TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 6 agosto 2015

In Italia il cinema nasce al femminile. Elvira Notari



Riscoperta Elvira Notari, antesignana del cinema con la sua casa di produzione ai primi del Novecento. I suoi film, colorati a mano, ebbero enorme successo, spesso erano ambientati nei bassi napoletani ma furono invisi al fascismo che li censurò.

Luciano Del Sette

Una pioniera oltre la censura


Nes­suno nasce impa­rato, diceva Totò. E quando impari, lo devi sem­pre a qual­cosa o a qual­cuno. Il nome a te sco­no­sciuto di Elvira Coda Notari lo senti per la prima volta dalla voce di Licio Espo­sito, uomo che nel mondo delle imma­gini ha tro­vato la sua ragione di vita e di lavoro. Licio, qual­che anno fa, inventò ani­ma­zioni fatte con la sab­bia e con le mani: figure, pae­saggi, sim­boli, segni astratti, che poi spaz­zava via per ricom­porne subito altri. Sab­bia e mani ad accom­pa­gnare musi­che, versi, passi di danza; a pren­dere forma sce­no­gra­fica di spet­ta­coli tea­trali. Dis­sol­vere, ma soprat­tutto ricom­porre, entrando, come Espo­sito ha fatto di recente, anche nei sot­ter­ra­nei della memo­ria cul­tu­rale legata alla sua terra. 

Imma­gini, di nuovo. In bianco e nero, graf­fiate dal tempo, dipinte a colori impro­ba­bili, scom­parse e poi ritro­vate. Sono quelle di una mostra, La filma di Elvira, alle­stita a fine ago­sto dello scorso anno ad Avel­lino, nell’ambito del festi­val inter­na­zio­nale del cinema di ricerca Laceno d’oro, qua­ranta pri­ma­vere nel 2015. Tra vec­chi amici inos­si­da­bili alla lon­ta­nanza, con Licio è abi­tu­dine sen­tirsi per tele­fono e chiac­chie­rare a lungo dopo l’esordio del ’Come stai’.

Così, una sera, salta fuori il suo nuovo pro­getto: ampliare e tra­sporre la mostra in forma di docu­men­ta­rio, con l’apporto di un gruppo di cui fanno parte Anto­nio Spa­gnuolo, diret­tore arti­stico del Laceno d’oro, e il regi­sta Mario Franco, autore della tra­smis­sione tele­vi­siva Gua­gliò, ciak si gira, sul cinema muto napo­le­tano, e, con Ste­fano Masi, di un libro, sem­pre sul cinema par­te­no­peo, Il mare, la luna e i col­telli, edito da Tul­lio Pironti. Alt, Licio. Ma chi dia­volo era Elvira Coda Notari? Con­si­de­rate il rac­conto che segue scritto a quat­tro mani. Due, anzi tre, sono di Licio Esposito.



Con­si­de­rate il rac­conto che segue pen­sando alla Napoli di oggi, alle sue strade e ai suoi vicoli; al sem­pi­terno bino­mio mise­ria e nobiltà, coniato in tea­tro da Eduardo Scar­petta; allo stu­pore senza pos­si­bi­lità di orien­ta­mento che la città crea in ogni stra­niero (stran­ger, ter­mine inglese per estra­neo), se appena mette il naso fuori dal Vesu­vio e dalle car­to­line del turi­smo. 

La seconda e defi­ni­tiva vita di Elvira Giu­seppa Coda comin­cia nel 1902, anno del suo matri­mo­nio con Nicola Notari, pro­fes­sione foto­grafo. Alla prima si era affac­ciata il 13 feb­braio 1875, sotto il segno dell’Acquario, in via Gari­baldi 50, Salerno. Diego il nome del padre, com­mer­ciante di Cava dei Tir­reni; Agnese Vignes quello della madre, saler­ni­tana. Elvira ha ven­ti­cin­que anni quando, con la fami­glia, si tra­sfe­ri­sce a Napoli. Il 25 ago­sto 1902 pro­nun­cia il sì. A gen­naio del 1903 nasce Edoardo, il futuro Gen­na­riello. Nicola pos­siede grandi doti e cono­scenze tec­ni­che. Il suo labo­ra­to­rio è spe­cia­liz­zato nella colo­ra­zione delle pel­li­cole dei bre­vis­simi film muti che comin­ciano a cir­co­lare a Napoli, le «fil­mine», come si è preso a chia­marli dando loro genere femminile.

    Elvira e Nicola Notari

Ricorda Edoardo in un’intervista rila­sciata alla scrit­trice e docu­men­ta­ri­sta Anna­bella Miscu­glio: «In que­gli anni i film erano sem­pre a colori. Si dice­vano imbi­biti, cioè il nero dell’emulsione diven­tava mar­rone o azzurro secondo i bagni colo­rati nei quali veniva messa la pel­li­cola dopo lo svi­luppo. Oppure era colo­rato il sup­porto, che poteva essere aran­cione, verde o blu. Le scene di notte, girate sem­pre in pieno sole per­ché altri­menti la pel­li­cola non s’impressionava, si stam­pa­vano su un sup­porto azzurro scuro e l’effetto in pro­ie­zione era quello di una ripresa not­turna… L’amore era rosso e la gelo­sia era verde o viola. Ma il lavoro che faceva mio padre e che poi ho fatto anch’io fino agli anni ’30 era più deli­cato. Colo­ra­vamo con un pen­nel­lino, guar­dando attra­verso un con­ta­fili, ogni par­ti­co­lare del foto­gramma».

Elvira, entrata nell’attività del labo­ra­to­rio, dà subito sag­gio delle sue capa­cità orga­niz­za­tive. Ricorda di nuovo Eduardo: «Mia madre aveva sem­pli­fi­cato il lavoro con una pic­cola asse di legno sulla quale c’erano quat­tro chio­dini per ogni foto­gramma. Fis­sata la pel­li­cola, lei rica­ri­cava un masche­rino di carta che veniva pun­zo­nato con una spu­gnetta imbe­vuta di colore». Rispar­mio di tempo e denaro.

Nel 1903, Nicola acqui­sta una cine­presa in legno, auto­no­mia dieci metri di pel­li­cola. Qual­che mese dopo gira una fil­mina che gli regala fama, La cat­tura del pazzo di Bagnoli. È un segno appena abboz­zato della dif­fe­renza tra il cinema che si farà a Torino e a Napoli, sua unica con­cor­rente. Roma entrerà nei gio­chi con l’avvento del fasci­smo. Men­tre nel capo­luogo pie­mon­tese nasce il kolos­sal, i cui pro­dotti ver­ranno com­prati per­sino dagli Stati Uniti, Napoli sce­glie il genere popo­lare. Sto­rie di pas­sioni e gelo­sie fatali, di cri­mini e morte, di drammi e tra­ge­die, prese a pre­stito dalla vita di ogni giorno. Nel 1906, il soda­li­zio Notari inau­gura il reper­to­rio degli ’Arri­ve­derci e Gra­zie’, aprendo una sala nel quar­tiere di San Gio­vanni a Teduc­cio. Caffè Chan­tant e locali di varietà erano allora con­si­de­rati luo­ghi di diver­ti­mento ple­beo, snob­bati dalla Napoli Bene. A fine serata, l’orchestra suo­nava un brano che il pub­blico accom­pa­gnava can­tando «Iate­venne, iate­venne, ’o spet­ta­culo è fer­nuto». Su quelle note si pro­iet­tava una fil­mina colo­rata, detta, appunto, Arri­ve­derci e Gra­zie: fatti di cro­naca, sce­nette, imma­gini oleo­gra­fi­che. 

Nello stesso periodo, Nicola riceve dalla Par­te­nope Film dei fra­telli Tron­cone l’incarico di colo­rare Le mille e una notte. Un inca­rico impor­tante, anche sotto il pro­filo eco­no­mico. Per i Notari è arri­vato il momento di appro­dare uffi­cial­mente al cinema. La Dora Films, dal nome della secon­do­ge­nita della cop­pia, apre i bat­tenti nel 1912. Leg­genda vuole, ma molto in que­sta sto­ria è cir­con­dato dall’aura di un’incertezza figlia dell’oblio, che Elvira abbia sin­te­tiz­zato i suoi pro­po­siti in una frase «Simm’e Napule e avimma fa ’o cinema de’ napulitane!».



Den­tro una mac­china presa, que­sto signi­fica attin­gere i sog­getti dalla ’nera’ e dalla ‘bianca’ della stampa, dai fogliet­toni let­te­rari più seguiti sui gior­nali, dalle can­zoni di mag­gior suc­cesso, per ambien­tarli nelle aule dei tri­bu­nali, nei com­mis­sa­riati, nelle que­sture, nei quar­tieri, nei bassi. Vicende sovente forti, di cui sono pro­ta­go­ni­sti fan­ciulle ingua­iate e abban­do­nate, uomini assas­sini per onore, figli lasciati a se stessi sulla strada, delitti pas­sio­nali, rego­la­menti di conti, mal­vi­venti dive­nuti tali gio­co­forza.

È un tea­tro della povertà, tra le cui quinte la Dora Films si muove met­tendo in scena il con­tra­sto dei sen­ti­menti e delle emo­zioni, la rela­ti­vità del torto e della ragione; lasciando che sia lo spet­ta­tore a deci­dere chi sia il buono o il cat­tivo, il (la) col­pe­vole e l’innocente. Elvira, con oltre cento cor­to­me­traggi e una ses­san­tina di film, sarà la prima autrice e donna regi­sta del cinema muto; ante­si­gnana, forse invo­lon­ta­ria, del neo­rea­li­smo, non solo per il carat­tere dei suoi sog­getti, ma anche, ad esem­pio, per la scelta di veri scu­gnizzi come attori di molte sue opere

La prima, Guerra italo-turca tra scu­gnizzi napo­le­tani, 1912, ambien­tata nel quar­tiere Stella, sede degli studi cine­ma­to­gra­fici della Dora Films, vede la troupe assa­lita dalle madri dei bam­bini, infe­ro­cite per­ché i figli si sono calati troppo rea­li­sti­ca­mente nella parte. La genia­lità di Notari si estende alle pro­ie­zioni nelle sale. Lo con­ferma il figlio Edoardo «Un’altra carat­te­ri­stica era la musica che accom­pa­gnava il film. Noi fummo i primi a met­tere un can­tante sotto lo schermo, che si sin­cro­niz­zava con le imma­gini. Nei primi tempi il pro­iet­tore, ancora a mano­vella, faci­li­tava il com­pito del can­tante, poi­ché era pos­si­bile ral­len­tare o acce­le­rare leg­ger­mente la pro­ie­zione. L’operatore di cabina, in pra­tica, era come se suo­nasse insieme all’orchestra. Non abbiamo mai fatto ricorso all’espediente di sovrap­porre i versi della can­zone alle scene, come altri face­vano, per dare l’attacco al can­tante. I nostri film erano let­te­ral­mente misu­rati sul tempo della canzone».

Elvira sa indos­sare i panni di mana­ger, orga­niz­za­trice, sce­neg­gia­trice, con­ta­bile, cuoca sul set. L’impresa ha impronta fami­liare, ma guarda lon­tano. Edoardo diventa primo attore, con il nome di Gen­na­riello, quando La Dora inau­gura, nel 1919, il filone dei film — sce­neg­giata. Se altri si erano messi sulla stessa pista, i Notari, soprat­tutto Elvira, com­pren­dono in anti­cipo che il film — sce­neg­giata può avere un flo­rido mer­cato dall’altra parte dell’Oceano, terra di emi­grati ita­liani. Il mec­ca­ni­smo fun­ziona gra­zie a due ele­menti base, la ripe­ti­ti­vità delle trame e la fami­lia­rità dei per­so­naggi, cui si aggiunge la cele­brità del brano musi­cale. Il primo ele­mento pro­pone a turno il dete­nuto che torna libero, gli scon­tri tra bande a colpi di col­tello, il furto, l’intrigo sen­ti­men­tale tor­bido, la sere­nata roman­tica o stra­ziata di dolore.… Il secondo si basa sui gesti, sui com­por­ta­menti, sull’aspetto fisico, insomma sullo ste­reo­tipo dell’umile figlio del Sud. Edoardo/Gennariello li incarna alla per­fe­zione: cor­po­ra­tura esile, occhi neri e pro­fondi, capelli folti e scuri.

Il lieto fine è quasi sem­pre garan­tito, dopo un fiume di lacrime in cui nuota l’incertezza degli eventi. Insieme a fil­mine di feste popo­lari e matri­moni, i film-sceneggiata par­tono per l’America che Elvira aveva sco­perto. E ven­dono oltre ogni aspet­ta­tiva. Nel 1924 verrà fon­data la Gen­na­riello Film.

Tutto ciò potrebbe indurre a sospet­tare nei Notari un certo cini­smo com­mer­ciale. Se non v’è dub­bio che per loro il busi­ness sia obbiet­tivo prin­cipe, tut­ta­via il lavoro di Elvira regi­sta e scrit­trice la coin­volge total­mente. La sua penna sulla carta e il suo occhio die­tro la mac­china da presa sanno iden­ti­fi­carsi con la realtà quo­ti­diana della gente, la com­pren­dono. E la gente risponde. Davanti alle sale di Napoli si for­mano code inter­mi­na­bili, i giorni di pro­gram­ma­zione si allun­gano per poter sod­di­sfare un pub­blico asse­tato di sto­rie nelle quali si rico­no­sce È il caso di ’A legge, 1920. 

Nel periodo di mas­simo ful­gore, la cen­sura comin­cia a strin­gere le maglie attra­verso le quali passa il nulla osta alla pro­ie­zione di un film. Quelli della Dora sono con­si­de­rati offen­sivi nei con­fronti della città, poi­ché ne aval­lano un’immagine di mise­ria, delin­quenza, spor­ci­zia che non cor­ri­sponde, stando all’ipocrisia dei buro­crati gover­na­tivi, allo sforzo di eman­ci­pa­zione della città.



I Notari vanno avanti per la loro strada, senza ascol­tare i richiami sem­pre più duri e fre­quenti dopo l’avvento del regime fasci­sta, che eser­cita in vari modi la cen­sura e si arroga il diritto della let­tura pre­ven­tiva del copione. Per quanto riguarda i film della Dora impone dida­sca­lie in ita­liano al posto di quelle in dia­letto; Car­cere, 1923, tratto dalla can­zone di Libero Bovio, viene ridotto da 1286 a 919 metri e il titolo diventa Sotto san Fran­ce­sco; stessa sorte subi­sce Fan­ta­sia ‘e sur­date, del 1927.

Nono­stante que­sto, le sale regi­strano il pieno ogni volta che viene pro­iet­tato un film della Dora o della Gen­na­riello. Nel 1928, la Com­mis­sione Cen­sura invia ai Notari una cir­co­lare che di fatto impone la chiu­sura dell’attività «Con­si­de­rato che sif­fatti film a base di posteg­gia­tori, pez­zenti, scu­gnizzi, di vicoli spor­chi, di stracci e di gente dedita al dolce far niente, sono una calun­nia per una popo­la­zione che pur lavora e cerca di ele­varsi nel tono di vita sociale e mate­riale che il regime imprime al paese; con­si­de­rato per altro che sif­fatti film sono ese­guiti con cri­teri privi di qual­si­vo­glia senso arti­stico, inde­gni della bel­lezza che la natura ha pro­di­gato alla terra di Napoli, è stato deciso di negarle in via di mas­sima, l’approvazione dei film che per­si­stono su cir­co­stanze che offen­dono la dignità di Napoli e l’intera regione».

Il 1930 è l’anno della parola fine. Qual­cuno ha affer­mato che la scelta di Elvira e Nicola fu influen­zata in parte dall’avvento del cinema sonoro. Falso, basti pen­sare alla ‘sono­riz­za­zione’ del muto attra­verso la musica. Il sonoro, sem­mai, avrebbe con­tri­buito ad aumen­tare la sug­ge­stione dei film pro­dotti. Il nome di Elvira com­pa­rirà nel 1942, tra gli sfol­lati di Napoli durante la Seconda Guerra Mon­diale. È tor­nata da tempo nella casa paterna, a Cava dei Tir­reni, dove la rag­giun­gono Nicola ed Edoardo. Elvira muore il 17 luglio del 1946.



Marito e figlio, dopo un periodo a Napoli, vanno a Roma. Qui, nel 1955, il cuore di Nicola si ferma, e qui Eduardo resta fino al 1963, sce­gliendo poi Bolo­gna per il suo lavoro di distri­bu­tore cine­ma­to­gra­fico. Salu­terà il grande schermo e la vita il 27 gen­naio del 1983. Sol­tanto tre degli oltre 160 titoli fir­mati dalla regi­sta sono arri­vati a noi: ’A San­ta­notte (1922), ‘E pic­ce­rella (1922), Fan­ta­sia ’e sur­date (1927), esempi eccel­lenti del film-sceneggiata. La trama di A San­ta­notte ha al cen­tro Nan­ni­nella, osti­nata nel fre­quen­tare l’amante Tore, con­tro il parere e le minacce del padre; in ‘E pic­ce­rella, un omo­nimo Tore ruba alla madre malata i gio­ielli, e con il denaro rica­vato com­pra regali di lusso per l’avida amante Mara­gre­tella; denaro al posto dei gio­ielli è il bot­tino del furto di Gen­na­riello, sem­pre ai danni della madre, sana ma anziana assai. The end comune la ven­detta finale. Tre­menda, ovviamente.

A que­sto punto, Licio, si impone una domanda: per­ché un docu­men­ta­rio su Elvira Notari? «Sono rima­sto affa­sci­nato da un cinema che sapeva sod­di­sfare la pan­cia della gente e se ne infi­schiava di risul­tare ostico al palato degli intel­let­tuali. Matilde Serao si schierò con­tro i film di Elvira, non le impor­tava che fosse l’unica donna in un mestiere e in un mondo appan­nag­gio degli uomini. Elvira, poi, è stata una donna del Sud capace di affran­carsi da un ruolo sociale a dir poco secon­da­rio. Terzo sprone il desi­de­rio di riscat­tare una sto­ria e una per­sona dimen­ti­cate, o a dir poco sot­to­va­lu­tate». Prin­cipe De Cur­tis in arte Totò, per­doni l’incomodo, ma c’è ancora biso­gno di lei per para­fra­sare una sua cele­bre bat­tuta davanti alla mac­china da presa di Mario Mat­tioli in Signori si nasce, 1960 «Regi­sti si nasce, e io lo nac­qui… mode­sta­mente». Para­frasi che ben si addice ad Elvira.


Il manifesto – 27 giugno 2015