della piramide, 13 le lettere nella scritta Annuit Coeptis, 13 le barre varticali sullo scudo sovrastante il petto dell’aquila che, a ben vedere, potrebbe alludere all’Araba Fenice; 13 le bande orizzontali sovrastanti lo scudo, riportate poi nella bandiera degli Stati Uniti; 13 le foglie e 13 i frutti del ramoscello ghermito nella zampa destra dell’aquila; 13 le saette nell’altra zampa. Va da sé che 13 furono le colonie che dettero vita agli Stati Uniti d’America; ma per Dante, i Fedeli d’Amore, i Templari, i Francs-Maçons costruttori di cattedrali gotiche quel numero acquisiva precise valenze simboliche ed esoteriche, sicuramente note ai padri fondatori del nuovo impero americano.

Si osservi il triangolo sulla cima della piramide, staccato e irradiatore di luce: la luce della conoscenza: “Fatti non foste per vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza!”. La conoscenza che ci allontana dal recinto dei maialini di Circe!

Infine poi l’occhio nel triangolo! Allo stesso modo veniva rappresentata la Trinità nel Medioevo e prima ancora, nell’antico Egitto, alludeva all’occhio di Horus. Forse nella banconota da 1 Dollaro è l’occhio del Grande Archietto dell’Universo e, più ancora, il terzo occhio presente in ciascuno di noi, che occorre saper destare: l’occhio della conoscenza, che ci permette di non essere ciechi in un mondo di ciechi; l’occhio dischiuso dal serpente allegorico appisolato alla base della nostra spina dorsale, destato da un bacio: quel bacio che generò l’accusa di omosessualità ai Templari. Qualcosa di simile al morso della mela nel paradiso terrestre, offerta dal serpente: il simbolo, non a caso, dell’Apple Inc. Occhio che tende ad estrapolarci dal recinto dei maialini di Circe per illuminarci nel labirinto della vita.



Interessante e al tempo stesso intrigante un’antica, primitiva bandiera, diversa dall’attuale stars and stripes. Nella parte sinistra, al centro, l’occhio sapienziale di Horus o, se si preferisce, del Grande Architetto dell’Universo, più precisamente  “universi terrarum orbis summi Architecti” (A∴U∴T∴O∴S∴A∴G∴): l’occhio della conoscenza. Dall’occhio si dipartono verso destra, simili a code di cometa, nove raggi; mentre nella parte opposta, disposte a semicerchio attorno all’occhio, ci sono sette stelle. 7 + 9 = 16.

Che questa antichissima bandiera auspicasse l’aggiunta di altri tre stati alle 13 colonie originarie, nella prospettiva di un Nord America totalmente indipendente? Le province settentrionali dell’Acadia (New Brunswick e Nuova Scozia), del Quebec e dell’Alto Canada (Ontario), che non entramo mai a far parte della Confederazione, poi Federazione?

A metà del 1700 c’erano nove logge note come le “nove sorelle”, che si richiamavano alle Muse del Parnaso. In una di queste “nove sorelle”, precisamente in quella di Filadelfia, fu elaborata e venne firmata la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America.
Dichiarazione che fu stampata in Francia, a Parigi, da un’altra delle “nove sorelle”: la stessa che non fu estranea alla Rivoluzione Francese, anche se a un certo punto la situazione sfuggì di mano. Un’esperienza cui è collegato un motto che è anche un prezioso insegnamento: Ordo ab Chao (Ordine dal Caos), al quale si richiamò Napoleone.

Logge che probabilmente non esistevano ancora nel 1717, ai tempi del re Giorgio I, quando alla Goose and Gridiron Alehouse (birreria dell’Oca e della Graticola), davanti al sagrato della cattedrale di Saint Paul, si riunirono per la prima volta quattro logge londinesi nel giorno significativo di san Giovanni d’estate (il Battista), il 24 giugno. Poteva essere diversamente?

Le logge, all’epoca, prendevano il nome dai locali in cui i frammassoni erano soliti riunirsi, ed erano luoghi d’intensi commerci verso le Indie Occidentali e Orientali, dove si armavano le navi. Tutt’altra cosa rispetto ai porti di Amsterdam, Lisbona e Siviglia dove quelle taverne, con le logge, erano ignote. E proprio in quelle taverne fu abbozzato il grande progetto della globalizzazione che ora, dopo tre secoli, è in fase d’attuazione. Vi furono elaborate importanti strategie geopolitiche, come quella che portò all’unificazione dell’Italia in funzione antifrancese.

In quel fatidico giorno di san Giovanni del 1717 oltre alla Goose and Gridiron Alehouse, erano presenti la Crown Alehouse (birreria della Corona), l’Apple Tree Taverne (taverna del Melo) e la Rummer and Grape (il Boccale e il Grappolo d’Uva): logge tuttora esistenti, seppure con nomi ovviamente diversi. La storica riunione era motivata dal desiderio di provvedere all’armonizzare degli antichi rituali. Soltanto molti anni dopo questa embrionale aggregazione prese il nome di Grand Lodge of England.

In quel giorno di san Giovanni del 1717, 24 giugno, c’era forse la civetta a vigilare silenziosa affinché “tutto fosse giusto e perfetto”? Poi, nel 1776 il “grande sigillo”: the great seal, fu “scippato” dalle rive del Tamigi, per essere adottato sulle rive del Delaware, sull’altra sponda del “grande lago”: l’Oceano Atlantico; per finire poi sulle rive del Potomac.

Un’ultima domanda in merito al grande occhio nella banconota da un Dollaro. Qualche relazione con il diabolico grande occhio di Tolkien, nel “Signore degli anelli”? Forse a John Ronald Tolkien non erano simpatici gli Americani e il loro Ancient and Accepted Scottish Rite (Antico e Accettato Rito Scozzese). Non sembra, però, che Tolkien fosse un “profano”! Altrimenti come sarebbe stato possibile al mago Gandalf rinascere dopo la morte in un percorso sotterraneo, esattamente come nei riti eleusini, e da grigio diventare bianco? Un po’ come Obi-Wan Kenobi in “Guerre stellari” o, meglio ancora, come il grillo parlante di “Pinocchio”…