TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 20 agosto 2015

La California da Monterey a Big Sur. In viaggio sui luoghi raccontati da Steinbeck, Kerouac e Henry Miller



Viaggio verso il «Grande Sud» lungo la costa dell’Oceano per incontrare i luoghi che hanno ispirato le pagine di John Steinbeck, Jack Kerouac, Henry Miller.

Beatrice Cassina

Da Monterey a Big Sur, un irresistibile viaggio

C’è un pic­colo angolo di mondo, in Cali­for­nia, immerso in una natura affa­sci­nante e a tratti ancora sel­vag­gia, lungo appena 23 miglia, (37 chi­lo­me­tri), dove si pos­sono sco­prire pic­cole grandi sto­rie di cul­tura e let­te­ra­tura ame­ri­cana. Come un lungo nastro che segue il pro­filo della costa cali­for­niana e che s’inerpica in tor­tuosi tor­nanti, la High­way 1 ci accom­pa­gna diret­ta­mente, se si arriva da nord, fino a Mon­te­rey.

Pro­prio Mon­te­rey è stata la culla e la regione in cui è cre­sciuto il pre­mio Nobel John Stein­beck, e oggi forse Mon­te­rey sarebbe tanto diversa, se que­sto ragazzo che aveva abban­do­nato l’università di Stan­ford dopo quasi sei anni di ten­ta­tivi e dubbi, non si fosse messo a scri­vere dav­vero della sua terra. Già, pro­prio della sua terra. Per­ché mol­tis­simi suoi libri si basano e sono ambien­tati in quel pezzo di Cali­for­nia che lui aveva cono­sciuto tanto bene.

Era cre­sciuto a Sali­nas, a poche miglia da Mon­te­rey, e pro­prio per quelle strade, per quei campi, hanno abi­tato i suoi tanti per­so­naggi. Mon­te­rey non solo come luogo fisico, ma come ispi­ra­zione di tanti carat­teri dei suoi per­so­naggi. Settant’anni fa, nel 1945, ormai già cono­sciuto come autore, aveva pub­bli­cato Can­nery Row (Vicolo Can­nery), la sto­ria di una pic­cola strada che si affac­ciava sull’oceano Paci­fico e dove allora sta­vano le fab­bri­che e i lavo­ra­tori che insca­to­la­vano le tante sar­dine che arri­va­vano dalle bar­che dei pesca­tori tutte la mat­tine.

    La Cannery Row di Steinbeck

Quel vicolo, che forse si potrebbe anche defi­nire quasi un lun­go­mare molto par­ti­co­lare – per­ché a tratti senza vista sull’oceano — Stein­beck lo aveva bat­tez­zato Can­nery Row, che da sem­pre era il sopran­nome di quella che in realtà era Ocean Ave­nue. Nel 1958, come segno di rin­gra­zia­mento della città all’autore e al libro, quello era diven­tato dav­vero il suo nome.

Quella sto­ria era stata ambien­tata negli anni della depres­sione, e i per­so­naggi sono per­sone di cui resta ancora il ricordo lungo la pic­cola strada. Sì, per­ché i suoi per­so­naggi sono pro­prio que­gli indi­vi­dui sim­pa­tici, indaf­fa­rati, a volte imbro­glioni ma sem­pre one­sti e di sani e sem­plici prin­cipi, che fanno di tutto per fare un regalo a un amico.

Sono quelle facce che una volta tutti pro­ba­bil­mente pote­vano incon­trare per quella stra­dina. In gene­rale, vaga­bondi come Mack e i ragazzi, pote­vano essere visti come fal­li­menti della società, ma Stein­beck per­ce­pi­sce e rac­conta tutta que­sta gente come il suc­cesso dell’umanità. Per­ché, se la società li defi­ni­sce per­denti e bar­boni, lui li rac­conta come “la virtù, le gra­zia e la bel­lezza della fret­to­losa fol­lia che vive a Mon­te­rey”. Non ven­gono giu­di­cati per quello che fanno ma per quello che real­mente sono, vivendo senza mai offen­dere la mora­lità e gli altri. È come se Stein­beck volesse avvi­sarci che, quando le per­sone per­dono quel lato unano, non resta altro che assurdità.



Can­nery Row comin­cia pro­prio così: “Il Vicolo Can­nery a Mon­te­rey in Cali­for­nia è un poema, un fetore, un rumore irri­tante, una qua­lità della luce, un tono, un’abitudine, una nostal­gia, un sogno. (“Can­nery Row in Mon­te­rey in Cali­for­nia is a a poem, a stink, a gra­ting noise, a qua­lity of light, a tone, a habit, a nostal­gia, a dream”). Una realtà quo­ti­diana dura e aspra, ma per cui si prova comun­que sem­pre un affetto spe­ciale. 

In que­ste pagine viene rac­con­tata la vita indaf­fa­rata e scon­clu­sio­nata di pesca­tori e tut­to­fare senza lavoro, del dro­ghiere cinese Lee Chong, (di cui la vera inse­gna tutta rovi­nata è ancora su un vec­chio edi­fi­cio lungo la strada), dei ragazzi, “the boys”, e del loro “capo” Mack.Men­tre trat­tano con Lee Chong, capi­ta­nati da Mack, cer­cano di orga­niz­zare una festa di com­pleanno al Western Bio­lo­gi­cal Labo­ra­to­ries per il loro amico Doc, bio­logo marino.

A Can­nery Row era seguito, nove anni dopo, Sweet Thur­sday (Quel Fan­ta­stico Gio­vedì), più o meno con que­gli stessi per­so­naggi, sem­pre a cac­cia di lavoro, di birra e spesso poco orga­niz­zati e pasticcioni.

E poi a Can­nery Row c’erano anche i bor­delli. La pro­prie­ta­ria di Bear Flag Restau­rant — una delle case d’appuntamento del libro e ispi­rata al Lone Star Restau­rant — è Dora Flood (nella realtà Flora Woods). Nella sua rigo­rosa serietà liber­tina, la “madam”, leg­giamo, si rifiu­tava comun­que di ser­vire alco­lici troppo forti e non sop­por­tava bestem­mie nel suo locale. L’altro bor­dello del libro era La Ida Cafè (nella realtà Edith’s Restau­rant), ricor­dato da un’insegna sulla parete di quello che oggi è la pastic­ce­ria Austino’s, sem­pre su Can­nery Row.

Uno dei pro­ta­go­ni­sti, Doc, è pro­prio ispi­rato a Ed Ric­ketts, grande amico di Stein­beck e bio­logo marino, con cui avrebbe poi scritto, nel 1951, The Log from the Sea of Cortéz(Dia­rio di bordo dal Mare di Cor­tés) e i cui labo­ra­tori sta­vano pro­prio dove oggi c’è il Mon­te­rey Bay Aqua­rium, (https://​www​.mon​te​rey​ba​ya​qua​rium​.org), aperto nel 1984.

A volte sem­bra quasi che Mon­te­rey, la Mon­te­rey di oggi, sia nata e viva gra­zie a John Stein­beck e alla pic­cola discreta Can­nery Row. Tra i due lati della stra­dina ci sono delle spe­cie di attra­ver­sa­menti coperti che ser­vi­vano per por­tare le sar­dine insca­to­late nei depo­siti vicino ai binari della Sou­thern Paci­fic Rail­road. Ora tutto vive per e gra­zie al turi­smo e quei pon­ti­celli, come gli edi­fici, un tempo can­nery, ospi­tano gal­le­rie d’arte, eno­te­che, risto­ranti, negozi che ven­dono un po’ di tutto e soprat­tutto libri di John Stein­beck. Tutto, anche le bir­re­rie, come la Can­nery Row Breweing Com­pany, ricor­dano lo scrittore.

Se si sce­glie di dor­mire nel vicolo (evi­tando i prezzi dei wee­kend delle vacanze ame­ri­cane), un hotel molto carat­te­ri­stico e il cui edi­fi­cio risale all’epoca delle can­nery, è il pic­colo Spin­drift Inn (http://​www​.spin​drif​tinn​.com), che si affac­cia diret­ta­mente sul mare e su gab­biani, pel­li­cani, lon­tre e leoni marini schiamazzanti.

    Big Sur

La zona, la con­tea di Mon­te­rey è stata la culla di tanti altri romanzi dello scrit­tore, come East of Eden (La Valle dell’Eden) — poi film con James Dean nel suo primo ruolo impor­tante — Way­ward Bus (La Cor­riera Stra­va­gante) del 1947 dove un auto­bus per­corre la fami­ge­rata (in tempi di piog­gia) High­way 1. Torr­tilla Flat (Pian della Tor­tilla, 1935), con una popo­la­zione di poveri pai­sa­nos sem­pre a cac­cia di qual­che soldo e, ovvia­mente, sem­pre in quella Cali­for­nia ricca di lavoro e in quel caso anche di ingiu­sti­zie, Gra­pes of Wrath, (Furore, 1939) che lo por­terà poi, nel 1962, in Sve­zia per rice­vere il Pre­mio Nobel.

Seguendo la 183 EST si arriva a Sali­nas, la sua città, dove, nel 1974, pro­prio nella sua casa al 132 di Cen­tral Ave­nue, il gruppo di volon­tari Val­ley Guild, dopo averla acqui­stata e restau­rata, ha aperto un risto­rante per appas­sio­nati “Steinbeckiani”.

Il Natio­nal Stein­beck Cen­ter, poco lon­tano, (http://​www​.stein​beck​.org) oltre a fil­mati d’epoca, a pezzi dei film rea­liz­zati sui suoi film, ai tanti oggetti dello scrit­tore (come la sua scri­va­nia e le sue note scritte a mano), è un altro bell’esempio di come gli abi­tanti, orgo­gliosi dello scrit­tore pre­mio Nobel, offrano il pro­prio lavoro di volon­tari per man­te­nere il ricordo del “loro” John sem­pre vivo.

Pro­se­guendo verso sud sulla High­way 1, e supe­rato lo sto­rico e spet­ta­co­lare Bixby Bridge (costruito in poco più di un anno tra il 1931 e il 1932, lungo 218 metri e alto 85), si arriva a Big Sur dove, nella sel­vag­gia e splen­dida natura, s’incontrano altri due grandi scrit­tori. Anche loro hanno inti­to­lato i loro libri con il nome di quel luogo.



Jack Kerouac aveva scritto, nel 1962, un libro inti­to­lato pro­prio Big Sur, dove rac­conta nel suo stile tagliato, sin­co­pato e ribelle in tutti i sensi, tre brevi sog­giorni di Duluoz (suo alter ego), nello cha­let di Law­rence Fer­lin­ghetti a Bixby Canyon. Rac­conta il dete­rio­ra­mento delle sue con­di­zioni fisi­che e men­tali, l’alcolismo, la depres­sione, l’incapacità di con­fron­tarsi con la fama e un pub­blico sem­pre più grande, come se si sen­tisse brac­cato dalle aspet­ta­tive del mondo e del suc­cesso. Era riu­scito a tro­vare riposo vivendo in quella natura, gran­diosa e sel­vag­gia di Big Sur.

Un’esperienza forse molto “simile” a quella del libro si può dav­vero vivere negli cha­let affit­tati dall’hotel Glenn Oaks (www​.gle​noak​sbig​sur​.com), let­te­ral­mente immerso in una fore­sta di altis­simi red­wood (sequoie) e in cui sem­bra si perda ogni senso d’orientamento. Le pic­cole case di legno sem­brano essere state costruite pro­prio per arti­sti e scrit­tori alla ricerca di se stessi.

Sicu­ra­mente sono molto simili alla “cabin” di Kerouac alias Duluoz, dell’omonimo film Big Sur, che è stato pre­sen­tato al Sun­dance film Festi­val nel 2013 ma pur­troppo mai arri­vato in Ita­lia (trai­ler: https://​vimeo​.com/​6​8​1​5​7​083). Sì, Big Sur con­tiene dav­vero tutta quella magia, quella vio­lenza, estasi e bel­lezza di forze della natura senza limiti.

    Henry Miller a Big Sur

Non c’è quindi dav­vero da mera­vi­gliarsi se alcuni ribelli, cer­ca­tori e viag­gia­tori, pas­sati una volta, hanno deciso di fer­marsi. È anche il caso di Henry Mil­ler che, nel 1957, pub­bli­cava Big Sur and the Oran­ges of Hie­ro­ny­mus Bosch (Big Sur e le arance di Hie­ro­ny­mus Bosch), ritratto sin­cero e inna­mo­rato dei 15 anni di vita vis­suti qui. Ci rac­conta delle tante sem­plici per­sone, sem­pre pronte ad aiu­tarsi a vicenda in una zona tanto bella quanto dif­fi­cile da abi­tare. 

Il libro di Mil­ler è un ritratto della sua vita qui, delle tante straor­di­na­rie per­sone che aveva cono­sciuto, degli arti­sti, degli scrit­tori, degli scrit­tori che non scri­ve­vano, dei mistici che medi­ta­vano cer­cando la verità, di bam­bini molto sofi­sti­cati e adulti molto infan­tili, di geni e di folli. Scrive con pun­gente e diver­tita iro­nia, ma que­sto è anche un libro molto serio, per­ché rap­pre­senta la testi­mo­nianza di chi ha avuto il corag­gio di rom­pere con i cli­ché della sua vita moderna per tro­vare il suo per­so­na­lis­simo modi di vivere. Serio ed estre­ma­mente dolo­roso quando la terza moglie se ne va con i figli.

Cono­sciuto soprat­tutto per i suoi libri scan­dalo scritti a Parigi, a Big Sur, con la moglie Janina Lep­ska e i due figli, era cam­biato molto e scrisse, pro­prio nel libro, “solo quando siamo dav­vero da soli, la pie­nezza e la ric­chezza della vita ci si rivelano…”.

     Big Sur. Henry Mil­ler Memo­rial Library

Alla Henry Mil­ler Memo­rial Library (www.hen­ry­mil­ler.org), gestita dal diret­tore Magnus Torén, appas­sio­nato esperto di Mil­ler, si orga­niz­zano corsi di scrit­tura, incon­tri con autori, con­certi e un Festi­val di film.

Quelle miglia di costa cali­for­niana sono dav­vero tanto spe­ciali, e Mil­ler con­fi­dava a un caro amico che, “nono­stante le sue sco­mo­dità, sono attac­cato a Big Sur. È il mio Para­diso. E il mare, il vento, le sco­gliere, il cielo, le stelle sono inso­sti­tui­bili! Non tro­verò mai un pro­mon­to­rio come que­sto in Francia”.


Il Manifesto/Alias – 8 agosto 2015