TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 18 agosto 2015

Quando la città è un'opera d'arte



La città come testo e trama di simboli. L'arte della città di Raffaele Milani, un libro da leggere.


Quando la città è un'opera d'arte

Può essere vista, la città, come un'opera d'arte? Può la città disporsi ad essere percepita come tale, dunque secondo categorie estetiche? A tali interrogativi risponde nel saggio L'arte della città (Il Mulino), positivamente, Raffaele Milani, che Estetica insegna all'università di Bologna e che da anni è impegnato in questo filone di ricerca che accosta prodotti apparentemente distanti fra loro ( L'arte del paesaggio , 2001, Il paesaggio è un'avventura , 2005).

La città, scrive Milani, possiamo considerarla «un testo fatto di pietre, un'invenzione grafica, una trama di simboli e significati con elementi grammaticali, sintattici, per una retorica dello spazio, vivificata da figure ricorrenti». Che una città assomigliasse a una lingua l'aveva intuito Ludwig Wittgenstein. Ma ciò a cui pensa Milani è qualcosa di ulteriore.

È la città come «fertile area di speranza offerta da un'arte, vale a dire da una tecnica mirata che dia senso, accolga e costruisca un ordine umano». La città era ritenuta un'opera d'arte da Henri Lefebvre, perché non era solo il frutto dell'organizzazione di uno spazio, ma perché questo spazio era stato allestito secondo le esigenze di gruppi sociali, secondo la loro etica e la loro estetica. E Henri Lefebvre parlava anche di diritto alla città.

Non ci sarebbe alcun dubbio che la dimensione urbana abbia a che fare con l'arte pensando alla città degli esordi, la città così densa di valori simbolici e mitologici. La città alla cui produzione si riteneva avessero contribuito gli dèi. E poi la città ordinata e razionale di Leon Battista Alberti, Filarete, Sebastiano Serlio, Andrea Palladio e Vincenzo Scamozzi. Già nel Novecento, però, un filosofo come Rosario Assunto sosteneva che fino a un certo punto la città era lo spazio della rappresentazione. Dall'avvento dell'industria in poi essa si sia acconciata ad essere lo spazio dell'utile.

Da qualche decennio, inoltre, proprio mentre la città diventa il luogo del mondo nel quale abitano la maggior parte delle persone, essa ha perso i caratteri di finitezza che la distinguevano dalla non-città. Circa 2 miliardi di uomini e di donne in Asia, in Africa e in Sudamerica vivono in insediamenti spontanei chiamati slums. E in molte città, da questa parte del mondo, le espansioni non sono governate da una pianificazione che incrocia interessi privati e interessi generali, ma solo dai primi di questi interessi, con archistar o senza.

Un'idea di bellezza connessa alla città sembra svanita. A meno che pianificazione ed edilizia urbana non si configurino come «un atto politico», teso a creare luoghi e non «spazi il cui significato mostra la povertà di senso di un astratto geometrico».

La Repubblica – 19 luglio 2015