TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 4 agosto 2015

Ostenda 1936, l'estate dell'amicizia fra Joseph Roth e Stefan Zweig



Ostenda 1936: uno spaccato della comunità degli scrittori antinazisti espatriati, in un clima vacanziero prima dell’abisso. Fu “l'estate dell'amicizia”.

Anna Ruchat

L’ebreo orientale Roth e l’assimilato Zweig, esilio interiore per due


Come 1913. L’anno prima della tem­pe­sta di Flo­rian Illies (Mar­si­lio 2013),L’estate dell’amicizia di Vol­ker Wei­der­mann, da poco uscito da Neri Pozza nella bella tra­du­zione di Susanne Kolb (pp. 158, euro 15,00) il via da una paren­tesi tem­po­rale: l’estate del 1936. In Ger­ma­nia si parla già della nascita di un «genere nar­ra­tivo» legato alla rico­stru­zione roman­zata di un deter­mi­nato con­te­sto cul­tu­rale, ma Wei­der­mann vuole spin­gersi oltre l’aneddotica, e ci rie­sce.

Attra­verso quella feri­toia di tempo, e tenendo in primo piano l’amicizia tra Joseph Roth e Ste­fan Zweig, si adden­tra in uno degli ambiti più scot­tanti della cul­tura tede­sca del Nove­cento, la cosid­detta «let­te­ra­tura dell’esilio», ovvero la com­pa­gine di que­gli scrit­tori anti­na­zi­sti che dopo la presa del potere di Hitler, e il rogo dei libri nel 1933, decise di, o fu costretta a, pub­bli­care all’estero. Wei­der­mann – gior­na­li­sta della Frank­fur­ter All­ge­meine Zei­tung e dello «Spie­gel» non­ché autore di un’importante bio­gra­fia di Max Fri­sch – ci offre il pano­rama incom­pleto ma molto ben docu­men­tato di un ambiente cul­tu­rale ger­ma­no­fono piut­to­sto negletto nella stessa Ger­ma­nia, anche se molti espo­nenti di quella dia­spora for­zata sono tra gli scrit­tori tede­schi più cono­sciuti del secolo scorso.

Si tratta di una comu­nità molto ete­ro­ge­nea e liti­giosa che fino al 1940, anno dell’occupazione nazi­sta del Bel­gio e dell’Olanda, ha come punto di rife­ri­mento edi­to­riale un set­tore auto­nomo della casa edi­trice olan­dese Allert de Lange di Amster­dam diretto da Wal­ter Lan­dauer e, sem­pre ad Amster­dam, la Que­rido Ver­lag, diretta da Fritz Land­shof, che pub­blica la prin­ci­pale rivi­sta degli esuli, «Die Samm­lung» diretta da Klaus Mann. Una comu­nità che il let­tore incon­tra par­zial­mente a Ostenda in un clima quasi spen­sie­rato e che finirà in gran parte auto­de­ci­mata (si pensi sol­tanto al sui­ci­dio di Zweig, di sua moglie Lotte, di Ernst Tol­ler, dello stesso Klaus Mann e alla morte per alco­li­smo e povertà di Roth, col­pito da una pol­mo­nite subito dopo aver avuto noti­zia del sui­ci­dio di Tol­ler, nel 1939).



Come sot­to­li­nea Wei­der­mann nelle ultime pagine del libro, citando Her­mann Kesten, uno dei pochi soprav­vis­suti, la comu­nità degli esuli fu infatti rimossa dalla let­te­ra­tura domi­nante nell’immediato dopo­guerra: «In un bilan­cio del 1965 sulla let­te­ra­tura tede­sca, (Kesten) si lamen­tava del fatto che i nuovi autori tede­schi mostra­vano “una certa intol­le­ranza verso gli scrit­tori un tempo in esi­lio, non li anno­ve­ra­vano più tra i rap­pre­sen­tanti della let­te­ra­tura tede­sca o li ghet­tiz­za­vano. In effetti, alcuni di loro, ovvero quelli che sono ancora in vita, sono un po’ suscet­ti­bili”»

Con uno stile discreto e solo a tratti nostal­gico, che lascia tra­spa­rire l’importante lavoro docu­men­ta­rio – tra le tante cita­zioni da diari e let­tere, vanno senz’altro segna­late quelle dal car­teg­gio Roth-Zweig, uscito un anno fa in Ger­ma­nia, che sarebbe impor­tante vedere pub­bli­cato anche in ita­liano – Vol­ker Wei­der­mann accom­pa­gna dun­que il let­tore sul fronte caldo dell’amicizia, tra due espo­nenti ano­mali ed estremi della comu­nità degli esuli.

Da un lato Ste­fan Zweig, ebreo di fami­glia assi­mi­lata e molto bene­stante, nato a Vienna nel 1881, autore di suc­cesso, pro­prie­ta­rio di un castello, uomo di mondo, che nel 1936 non si è ancora ras­se­gnato (come peral­tro Tho­mas Mann) a pub­bli­care con gli edi­tori dell’esilio. Addi­rit­tura, dovendo rinun­ciare al suo edi­tore tede­sco, pas­serà, scrive Wei­der­mann «alla pic­cola casa edi­trice austriaca di Her­bert Reich­ner che molti esuli deni­grano defi­nen­dolo “un ebreo pro­tetto da Hitler”».

Dall’altro lato c’è Joseph Roth, più gio­vane di Zweig di dieci anni e suo gran­dis­simo ammi­ra­tore (la stima e l’ammirazione tra i due scrit­tori sono reci­pro­che): un ebreo gali­ziano orfano di padre, giro­vago e scrit­tore pro­li­fico che, pur lavo­rando molto, è costan­te­mente al verde e per vivere fa affi­da­mento sulla gene­ro­sità di Zweig. «Due per­sone che stanno per pre­ci­pi­tare» scrive Wei­der­mann «ma che per un breve lasso di tempo tro­vano l’uno l’appiglio nell’altro».

Il cuore del romanzo è un tempo fermo dove le cose già sono acca­dute o devono acca­dere – Ostenda, luglio 1936 –, ma la nar­ra­zione comin­cia prima e offre al let­tore con­ti­nui scorci su tutto l’arco della decen­nale ami­ci­zia tra i due scrit­tori, fin dalla let­tera che Zweig scrisse a Roth nel 1927 per com­pli­men­tarsi del suo Ebrei erranti: «L’ebreo orien­tale che vive nella sua terra non sa nulla dell’ingiustizia sociale dell’Occidente; nulla del domi­nio che il pre­giu­di­zio eser­cita sui modi, le azioni, i costumi e le con­ce­zioni dell’europeo medio occi­den­tale» scrive Josef Roth nel libro. «L’ebreo orien­tale guarda all’Occidente con una nostal­gia che que­sto cer­ta­mente non merita».

    Zweig e Roth  a Ostenda nel 1936

Se all’inizio c’è un abisso che separa l’ebreo orien­tale Roth e l’assimilato occi­den­tale Zweig, sem­pre più col pro­ce­dere del rac­conto, ci ren­diamo conto che i due sono alla deriva su una stessa sponda, quella di un insor­mon­ta­bile esi­lio inte­riore.

Nell’estate del 1936 Zweig è all’apice del suc­cesso, ma il suo mondo sta irri­me­dia­bil­mente scom­pa­rendo: dal mag­gio del 1936 l’editore tede­sco non pub­blica più le sue opere: «il mer­cato tede­sco è per­duto e così anche l’Austria; la sua col­le­zione, la sua magni­fica casa (…)» scrive Wei­der­mann, e soprat­tutto il matri­mo­nio con Fri­de­rike, la sua prima moglie, è ormai agli sgoc­cioli. Da due anni Zweig ha una rela­zione con la sua segre­ta­ria Lotte Alt­mann, che sarà con lui a Ostenda in quel fram­mento d’estate e lo seguirà in esi­lio in Bra­sile e anche oltre.

Roth invece è da tempo eco­no­mi­ca­mente allo stremo: i suoi libri sono stati vie­tati in Ger­ma­nia già nel 1933 e, come se non bastasse, si è appena sepa­rato dalla com­pa­gna Andrea Manga Bell con la quale ha vis­suto per sette anni.

Su insi­stenza di Zweig, che da anni lo aiuta, Roth, bevi­tore sem­pre più incal­lito, rag­giunge Ostenda dove già ci sono, oltre al suo men­tore, Egon Erwin Kisch scrit­tore e repor­ter «ebreo bol­sce­vico», come lo defi­ni­sce Zweig, con la moglie Gisela, e il «patrono di tutti i dispersi», lo scrit­tore gali­ziano Her­mann Kesten.

    Irm­gard Keun

Pro­prio gra­zie a Kesten, Joseph Roth cono­scerà, infa­tuan­do­sene, la scrit­trice Irm­gard Keun, una donna che «non aveva por­tato spe­ranza dalla Ger­ma­nia» scrive Wei­der­mann, minu­zioso, e mai noioso, nel rife­rire det­ta­gli sui per­so­naggi e sulle opere a cui stanno lavo­rando «ma al mondo degli esuli aveva dato ener­gia, capar­bietà e soprat­tutto grande entu­sia­smo, ormai per­duto da coloro che que­sto mondo lo abi­ta­vano da più di tre anni». Gio­vane, bella, la Keun s’innamora del malan­dato Roth e per due anni, la durata della loro rela­zione, sem­bra dispo­sta a seguirlo ovun­que.

Sono giorni di grande pro­dut­ti­vità, per la Keun, per Zweig e per Roth che occa­sio­nal­mente si scam­biano sug­ge­ri­menti sulle reci­pro­che scrit­ture. Intanto nei caffè sul lun­go­mare si parla della guerra di Spa­gna, di pro­getti edi­to­riali e si spet­te­gola degli assenti, come i fra­telli Erika e Klaus Mann. Roth e la Keun si uni­scono solo occa­sio­nal­mente alla comu­nità degli esuli, cui appar­ten­gono anche il gior­na­li­sta Arthur Koe­stler, il comu­ni­sta Willi Mün­zen­berg il dram­ma­turgo Ernst Tol­ler e la sua gio­va­nis­sima moglie Chri­stiane.

In un clima vacan­ziero di sospeso oblio ci si da appun­ta­mento come se ognuno, alla fine di quella diva­ga­zione dovesse ritor­nare «a casa». In realtà nes­suno di loro ha più una casa dove tor­nare e salvo Roth, che riu­scirà a ritor­nare per qual­che mese nella sua Leo­poli, tutti par­ti­ranno per altri più defi­ni­tivi esili.


Il manifesto – 2 agosto 2015