TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 14 agosto 2015

La lunga durata dell’anno Mille



Manuale della fine del mondo. Il tra­va­glio dell’Europa medie­vale

Marina Montesano

La lunga durata dell’anno Mille


L’idea tra­di­zio­nale di una improv­visa espan­sione della società euro­pea intorno all’anno Mille è ormai in declino, in favore di una con­ce­zione di lungo periodo in cui l’arco cro­no­lo­gico della cre­scita eco­no­mica e della popo­la­zione andrebbe indi­vi­duato fra i secoli VIII e XIII. In que­sto pro­cesso ebbero un ruolo una mol­te­pli­cità di fat­tori, quali il carat­tere dina­mico del sistema cur­tense e della società signo­rile, ele­menti che nella visione sto­rio­gra­fica del pas­sato, e ancora oggi nell’immaginario comune, erano indi­vi­duati come com­po­nenti di arre­tra­tezza piut­to­sto che di progresso.

L’attenzione della sto­rio­gra­fia sui feno­meni di media-lunga durata è ser­vita anche a man­dare defi­ni­ti­va­mente in sof­fitta il cele­bre mito dell’anno Mille, quello che si nutriva della bella imma­gine del monaco Rodolfo il Gla­bro, autore di una splen­dida cro­naca che par­te­ci­pava atto­nita a molti degli eventi in corso: «Men­tre ci si avvi­ci­nava al terzo anno dopo il Mille, in quasi tutto il mondo, ma soprat­tutto in Ita­lia e in Gal­lia, furono rin­no­vati gli edi­fici delle chiese. Ben­ché la mag­gior parte di esse, essendo costru­zioni solide, non avesse biso­gno di restauri, tut­ta­via le genti cri­stiane sem­bra­vano gareg­giare tra loro per edi­fi­care chiese che fos­sero le une più belle delle altre. Era come se il mondo stesso, scuo­ten­dosi, volesse spo­gliarsi della sua vec­chiezza per rive­stirsi di un bianco manto di chiese. I fedeli, infatti, non solo abbel­li­rono quasi tutte le cat­te­drali e le chiese dei mona­steri dedi­cate a diversi santi, ma per­sino le cap­pelle minori poste nei villaggi.

Men­tre il mondo intero, come si è detto, si illu­mi­nava dei bian­chi edi­fici reli­giosi restau­rati, otto anni dopo il mil­len­nio nume­rosi indizi per­mi­sero di ripor­tare alla luce molte reli­quie di santi dai luo­ghi in cui a lungo erano rima­ste nasco­ste. Come se aves­sero atteso una glo­riosa resur­re­zione, esse si offri­rono, ad un cenno del Signore, alla con­tem­pla­zione dei fedeli, infon­dendo nei loro cuori un grande conforto».

Come scrive con iro­nia Glauco Maria Can­ta­rella all’inizio del suo Manuale della fine del mondo. Il tra­va­glio dell’Europa medie­vale (Einaudi, pp. 352, euro 32): «Che ne è stato dell’anno Mille? È pas­sato, tutto qui. Non c’è stata la cata­strofe che avrebbe dovuto esserci, non ci sono stati segni divini par­ti­co­lar­mente fic­canti, ardenti, deci­sivi. Gli uomini che aspet­ta­vano la fine dei tempi sono rima­sti delusi. La fine dei tempi è riman­data, non avrà luogo. E comun­que non arriva più, per adesso». Eppure, come mostra lo stesso Can­ta­rella, spe­cia­li­sta dei secoli del pieno medioevo, quella fu un’epoca di cam­bia­menti forse non repen­tini, ma certo pro­fondi. Papato, impero, monar­chie, città: niente sarà più come prima.



Al di là del mito dell’Anno Mille, che come detto non ha fon­da­mento nella realtà sto­rica, la stessa sud­di­vi­sione che usual­mente fac­ciamo tra alto e basso medioevo tende a sot­to­li­neare il fatto che l’epoca tra il primo e il secondo mil­len­nio d.C. ha segnato uno spar­tiac­que. E ben­ché sia ormai chiaro che i cam­bia­menti non sono avve­nuti in una notte e nep­pure in pochi anni, ma se ne pos­sano cogliere i segni almeno a par­tire dall’età caro­lin­gia, il periodo tra IX e XI secolo pre­senta carat­teri di novità desti­nati a lasciare un segno nei secoli suc­ces­sivi: la nascita, la rina­scita o il ripo­po­la­mento dei cen­tri urbani; l’organizzazione di monar­chie che reste­ranno cen­trali nella sto­ria euro­pea; la rio­ga­niz­za­zione dell’impero con un bari­cen­tro tede­sco; la cre­scita d’importanza del papato; la società feu­dale; la ride­fi­ni­zione degli «ordini» o ceti sociali.

L’insieme di que­sti feno­meni pone­vano le pre­messe per la stessa espan­sione eco­no­mica e mili­tare dei secoli suc­ces­sivi. Ma c’è di più: l’ampliamento, in genere accom­pa­gnato dalla cri­stia­niz­za­zione, dei con­fini d’Europa verso nord e verso est fa sì che la stessa geo­gra­fia del con­ti­nente assuma in que­sto periodo una sua veste quasi moderna.

Come tutti i cam­bia­menti epo­cali, anche quello non fu privo di tra­va­gli. Era un «mondo in disor­dine», come Can­ta­rella titola una delle sezioni del suo libro. Ed è ancora la voce del monaco Rodolfo a mostrarne i segni: «Poco tempo dopo in tutto il mondo la care­stia comin­ciò a far sen­tire i suoi effetti, e quasi tutto il genere umano rischiò di morire. Il tempo diventò in effetti così incle­mente che non si riu­sciva a tro­vare il momento pro­pi­zio per alcuna semina né il periodo giu­sto per il rac­colto, soprat­tutto a causa delle inon­da­zioni. Gli ele­menti sem­bra­vano essere in guerra tra loro: sicu­ra­mente invece essi erano lo stru­mento di cui Dio si ser­viva per punire l’orgoglio degli uomini. (…) C’è da inor­ri­dire a rac­con­tare gli orrori com­messi in quell’epoca dagli uomini». Tempi essen­ziali alla fon­da­zione dell’Europa, che il Manuale della fine del mondo ci aiuta a seguire nelle sue piste e nei suoi intrecci spesso con­fusi, sem­pre affascinanti.


Il Manifesto – 11 luglio 2015