TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 17 agosto 2015

Una dieta pantagruelica. Il mito del paese della Cuccagna



Il mito del paese della Cuccagna nell'immaginario popolare di un'Europa contadina è l'argomento di una interessante mostra al Castello Sforzesco di Milano.

Claudio Corvino

Una dieta pantagruelica

«Il pia­cere degli occhi e la bel­lezza delle cose – scri­veva lo sto­rico Brau­del – nascon­dono i tra­di­menti della geo­lo­gia e del clima, e fanno dimen­ti­care che il Medi­ter­ra­neo non è mai stato un para­diso offerto gra­tui­ta­mente al diletto dell’umanità».

La fru­ga­lità e mode­ra­zione con­ta­dina che noi oggi chia­miamo sem­pli­ce­mente «dieta medi­ter­ra­nea», prima che mito iden­ti­ta­rio era la dura con­danna di esseri umani pre­mo­derni che cono­sce­vano la fame, le care­stie e i loro corol­lari di guerra e malattia.

Se le sto­rie e i rituali che ancor oggi i Car­ne­vali euro­pei rac­con­tano di grandi abbuf­fate, di pan­ta­grue­lici pranzi, di pance piene fino a scop­piare è per­ché con­ser­vano memo­ria di quando, almeno una volta nell’anno (semel in anno…), si voleva vivere una realtà diversa, azze­rando i nor­mali sce­nari di vuoto gastrico in favore di un mondo com­pen­sa­tivo, oni­rico e rituale che capo­vol­gesse la realtà.

In una simile realtà si fecero strada, tra alie­na­zione e fru­stra­zione, i vis­suti oni­rici di un mondo subal­terno alla dispe­rata ricerca di con­forto e sol­lievo in luo­ghi imma­gi­nari, para­disi per­duti tra le pie­ghe e le pia­ghe di una vita tanto dura quanto incom­pren­si­bile.

Fuori dalla sto­ria reale, gli abi­tanti del Medi­ter­ra­neo e dell’intera Europa crea­rono il potente sogno com­pen­sa­tivo di un mondo dove scor­reva ogni ben­di­dio, dove tutti i desi­deri ali­men­tari veni­vano sod­di­sfatti e, sogno nel sogno, dove non si invec­chiava mai e non si lavo­rava.



Un paese come quello – ma qui siamo in una ver­sione edul­co­rata ad uso della let­te­ra­tura per l’infanzia – che secoli dopo Luci­gnolo potrà descri­vere a Pinoc­chio: «Lì non vi sono scuole, lì non vi sono mae­stri, lì non vi sono libri. In quel paese bene­detto non si stu­dia mai. Il gio­vedì non si fa scuola: e ogni set­ti­mana è com­po­sta di sei gio­vedì e di una dome­nica. Figu­rati che le vacanze dell’autunno comin­ciano col primo di gen­naio e fini­scono con l’ultimo di dicembre».

Que­sto potente mito, que­sto affa­sci­nante luogo posto «tre miglia die­tro Natale… a sini­stra, vicino al Para­diso» cui si accede dopo aver man­giato sterco tutta la vita, rac­conta signi­fi­ca­ti­va­mente un canto tede­sco del Sei­cento, è cono­sciuto come Paese di Cuc­ca­gna, o nelle sue varianti locali Scha­raf­fen­land, Lub­ber­land, Lui­lek­ker­land o Paese del Prete Gianni, come ancor oggi è noto in Unghe­ria. Che que­sto fan­ta­stico mondo abbia una sua geo­gra­fia e una rap­pre­sen­ta­zione defi­nita, lo si può vedere «dal vivo» nelle sale della mostra Il mito del Paese di Cuc­ca­gna. Imma­gini a stampa dalla Rac­colta Ber­ta­relli, nella Sala Viscon­tea del Castello Sfor­ze­sco di Milano (visi­ta­bile fino all’11 otto­bre prossimo).

La ras­se­gna, curata da Gio­vanna Mori e Andrea Perin in col­la­bo­ra­zione con Alberto Milano e Clau­dio Salsi, rac­conta il Paese di Cuc­ca­gna attra­verso oltre cen­to­cin­quanta opere data­bili dal XVI al XX secolo, periodo d’oro dell’iconografia di que­sto para­diso subal­terno. Le tema­ti­che più rile­vanti sul com­plesso pro­blema del brioso Paese e sulla dif­fu­sione delle sue stampe sono trat­tate nel cata­logo (edi­zioni ETS, Pisa) che accom­pa­gna la mostra, curato dagli stessi stu­diosi citati e che pre­senta, tra l’altro, un’inedita geo­gra­fia (di Clau­dio Salsi) delle cascine mila­nesi dai nomi biz­zarri, evo­canti l’abbondanza o la mise­ria: da «Cuc­ca­gna» a «Mancatutto».



Come si com­pren­derà dalle varie stampe in espo­si­zione e dalle ana­lisi ela­bo­rate nel cata­logo, la sto­ria del Paese di Cuc­ca­gna non riguarda solo l’iconografia «popo­lare» e la sua dif­fu­sione, ma anche quella della men­ta­lità e l’antropologia euro­pea tout court.

Se il ter­mine Cuc­ca­gna lo ritro­viamo per la prima volta nel 1142 e poi in un poema goliar­dico del 1164 (i Car­mina Burana), dove appren­diamo dell’esistenza di un abbas Cuca­nien­sis, la prima descri­zione del mitico Paese l’abbiamo alla metà del XIII secolo in un fabliau di ori­gine pic­carda. In que­sto buffo rac­conto in versi, un gio­vane rac­conta di un pel­le­gri­nag­gio ordi­na­to­gli dal papa in una regione «bene­detta e con­sa­crata più di ogni altra con­trada». Qui «più si dorme più si gua­da­gna», tant’è vero che «chi dorme sino a mez­zo­giorno, gua­da­gna cin­que soldi e mezzo». E i muri delle case son fatti «di spi­gole, di sal­moni e di arin­ghe, i tetti di pro­sciutti e i cor­renti di salsicce».

In que­sto caro­sello culi­na­rio, incu­ranti del peri­colo, sprez­zanti del dolore, si roso­lano ben pasciute oche «che girano da sole su se stesse», i fiumi sono fatti di vino e, cosa impor­tan­tis­sima, non si lavora mai. Inol­tre, vento rige­ne­rante e godi­bi­lis­simo, «ogni peto vale un tal­lero».

In que­sti giorni e in un’Europa che molti con­si­de­rano divisa tra un Nord e un Sud rispet­ti­va­mente abi­tato da lavo­ra­tori pro­dut­tivi e infa­ti­ca­bili e pol­troni nul­la­fa­centi aspi­ranti a un favo­loso paese di Cuc­ca­gna, è un momento quanto mai oppor­tuno e attuale per osser­vare le opere a stampa della mostra mila­nese e riflet­tere sulle loro impli­ca­zioni culturali.

Aleg­gia nuo­va­mente per l’Europa infatti lo spet­tro raz­zi­sta di un deter­mi­ni­smo ambien­tale che vuole – con­tra­ria­mente all’opinione di Brau­del – che sia a causa della loro indole «cuc­ca­gne­sca» che i paesi del Sud (in pri­mis la Gre­cia) non rie­scano a risol­le­varsi eco­no­mi­ca­mente.
Con­ce­zioni, que­ste, che sem­brano ripor­tarci intorno al XIII secolo quando, paral­le­la­mente alla nascita del Paese di Cuc­ca­gna, è al cul­mine la ria­bi­li­ta­zione del con­cetto di lavoro (quel lavoro che, ricor­dia­molo, fu la con­se­guenza del pec­cato di Adamo e Eva) il quale, gra­zie alle nuove neces­sità dello svi­luppo agri­colo e urbano, assu­merà pro­gres­si­va­mente tratti estre­ma­mente posi­tivi: è l’epoca in cui si dif­fonde il pro­ver­bio «il lavoro supera la valentìa».

Siamo in quel deli­cato e lungo momento di tran­si­zione dalla società feu­dale medie­vale a quella moderna bor­ghese, quando cioè il nuovo rap­porto merce/denaro, i nascenti capi­tali com­mer­ciali e l’economia urbana mutano non solo l’assetto e i rap­porti di potere degli abi­tanti delle nascenti città, ma anche il carat­tere del lavoro umano in tutta Europa.

Se nel sistema agra­rio feu­dale, in con­di­zioni ser­vili, la pro­du­zione era limi­tata al sod­di­sfa­ci­mento dei pro­pri biso­gni ali­men­tari, all’alba del mondo moderno il rica­vato del lavoro, a causa della sua tra­sfor­ma­zione in denaro, è mol­ti­pli­ca­bile al di là di ogni limite.



È così che la pigri­zia, l’ozio, diviene il «padre dei vizi», men­tre in quel «mondo alla rove­scia» che è Cuc­ca­gna sarà la vera fonte di gua­da­gno.

Nei fabliaux tre­cen­te­schi, sotto le com­plesse forme con­te­sta­tive della paro­dia let­te­ra­ria, è pre­sente anche l’eco di alcuni ambienti reli­giosi con­trari al pre­stito ad inte­ressi. Come ci ha mira­bil­mente mostrato Jac­ques Le Goff, l’usuraio è infatti colui che si arric­chi­sce dor­mendo per­ché è il suo denaro che «lavora» per lui, che «più dorme e più guadagna».

Di fronte all’attuale cir­co­la­zione di «mito­lo­gico» denaro sotto forma di pre­stiti tra ban­che cen­trali e Stati, alle forme moderne di usura e di spe­cu­la­zioni finan­zia­rie, quale momento migliore per visi­tare una mostra sul Paese di Cuc­ca­gna? Magari sof­fer­man­dosi sul tra­monto del suo mito, ben raf­fi­gu­rato nella stampa di Giu­seppe Maria Mitelli del Gioco di Cuc­ca­gna del 1691, dove l’utopia con­te­sta­tiva delle classi subal­terne euro­pee viene ridotta a una banale e inno­cua Expò­si­zione gastronomica.


Il Manifesto – 15 agosto 2015