TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 21 agosto 2015

Luciano Della Mea intellettuale rovesciato



Abbiamo ricevuto da Attilio Mangano questo bel ricordo di Luciano Della Mea. Lo riprendiamo e rilanciamo in rete assolutamente convinti della necessità che non vada spezzato il filo rosso della memoria di classe.

Giuseppe Muraca

Luciano Della Mea intellettuale rovesciato

Sono entrato in contatto con Luciano Della Mea nel 1990, fece da intermediario Attilio Mangano: i due insieme a Stefano Merli avevano da poco curato il fascicolo de <<Il ponte>> sul <<socialismo di sinistra>>. Il nostro rapporto divenne subito molto intenso: ci scrivevamo spesso e ci telefonavamo quasi tutti i giorni. Io ero allora direttore di una piccola casa editrice catanzarese, Pullano editori, e avevo da poco fondato insieme ad Antonio Lombardi (che però si è subito ritirato dall’impresa) la rivista <<L’utopia concreta>>, e perciò cercavo di fare tesoro della sua esperienza, delle sue idee e dei suoi consigli. Dalla nostra collaborazione e dal contributo di altri amici nacquero nei primi anni novanta una rete di rapporti e una serie di progetti e di iniziative, alcuni dei quali durano tuttora. 

Sin dagli anni settanta avevo letto alcuni dei suoi libri più importanti (Eppur si muove, Il fossile ignoto, I senza storia) e seguito la sua evoluzione politica, ma poco ero riuscito a sapere della sua vasta produzione giornalistica ed editoriale giovanile, rimasta per molto tempo poco nota e dimenticata sulle pagine dell’<<Avanti!>>, di <<Mondo Operaio>>, di <<Mondo nuovo>> e di altri giornali e periodici degli anni cinquanta. 

Ora quel vuoto è stato in parte colmato dall’uscita del bel libro curato e introdotto con particolare intelligenza da Paolo Mencarelli, Luciano Della Mea giornalista militante. Scritti 1949-1962, Manduria-Bari-Roma, Lacaita editore, 2007, pp. 315, Euro 18), che ha basato la sua ricerca sulla consultazione dell’archivio dell’intellettuale toscano conservato presso il Centro Turati di Firenze e dell’archivio Gianni Bosio. L’antologia presenta, per forza di cose, una scelta di testi limitata, ma essa è sufficiente a darci un’idea abbastanza precisa e articolata dell’originalità e della specificità della multiforme attività intellettuale di Della Mea (come narratore, come giornalista e come redattore delle Edizioni Avanti). 



Luciano della Mea inizia a collaborare all’<<Avanti!>> nel 1949, all’indomani della sconfitta del Fronte popolare. A quel tempo l’Italia portava ancora le ferite della guerra e Della Mea era un giovane autodidatta venticinquenne con una grande voglia d’imparare e di capire, e con un passato segnato dalla miseria e dalle sofferenze. Aveva già scritto i primi racconti e si era da poco iscritto al PSI. Il suo apprendistato e il suo esordio di scrittore avvennero quindi in un clima del tutto particolare intriso da un intenso fervore civile e culturale.

È la stagione dell’impegno e del neorealismo in cui l’intellettuale partecipa direttamente al processo di ricostruzione e di rinnovamento della società italiana e di farsi portavoce del bisogno di riscatto e di emancipazione delle classi subalterne. Ma della Mea si ritaglia uno spazio tutto suo che assume sin dall’inizio dei tratti singolari e originali.

Il suo itinerario di scrittore presenta senza dubbio alcune analogie con quello di molti altri letterati e intellettuali della sua generazione, ma anche alcune differenze, nel senso che Della Mea non può essere considerato semplicemente uno scrittore “impegnato”, nel senso allora corrente (alla Vittorini, per intenderci), sia perché egli ha sempre legato strettamente la sua attività culturale ad un impegno politico diretto come militante di base del PSI (a Milano è stato per vari anni segretario del circolo Labriola), a stretto contatto con gli operai, i contadini, gli emarginati, sia perché nella sua produzione giornalistica e letteraria non c’è spazio per la retorica neorealistica allora dominante, e infine perché i <<senza storia>> non sono solo i protagonisti ma anche i destinatari dei suoi racconti e dei suoi articoli.

Da qui la scelta di scrivere in uno stile semplice, schietto, spontaneo che non è semplicemente la conseguenza di una cultura limitata (da autodidatta), bensì il frutto di una scelta culturale e politica coerente e consapevole che contempla anche una funzione pedagogica. 



Non a caso Franco Fortini recensendo la sua novella Vita di Tobia, pubblicata nel 1953 dalle rinate Edizioni Avanti, aveva scritto che <<Della Mea concepisce la sua opera di scrittore e di giornalista come una causa al servizio del socialismo; e, con ammirevole coerenza, si è proposto, ed ha ottenuto, di scrivere testi di una letteratura intelligente, moderna, pulita, “per un tipo di lettore” che non è né quello dei premi letterari, né quelli dei settimanali di partito. È questo un lavoro, nello stretto senso di questa parola, di cui anche un Tolstoj sarebbe andato orgoglioso>> (<<Avanti!>>, 5 gennaio 1954). L’unità fra politica e cultura, fra teoria e pratica sociale era quindi parte integrante della sua personalità e del suo modo di essere. 

E in effetti egli appartiene a quel particolare tipo di intellettuali militanti, che pur riconoscendo in parte il ruolo e la validità del partito, hanno privilegiato l’iniziativa dal basso, il rapporto diretto, non solo politico ma anche umano, con le classi subalterne. E proprio per questa sua caratteristica di fondo egli deve essere considerato uno degli esponenti più rappresentativi di quel <<socialismo di sinistra>>, democratico, classista e libertario, che pur con grandi difficoltà sin dagli anni della guerra fredda e dello stalinismo contribuì alla ricerca di una linea politica diversa, autonoma, antiburocratica, antidogmatica, da quella dominante.

Fondamentali per la sua formazione ideale e politica furono la sua amicizia e il suo sodalizio con il gruppo di comunisti e di socialisti libertari de <<La Cittadella>> di Bergamo, con Franco Fortini, Gianni Bosio, Raniero Panzieri e Giovanni Pirelli e la sua permanenza, a partire dal 1950, in una città come Milano che negli anni cinquanta conobbe delle profonde trasformazioni di carattere economico, politico, sociale e culturale fino a diventare la capitale del <<miracolo economico>>. 

L’attività giornalistica di Della Mea riflette l’evoluzione del suo percorso intellettuale. Inizialmente sono i suoi interessi letterari a prevalere, e ciò si traduce in una serie di recensioni e di articoli su vari scrittori importanti di quel periodo (Pavese, Vittorini, Hemingway, ecc.) e sul ruolo della letteratura e dell’intellettuale nella società contemporanea, ma poi la sua attenzione si rivolge sempre di più ai problemi dell’attualità e della realtà politica sociale ed economica muovendosi su vari fronti: ad esempio, egli interviene sul tema della censura, scrive su fenomeni di costume, articoli di denuncia e di cronaca sull’arretratezza del mezzogiorno e su vari casi di ingiustizia sociale, su particolari ricorrenze e iniziative politiche (festa dell’<<Avanti>> e del I maggio).

Del suo lavoro di cronista dell’<<Avanti!>>, particolarmente significativi ed incisivi restano gli articoli della rubrica “Anche questa è Milano”, nei quali Della Mea denuncia lo stato di degrado e di abbandono in cui versano i quartieri periferici milanesi e il totale disinteresse delle amministrazioni comunali.

Ma la sua attività giornalistica trova probabilmente la forma più congeniale nella rubrica di dialogo con i lettori “Arrivi e partenze”, uno dei momenti più qualificanti, più innovativi e incisivi del giornalismo politico italiano degli anni cinquanta. Ereditata nel 1954 da Sam Carcano, amico di Fortini, la rubrica raggiunse in poco tempo una diffusione nazionale e una vasta popolarità tra i militanti del Partito socialista e dell’intera sinistra. Per Della Mea fu un impegno totale, molto arduo e difficile, ma superato il panico iniziale egli si dedica anima e corpo alla cura degli articoli, rispondendo con la consueta chiarezza e semplicità ai quesiti dei suoi numerosi interlocutori.

Si crea così una sorta di filo diretto tra il giornalista e militante Luciano Della Mea e un pubblico più disparato (militanti di base, vecchi socialisti, intorno ai temi più disparati dell’attualità politica, sociale e culturale) che diventa coprotagonista del discorso culturale e politico. Dalla lettura di quella rubrica emerge uno degli spaccati più rappresentativi della società italiana degli anni cinquanta, segnato non solo da profonde ingiustizie, ritardi e contraddizioni ma anche da intense passioni civili e politiche. 

    Panzieri

La fine dello stalinismo e la crisi del 1956 rappresentano per molti versi un evento liberatorio e una rottura col passato e segnano in profondità la ricerca teorica e politica di Della Mea. In stretta collaborazione con Bosio e Panzieri, conosciuto qualche anno prima, egli partecipa direttamente e intensamente alle vicende interne del PSI e al dibattito teorico e politico, seguito al ventesimo congresso del PCUS, ai fatti polacchi e ungheresi, schierandosi, ma solo tatticamente, con la sinistra del partito (Vecchietti, Valori). Il biennio che va dal Congresso di Venezia (6-10 febr. 1957) a quello di Napoli (15-18 gen. 1959) è per molti versi un periodo esaltante di intensa elaborazione teorica.

È il momento in cui <<Mondo operaio>>, condiretto da Raniero Panzieri, diventa una delle riviste di punta del panorama culturale e politico italiano (ricordiamo che lo stesso Panzieri, insieme a Libertini, scrive e pubblica le Sette tesi sul controllo operaio, che accendono una viva polemica e un’intensa discussione all’interno del PSI e tra gli intellettuali di sinistra); mentre Gianni Bosio cura sull’<<Avanti!>> la rubrica “Vetrina del movimento operaio”, dopo tre puntate trasformata in “Questioni di socialismo”.

Pur con le dovute differenze, il marxismo antiburocratico e antidogmatico di Della Mea è in linea con quello di Bosio e di Panzieri. Al primato dello Stato-guida e del partito-guida, infatti, egli contrappone il primato della classe e della sua autoorganizzazione. Non a caso nei suoi articoli Della Mea pone continuamente l’accento sul <<principio della democrazia diretta>> e sulla <<diretta partecipazione delle masse alla gestione autonoma della produzione>> (Lo stato socialista, in “Avanti”, “Arrivi e partenze”, 19 febbraio 1957).

Si tratta di un discorso politico molto complesso e improntato ad un profondo rinnovamento, che, come è stato ripetutamente sottolineato dagli studiosi e dallo stesso Mencarelli nella sua lunga e articolata Introduzione, risente di suggestioni teoriche e politiche diverse: dal Morandi del saggio su Otto Bauer al Gramsci ordinovista, dalla Luxemburg dei consigli operai ai primi testi di Mao pubblicati in Italia. La sua è una posizione molto singolare che lo pone addirittura in contrasto con il suo maestro Franco Fortini (i due scrittori si ritroveranno al tempo dei <<Quaderni rossi>>), di cui su insistenza di Bosio recensisce polemicamente il libro Dieci inverni, pubblicato da poco dall’editore Feltrinelli.

In particolare, a contrapporli sono il differente giudizio sull’operato di Rodolfo Morandi, come vicesegretario del PSI, e un modo diverso di concepire la militanza politica, il rapporto tra attività culturale e azione politica, tra intellettuali e partito. Fortini rimase molto amareggiato e dopo aver coinvolto Panzieri e Pietro Nenni decise di abbandonare il PSI. Ma l’evoluzione politica e le prese di posizione di Della Mea si pongono anche in netto contrasto con i vertici del PSI e lo condannano ad un sempre più accentuato isolamento.

Nel 1958 viene chiusa la rubrica <<Arrivi e partenze>>, che negli ultimi tempi si era guadagnata gli strali di Nenni e gli attacchi calunniosi di alcuni esponenti socialdemocratici. Della Mea abbandona <<L’Avanti>> e ritorna a lavorare per il Touring Club Italiano. Come è noto, il graduale avvicinamento del PSI all’area di governo segna di fatto la sconfitta e l’emarginazione politica di Panzieri, di Bosio, di Fortini, di Della Mea e dei marxisti critici che avevano lavorato per un’uscita a sinistra dallo stalinismo.

    Gianni Bosio

Alla fine degli anni cinquanta, con l’esplosione del boom economico e l’avvento della società di massa, Della Mea, insieme al sindacalista Antonio Costa, conduce una serie di inchieste in alcune fabbriche milanesi, che vengono pubblicate a partire dal 1959 su <<Mondo nuovo>>, la nuova rivista fondata dalla sinistra socialista che poi diventerà l’organo del PSIUP. Dal canto suo, Raniero Panzieri comincerà a lavorare alla preparazione dei <<Quaderni rossi>>, di cui per circa un biennio lo stesso Della Mea coordinerà la redazione milanese.

All’analisi e alla critica del miracolo economico e del neocapitalismo essi accompagnano una particolare attenzione per le condizioni di vita e di lavoro degli operai e delle classi subalterne e per l’attività delle organizzazioni di base del movimento operaio. Tutti questi tentativi nascono ormai al di fuori della logica e delle mediazioni delle dirigenze politiche e sindacali tradizionali e della stessa sinistra socialista verso cui si dimostra una sempre maggiore sfiducia.

Nel 1962 Della Mea, con l’aiuto di Bosio, fonda infatti <<La Classe>>, nata come <<organo di base della lotta operaia>> dalla collaborazione di un gruppo di militanti di diversa estrazione politica (socialisti e comunisti di sinistra, trotskisti, anarchici). Ma la vita effimera del giornale, di cui esce un solo numero, rappresenta un segnale abbastanza evidente delle difficoltà e del disorientamento in cui versa il gruppo promotore, delle divisioni esistenti nella stessa sinistra di base e della carenza di prospettive politiche immediate. Amareggiato Della Mea così scrive a Gianni Bosio: <<Ora sono tornati i tempi lunghi e la dispersione è in atto>> (lettera inedita del 27 settembre 1962). 


Della Mea comincia insomma a capire che è arrivato il momento di voltare pagina, nella vita come nell’impegno politico e culturale. E così decide di abbandonare Milano e di trasferirsi a Pisa dove nella seconda metà degli anni sessanta diventerà uno dei principali punti di riferimento della nascente nuova sinistra italiana.