TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 13 agosto 2015

Nell’ufficio sospeso di un pescatore di sogni



Da quattro anni Asti ospita il Festival Fuoriluogo dove il restauratore monta sotto i portici il suo bugigattolo, lo riempie di pesci appesi alle pareti, al soffitto. E al gente si ferma interdetta.

Luciano Del Sette

Nell’ufficio sospeso di un pescatore di sogni


C’era una volta un pic­colo navi­glio. Potrebbe comin­ciare così, con i versi di un fila­strocca popo­lare, la sto­ria di un museo, anche lui pic­colo. Il più pic­colo del mondo. Ma men­tre il pic­colo navi­glio «Non voleva, non voleva navi­gar», il museo più pic­colo del mondo va per la sua rotta, arric­chen­dosi di strani pesci cat­tu­rati dalle reti della fan­ta­sia. Se arri­vare a com­pren­dere da que­ste poche righe vi può appa­rire com­pito dif­fi­cile, vedrete che in breve tutto si chia­rirà. E il museo più pic­colo del mondo, altri­menti e non uffi­cial­mente ribat­tez­zato Museo dei pesca­tori di sogni, diven­terà per voi oggetto di sana e irre­si­sti­bile attra­zione.

Il suo fon­da­tore, carica che tut­ta­via suona un po’troppo uffi­ciale, porta il nome di Ser­gio Bru­mana, asti­giano, età sti­mata tre o quat­tro passi oltre la soglia dei cin­quanta, pre­ce­denti poli­tici obbiet­tore di coscienza, titolo di stu­dio tec­nico eno­logo, restau­ra­tore di mestiere e per pas­sione, scul­tore di recente voca­zione. La sua casa, nel cen­tro di Asti, Ser­gio la divide con la moglie Marina, i figli Caro­lina e Fran­ce­sco, il pro­fumo e la bel­lezza di vec­chi mobili sco­vati nelle cascine e tor­nati a vivere dopo un lavoro di ine­sau­ri­bile pazienza. Il labo­ra­to­rio è a due passi.

Se chiedi di visi­tare il museo, Bru­mana sor­ride senza riu­scire a scac­ciare del tutto una timi­dezza sin­cera. Per­ché il Museo più pic­colo del mondo, un metro e trenta di lar­ghezza, uno e ottanta di lar­ghezza, due metri e mezzo di altezza, a volte c’è, e altre non c’è «Men­tre smon­tavo i mobili di una cascina in ven­dita, vicino ad Asti, ho visto in una stanza un ex uffi­cio ‘ambu­lante’ di pesa­tura del vino, e me ne sono inna­mo­rato. I pro­prie­tari mi hanno detto di smon­tarlo e di por­tar­melo via». L’amore di Ser­gio si è acceso di fronte a un vec­chio paral­le­le­pi­pedo in legno scuro, la tar­ghetta smal­tata ‘uffi­cio’ sopra la porta d’ingresso, un’apertura con ripiano all’esterno per con­se­gnare e riti­rare i docu­menti, le pareti interne dipinte con lo smalto verde che solo ieri dava colore alle abi­ta­zioni dei contadini.



Il restau­ra­tore Bru­mana non sa bene cosa far­sene, lo lascia lì, nel suo labo­ra­to­rio, sicuro che, prima o poi, a qual­cosa di bello ser­virà. Da qual­che tempo, per gioco, si è messo a rea­liz­zare navi in minia­tura, com­bi­nando il legno con scarti di oggetti in ferro, pezzi di ser­ra­ture, bot­toni ere­di­tati dalla mer­ce­ria di fami­glia, chiavi. Ogni pic­colo navi­glio è prov­vi­sto di ruote

«L’idea mi venne subito dopo la tra­ge­dia dell’isola del Giglio, ascol­tando chi descri­veva le enormi dif­fi­coltà per riu­scire a disin­ca­gliare e a por­tar via la Con­cor­dia. I miei pic­coli scafi risol­ve­vano il pro­blema gra­zie alle ruote. In que­sto non c’era asso­lu­ta­mente man­canza di rispetto o iro­nia gra­tuita nei con­fronti delle vit­time del nau­fra­gio. È stata una cosa istin­tiva, forse nata da desi­de­rio che la nave vera potesse rad­driz­zarsi e lasciare l’isola senza dove fare conti così grandi con la morte e il dolore».

Il color verde dell’ex uffi­cio di pesa­tura ricorda a Ser­gio il mare, che, va sot­to­li­neato, lui non ama affatto; gli sug­ge­ri­sce che quel paral­le­le­pi­pedo potrebbe diven­tare un sot­to­ma­rino imma­gi­na­rio per ina­bis­sarsi nella pro­fon­dità delle onde e tor­nare a galla pieno di pesci. Quei pesci che, dopo le navi, ha ini­ziato a scol­pire, con­ti­nuando a ser­virsi del legno, di scarti di oggetti in ferro, di pezzi di ser­ra­ture, di bot­toni ere­di­tati dalla mer­ce­ria di fami­glia, di chiavi.



Da quat­tro anni, a fine luglio, Asti ospita il Festi­val Fuo­ri­luogo: con­certi, incon­tri, spet­ta­coli, pre­sen­ta­zioni di libri, chiac­chiere in com­pa­gnia di un calice di vino, lun­ghe tavole dove bearsi della cucina del Dia­volo Rosso, inse­gna ispi­rata al brano omo­nimo dello chan­son­nier Paolo Conte «Girano le luc­ciole nei cer­chi della notte / que­sto buio sa di fieno e di lon­tano / e la can­zone forse sa di rata­fià». I ragazzi del festi­val hanno pun­tato lo sguardo su Bru­mana e le sue scul­ture, vogliono che lui e l’ex uffi­cio di pesa­tura siano ospiti dell’edizione 2015.

Forse lo scul­tore timido die­tro la barba gri­gia non aspet­tava altro. Sotto i por­tici del nobile cor­tile che ospita Fuo­ri­luogo monta il bugi­gat­tolo, crea il Museo più pic­colo del mondo, lo riem­pie di pesci appesi alle pareti, al sof­fitto, ai lati dell’ingresso. La gente segue la frec­cia indi­ca­trice, arriva, si ferma inter­detta, si inter­roga ‘Che razza di museo è ?’, e dopo un attimo di esi­ta­zione, entra. Uno alla volta, due non ci stanno. Le voci risuo­nano all’esterno, sus­surri entu­sia­sti, com­menti stu­piti. Le facce sor­ri­dono e le con­gra­tu­la­zioni fioc­cano all’uscita.

Ma cos’hanno di tanto spe­ciale le crea­ture itti­che di Ser­gio Bru­mana? «Que­sta è una zona dove sono stati tro­vati fos­sili marini e sche­le­tri di balene vis­sute migliaia e migliaia di anni fa. Forse sono loro, senza che me ne accor­gessi, ad avermi ispi­rato. Però i miei grandi ispi­ra­tori sono i mate­riali che trovo lungo i fiumi, per strada, sulle spiagge. Ogni pesce è fatto sem­pre e sol­tanto con mate­riale di recu­pero. Molte idee mi ven­gono gio­cando con la parole, e le parole diven­tano il titolo delle scul­ture. Ad esem­pio «Nat­ta­to­ria», in asso­nanza con la vescica nata­to­ria, per­ché l’elemento prin­ci­pale della scul­tura sono le natte, i turac­cioli in dia­letto pie­mon­tese. Ispi­ran­domi al romanzo di Kazui Ishi­guro e al film di James Ivory Quel che resta del giorno, ho rea­liz­zato una lisca di pesce che ho chia­mato «Quel che resta del piatto del giorno». A volte ho il titolo e i mate­riali, però mi manca l’idea. E allora il mio pesce se ne sta lì ad aspet­tare. Io dico che se ne sta lì in avan­zato stato di composizione».

Fer­mia­moci un istante sul secondo bat­te­simo, Museo dei pesca­tori di sogni «Ogni pesce che fac­cio nasce da un lampo, da un’ispirazione, che somi­gliano a un sogno, però rea­liz­za­bile. Un signore com­prò un mio lavoro per­ché i legnetti di cui era com­po­sto gli ricor­da­vano una vacanza mera­vi­gliosa fatta in Camar­gue. Altri ci hanno tro­vato qual­cosa impos­si­bile da defi­nire, i colori e le forme comu­ni­ca­vano loro sen­sa­zioni che sfug­gono alle parole, li hanno amati senza una ragione pre­cisa. Mi somi­gliano, que­sti signori, e credo di essere pro­prio io il primo pesca­tore». 



Iro­nico aspi­rante a una cita­zione nel Guin­ness dei pri­mati, antro oni­rico, il museo, almeno nelle inten­zioni del suo crea­tore, non solo appare e scom­pare, ma potrebbe avere ulte­riori evo­lu­zioni, sem­pre nell’ambito della minia­tura «Ho da parte alcuni fron­tali di negozi d’epoca con i quali creare, un domani, le Bot­te­ghe del pesce. Vedremo alla pros­sima ed even­tuale mostra. Cer­ta­mente i miei pesci non andranno mai in ten­tata ven­dita a un nego­zio o nelle sale di un risto­rante; né mi inte­ressa affi­darli a una gal­le­ria d’arte, in quanto non li con­si­dero ‘opere’.I loro posti sono la mia bot­tega o il museo le rare volte che espongo. Se a qual­cuno inte­ressa com­prarli, non mi tiro indie­tro. Ma su alcuni c’è scritto «Ven­duto» e non è vero. Sono ven­duti nel senso che non li cederò mai a nes­sun altro se non a me».

In con­certo a Fuo­ri­luogo, Paci­fico ha voluto rea­liz­zare un video nell’ex uffi­cio di pesa­tura, e lo stesso ha fatto Daniele Celona, song­w­ri­ter tori­nese e chi­tarra com­plice di Levante. Sem­pre Paci­fico ha pen­sato ai pesci di Bru­mana per le sce­no­gra­fie del suo nuovo tour. Lo ricordi a Ser­gio, e lui torna a scher­nirsi senza ombra di com­pia­ci­mento. 

Non vi suoni freddo e buro­cra­tico chiu­dere que­sto rac­conto con un numero di tele­fono. Allo 0141/592202 vi rispon­derà una voce dall’accento aperto, in sali­scendi come le col­line del Mon­fer­rato, pla­cida come il mare quando non tira vento. La stessa voce l’ascolterete dal vivo men­tre parla di pesci che mai nuo­te­ranno; di un attac­ca­panni in ferro arrug­gi­nito, mate­ria madre della balena Moby Dick: di pic­coli navi­gli con le ruote e di legni anti­chi abban­do­nati sul bordo di una strada. Vi par­lerà anche del museo più pic­colo del mondo. Adesso c’è, domani no, dopo­do­mani chissà. Nel dub­bio, bevia­moci un bic­chiere di buon vino guar­dando il mare dei filari di vigne. L’unico mare che Ser­gio ama.


Il Manifesto – 12 agosto 2015