TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 1 agosto 2015

Tutto scorre sull'olio, elisir di dei, re e profeti



Mangiare i simboli/3. Dall'Olimpo alle diete moderne: il succo mediterraneo dell'immortalità

Marino Niola

Tutto scorre sull'olio, elisir di dei, re e profeti

«A Malaga fui preso da una passione divorante per l’olio d’oliva, lo bevevo come fosse un liquido prezioso, lo mettevo dappertutto. Anche sul petto e sui capelli che tornarono a crescere tanto forti da spezzare i pettini». Traboccante come sempre, Salvador Dalì racconta la sua unzione creativa. E aggiunge un surreale tassello alla mitologia dell’olio. Il succo mediterraneo dell’immortalità, il più incorruttibile dei fluidi. L’extravergine creato da una vergine.

È Atena, infatti, l’intraprendente figlia di Zeus, a donare agli uomini l’olivo e insieme la democrazia. Che per i Greci sono i due emblemi della polis. Il mito racconta che la dea e Poseidone si contendono il possesso dell’Attica. Allora il re dell’Olimpo bandisce quello che oggi si chiama un concorso per start up, e designa il re Cecrope come arbitro della contesa.

Il signore degli abissi tocca la terra con il suo tridente e dal nulla sbuca un cavallo. Una rivoluzione tecnologica che fa schizzare alle stelle il PIL degli antichi. La dea dagli occhi azzurri non fa una piega e rilancia con una contro- Opa amichevole che smalta il concorrente. Percuote il suolo con il suo magico giavellotto e fa spuntare un albero d’olivo, la pianta chiamata “occhicerulei”, con lo stesso appellativo della casta diva.



E Cecrope assegna d’authority la vittoria alla vergine rampante. Ora come allora è vero quel che dice Marissa Mayer, capo di Yahoo, e cioè che una donna per trovare spazi deve essere una leggenda. Nella Silicon Valley come ad Atene. Dove l’olivo sacro è talmente immortale da rifiorire dalle ceneri ancora calde dell’incendio appiccato dai Persiani all’Acropoli nel 480 avanti Cristo. E gli Efebi, i giovani ateniesi che escono dall’infanzia, giurano di difendere la patria chiamando a testimoni le moriai , gli ulivi consacrati.

La mitologia dunque attribuisce all’olivo e al suo succo un valore politico, oltre che dietetico. Emblema del Mediterraneo nell’arte della cucina, ma anche in quella del governo. Simbolo di legami privati e di pubbliche virtù, di lealtà e di fedeltà. Non a caso il letto nuziale di Ulisse è intagliato in un tronco di olivo che conserva le sue radici ben salde nel terreno.

Proprio come l’insolubile matrimonio con Penelope. Emblema di eternità e di tenacia, anche a causa della sua resistenza, l’ulivo insomma è un legante sia in senso reale sia in quello metaforico. Anche Romolo e Remo nascono sotto un albero di ulivo. E forse da questi particolari leggendari deriva la credenza, largamente diffusa nelle culture popolari europee, che l’extravergine protegga l’infanzia dai pericoli che la minacciano.

Tant’è che alla nascita di un bambino si piantava un ulivo. E accanto ai neonati si accendevano lucerne alimentate con olio lampante a scopo propiziatorio. Insomma, se la Grecia sacralizza l’invenzione dell’olivicoltura, le altre civiltà del Mare Nostrum non sono da meno.

Nella tradizione ebraica il primo seme dell’olivo sarebbe addirittura caduto dal paradiso terrestre e atterrato sulla tomba di Adamo. Come dire che la storia di questo albero e quella dell’umanità sono la stessa cosa. E, che il commercio oleario venga da molto lontano, lo prova il codice babilonese di Hammurabi che, ben duemilacinquecento anni prima di Cristo, ne regola la produzione e la vendita costituendo, di fatto, il primo disciplinare in materia.

Nella cultura ebraica l’olio è considerato tanto sacrosanto da essere usato per ungere i re, i sacerdoti, i profeti e tutti coloro che vengono investiti dall’alto, i cosiddetti “unti del Signore”. Come il Messia, che lo è di fatto e di nome, visto che deriva dall’ebraico masiah , cioè unto. Proprio come Cristo, che in greco significa la stessa cosa. E che non a caso viene catturato e condotto al sacrificio mentre sta pregando nell’uliveto dei Getsemani.

Che significa letteralmente frantoio oleario. E dunque non è un orto come un altro, ma il simbolo della consacrazione messianica del dio incarnato. Definito anche come «l’oliva beatissima, dalla quale è stato spremuto l’olio che ha permesso all’umanità`di liberarsi dai suoi peccati».


Del resto anche nell’Islam lo statuto sacrale della pianta dalle foglie d’argento è direttamente proporzionale alla sua importanza alimentare. E il Corano lo dice a chiare lettere nel Versetto della Luce, che paragona il Profeta all’ulivo «albero benedetto il cui olio illumina quasi senza che il fuoco lo tocchi».

In tutti e tre i monoteismi, dunque, questo fluido è considerato santo, incorrotto e splendente, in quanto emanazione dello spirito divino. E la sua straordinaria capacità di fare lume è sempre stata circondata da un’aura soprannaturale. Al punto che nelle tradizioni popolari europee si credeva che per trovare i tesori nascosti nelle profondità della terra bisognasse bagnare d’olio purissimo l’indice di un bambino.

L’oscurità si sarebbe fatta chiara e le montagne trasparenti, grazie a un dito condito. È anche per questo che in francese antico huilé , oltre che unto, vuol dire illuminato. E la parola huile, che significa olio, indica anche una persona in grado di ammorbidire ogni attrito, di far andare tutto liscio. In questo senso ha ragione il padrino, Michael Corleone, a dire che amicizia e denaro sono come acqua e olio.

In realtà a spiegare la fortuna simbolica del succo delle olive in tutte le culture mediterranee sono, oltre alle ragioni legate alla dieta, al gusto, alla salute, le stesse caratteristiche fisiche dell’olio. Che connette e separa, lega e al tempo stesso impedisce agli ingredienti di attaccarsi o al contrario di disperdersi. È dunque la sua stessa natura lubrificante a farlo diventare un emulsionante metaforico.

Ecco perché è presente in molti riti di passaggio e di separazione, come il battesimo, la cresima e l’estrema unzione. Insomma l’olio congiunge e disgiunge proprio perché unge. Sembrano dogmi impervi e vertiginose astrazioni. E invece è il sapore umano della teologia. Che oggi diventa decalogo laico e sacralizza le virtù della dieta mediterranea. Che ha proprio nell’extravergine il nuovo crisma della lunga vita. Non sarà la vita eterna, ma è un buon succedaneo.


La repubblica – 21 luglio 2014