TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 26 agosto 2015

La distruzione di Palmira una vergogna per l'umanità



Dopo la demolizione del Leone di Allat salta in aria anche il Tempio di Baalshamin. Un gesto che potrebbe svelare la vera strategia dello Stato islamico, che da un lato distrugge e dall’altro risparmia tutto ciò che può essere fonte di guadagno

Valentina Porcheddu

Palmira ferita non a caso


A qual­che giorno dalla tra­gica ese­cu­zione pub­blica di Kha­led As’ad, l’ex diret­tore del sito e del museo di Pal­mira, una nuova esplo­sione emo­tiva scuote gli animi degli stu­diosi di anti­chità e di quanti guar­dano al patri­mo­nio archeo­lo­gico come oriz­zonte cul­tu­rale. Il 23 ago­sto, l’Osservatorio Nazio­nale per i Diritti Umani in Siria ha annun­ciato che i mili­ziani di Daesh hanno fatto sal­tare in aria il Tem­pio di Baal­sha­min a Pal­mira, dan­neg­giando gra­ve­mente anche il vicino colonnato.

A scon­giu­rare l’evento non è bastato l’appello di Irina Bokova, Diret­trice Gene­rale Une­sco, che tre mesi fa invi­tava al «ces­sate il fuoco» per pro­teg­gere uno fra i siti più sor­pren­denti del Medi­ter­ra­neo. In seguito all’imperdonabile distru­zione del monu­mento dedi­cato al dio del ful­mine e della fer­ti­lità, la Bokova ha dichia­rato che gli uomini del Califfo stanno com­piendo, in Iraq e Siria, le più bru­tali e siste­ma­ti­che deva­sta­zioni del patri­mo­nio sto­rico mai regi­strate dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, tra i due comu­ni­cati – quello di fine mag­gio e quest’ultimo – niente è stato fatto dall’agenzia Onu affin­ché la cele­bre città caro­va­niera, nella lista del World Heri­tage fin dal 1980 e dal 2013 fra i siti in peri­colo, fosse sal­va­guar­data. Nes­suna voce «uffi­ciale» del mondo della cul­tura si è levata – agli inizi di luglio – quando l’Isis ha giu­sti­ziato ven­ti­cin­que sol­dati dell’esercito rego­lare nel tea­tro romano di Pal­mira, ser­ven­dosi per­sino di ado­le­scenti come boia e com­piendo – secon­da­ria­mente – un atto di vili­pen­dio all’edificio che ha ospi­tato in pas­sato nobili forme d’arte.

Il 27 giu­gno scorso era pas­sata in sor­dina anche la demo­li­zione del Leone di Allat, la colos­sale sta­tua risa­lente al I secolo d.C. posta dalla fine degli anni ’70 a guar­dia del Museo di Pal­mira. «La “sen­ti­nella” dell’ingresso a Pal­mira – ci dice Pascal Arnaud, docente di Sto­ria Romana all’Università Lumière-Lyon2 e già con­su­lente Une­sco per gli scavi di Bei­rut – non può con­si­de­rarsi un obiet­tivo secon­da­rio per l’Isis. “Leone”, in arabo, si dice El-Assade all’epoca di Hafez al-Assad quella scul­tura era emblema dell’universalismo del par­tito Baath».

«Il sito archeo­lo­gico di Pal­mira – con­ti­nua Arnaud – rap­pre­sen­tava il domi­nio, da parte del regime, della cul­tura dei colo­niz­za­tori, i quali ave­vano annien­tato una città araba medie­vale per far emer­gere un patri­mo­nio più antico, spet­ta­co­lare e mag­gior­mente degno di atten­zione». La «scon­fitta» di tale cul­tura colo­niale, garan­zia di moder­nità e inte­gra­zione al mondo ormai nelle mani della nazione siriana, inne­scò quel pro­cesso ideo­lo­gico che fece della regina Zeno­bia la lea­der di un Fronte di Libe­ra­zione Nazionale.

In realtà, come sap­piamo ora da un recente libro di Annie e Mau­rice Sar­tre (Zéno­bie, de Pal­myre à Rome, ed. Per­rin 2014), Zeno­bia – che era la con­sorte di Set­ti­mio Ode­nato e a lui suc­ce­dette quale impe­ra­trice romana d’Oriente -, non fomentò le lotte con­tro i «colo­niz­za­tori» ma si oppose a un altro impe­ra­tore, Aure­liano, con l’ambizione di con­qui­stare il potere asso­luto assieme al figlio Val­la­bato. L’importanza accor­data da Hafez al-Assad all’archeologia come stru­mento di pro­pa­ganda nazio­na­li­sta si riflette nella scelta d’installare nel mae­stoso tem­pio di Bêl una resi­denza per il mini­stro della Cul­tura, dalla quale mostrare agli ospiti del regime i fasti della nuova Siria.



Ma se in giu­gno i mili­ziani hanno com­piuto la loro ven­detta archeo­lo­gica e poli­tica sul Leone di Pal­mira, fa riflet­tere la scelta di pre­ser­vare pro­prio quel tem­pio e sca­gliarsi invece sul san­tua­rio dedi­cato a Baal­sha­min, datato al II secolo d.C., un gio­iello archi­tet­to­nico ma cer­ta­mente meno impo­nente e «caro» al turi­smo di massa. Le ragioni vanno pro­ba­bil­mente ricer­cate nella stra­te­gia eco­no­mica dell’Isis, che da una parte distrugge manu­fatti con vere e pro­prie messe in scena, dall’altra rispar­mia tutto ciò che può esser fonte di guadagno.

La scelta di far sal­tare in aria il tem­pio di Baal­sha­min risiede forse nelle sue mode­ste dimen­sioni e nella sua posi­zione peri­fe­rica. Coloro che con­ti­nuano a cre­dere che l’unico scopo dell’Isis sia can­cel­lare il pas­sato pre-islamico ed eser­ci­tare la furia ico­no­cla­sta con­tro gli idoli, dovranno sfor­zarsi di guar­dare oltre quest’uso stru­men­tale e – a tratti abba­gliante – dell’archeologia. Se finora non ci sono prove che l’ottantaduenne As’ad sarebbe stato tor­tu­rato e poi bar­ba­ra­mente ucciso per­ché rifiu­ta­tosi di rive­lare il nascon­di­glio di pre­ziosi reperti, appare chiaro che per lo Stato Isla­mico – come d’altra parte ampia­mente docu­men­tato da inda­gini della poli­zia inter­na­zio­nale – il traf­fico ille­gale di reperti sia una delle prin­ci­pali fonti di finanziamento.

È anche noto che Daesh venda a caro prezzo licenze per scavi clan­de­stini, com­pro­met­tendo – come già suc­cesso a Dura Euro­pos e Mari – le stra­ti­gra­fie dei siti ma favo­rendo la sco­perta di manu­fatti da riac­qui­stare e immet­tere sul mer­cato. Men­tre fac­ciamo il lutto al tem­pio di Baal­sha­min, dob­biamo aspet­tarci in futuro, altre dimo­stra­zioni di vio­lenza da parte dell’Isis, mirate tut­ta­via non alla distru­zione glo­bale di un patri­mo­nio siriano già for­te­mente com­pro­messo dalla guerra civile, ma a una desta­bi­liz­za­zione emo­tiva della comu­nità inter­na­zio­nale. Per que­sto, ban­diere a mezz’asta e ini­zia­tive di com­me­mo­ra­zione non ci aiu­te­ranno a ono­rare uomini e a pro­teg­gere monu­menti ma con­ti­nue­ranno, in man­canza di azioni con­crete, ad allon­ta­narli per sem­pre dal nostro sguardo.


Il manifesto – 25 agosto 2015