TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 15 agosto 2015

Suonala ancora Sam. Ecco perché il noir non può esistere senza tutto quel jazz



Le mille sfumature del rapporto fra jazz e letteratura poliziesca.

Giancarlo De Cataldo

Suonala ancora Sam. Ecco perché il noir non può esistere senza tutto quel jazz

«Idue grandi contributi dell'America all'arte mondiale », scrisse il critico Harold Bloom, «sono Walt Whitman e, dopo di lui, Armstrong e il jazz». Al sintetico aforisma manca una terza, decisiva figura di riferimento: il gangster. Perché senza gangster il jazz non sarebbe diventata la colonna sonora di buona parte del secolo trascorso, non avrebbe invaso, sino all'estremo della colonizzazione, l'immaginario di legioni di scrittori e registi, valicando i confini a stelle e strisce in un giro del mondo che, iniziato quasi cent'anni fa, ancora ci regala emozioni e brividi.

E senza il jazz il mito dei «duri» sarebbe morto prima ancora di nascere. Quando il suono acuto della cornetta e le ironiche armonie del ragtime prendono a echeggiare nei bordelli di New Orleans e nei club equivoci di Chicago e di New York, banditi del calibro di Al Capone e Micky Cohen intuiscono immediatamente la potenza di quella musica. Sono i ruggenti anni Venti, gli stessi anni in cui, a cavallo della Grande Depressione, e grazie alla spinta del Proibizionismo, il crimine organizzato si fa carico della voglia di trasgressione di una nazione ricca e veloce che mal sopporta le restrizioni moralistiche.

È un Paese ancora profondamente razzista. Il jazz è musica dei neri, leggiadra in superficie, eversiva nel profondo, forse persino satanica: non vuole la leggenda che sia stato il Diavolo in persona a suonare il primo blues sul delta del Mississippi? Dettagli che non turbano mafiosi e affini. Quando c'è da fare soldi, i gangster non fanno differenze di pelle. Capone, Cohen e soci si mettono a disposizione.

Dove vanno a trasgredire, di notte, quei borghesi con la puzza al naso che di giorno distribuiscono patenti di moralità? Negli speak-easy dove si servono alcolici di alta, media e infima qualità. E che si fa quando si è su di giri e in bella compagnia? Si balla al suono del jazz. E chi lo suona il jazz? I grandi musicisti neri. Perciò, benvenuto fratello nero! Sia lodato il tuo piano, sia benedetto il tuo sassofono (anche se a inventarlo è stato un belga). Il jazz è presto senza confini. Non è più solo intrattenimento: diventa una necessità. A un certo punto, fatalmente, tutto questo diventa immaginario. Gli artisti si «accorgono» della sua necessità. E il jazz diventa l'ingrediente indispensabile della narrazione. Una musica nata dalla sofferenza, cresciuta sulla strada, imposta al gusto dell'epoca grazie a un patto a tre fra suonatori, banditi e borghesi, si fa finalmente «cultura ».



È tutta colpa di Casablanca . Il pianista nero Sam «suona ancora » As Time Goes By , malinconico hit di Herman Hupfeld. Rick/Bogart, immortalato in entrambe le espressioni che lo avrebbero reso eterno (con e senza cappello), fissa nostalgico, disperato e tuttora ferito dall'abbandono, la bellissima e traditrice (a fin di bene rivoluzionario) Ingrid. Ed è subito atmosfera. È subito mito. È subito jazz. «Da Casablanca in poi, jazz e noir sarebbero stati per l'immaginario collettivo l'equivalente dell'accoppiata caffè e sigaretta, sia che fosse swing nella sala da ballo, dixieland in un locale retrò, bebop metropolitano o West Coast nell'assolata California ». Parola di Franco Bergoglio, saggista e scrittore, che al rapporto fra jazz e romanzo poliziesco ha dedicato una poderosa e puntigliosa ricerca dal titolo, significativo: Sassofoni e pistole .

E da Casablanca in poi, jazz e noir costituiscono, più che un binomio inscindibile, gli elementi caratteristici di una costellazione simbolica che si fa universo narrativo. E ci racconta un mondo che sa di sconfitte amare, di un'ingiustizia pervasiva, di tradimento, ma anche dell'irriducibile nobiltà d'animo di un antieroe «bello e perdente » e della scia di profumo, ora tenue ora aggressivo, della dark lady di turno. Gli esempi raccolti da Bergoglio sono numerosissimi. Travalicano gli stessi limiti del genere e i territori: Maigret che ascolta jazz in un club malfamato di Montmartre è fratello dell' Alligatore di Massimo Carlotto e dell'immaginario Robert Fulton inventato da Giorgio Faletti in "Io uccido".



Ci sono i grandi di sempre, da James Lee Burke a Ed Mc Bain, passando per Mc Donald, Izzo, Collins, Westlake e Lucarelli, e ci sono perfetti sconosciuti dalla prosa zoppicante. C'è spazio per il grande eccentrico Boris Vian, signore delle notti esistenzialiste di Parigi, uno che la cornetta la suonava per davvero (stile dixieland), si permetteva di sfottere l'intoccabile Jean-Paul Sartre e a ventisei anni sconvolse la società letteraria con Sputerò sulle vostre tombe , finto hard-boiled di un finto afroamericano, Vernon Sullivan, violento assassino razzista all'incontrario.

C'è tanto di quel jazz in tanti di quei romanzi che qualcuno, paventando il rischio dell'overdose, propone di abolirlo per legge. Non sia mai! Nessuno tocchi il detective ubriaco, "triste solitario y final" e la sua bionda dal cuore di ghiaccio! Questa è una storia ciclica, una storia che non potrà mai finire: l'ultimo romanzo di James Ellroy ha il titolo di una canzone, Perfidia . La scrisse un messicano, Alberto Dominguez, la portò al successo Glenn Miller. Rick, in Casablanca , si commuove, ascoltandola, e pensa al suo amore finito male. Questo è jazz&noir: tutto si tiene.


La Repubblica – 8 agosto 2015