TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 28 agosto 2015

La vera storia del grande mentitore



Unico superstite del campo di sterminio, anarchico e antinazista.Ma era un'invenzione. La storia di Enric Marco, l'uomo che fece credere a tutti di essere un eroe. 

Concita De Gregorio

La vera storia del grande mentitore

È come riflettersi negli specchi deformanti del Tibidabo, il più antico parco dei divertimenti di Spagna, che dall'alto della collina che domina Barcellona guarda ed è guardato da più di un secolo. "Tibi dabo", promette il demonio a Gesù: ti darò tutto il potere, tutta la gloria. Negli specchi che fanno alti, grassi, allampanati e doppi, replicano l'immagine all'infinito e poi la fanno scomparire generazioni di spagnoli, per tutto il Novecento, hanno portato e ancora portano i figli per mano per dare a loro e a se stessi il più antico e semplice dei piaceri: scoprirsi come Narciso nel fiume, come nell'acqua viva che corre vedersi apparire e sparire, uguali e sempre diversi. Per ridere e spaventarsi insieme, che non può esistere piacere senza almeno un poco di paura. Per vedere quanti volti abbiamo, quante persone siamo dentro una. E per scoprire — subito, bambini — la menzogna dello specchio, la sua illusione, i mille angoli da cui la luce ci può illuminare e restituirci allo sguardo diversi.

L'impostore , il nuovo libro di Javier Cercas, è questo. Uno speciale prisma: uno specchio a rilascio tardivo. L'immagine di chi legge compare riflessa quando ormai è troppo tardi per tornare indietro. Quando da cento pagine credi di ascoltare la storia vera di un uomo — Enric Marco — protagonista di una geniale e malinconica impostura. Quando da altre cento pensi di esserti (anche) addentrato nelle paure e delle tentazioni dell'autore: l'avventura di scrivere e creare quel che è più vero del vero, che non riguarda uno ma tutti.

Mettere in scena il romanzo della realtà senza finzione, la terapia delle parole, l'onnipotenza solitaria di chi costruisce destini e mescola le carte così da riuscire sempre — sempre, da solo — nel gioco. È allora, quando il libro pesa più nella mano sinistra e la fine delle pagine si avvicina, che lo specchio rilascia l'immagine del lettore, la propria. Tibi dabo: ti darò tutto il potere, tutta la gloria. Ti farò essere proprio quello che vuoi.

Persino la gloria umile del metterti al servizio degli altri, se è quella che desideri. Basterà che tu menta solo un poco. A te stesso, a chi ami, a chi vuoi che ti ami. Se proprio non puoi mentire ometti, modifica di poco, impasta la realtà col desiderio e con l'opportunità. Fa quel che è giusto e fra la Giustizia e tua madre: scegli tua madre. Chiunque sa di cosa stiamo parlando: tutti, compreso il coro degli ipocriti che gridano allo scandalo quando la menzogna altrui si fa evidente così da allontanare le proprie da sé, platealmente e a voce altissima.

Questo hanno fatto in tanti, quasi tutti quando la Grande Menzogna di Enric Marco è stata scoperta.
La storia che fa da pretesto al romanzo di Cercas è nota: ebbe una risonanza mondiale, un'attenzione mediatica folgorante e repentina. Capace, proprio come un fulmine, di incenerire una vita in un attimo. Era un eroe, Marco. Aveva fatto della sua vita un romanzo. Era diventato l'unico superstite del campo di sterminio di Flossenbürg, anarchico antifranchista antinazista deportato e torturato, sopravvissuto per raccontare: ai bambini nelle scuole, alle autorità in Parlamento, ai memorial nei Campi, ai biografi affamati di sempre nuovi dettagli nella costruzione del Mito della Resistenza, della Memoria storica, del passato edificante da celebrare e ricordare in coro.

    Enric Marco mentre millanta i suoi trascorsi di antifascista

Enric Marco ha fatto per la divulgazione della Storia dell'Olocausto ciò che non sono stati capaci di fare eserciti di saggisti, biografi e testimoni. Ha portato se stesso, la sua incredibile capacità di raccontare, in giro per la Spagna e per l'Europa fino a diventare un idolo, una celebrità riconosciuta, un eroe. Però lui a Flossenbürg non c'era mai stato. In Germania era andato a lavorare, non deportato. In carcere era finito per reati comuni, non per dissidenza politica. Uno storico qualunque, un ostinato marginale studioso, lo ha smascherato quasi per caso, inciampando in un'esitazione.

Spaventoso e geniale, ha scritto di lui Mario Vargas Llosa. Geniale. Un impostore affascinante, capace di mescolare realtà e finzione, di farlo per il bene di tutti e intanto per il suo, ma come di passaggio e senza volere — per il suo. Un talento supremo nel dire la cosa giusta, comparire al centro della foto, dare alle persone quel che si aspettano, suscitare consenso, essere normare e insieme eccezionale. Straordinario nel quanto ma non nel come: più bravo di tutti ad essere come tutti, un uomo della maggioranza, sempre dove tira il vento, incapace di dire no ma segretamente consapevole che sarebbe a volte giusto farlo, quindi capace di inventarsi un'identità controcorrente stando perfettamente nella corrente. La nostra vita politica recente e attuale è costellata di carriere così.

Di lui dice Cercas — dice e fa dire ai testimoni — che aveva solo moltissimo bisogno di essere amato. Cresciuto in manicomio, figlio di una madre reclusa, infanzia dolente e randagia. «È furbo come un cane di strada che deve sbarcare il lunario». Furbo, umile d'origine, svelto. Ansioso di piacere. Incredulo, al principio, della sua capacità di farlo e poi sempre più sicuro, sempre più preciso nell'andare a segno. «Volevo solo che tu mi ascoltassi», dice a Cercas. Essere ascoltato, dunque amato.

Dietro la storia, che subito diventa una riedizione contemporanea dell'hidalgo Chisciotte, il vero tema — il tema sotterraneo — è quello dell'identità: la costruzione dell'identità attraverso la menzogna. L'invenzione permanente di un'altra vita che renda sopportabile la propria. Che ne colmi le lacune. Che — come nei nickname di chi naviga in rete diventando ogni volta qualcun altro che è, ma non proprio e non sempre — consenta ai propri desideri e ai propri rancori di trovare un posto. Di esistere.

Ma anche, e molto più semplicemente, il perpetuo tentativo di stare in bilico tra quel che siamo e quello che vorremmo essere. Narciso vivrà se non conoscerà se stesso, dice Tiresia nelle Metamorfosi di Ovidio. Si se non nouerit. Vedersi, vedere davvero chi siamo, guardarsi. A costo della vita stessa. Non mentirsi, non mentire. Ammesso che sia questa la cosa giusta da fare, perché ci sono menzogne che raccontano la verità e tentazioni di gloria, tibi dabo, che non portano alla dannazione ma alla bellezza suprema. Dipende da cosa si intenda per menzogna, e cosa per gloria. La storia di Marco è lì per raccontarlo. Incanta e spaventa, certo: è quella di ciascuno di noi.


La repubblica – 20 agosto 2015