TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 22 agosto 2015

Miti degli anni '50: la spider

    Caccia al ladro

Un mito costruito dal cinema. Dai cialtroni arricchiti dal boom economico immortalati da Gassman e Sordi, all'agente 007. Ma per noi soprattutto l'inquietante Grace Kelly di Caccia al ladro. Due posti senza bagagliaio, era il simbolo del lusso e dell'ostentazione in un Italia che stipava famiglie intere in utilitarie caricate all'inverosimile, con i panini portati da casa perché in autogrill costava troppo mangiare.

Marco Mendo

Velocità, prestigio e vento nei capelli


Velo­cità, pre­sti­gio e vento nei capelli. Una sen­sa­zione unica di libertà che scon­fina nell’illusione di una fuga, anche solo momen­ta­nea, ben sapendo che quelle quat­tro ruote rimar­ranno sem­pre sal­da­mente incol­late a una strada. Il fascino della spi­der resi­ste da più di un secolo. Ha fatto sognare intere gene­ra­zioni, ha supe­rato momenti dif­fi­cili ed è ritor­nato con forza in cima ai desi­deri degli appas­sio­nati. Gui­dare senza il tetto, con l’aria sulla fac­cia, resta un’emozione diversa. Da tutte le altre.

Cinema e tele­vi­sione hanno scan­dito l’evoluzione di cabrio­let, road­ster e speed­ster fino a farle diven­tare feno­meni di costume e testi­moni di un’epoca. Le vet­ture sco­perte, ‘esplose’ negli anni Cin­quanta e Ses­santa, sono ormai uno sta­tus sym­bol, un tas­sello deci­sivo per affer­mare il pro­prio ruolo nella società. Per chi le ama dav­vero, però, rap­pre­sen­tano solo e sem­pli­ce­mente un sogno.

La spi­der esi­ste da sem­pre, prima ancora del motore a scop­pio. Era una car­rozza leg­gera e sco­perta, con una strut­tura che ricor­dava la forma di un ragno (in inglese, appunto, spi­der). Veloce, due posti ‘sec­chi’ e baga­gliaio ridotto. Sono que­ste le carat­te­ri­sti­che rima­ste intatte anche quando i cavalli hanno lasciato il posto a cilin­dri e pistoni. All’inizio del Nove­cento la mag­gior parte dei modelli costruiti dalle case auto­mo­bi­li­sti­che era senza tet­tuc­cio. Una scelta det­tata da que­stioni pra­ti­che, legate a peso e potenza.

Per arri­vare alle prime spor­tive di serie biso­gna però aspet­tare gli anni Venti quando comin­ciano a com­pa­rire le Gran­Tu­ri­smo, in grado di abbi­nare alte pre­sta­zioni a una buona affi­da­bi­lità. Con l’avvento delle corse e della Mil­le­mi­glia, le spi­der diven­tano oggetti di culto, desti­nate a pochi for­tu­nati che pos­sono sfog­giarle nelle loca­lità alla moda. In Ita­lia l’Alfa Romeo 6C 1500 Super Sport scalza il mito delle inglesi, seguita qual­che anno più tardi dall’elegantissima Flyng Star. Car­roz­zieri e pro­get­ti­sti ini­ziano a rita­gliarsi un ruolo sem­pre più impor­tante, e quando Fiat rea­lizza la Topo­lino, l’auto più pic­cola del mondo, Ber­tone rie­sce a tra­sfor­marla nell’Amica, una cabrio ele­gante e sinuosa. Ma ancora molto costosa.

È agli inizi degli anni Cin­quanta che il mito della spi­der si con­so­lida. Dopo la seconda guerra mon­diale le aziende auto­mo­bi­li­sti­che rico­strui­scono gli sta­bi­li­menti e l’auto comin­cia a essere un tra­guardo rag­giun­gi­bile anche dalle classi meno abbienti. A costo di duri sacri­fici, però. Lo sti­pen­dio medio di un ope­raio si aggira attorno alle 40 mila lire al mese e la terza serie della Topo­lino costa ancora 625 mila lire.

Per con­tro, accanto alle prime uti­li­ta­rie, le vet­ture di lusso e spor­tive si avviano verso una distri­bu­zione più ampia. Nel 1954 viene pre­sen­tata la Lan­cia Aure­lia B24, la mac­china che più di tutte docu­men­terà il periodo della rina­scita eco­no­mica, foto­gra­fando l’ascesa sociale della pic­cola borghesia.

    Il sorpasso

Qual­che anno dopo, accanto a Vit­to­rio Gass­man e Jean Louis Trin­ti­gnant, pro­prio la B24 Spi­der sarà la pro­ta­go­ni­sta del film Il Sor­passo, diven­tando il sogno irrea­liz­za­bile di tanti spet­ta­tori, stre­gati dall’allegria con­ta­giosa e cial­tro­ne­sca del pro­ta­go­ni­sta Bruno Cor­tona. Per emu­lare i divi del grande schermo al volante della deca­pot­ta­bile di casa Lan­cia, però, biso­gna spen­dere 2 milioni 822 mila lire. Nel 1956 la prima rivo­lu­zione del prezzo arriva con la Giu­letta Spi­der che, nella ver­sione nor­male, abbassa l’asticella appena sotto i 2 milioni e sfonda anche sul mer­cato ame­ri­cano.

È ancora Gass­man a gui­darla nel film La ragazza del palio, con­qui­stando la pla­ti­nata Diana Dors e facendo morire di invi­dia milioni di ita­liani. Con il boom degli anni Ses­santa cam­bia radi­cal­mente il modo di inten­dere l’auto. Si costrui­scono strade e auto­strade, le distanze si accor­ciano e non ci si spo­sta solo per neces­sità, ma anche per pia­cere.

Debut­tano sul mer­cato le prime cabrio eco­no­mi­che e la Fiat 1200 spi­der vende in un anno quasi 2800 esem­plari al costo di poco meno di 1 milione 400 mila lire. Per sognare una gita fuori porta senza tet­tuc­cio, l’operaio medio deve, però, accon­ten­tarsi della Bian­china Spe­cial Cabrio­let (674 mila lire nel 1962), dopo aver messo da parte più o meno una decina di men­si­lità. Le deca­pot­ta­bili ita­liane, for­giate dal genio dei car­roz­zieri, sono le più richieste.

    Agente 007. Licenza di uccidere

Quelle stra­niere, sem­pre più pro­ta­go­ni­ste nei film dell’epoca, ancora più costose. Per custo­dire in garage la Sum­beam Alpine Sport, resa cele­bre da Grace Kelly e Cary Grant in Cac­cia al Ladro, ser­vono 1 milione e 800 mila lire, e nel 1962, in Ita­lia, ne ven­gono ven­duti ‘solo’ 50 e ormai intro­va­bili esem­plari. Inar­ri­va­bile l’Aston Mar­tin Db4, l’antenata di quella gui­data da Sean Con­nery — James Bond che costa addi­rit­tura di 6 milioni e mezzo di lire. Ormai il mer­cato delle sco­perte è in con­ti­nua evo­lu­zione e la Fiat mette in campo modelli per tutte le tasche. Dalla lus­suosa Dino con mec­ca­nica Fer­rari (3 milioni e mezzo di lire) si passa alla 124 spi­der, una mac­china desti­nata al ceto medio (1 milione 700 mila lire il prezzo di lan­cio) che resterà in pro­du­zione fino agli inizi degli anni Ottanta.

Nei film e nei primi ‘musi­ca­relli’ la gui­dano David Niven, Alberto Sordi e poi ancora Gianni Morandi. Ma è la ver­sione spi­der della 850 a fare da spar­tiac­que di un’epoca. Costa poco più un milione ed è una vera spor­tiva che in molti pos­sono per­met­tersi, a patto di sacri­fi­care il sedile poste­riore. Si pos­sono sce­gliere volante in radica, un’ampia gamma di colori e un motore che sfiora i 150 km orari. In sette anni ne ven­gono costruiti 146 mila esem­plari e alla classe ope­raia sem­bra dav­vero di andare in paradiso.

La spi­der, nell’immaginario popo­lare diventa sem­pre più un sim­bolo di con­qui­sta, l’ultimo gra­dino di una sorta di lotta di classe. Se l’auto è l’unità di misura del posi­zio­na­mento sociale, la deca­pot­ta­bile a basso costo è l’occasione giu­sta per il riscatto. E poco importa se la si lucida alla fon­ta­nella in piazza, magari con un tubo di gomma, per non pagare l’autolavaggio. Quando si viag­gia senza tet­tuc­cio si può volare con la fan­ta­sia e addi­rit­tura fin­gere di essere qual­cun altro.

    Il Laureato

Ma la spi­der è anche la mac­china della fuga e della rin­corsa dispe­rata di Dustin Hof­f­man sul set de Il Lau­reato. Ancora una volta è il grande schermo a ren­dere immor­tale il mito di una delle deca­pot­ta­bili più famose della sto­ria. L’Alfa Romeo Duetto (anche se il nome, scelto con un con­corso popo­lare, non verrà uti­liz­zato uffi­cial­mente) diventa l’emblema di chi non vuole rispet­tare regole e con­ven­zioni. Lan­ciata nel 1966 (2 milioni 300 mila lire), finì fuori listino dopo 28 anni e 124 mila vet­ture pro­dotte e ven­dute in tutto il mondo.

Negli ultimi anni la clas­sica sco­perta a due posti è tor­nata a essere un pro­dotto di nic­chia, ma il suo appeal non è mai tra­mon­tato. E se negli anni Novanta i più gio­vani sogna­vano l’Eclipse di Fast and Furious e poi met­te­vano da parte i soldi per una Bar­chetta, adesso il mer­cato vin­tage è in piena ripresa. I col­le­zio­ni­sti spen­dono milioni di euro per una Jaguar gui­data da Steve McQueen, ma ne bastano meno di 10 mila per assi­cu­rarsi una splen­dida 850, uguale a quella di Anna Magnani nel film L’automobile.

E la pas­sione scon­fi­nata per quello sgar­giante spi­de­rino giallo sta tutta nella con­fes­sione che Anna­rella fa all’amico del cuore: «Che te devo dì, io… in mac­china… mi sento più bella».


Il Manifesto – 15 agosto 2015