TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 18 agosto 2015

Vivian Maier. Quei rullini mai stampati della bambinaia fotografa



Nel 2009 un rigattiere per 400 dollari comprò una cassa con migliaia di negativi è si scoprì così che un'anonima bambinaia di New York era stata una dei più straordinari fotografi del Novecento.

Luciano Del Sette

Vivian Maier. Quei rullini mai stampati della bambinaia fotografa

Il pri­vi­le­gio è grande. Poter cam­mi­nare pres­so­ché in soli­tu­dine nelle sale dove tra poche ore si affol­lerà il pub­blico. E con il pub­blico arri­ve­ranno le tele­ca­mere e i micro­foni dei gior­na­li­sti, i com­menti, il tin­tin­nar di bic­chieri. Tra poche ore la soli­tu­dine, il silen­zio delle sale, ver­ranno riem­piti dalla neces­sità del rito di inau­gu­ra­zione. E Vivian Maier salirà sulla ribalta del MAN, Il Museo d’Arte di Nuoro. Forse, per l’ennesima volta, la prima in Ita­lia, Vivian non lo avrebbe gra­dito. Forse non avrebbe gra­dito le sue foto appese ai muri, o almeno quelle scelte, per forza di cose, da altri. E nep­pure avrebbe gra­dito così tanta folla, tanta atten­zione, tante domande prive di rispo­sta, tanto stu­pore.

Il pri­vi­le­gio è grande. Poter cam­mi­nare pres­so­ché in soli­tu­dine e pro­vare a cer­care in ogni foto un bran­dello della vita di Vivian, o meglio pro­vare a farlo. Per­ché lei, all’inaugurazione della mostra di Nuoro non ci sarà. Non c’era nep­pure a Chi­cago, a New York, a Parigi e altre capi­tali d’Europa. Per il sem­plice fatto che Vivian Maier è morta, con­ge­data dal mondo in un necro­lo­gio tanto ano­nimo quanto, guar­dando alla sua vita, ridi­colo ‘Si è spenta sere­na­mente Vivian Maier’, anno 2009.

Per il sem­plice fatto, ma sem­plice solo in appa­renza, che della ‘bam­bi­naia foto­grafa’ nes­suno aveva mai sen­tito par­lare, nes­suno aveva mai visto uno scatto. Com­preso chi adesso ne scrive. Quante mostre avete visi­tato, richia­mati dalla cele­brità del foto­grafo? Ogni volta, giu­sta­mente, siete ricorsi a inter­net per docu­men­tarvi, appro­fon­dire. Oggi, digi­tando Vivian Maier su goo­gle, appa­iono bio­gra­fie, arti­coli, fil­mati. Ieri non avre­ste tro­vato una riga. Oggi, digi­tando John Maloof su goo­gle, lo tro­ve­rete sem­pre asso­ciato a Vivian. Ieri non avre­ste tro­vato una riga.



La sto­ria che da qui in poi rac­con­te­remo è stru­mento indi­spen­sa­bile per capire, inter­ro­garsi, emo­zio­narsi davanti a cia­scuna delle cen­to­venti foto della mostra; una sto­ria che giu­sti­fica l’uso degli agget­tivi bel­lis­sima, magni­fica, incre­di­bile; una sto­ria che con­fe­ri­sce senso a domande del tipo ‘come avrà fatto?’ ‘dove avrà tro­vato quella fac­cia?’, ‘ma l’avrà messo in posa?’. È bene saperlo: senza cono­scere quanto finora si è riu­sciti a cono­scere della vita di Vivian Maier, diviene impos­si­bile com­pren­dere quanto ha lasciato su migliaia di nega­tivi e che in minu­scola, sep­pure signi­fi­ca­tiva parte, è in mostra al MAN.

Anno­tate que­ste quat­tro parole, fon­da­men­tali nell’esistenza di una donna nata a New York il primo feb­braio del 1926 da padre di ori­gine austro — unga­rica e madre fran­cese, morta a Chi­cago il 21 aprile del 2009: com­pul­sione, ano­ni­mato, soli­tu­dine, genia­lità. Quat­tro parole, quat­tro ele­menti che, a poste­riori, hanno por­tato la cri­tica a defi­nire Vivian una delle figure di spicco del repor­tage di strada. Gli scherzi del destino non sono sol­tanto un facile modo di dire. Molti hanno visto, nell’incontro a distanza tra Maier e Maloof, un destino da anni in attesa di com­piersi, aiu­tato da forti somi­glianze caratteriali.

Prima parola da ricor­dare, com­pul­sione. Scrive lo psi­co­logo e psi­ca­na­li­sta Roberto Goi­sis in uno dei saggi che com­pon­gono il libro alle­gato al film in dvd Alla ricerca di Vivian Maier (Fel­tri­nelli Real Cinema) «Ci sono incre­di­bili sovrap­po­si­zioni e siner­gie tra loro due. John sente di dover com­piere una mis­sione… Lui stesso si defi­ni­sce così ‘Sono un po’compulsivo’… Non si capi­sce bene quale pro­fes­sione svol­gesse o chi fosse prima della ‘sco­perta’. Si defi­ni­sce un ex rigat­tiere… Pos­siamo dire tran­quil­la­mente che fosse un col­le­zio­ni­sta… Pos­siamo soste­nere che per John Maloof… il film (Maloof è autore del sog­getto, diret­tore della foto­gra­fia e regi­sta, ndr) abbia rap­pre­sen­tato un suo per­so­na­lis­simo per­corso alla ricerca di se stesso, se non della sua iden­tità, certo della sua pro­fes­sione».



Chi è John Maloof? Figlio di una stirpe di rigat­tieri, nato nel 1981 a Chi­cago, decide di met­tersi a scri­vere un libro che rac­conti i quar­tieri della città. È il 2009 quando par­te­cipa a un’asta in cui ven­gono bat­tuti nume­rosi sca­to­loni. Alcuni sono zeppi di nega­tivi. John se ne aggiu­dica gran parte per meno di quat­tro­cento dol­lari, ed è costretto a por­tarsi via anche abiti, scarpe, cap­pelli, rice­vute, rita­gli di gior­nali, volan­tini, biglietti dei mezzi pub­blici.

Il tutto appar­te­neva a una certa Vivian Maier. Su di lei, goo­gle non dà rispo­ste. John decide di scan­ne­riz­zare una qua­ran­tina di foto. Le posta e sca­tena un coro una­nime di lodi entu­sia­ste. Nes­suno, però, ha idea di chi sia l’autrice degli scatti. Il gio­vane e ormai ex rigat­tiere si tra­sforma in detec­tive. Trova alcuni numeri di tele­fono su scon­trini e rice­vute, negli anni ’50 e ’60 senza pre­fisso urbano.

A forza di ten­ta­tivi, rie­sce final­mente a met­tersi in con­tatto con i tito­lari di un self sto­rage, un depo­sito. Sal­tano fuori muc­chi di sca­to­loni, vali­gie, bauli, sca­tole di ogni forma e dimen­sione. Insieme ad altri nega­tivi e rul­lini in attesa di svi­luppo. John se li prende, li stipa in casa e si mette a fare un inven­ta­rio. Adesso il suo patri­mo­nio foto­gra­fico ammonta a cen­to­mila nega­tivi, due­mila rul­lini in bianco e nero non svi­lup­pati, set­te­cento rul­lini a colori anch’essi non svi­lup­pati, cen­to­mila pel­li­cole in otto e sedici mil­li­me­tri.

Di nuovo si affac­cia l’interrogativo, già vaga­mente in odore di osses­sione: chi era quella signora che aveva accu­mu­lato una quan­tità impres­sio­nante di imma­gini tra il 1950 e la fine del Ven­te­simo secolo? Per quale ragione si por­tava die­tro un immenso baga­glio di cose per­so­nali mischiate a cose appa­ren­te­mente inu­tili?



John, però, una cer­tezza la pos­siede: la Maier è stata una grande foto­grafa, e dun­que la sua opera va divul­gata. Tat Gal­lery, Moma e isti­tu­zioni varie respin­gono il mate­riale, addu­cendo la scusa di pro­durre sol­tanto mostre o volumi di autori viventi. Scusa spe­ciosa. non veri­tiera. Final­mente arriva l’ok dal Chi­cago Cul­tu­ral Cen­ter. All’inaugurazione, e nei tre mesi della mostra Fin­ding Vivian Maier: Chi­cago Street Pho­to­gra­pher, da gen­naio ad aprile 2011, il Cen­tro Cul­tu­rale regi­stra un afflusso record di pub­blico. La stampa, le tele­vi­sioni, i talk show rilan­ciano a milioni di per­sone l’interrogativo di Maloof. Un que­sito non chiuso innan­zi­tutto per lo stesso John, che usando inter­net, tele­fono, rita­gli, un giorno riceve una rispo­sta a dir poco inat­tesa ‘Vivien Mayer? Era la mia bambinaia!’.

Seconda parola da ricor­dare: ano­ni­mato. Una serie di viaggi da New York al Min­ne­sota danno modo a Maloof di comin­ciare a dise­gnare un iden­ti­kit della foto­grafa. Ma è giu­sto defi­nirla tale e basta? No. Il detec­tive per caso incon­tra gli ex ram­polli di fami­glie bene­stanti. Par­lano con lui seduti in comodi divani, qua­dri alle pareti dei saloni, cami­netto acceso. Upper class. Ricor­dano bene quella strana figura entrata a far parte della loro vita per uno o più anni.

Tutti la descri­vono molto alta, vestita con cap­pelli di fel­tro e lun­ghi abiti «Somi­gliava, nell’abbigliamento, alle donne dell’Unione Sovie­tica», anda­tura mili­ta­re­sca a lun­ghi passi e brac­cia oscil­lanti avanti e indie­tro, capelli arruf­fati a cre­sta oppure lisci e corti. Trat­teg­giano una per­sona gen­tile, accu­dente, capace di inven­tare per loro avven­ture mira­bo­lanti. Que­sta era la Vivian care­gi­ver, badante. Paral­lela a una Vivian nasco­sta die­tro l’anonimato di un mestiere umile, fati­coso, di scarso red­dito, e subito oltre la porta della sua camera, resa inac­ces­si­bile gra­zie a una robu­sta ser­ra­tura e a un ordine impo­sto con garbo, ‘Non entrate mai in camera mia’.

Dice nel film un’intervistata «Una volta Vivian lasciò la porta semia­perta, ed ebbi così la pos­si­bi­lità di sbir­ciare all’interno. C’erano pile di gior­nali quasi fino al sof­fitto, cose sparse ovun­que». Iden­tico spet­ta­colo si offre a una seconda inter­vi­stata durante un’ispezione alla stanza di Vivian, per­ché il sof­fitto dello stu­dio sot­to­stante dava segnali di crollo «Mi ritro­vai a cam­mi­nare in spazi stret­tis­simi, gli unici lasciati liberi da ciò che Vivian con­ti­nuava a radu­nare».



Fuori dalla stanza e dalla casa, la bam­bi­naia fa di tutto per nascon­dere colei che è dav­vero. For­ni­sce a una com­messa il cognome Smith per una rice­vuta; a volte dice di chia­marsi (e si firma) Mayer, oppure Meier. Vaghe le sue rispo­ste a chi le chiede le ori­gini dell’accento fran­cese, avver­ti­bile, nono­stante il lungo tempo in Ame­rica, nella sua par­lata.

L’accumulo com­pul­sivo sfo­cia nella crea­ti­vità della foto­gra­fia. Tutti gli ex bam­bini ram­men­tano la bam­bi­naia con al collo la Rol­lei­flex nel verde di un parco, su una spiag­gia, più sovente in giro per i quar­tieri di New York o Chi­cago. La Rol­lei­flex è una mac­china che si tiene all’altezza del ven­tre.

La messa a fuoco e lo scatto non avven­gono tra­mite mirino. Dun­que, chi foto­grafa può vedere e non essere visto, è pre­sente e al mede­simo tempo invi­si­bile. Ano­nimo, appunto. Non sol­tanto da un punto di vista ana­gra­fico. Gli sca­to­loni abban­do­nati, poi ritro­vati da John, hanno pro­tetto una rac­colta di gior­nali dove sono evi­den­ziati fatti di cro­naca soprat­tutto nera: omi­cidi, fol­lia improv­visa e tra­gica, rapi­menti, stu­pri, morti rima­ste senza spie­ga­zione.

Sarebbe sba­gliato azzar­dare l’ipotesi di una donna che amava la bru­ta­lità, il san­gue, la mal­va­gità. Giu­sto, invece, pen­sare che attra­verso quelle cro­na­che, Vivian abbia appreso e affi­nato la capa­cità di ‘leg­gere’ le strade metro­po­li­tane nei loro aspetti più degra­dati e più poveri. Se ne par­lerà poco oltre. Alla sfera dell’anonimato appar­tiene anche una que­stione impor­tante e non risolta. Per­ché la foto­grafa tenne per sé, senza mai stam­parli e svi­lup­pando un quan­ti­ta­tivo tutto som­mato mode­sto di rul­lini, gli scatti rea­liz­zati? Avrebbe potuto diven­tare famosa. Optò per la con­di­zione oppo­sta. Forse aveva deciso di met­tere su carta qual­cuna delle sue imma­gini, affi­dan­dole al nego­zio di foto­gra­fia del paese materno. Toppo tardi, però.

Adesso occorre dare spa­zio alla terza parola, soli­tu­dine. Vivian, quanto nar­rato sin qui lo dimo­stra, era una donna sola. Se per scelta o per forza, rimane impos­si­bile affer­marlo con cer­tezza. Ma non bastano la porta chiusa della sua stanza, le false gene­ra­lità, il mondo vie­tato agli altri ad esau­rire il qua­dro.



Il discorso è più com­plesso, si attor­ci­glia nelle con­trad­di­zioni di una figura capace di espri­mere amore auten­tico per i ‘suoi’ bam­bini, e poi estra­niarsi da loro total­mente; di riser­vare ai suoi padroni, salvo rari casi, una man­ciata di parole venate di bugie a suo uso e con­sumo; di nascon­dere e por­tarsi nella tomba il segreto di una pro­ba­bile vio­lenza foriera di osti­lità verso gli uomini e il matri­mo­nio. «Una volta, men­tre le ero seduta in brac­cio, mi disse ‘Gli uomini ti ten­gono sulle ginoc­chia fin­ché cominci a sen­tire qual­cosa, una punta. Non fidarti mai degli uomini’».

Nel 1959 la Maier si licen­zia dalla fami­glia presso cui lavora, annun­ciando che se ne andrà in giro per il mondo. Il viag­gio durerà otto mesi: mezzo secolo fa, da sola, attra­verso l’America, l’Europa, l’Asia, spo­stan­dosi con mezzi di for­tuna. Poi il ritorno alla rou­tine.

Quando ini­zia la para­bola discen­dente che porta Vivian ad alte­rare la gen­ti­lezza, la pazienza, l’amore fin lì dimo­strati? Sap­piamo che, mini­miz­zando con un sor­riso, chiese a una fami­glia inten­zio­nata ad adot­tare un bam­bino di adot­tare lei. Sap­piamo che, verso la fine degli anni ’80, una fami­glia le proibì di por­tare i figli nei quar­tieri poveri di Chi­cago. Sap­piamo che la sua misan­tro­pia assunse una vena di cru­deltà sul finire della car­riera di bam­bi­naia «Mi for­zava a man­giare quello che avan­zavo nel piatto, me lo spin­geva in gola e a me veniva da vomi­tare. Non dissi nulla a mio padre, altri­menti avrei dovuto rac­con­tare che Vivian mi pren­deva per le brac­cia e mi faceva girare sbat­ten­domi il corpo con­tro i mobili».

Il cer­chio si chiude nei primi anni del Terzo Mil­len­nio. La Maier va a vivere in un paese poco lon­tano da New York, sulla costa. Tutti cono­scono ‘la fran­cese’ che fruga nei cas­so­netti, man­gia carne non riscal­data da una sca­to­letta, siede per ore e ore su una pan­china. Una sua vec­chia datrice di lavoro la incon­tra andando con amici verso uno sta­bi­li­mento bal­neare. Le due donne si rico­no­scono, pur se sono pas­sati trent’anni. Par­lano, cer­cano uno scudo nelle bana­lità dei discorsi. Al momento del con­gedo, Vivian implora ‘Par­lami, par­lami, par­liamo’. Non è pos­si­bile, la sua vec­chia padrona deve andar­sene. La soli­tu­dine è rima­sta l’unica, fedele com­pa­gna.



Pochi giorni dopo un’ambulanza por­terà in ospe­dale quella donna vec­chia, pie­gata da un malore che l’ha colta per strada. Lo ave­vamo pre­messo: senza cono­scere quanto si è riu­sciti a cono­scere finora della vita di Vivian Maier, diviene impos­si­bile com­pren­dere quanto ha lasciato su migliaia di nega­tivi.

Adesso, forti della quarta parola, genia­lità, potete entrare nelle sale del MAN, rima­nere con lo sguardo incol­lato al bianco e nero di cen­to­venti imma­gini che resti­tui­scono la con­di­zione umana delle metro­poli ame­ri­cane a metà del secolo scorso, diven­tando sim­boli uni­ver­sali al di là della data­zione e dei luo­ghi.

Certo, quello di Vivian è repor­tage di strada che pog­gia su basi pre­cise e iden­ti­fi­ca­bili. Certo la dispe­ra­zione, l’abbrutimento, la per­dita di ogni misura sociale o il ten­ta­tivo vano di con­ser­varne un minimo resi­duo hanno attori pre­cisi. Certo le accon­cia­ture e i cap­pelli delle signore, gli sguardi ado­le­scenti e inna­mo­rati, gli auto­bus e i vagoni della metro­po­li­tana dove sie­dono impie­gati e anziani leg­gendo il gior­nale, le facce nere, i rifiuti abban­do­nati, i poli­ziotti cer­beri por­tano il mar­chio Made in Usa e l’impronta del tempo. Ma pos­sie­dono la forza cruda e cru­dele pre­sente nelle viscere di ogni metro­poli ad ogni lati­tu­dine.

Vivian la sco­pri­rete in uno dei tanti auto­ri­tratti: fan­ta­sma incor­ni­ciato dal riflesso di un vetro, ombra allun­gata su un prato, bam­bi­naia con la Rol­lei­flex in mano den­tro la cor­nice di una vetrina. Ele­menti estra­nei inter­fe­ri­scono con le imma­gini, ne distur­bano la piena leg­gi­bi­lità. Per­ché Vivian Maier si può sol­tanto imma­gi­nare. Parole di John Maloof.


Vivian Maier, Street Photographer
Museo d’Arte di Nuoro (MAN)
Via S. Satta 27
Fino al 18 ottobre
Per infor­ma­zioni, 0784/252110, museo​man​.it
Cata­logo, Edi­zioni Con­tra­sto, pp. 285, € 39


il manifesto/Alias – 18 luglio 2015