TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 3 agosto 2015

Noorda. Quando a Milano furoreggiavano il design e lo stile



I Pavesini e la Pirelli, il sistema visivo dell’Agip e le stazioni metro... Formatosi al canone Bauhaus di Amsterdam, il designer olandese, raffinato e schivo, sbarcò da noi nel ’54 lasciando il segno.


Maurizio Giufrè

Noorda. Quando a Milano furoreggiavano il design e lo stile


C’è stato un tempo, tra gli anni cin­quanta e set­tanta, in cui Milano svol­geva una vera ege­mo­nia cul­tu­rale senza avere biso­gno dell’effimero festi­va­liero di saloni, pas­se­relle ed expo, ma solo pesando per la qua­lità delle idee e l’ingegno che sapeva met­tere in cir­colo tra società e indu­stria, tra le sfere della poli­tica e della cul­tura.

A con­ferma del dina­mi­smo di quella sta­gione è indi­ca­tivo quanto disse Bob Noorda, desi­gner di talento raf­fi­nato e schivo come pochi, in una delle sue ultime inter­vi­ste: «A quel tempo, tra noi girava voce che a Milano si respi­rasse un’aria molto sti­mo­lante, Milano era la città della Trien­nale, la città dove stava nascendo il grande design». Lo ribadì con la stessa con­vin­zione un altro olan­dese, il foto­grafo Arno Ham­ma­cher: «Come era Milano quando ci sono arri­vato nel 1956? Era, come tutta l’Italia, in un fer­mento di cui si sen­tiva l’eco all’estero». Giu­dizi netti ai quali se ne potreb­bero aggiun­gere altri dello stesso tono.

Sof­fer­mia­moci però su Noorda, il per­so­nag­gio che meglio di ogni altro ha saputo con­fi­gu­rare con metodo e crea­ti­vità l’«immagine di città» di Milano prima che la corsa all’universale este­tiz­za­zione del mondo vi giun­gesse a modi­fi­care irre­pa­ra­bil­mente ogni cosa. Lo spunto lo offre la recente mono­gra­fia Bob Noorda Design (24Ore Cul­tura, pp. 397, euro 35,00), curata da Mario Piazza, che rac­conta la vita pro­fes­sio­nale del desi­gner olan­dese, dai suoi esordi, sullo sfondo di una città alle prese con le radi­cali tra­sfor­ma­zioni urbane del dopo­guerra, fino alle soglie del nuovo mil­len­nio, quando Milano devia verso i modelli spe­cu­la­tivi della den­si­fi­ca­zione urbana nel cen­tro e dello sprawl nell’hinterland.

Il design, spec­chio dei pro­cessi di modi­fi­ca­zione della città e della società, in Noorda trova un’eccellente occa­sione di veri­fica; in par­ti­co­lare que­sta mono­gra­fia, ideata da lui stesso e uscita postuma, aiuta a com­pren­dere in modo cri­tico l’involuzione cul­tu­rale di disci­pline come il design e l’architettura, per le quali la città lom­barda dete­neva il pri­mato per ori­gi­na­lità di ricerca e rea­liz­za­zioni. Quando vi giunge nel 1954, Noorda è messo subito alla prova: prima il resty­ling del mar­chio dei biscotti Pave­sini, poi alla Pirelli come art direc­tor (free­lance). Prag­ma­ti­smo ed effi­cienza sono le doti richie­ste dalla comu­ni­ca­zione azien­dale di società pub­bli­che e pri­vate che nell’immagine coor­di­nata, in altre parole nello stile azien­dale, indi­vi­duano il migliore stru­mento per pub­bli­ciz­zare, con­fe­zio­nare e ven­dere il loro brand e non più solo i loro pro­dotti o servizi.

Noorda è tra i migliori a sod­di­sfare que­sta domanda met­tendo a frutto l’insegnamento avuto dai docenti for­mati secondo i canoni Bau­haus all’Istituto di Arti Appli­cate (IvKNO) di Amster­dam: diret­tori prima Mart Stamm, poi Ger­rit Rietveld.

La mono­gra­fia segue un ordine rigo­ro­sa­mente cro­no­lo­gico: dalla «prima spe­ri­men­ta­zione labo­ra­to­riale», come ha defi­nito Gio­vanni Baule gli esordi con i «nuovi alfa­beti» per Pirelli, Dre­her, Mon­da­dori, Fel­tri­nelli e Metro­po­li­tana Mila­nese, fino alle «varia­zioni di alta scuola» degli anni due­mila con i pro­getti per la comu­ni­ca­zione edi­to­riale di Tea, Lon­ga­nesi e Gar­zanti e la segna­le­tica visiva per il Castello Sfor­ze­sco, Brera e la Gal­le­ria Sabauda. Scor­rendo le pagine del volume si com­prende in modo chiaro il prin­ci­pio che ha ispi­rato i suoi lavori.

«Un buon pro­getto di design – ha detto Noorda – non deve essere influen­zato dalle mode ma deve durare il più pos­si­bile». Ciò non vuol dire, come ha fatto notare Gio­vanni Ance­schi in cata­logo, che «il più pos­si­bile» signi­fi­chi «in eterno». Non biso­gna avere timori di essere out of look, anche se ogni pro­getto di cor­po­rate iden­tity deve essere atem­po­rale affin­ché – come spesso Noorda ricor­dava –, que­sto non sia con­fuso con la pub­bli­cità. Cin­que sono le regole da seguire per non sba­gliare: sin­tesi, sem­pli­cità, ripro­du­ci­bi­lità, memo­ria e continuità.



Regole essen­ziali a fon­da­mento di ciò che si chiama basic design e che ha avuto ori­gine nella ricerca for­male di Josef Albers e di László Moholy-Nagy, migrata nella didat­tica bau­hau­siana (Grun­d­kurs) e da lì, nel dopo­guerra, nei corsi dellaHoch­schule für Gestal­tung di Ulm di Max Bill e Tomás Mal­do­nado. In Noorda le regole uni­ver­sali del basic design sono appli­cate con un tale rigore che vari suoi pro­getti sono diven­tati dei modelli di rife­ri­mento. È il caso ad esem­pio della segna­le­tica della metro­po­li­tana mila­nese. Nel 1962, insieme a Franco Albini e Franca Helg, è inca­ri­cato dell’arredo delle sta­zioni: un raro caso di con­di­vi­sione di solu­zioni tra archi­tet­tura e visual design.

La scelta di ren­derle scure con fascioni opa­chi e pavi­menti in gomma nera per­mise di nascon­dere i molti difetti delle super­fici in cemento armato, e l’unificazione di cor­ri­mani, accessi, illu­mi­na­zione e segna­le­tica è la prova che stan­dar­diz­za­zione non è sino­nimo di impo­ve­ri­mento degli spazi; al con­tra­rio, il sistema comu­ni­ca­tivo, inte­grato con per­corsi, ban­chine e aree di sosta, è «cul­tura e poe­tica dell’accoglienza» (Baule), che si repli­cherà alla fine degli anni ses­santa nelle metro­po­li­tane di New York e di San Paulo.

Un vero disa­stro la deci­sione dell’azienda muni­ci­pa­liz­zata mila­nese di ristrut­tu­rare radi­cal­mente qual­che anno fa alcune sta­zioni, con­trav­ve­nendo a qual­siasi prin­ci­pio este­tico e fun­zio­nale, illu­mi­nan­dole con pavi­menti chiari e ridi­cole sedute in metallo mul­ti­co­lo­rato. Inu­tili le rimo­stranze di Noorda, scon­tra­tosi sia con l’assoluta indif­fe­renza dei poteri pub­blici sia con la reti­cenza di chi avrebbe dovuto tute­lare il valore della nostra «moder­nità», invece bel­la­mente se ne disinteressò.



Nel 1965 Noorda insieme a Ralph Ecker­strom e Mas­simo Vignelli, costi­tui­scono la società Uni­mark Inter­na­tio­nal con la quale nel ’72 egli ottiene l’incarico – forse il più impor­tante – per la pro­get­ta­zione del sistema visivo di Agip: dal mar­chio, uti­liz­zando il cane a sei zampe (pos­si­bile crea­zione dell’artista Luigi Brog­gini), al pro­gramma di pit­to­grammi per le sta­zioni di ser­vi­zio, fino al loro lay-out fun­zio­nale. Un’esperienza che anche in que­sto caso è stata repli­cata per le sta­zioni della Total e che solo la crisi petro­li­fera degli anni set­tanta non per­mise che con­ti­nuasse con quelle della Oxy del petro­liere ame­ri­cano Hammer.

Oggi il logo­tipo di Agip, modi­fi­cato in Eni, non è più quello fir­mato da Noorda, ma ha subito un resty­ling che in modo banale ha sosti­tuito i carat­teri e il rap­porto tra figura-cornice-fondo del marchio.

La crisi di una disci­plina è pos­si­bile misu­rarla anche da que­sti pic­coli det­ta­gli; o dalla distanza che ormai ci separa dal manuale di gra­fica di Armin Hof­mann o dalle «nuove tipo­gra­fie» di Wol­fang Win­gart, Dan Fred­man o Kathe­rine McCoy. Il desi­gner olan­dese ha inse­gnato che tutto è modi­fi­ca­bile nel tempo, ma occorre capa­cità non solo per creare, ma soprat­tutto per rin­no­vare l’immagine coor­di­nata di un brand.

Per i super­mer­cati Coop, ad esem­pio, egli mise mano al logo­tipo dise­gnato da Albe Stei­ner con lievi modi­fi­che che non ne hanno alte­rato la qua­lità ico­nica, anzi con l’introduzione di fasce colo­rate ha miglio­rato la comu­ni­ca­zione per gli utenti e l’esposizione dei pro­dotti. Noorda è stato defi­nito un «pro­get­ti­sta civile» per la dimen­sione pub­blica che la sua azione di desi­gner ha avuto nel misu­rarsi con lo spa­zio col­let­tivo: infra­strut­ture, luo­ghi del com­mer­cio, isti­tu­zioni cul­tu­rali. Lo spa­zio pub­blico sarà ancora per il pros­simo futuro il tema più impor­tante sul quale dovranno con­fron­tarsi le poli­ti­che di governo delle città: la lezione di rigore e metodo di un grande mae­stro come Noorda potrà rile­varsi, in que­sto, di gran­dis­simo aiuto.


Il Manifesto – 19 luglio 2015