TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 12 agosto 2015

Zolle. Storie di tuberi, graminacee e terre coltivate



«Zolle. Storie di tuberi, graminacee e terre coltivate» di Stefano Bocchi, per Raffaello Cortina editore. La storia umana passa anche per le mutazioni agricole.

Matteo Cinquegrani

La nuova metamorfosi della green revolution

La lunga sto­ria dell’agricoltura pos­siede, di certo, il fascino e la mera­vi­glia delle grandi nar­ra­zioni. Nelle sue lente tra­sfor­ma­zioni come nel suo costante ride­fi­nirsi, que­sta pra­tica plu­ri­mil­le­na­ria (che rac­chiude in sé tanto la straor­di­na­ria gra­zia di un’arte ordi­na­trice, quanto la dura neces­sa­rietà di un sistema di pro­du­zione ali­men­tare) non ha sola­mente con­tri­buito in maniera sostan­ziale allo svi­luppo delle società e delle diverse cul­ture umane, ma ne ha signi­fi­ca­ti­va­mente deter­mi­nate le muta­zioni lungo il pro­ce­dere dei secoli.

Così, prov­ve­dendo a rin­no­vare in maniera sen­si­bile il rap­porto dell’uomo con il cibo e con la natura stessa, la nascita dei sistemi di col­ti­va­zione e il loro pro­gre­dire hanno con­tem­po­ra­nea­mente por­tato alla costi­tu­zione di nuove cro­no­lo­gie e alla defi­ni­zione di nuovi ordini sociali, la cui cen­tra­lità si è mani­fe­stata – in primo luogo – con la costi­tu­zione di un com­plesso sistema di divi­nità, di riti e di ceri­mo­nie dalla fun­zione rego­la­trice, cele­bra­tiva e pro­pi­zia­to­ria (le cui tracce non sono ancora andate inte­ra­mente dis­solte, nep­pure nell’occidente contemporaneo).

Par­lare di agri­col­tura signi­fica allora met­tere in campo una impre­scin­di­bile rifles­sione riguardo a quelle infi­nite e gra­duali evo­lu­zioni che hanno segnato il per­corso del genere umano dal suo pas­sato più remoto sino ai giorni nostri. Al con­tempo, impone di richia­mare alla mente le molte tra­sfor­ma­zioni che hanno inve­stiti i sistemi eco­no­mici e poli­tici, gli stili di vita e quelle che sono le moda­lità stesse di pen­siero dell’essere umano.

Riper­cor­rere la sto­ria dell’agricoltura per riper­cor­rere una sto­ria dell’uomo. L’operazione rea­liz­zata da Ste­fano Boc­chi (docente di agro­no­mia e col­ti­va­zioni erba­cee presso l’Università degli Studi di Milano e cura­tore scien­ti­fico del Parco della Bio­di­ver­sità per Expo 2015) si rivela straor­di­na­ria­mente attuale e acuta, per la sua capa­cità di esplo­rare in maniera ori­gi­nale un argo­mento tor­nato a inte­res­sare for­te­mente – nel corso degli ultimi anni – la stampa, il mondo poli­tico e la società civile. Un tema caldo il cui dibat­tito rischia spesso di rive­larsi impro­dut­tivo, are­nato com’è attorno a con­trap­po­si­zioni in fin dei conti arti­fi­ciose (in quanto ani­mate – a ben vedere – da posi­zioni che sep­pure con­tra­stanti rie­scono dif­fi­cil­mente a rive­larsi alter­na­tive, per­ché ideate in rela­zione a un mede­simo sistema produttivo).

Zolle. Sto­rie di tuberi, gra­mi­na­cee e terre col­ti­vate (Raf­faello Cor­tina Edi­tore, pp. 200, euro19) pos­siede il fascino comune a tutte quelle nar­ra­zioni capaci di tenersi, con abile agi­lità, in per­fetto equi­li­brio tra la ric­chezza e la pre­ci­sione con­te­nu­ti­stica della scrit­tura scien­ti­fica e la pia­ce­vo­lezza com­po­si­tiva della forma nar­ra­tiva. Arti­co­lato in sette dif­fe­renti rac­conti, il volume descrive (come in un ritratto effi­ca­cis­simo, sep­pure appena trat­teg­giato) quella che è stata la lunga evo­lu­zione del mondo agri­colo, dalla ori­gine e dalla sua pri­ma­ria dif­fu­sione, sino alla nove­cen­te­sca rivo­lu­zione verde e alle sue più recenti tra­sfor­ma­zioni.

Seb­bene si tratti di una rico­stru­zione dichia­ra­ta­mente e volu­ta­mente incom­pleta, è pro­prio gra­zie alla sua strut­tu­ra­zione cro­no­lo­gica che que­sto lavoro rie­sce a inqua­drare con effi­ca­cia le pro­ble­ma­ti­che prin­ci­pali del pano­rama agri­colo contemporaneo.

Emerge così – con una evi­denza forse ancora mag­giore rispetto a quella imma­gi­nata dall’autore stesso – una situa­zione di sostan­ziale incon­ci­lia­bi­lità tra quella che è la dimen­sione reale dell’universo agri­colo con­tem­po­ra­neo e la per­ce­zione che – in maniera cul­tu­ral­mente dif­fusa – si ha dello stesso, come di un sistema lar­ga­mente ricon­du­ci­bile a un imma­gi­na­rio tra­di­zio­nale (e, forse pro­prio per que­sto, for­te­mente anacronistico).

Carat­te­riz­zata da una esa­spe­rata spe­cia­liz­za­zione delle col­ture, da lavo­ra­zioni sem­pre più intense, dall’introduzione mas­siva di fer­ti­liz­zanti chi­mici e dall’abbandono del sistema tra­di­zio­nale della rota­zione, oggi «l’azienda agra­ria è pro­gram­mata e gestita al pari di un pro­cesso indu­striale, al cui interno piante e ani­mali svol­gono il ruolo di microa­ziende o com­po­nenti for­ni­trici di out­put che sono incre­men­tati aumen­tando gli input. L’efficienza di tali com­po­nenti viene miglio­rata mani­po­lan­done i geni; l’ambiente dove esse sono col­lo­cate viene stret­ta­mente controllato».

Come rac­co­gliendo – sep­pure non inte­gral­mente – il discorso messo pio­ne­ri­sti­ca­mente in campo (ora­mai molti decenni fa) da Gio­vanni Hauss­mann, l’autore ana­lizza con rapida pre­ci­sione quella che è stata una tra­sfor­ma­zione delle tec­ni­che e degli stru­menti di pro­du­zione, ma prima ancora e soprat­tutto un radi­cale cam­bio di para­digma. Cam­bia­mento, que­sto, reso pos­si­bile da una signi­fi­ca­tiva deriva antro­po­cen­trica che sem­bra strut­tu­rare, sin dalle fon­da­menta, non sola­mente la società occi­den­tale contemporanea.

Così, in nome del supe­ra­mento della fame del mondo (che a ben vedere si sostan­zia in una que­stione esclu­si­va­mente distri­bu­tiva) anche in agri­col­tura il tasso di pro­dut­ti­vità è stata innal­zata a unico para­me­tro di valu­ta­zione pie­na­mente signi­fi­ca­tivo. Uscire com­ple­ta­mente da que­sto tipo di dina­mi­che si dimo­stra oggi un pro­cesso estre­ma­mente labo­rioso, ma indi­vi­duare nuovi mezzi pro­dut­tivi è senza dub­bio neces­sa­rio, magari pro­vando a rimet­tere al cen­tro del discorso le aziende fami­liari (dalle quali, ancora, dipende circa l’80% della pro­du­zione ali­men­tare su scala mondiale).

In maniera para­dig­ma­tica, il libro di Boc­chi si chiude pro­prio su que­sto tema. Messa for­te­mente in crisi da una green revo­lu­tion – che ha ora­mai ampia­mente dimo­strati tutti i pro­pri punti di cri­ti­cità – «l’azienda fami­liare richiede oggi nuovi mezzi pro­dut­tivi, che rispon­dano real­mente ai biso­gni, rispet­tando le tra­di­zioni e le cul­ture locali». Que­sta è oggi la nuova sfida dell’agricoltura e la dire­zione da seguire per pro­vare a rico­sti­tuire quell’equilibrio ora­mai for­te­mente incri­nato tra essere umano e natura.



Il manifesto – 23 giugno 2015