TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 6 agosto 2015

La Via Lattea e le sue leggende



La Via Lattea e le sue leggende. Una galassia nata dal latte fuoriuscito dal seno della dea Era, per i greci e della Madonna, per i cristiani. Il liquido si sparse nel cielo e fu così che le anime poterono dissetarsi lungo il tragitto.

Claudio Corvino

Passeggiate interstellari


In tutte le cul­ture umane ritro­viamo det­ta­gliate descri­zioni di viaggi com­piuti in sogno, in estasi o dopo la morte. Esplo­ra­zioni di mondi miste­riosi la cui durata è ignota e il ritorno incerto. In que­sta geo­gra­fia dell’altrove la stessa idea di viag­gio è stata pla­smata nei mil­lenni per ren­dere fami­liare ciò che per defi­ni­zione è oscuro e inco­no­sci­bile. Così come nella sua vita reale l’uomo costrui­sce strade, ponti, palazzi, così fa per l’altro mondo, nei viaggi dell’anima fuori dal corpo, creando una sorta di topo­gra­fia dell’aldilà che ha il dop­pio scopo di deli­mi­tare e ride­fi­nire l’ignoto e ras­si­cu­rare l’esistenza di coloro che sopravvivono.

Bruce Chat­win nel suo Le vie dei canti ha mostrato come anche per gli abo­ri­geni austra­liani il ter­ri­to­rio non fosse solo un luogo geo­gra­fico ma un insieme di sto­rie, di canti, di ricordi: nel loro ciclico wal­ka­bout per i mono­toni deserti per­cor­re­vano i luo­ghi impre­gnan­doli di miti e di signi­fi­cato, com­piendo una sorta di deam­bu­la­zione insieme musi­cale, reli­giosa e geo­gra­fica.

Guar­dando il cielo not­turno, tutti noi veniamo presi da un inef­fa­bile senso di smar­ri­mento molto più potente di quello pro­vato di fronte a una pia­nura, un mare o un deserto, per quanto scon­fi­nati essi siano. Le costel­la­zioni, sorta di mitici «uni­sci i pun­tini» enig­mi­stici, bastano appena a nar­rare qual­che ras­si­cu­rante sto­ria dalle lon­tane ori­gini gre­che. Ma l’intera nostra galas­sia è un gigan­te­sco wal­ka­bout nar­ra­tivo ancora oggi vivente nelle cul­ture umane, soprat­tutto italiane.

Quel mera­vi­glioso tap­peto di luce che vediamo sopra le nostre teste di notte è un gigan­te­sco disco stel­lare dal dia­me­tro di cen­to­mila, cen­to­cin­quan­ta­mila anni luce, illu­mi­nato da miliardi di stelle: due­cento, forse quat­tro­cento. Imma­gi­nando un model­lino in scala della Via Lat­tea, di dia­me­tro di cen­to­trenta chi­lo­me­tri, il nostro sistema solare occu­pe­rebbe appena due millimetri.

    Rubens, Origine della Via Lattea

La porta dei due mondi

La Via Lat­tea non è solo bella da vedere, ma anche buona da pen­sare. Per la scienza, così come anche per Chri­sto­pher Nolan nel suo ultimo film, Inter­stel­lar, può anche essere un enorme wor­m­hole, un Ponte di Einstein-Rosen in grado di tra­spor­tare da un punto all’altro dell’Universo con una velo­cità supe­riore a quella della luce. È su que­sta teo­ria, infatti, che si basa il viag­gio degli astro­nauti pro­ta­go­ni­sti del film, alla dispe­rata ricerca di una nuova casa per l’umanità.

Che la Via Lat­tea sia un ponte non l’ha ipo­tiz­zato né Ein­stein né il fisico teo­rico Kip Thorne (con­su­lente e pro­dut­tore di Inter­stel­lar), ma lo nar­ra­vano secoli prima tante cul­ture umane, dotte e popo­lari, che l’immaginavano come una strada, una porta o un ponte che il defunto avrebbe dovuto attra­ver­sare per giun­gere alla sua dimora eterna.

Ne par­lava Macro­bio nel V secolo nel suo Com­men­ta­rius in Som­nium Sci­pio­nis, là dove descri­veva la Via Lat­tea come una strada che «tagliava» i due tro­pici, del Capri­corno e del Can­cro: «i fisici li chia­ma­rono porte del sole… Attra­verso que­ste porte si crede che le anime pas­sino dal cielo sulla terra e risal­gano dalla terra al cielo». Mille anni prima anche la reli­gione zoroa­striana conobbe un ponte «del discer­ni­mento» il Cin­vat peretu, sul quale pas­sa­vano le anime dei defunti: quelle dei giu­sti più facil­mente, visto che il ponte si allar­gava al loro incedere.

Le diverse tra­di­zioni «galat­ti­che» sem­bra­vano con­cor­dare su di una cosa: le anime, insieme agli dei, vivono in uno spa­zio side­rale fatto di latte, ali­mento pri­ma­rio per entrambi. Ecco per­ché gli uomini lo cer­cano appena nati: per­ché le loro anime, prima di incar­narsi nei corpi, si nutri­vano di que­sta bianca sostanza «galac­tica». Ne è certo Pita­gora, che «chiama Ade la Via Lat­tea ed il luogo delle anime» e sostiene che «presso alcuni popoli il latte era offerto come liba­gione agli dèi puri­fi­ca­tori delle anime, e il latte è il primo nutri­mento di coloro che cadendo ven­gono generati».



Pel­le­gri­nag­gio di san Gia­como

La stessa galas­sia nac­que dal latte fuo­riu­scito dal seno di Hera. Sol­tanto chi avesse bevuto dal suo seno, infatti, avrebbe otte­nuto l’immortalità, pur non avendo ori­gini com­ple­ta­mente divine. Così Zeus riu­scì con l’inganno a far bere al seno della dea il figlio Hera­kles ma, quando que­sta se ne accorse, allon­tanò con vio­lenza il pic­colo (o in altre ver­sioni l’eroe ora­mai adulto) e il suo latte si sparse per tutto il cielo for­mando la Via Lat­tea.

Era ine­vi­ta­bile che que­sto nucleo mitico si iscri­vesse nel leg­gen­da­rio cri­stiano e in par­ti­co­lare nel ciclo nato intorno a Maria: una leg­genda abruz­zese rac­conta che un giorno il pic­colo Gesù andò al tem­pio a dispu­tare con i dot­tori, men­tre la Madonna lo cer­cava per ogni dove, ver­sando il latte del suo seno lungo il tra­gitto. Da que­sta bianca stri­scia di latte ebbe ori­gine la galassia.

Sem­pre in Abruzzo, ma in realtà con un areale di por­tata euro­pea, il nostro ammasso stel­lare è anche cono­sciuto come «la strade de san Gia­cume de Hali­zie», con rife­ri­mento a san Gia­como, fra­tello mag­giore di Gio­vanni e figlio di Zebe­deo e Salomé. Festeg­giato il 25 luglio, giorno della tra­sla­zione delle sue ossa da Geru­sa­lemme in Gali­zia, nel medioevo fu con­si­de­rato patrono dei pel­le­grini e per que­sto raf­fi­gu­rato con un lungo bastone e un largo cap­pello, per difen­dersi dalla piog­gia. Altro fon­da­men­tale attri­buto ico­no­gra­fico è la con­chi­glia, sim­bolo di coloro che si reca­vano in pel­le­gri­nag­gio al suo san­tua­rio di Compostela.

Il legame tra il santo e la bianca via cele­ste è antico, se già ne parla Dante nel Con­vi­vio: «quello bianco cer­chio che lo vulgo chiama la via di Sa’ Iacopo»; e il con­tem­po­ra­neo Gior­dano da Pisa in una delle sue pre­di­che: «Quelle stelle che vol­gar­mente i laici chia­mano la via di San Iacopo». Il pel­le­gri­nag­gio al san­tua­rio in Gali­zia, a nord-ovest della Spa­gna, era uno dei più noti e affol­lati nell’Europa medie­vale, così come lo è ancor oggi.

La sua leg­genda comin­cia a dif­fon­dersi a tap­peto soprat­tutto nel XII secolo, quando apparve il Liber S. Jacobi, un’imponente opera di pro­pa­ganda con­te­nente inni, pane­gi­rici, ser­moni e mira­coli del santo, oltre una vera e pro­pria Guida per il pel­le­grino e la Cro­naca di Tur­pino (un monaco dell’VIII secolo), piena di ele­menti tipici delle chan­sons de geste.

Qui si rac­conta di un famoso sogno di Carlo Magno: san Gia­como gli appare inci­tan­dolo a libe­rare dai musul­mani la sua tomba in Gali­zia e gli indica la dire­zione da seguire: un cam­mino di stelle. Fu in quel periodo che la pic­cola cit­ta­dina cam­biò il nome da Iria a Cam­pus stel­lae, Com­po­stela. Toccò a Carlo rista­bi­lire la via inter­rotta tra Oriente e Occi­dente, uni­fi­care il mondo cri­stiano ma anche il mondo dei vivi e quello dei morti. Un pro­gramma impe­gna­tivo che vedrà pro­ta­go­ni­sti tutti i pala­dini della Chan­son de Roland, il poema nazio­nale fran­cese. Lo stesso Tur­pino divenne l’archetipo del monaco com­bat­tente, caduto a Ron­ci­svalle accanto al pala­dino Orlando.

      S. Maria del Piano a Loreto Aprutino

Viaggi ultra­mon­dani

Dal Medioevo la fama del pel­le­gri­nag­gio e di san Gia­como, la sua pro­te­zione sui viaggi, ter­reni e non, si sono dif­fuse dap­per­tutto nono­stante, rac­conta una leg­genda, un giorno il santo si lamen­tasse col Signore che il suo san­tua­rio in Gali­zia fosse poco cono­sciuto. Dio allora gli rispose di non pre­oc­cu­par­sene: “chi non ti visi­terà da vivo, ti visi­terà morto”. Da allora, da una pic­cola porta che è nel san­tua­rio si sente bat­tere con­ti­nua­mente: sono i morti che vi entrano ed escono.

Ogni anima cri­stiana, dopo la morte deve, se non andare a Com­po­stela almeno attra­ver­sare il «Ponte di san Gia­como», quello di cui par­la­vamo poc’anzi cono­sciuto anche come Ponte del capello: un ponte ultra­mon­dano che si allarga o si restringe a seconda delle azioni buone o cat­tive del defunto, fino a diven­tare sot­tile come un rasoio o un capello. I bam­bini per­cor­re­reb­bero tutta un’altra strada, più facile, lumi­nosa e alle­gra: l’arcobaleno.

Un esem­plare stu­pendo di que­sto ponte è visi­bile a Loreto Apru­tino (Pescara), negli affre­schi della chiesa di Santa Maria del Piano. Nella gran­diosa raf­fi­gu­ra­zione del Giu­di­zio delle anime, risa­lente al Quat­tro­cento, nella parte infe­riore sini­stra si vedono anime nude che attra­ver­sano il «Ponte del capello».

In alcune tra­di­zioni popo­lari ita­liane, que­sto attra­ver­sa­mento avver­rebbe a mez­za­notte, segna­lato da uno scric­chio­lìo avver­tito nella camera del defunto. In quel momento tutto tace e il silen­zio piomba tra amici e fami­liari riu­niti per «vegliarlo». Nes­suno deve par­lare o anche pian­gere, per­ché le lacrime bagne­reb­bero le vesti del morto e ren­de­reb­bero meno age­vole il suo muo­versi. 

Il pas­sag­gio sul ponte è un momento di por­tata cosmica che deci­derà il futuro eterno del defunto; è un momento anche fati­coso e dolo­roso, come dimo­strano l’ultimo sudore o l’ultima lacrima del cada­vere: sono il risul­tato dello sforzo e delle ferite pro­dotte dal taglio dei rasoi dello stret­tis­simo ponte.

Attra­ver­sa­tolo, o attra­ver­sata la Via Lat­tea, l’anima ripo­serà in pace, ma potrà ancora, ecce­zio­nal­mente, ritor­nare dagli spazi side­rali per ras­si­cu­rare i pro­pri cari o, al limite per aiu­tarli ancora, magari sug­ge­rendo qual­che numero da gio­care al lotto.


Il Manifesto – 6 agosto 2015