TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 28 febbraio 2015

Harar. L’Africa colorata dove Rimbaud fuggiva dal suo Inferno

    Casa di Rimbaud ad Harar

Harar, gioiello musulmano nell’Etiopia cristiana Qui il giovane poeta francese deluso da Parigi trova pace e un’atmosfera da “Mille e una notte”.Nella casa di Arthur Rimbaud ad Harar, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, responsabile di un’agenzia commerciale: la casa ospita fotografie d’epoca una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno.

Enrico Remmert

L’Africa colorata dove Rimbaud fuggiva dal suo Inferno




«La mia giornata è compiuta; lascio l’Europa. L’aria marina brucerà i miei polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno». Così scriveva il diciannovenne Arthur Rimbaud in «Una stagione all’inferno», deluso da Parigi e ferito - letteralmente - dal suo mentore e amante Paul Verlaine. È il 1873 e «l’uomo dalle suole di vento», come lo chiamava proprio Verlaine, volta le spalle alla poesia e inizia la sua fuga. In pochi anni va e viene tra Charleville e il mondo: è in Inghilterra, insegna francese a Stoccarda e fa lo scaricatore al porto di Livorno, si imbarca per Giava con le milizie coloniali olandesi, diserta e torna in Europa, poi è al seguito di un circo ad Amburgo, a Copenaghen, a Stoccolma, ogni ritorno a casa è solo la rincorsa per una nuova partenza.

    Rimbaud ad Harar

Il giovane poeta

E infatti, nell’ottobre 1878, appena ventiquattrenne, Rimbaud si rimette in viaggio: Cipro, Egitto, Sudan e Yemen, dove comincia a lavorare nel commercio del caffè. Sembra che tutto quello da cui Rimbaud scappa scappi irrimediabilmente insieme a lui ma alla fine si lascia catturare da una città - Harar, nella parte orientale dell’altopiano etiopico - che raggiunge nel 1880.

Per alcuni è il primo uomo bianco ad arrivare fin qui, ma non è vero: il grande esploratore inglese Richard F. Burton ci era già entrato nel 1854, travestito da mercante arabo, e ne aveva scritto un dettagliato resoconto in First Footsteps in East Africa. Di sicuro Rimbaud ad Harar è lo straniero più famoso (tanto che i bianchi qui vengono ancora chiamati farangi, storpiando la parola français): in questa città, crocevia commerciale tra Africa e penisola araba, il poeta vivrà fino al 1891, pur alternandola ad Aden di cui però deplorava il clima infernale.



Gioiello musulmano

Harar è un gioiello musulmano al centro dell’Etiopia cristiana e ricorda più una città araba che una africana: ospita uno dei più grandi mercati del paese e dal 1875 è sotto il dominio dell’Egitto. Nel 1883 Rimbaud si trasferisce stabilmente qui, responsabile di un’agenzia commerciale: si specializza in caffè, perfeziona l’arabo e impara le lingue locali. Nel 1885 entra nel traffico di armi e organizza da Aden una spedizione di fucili destinati a ras Menelik II.

L’affare sarà faticosissimo e pagato la metà del pattuito ma essere entrato nelle grazie di Menelik sarà fondamentale: nel 1887 il ras annette Harar alla sua corona. Menelik rispetta gli abitanti: non tocca le 82 piccole moschee della città, i santuari, le tombe, né tocca la splendida cinta fortificata alta cinque metri e costruita nel XVI secolo (tutta questa bellezza è giunta intatta fino a noi).

In questo favorevole contesto, nel 1888, Rimbaud apre ad Harar una sua agenzia e tratta le merci più diverse, dal caffè alle pelli, dall’oro ai fucili, il tutto sotto la protezione del governatore, quel ras Maconnèn che qualche anno dopo sconfiggerà gli italiani sull’Amba Alagi e sarà figura chiave ad Adua nel 1896 (probabilmente in entrambe le battaglie i fucili di Rimbaud spareranno). Nel ’91 il poeta è costretto a rientrare in Francia per il tumore al ginocchio che lo porterà alla morte, il 10 novembre, appena trentasettenne.



Passato e presente

Oggi i vicoli di Harar, quarta città santa dell’Islam e patrimonio Unesco, regalano una strana impressione: quella di camminare dentro «Le mille e una notte». Un mondo a parte profumato di incenso e caffè tostato a mano e fatto di centinaia di vicoli stretti e tortuosi, mercati brulicanti, muli carichi di spezie, donne dai veli sgargianti, capre e dromedari: se non ci fossero le antenne tv tutto sembrerebbe una cristallizzazione del tempo.

Nel cuore della città sorge la casa museo dove si dice che il poeta abbia vissuto: ospita fotografie d’epoca, una biblioteca e un soffitto di carta affrescata che le ha guadagnato il soprannome di Casa Arcobaleno. Per molti è stata la casa di un ricco mercante indiano e Rimbaud non ci ha mai messo piede, ma non importa: il mistero intorno ai luoghi esatti appassiona ancor di più turisti e studiosi. Fuori dalle mura svettano gli edifici razionalisti costruiti durante l’occupazione italiana, i copti mostrano fieri il crocifisso sul petto, la gente si stravacca sui marciapiedi a masticare chat, la foglia euforizzante che è il passatempo nazionale.

I custodi delle iene

Ogni notte Harar rivela poi una tradizione unica al mondo: appena fuori dalla cinta i «custodi delle iene» danno da mangiare pezzi di carne agli animali con le loro stesse mani. Il rituale è diventato un’attrazione che lascia a bocca aperta. E, come fosse un genius loci, torna in mente Arthur Rimbaud: «Tu resterai iena…».


La Stampa – 26 febbraio 2015


Di guerra e di pace. Diario partigiano di Antonio Giolitti



Ritrovato dalla figlia Rosa, esce il Diario partigiano del futuro leader socialista scritto in Francia “con le lagrime agli occhi”, mentre era costretto a letto per un incidente stradale che lo tenne lontano dai mesi cruciali della battaglia.

Mirella Serri

Antonio Giolitti, la Resistenza dal buco della serratura




Il compagno «Petralia» è irruento e generoso. Il «Naviga» è bel tipo ardimentoso e un po’ scapestrato, «Zi’ Peppe» brontola ma è il vero padre del gruppo che in Piemonte sfida i nazifascisti. Sembra di stare in un romanzo di Italo Calvino, ma sono esistiti veramente il muscoloso «Carnera», il «Moretta» uomo-ciclone e il comunista Battistini. Ora li conosciamo e li apprezziamo perché sono entrati a far parte del bel racconto di Antonio Giolitti Di guerra e di pace. Diario partigiano (1944-45), a cura di Rosa Giolitti e Mariuccia Salvati (Donzelli editore, pp. 130, € 18). Di recente la figlia Rosa, frugando tra carte e faldoni, ha trovato tre quadernetti di Giolitti che ne ripercorrono i ricordi di battaglia a partire dall’8 settembre 1943.

È una narrazione epica e favolosa della Resistenza, questa del futuro deputato e ministro. Ma lo scontro con camicie nere e brune viene vissuto come un’avventura «dimezzata», alla maniera del celebre Visconte, per dirla ancora con Calvino.

Il giovane combattente, il 19 settembre 1944, per via di un incidente stradale deve abbandonare l’agone. Grande è lo sconforto e anche il rimpianto per i giorni dello scontro. Infatti ha condiviso solo per un anno con i suoi compagni la vicenda resistenziale. Una parte di questi quaderni - sul modello delle Lettere a Marta. il libro di ricordi e riflessioni dedicati alla nipote, pubblicato da Giolitti nel 1992 - include anche riflessioni di natura politica e esistenziale rivolte all’amatissima moglie Elena D’Amico.

Nato a Roma, il capo dei partigiani piemontesi che diventerà uno dei principali esponenti della politica riformista nel dopoguerra, si sente più sabaudo che capitolino. A Cavour, in provincia di Torino, dove c’è la casa di famiglia, dà vita ai primi nuclei della Brigate Garibaldi. Intellettuale prestato alla politica, collaboratore della casa editrice Einaudi, Giolitti, mentre sta rientrando da una spedizione armata, ha uno scontro frontale con un camion da cui esce vivo ma a pezzi, in senso letterale. Trova ospitalità a Aix-les-Bains, dove è costretto a un soggiorno forzato di molti mesi. Dal suo letto rimpiange i bivacchi all’aria aperta, il piglio scanzonato, l’amicizia e la solidarietà tra i combattenti: «Che nostalgia la bella vita partigiana di un anno fa… tutto mi legava a quella terra, la sola dove avrei lasciato quasi senza rimpianto le mie ossa».



Queste intense annotazioni sono anche il resoconto del percorso culturale del nipote del ministro liberale Giovanni Giolitti, che è diventato comunista cimentandosi con le critiche di Benedetto Croce a Marx. Decisiva nella presa di distanza dal fascismo sarà la frequentazione della casa delle vacanze dei D’Amico a Castiglioncello, in cui si riunisce un raffinato cenacolo di artisti e scrittori e dove incontra la futura moglie. Importante per la maturazione della coscienza anti-mussoliniana è anche il rapporto con l’ebreo e scrittore Paolo Milano, costretto all’esilio, e soprattutto la partecipazione al gruppo dei comunisti romani. Per questo viene arrestato e processato nell’estate del 1941.

Il bel partigiano che sarà uno dei deputati più glamour del Parlamento italiano - così lo descrive anche Guido Morselli nel Comunista - nella stanza della clinica francese in cui si sente separato dal resto del mondo legge Tolstoj e Colette, le opere di Balzac e i saggi di Baudelaire, e elabora le riflessioni che poi saranno il cuore della sua vita politica negli anni successivi. Le infermiere sono «soffici e profumate… piene di premure, cioccolato, sigarette, grog», le cure che riceve sono attente, ma percepisce lo stesso un clima ostile: si accorge che gli italiani, ancorché antifascisti, oltralpe sono malvisti. Sono considerati traditori e doppiogiochisti.

Giolitti ragiona così sulle manchevolezze dei connazionali che durante il fascismo si sono abituati al furto, alla truffa e alla corruzione. Annota, per esempio, che quando il regime conoscerà la parola fine bisognerà elaborare iniziative politiche per rinnovare un contesto sociale così inquinato e corrotto. Il militante comunista che nel 1957, dopo l’invasione dell’Ungheria, abbandonerà con gran clamore mediatico il Pci (seguito da Calvino), il ministro del Bilancio negli anni Sessanta e Settanta, il brillante ispiratore della programmazione economica, il commissario Cee a Bruxelles, alla fine di aprile 1945 prova una nuova, prepotente delusione. Ascolta la radio «con le lagrime agli occhi» e, mentre l’Italia chiude la sua partita con Mussolini, i gerarchi e la guerra, si sente uno che deve «assistere ai più entusiasmanti episodi della nostra Liberazione attraverso il buco della serratura».

Butta giù di getto queste linee guida del suo successivo operato: «Se lasciamo “agli altri” il compito di fare politica si avrà il fascismo: dato che questi “altri” non domandano di meglio, sono coloro che hanno privilegi da difendere e da moltiplicare e che, grazie a questi stessi privilegi, sono piazzati più vicini alle leve del potere». Quando rientra in Italia non ha più dubbi, non spezza la penna perché continuerà a redigere memorie e saggi, ma decide di entrare in lizza e diventare un politico a tutto campo. Si è convinto che «non bastano le parole ma servono le azioni».



La Stampa – 27 febbraio 2015

venerdì 27 febbraio 2015

Simon & Garfunkel, The Sound Of Silence

    Edward Hopper, Approaching A City
   


Trattando di libri ci è tornata alla mente questa vecchia meravigliosa canzone di Simon & Garfunkel. La scoprimmo nel 1967 vedendo “Il laureato” un film cult per quelli della nostra età. Tutti quelli che erano giovani negli anni '60 ricordano quella canzone, ma pochi ne conoscono il testo trasformato nella versione italiana in una banale storia d'amore. In realtà la canzone parlava della solitudine metropolitana. Un testo che merita di essere conosciuto.

Simon & Garfunkel

The Sound Of Silence

Ciao oscurità, vecchia amica mia
son venuto per parlare ancora con te
perchè una visione strisciando senza far rumore
ha sparso i suoi semi mentre stavo dormendo
E la visione
così piantata nel mio cervello,
rimane ancora
nel suono del silenzio

In sogni irrequieti vagai da solo
per viottoli di acciottolato
sotto la tenue luce di un lampione
rivoltai il mio bavero per il freddo e per l'umidità
quando i miei occhi vennero trafitti
dal flash di una luce al neon
che lacerò la notte
e toccò il suono del silenzio

E nella luce nuda vidi
diecimila persone, forse più
gente che comunicava senza parlare
gente che sentiva senza ascoltare
gente che scriveva canzoni che nessuna
voce avrebbe mai cantato
e nessuno osava
disturbare il suono del silenzio

"Sciocchi" dissi io "non sapete che il silenzio si espande come un cancro"
Ascoltate le mie parole così che io possa insegnarvi
prendete le mie braccia così che io possa raggiungervi
Ma le mie parole caddero come gocce di pioggia silenti
Ed echeggiarono nel prorompere del silenzio

E la gente s'inchinò e pregò
il dio-neon che aveva creato
e l'insegna saettò il suo avvertimento
nelle parole che si stavano plasmando
E le insegne dissero: "Le parole dei profeti
sono scritte sui muri della metropolitana
e nei corridoi delle case popolari
e sussurrate nel suono del silenzio



Il suono del silenzio che si ascolta nei libri



Che il silenzio avesse un suono lo abbiamo capito da giovani ascoltando Simon & Garfunkel. Ora un bel libro ci spiega i significati del silenzio nella letteratura. Le immagini sono di Hopper, grandissimo pittore di silenzi.

Francesco Erbani

Il suono del silenzio che si ascolta nei libri

«Taci , a meno che il tuo parlare sia meglio del silenzio»: è la traduzione non proprio letterale di « Aut tace, aut loquere meliora silentio » , l'iscrizione che Salvator Rosa regge con una mano nell'autoritratto che il pittore realizzò a metà del Seicento e che ora è alla National Gallery di Londra. Il silenzio compete con la parola. Non è solo il niente, non è il contrario del rumore né il grado zero della comunicazione. È mancanza e rinuncia, ma anche il "non detto" ha la propria capacità comunicativa.

E la letteratura ha elaborato nei secoli una esauriente gamma di significati che al silenzio si possono attribuire e che riscattano un'immagine apparentemente priva di senso, bensì ricchissima di sfumature, di implicazioni culturali ed emotive. Bice Mortara Garavelli, linguista, studiosa di grammatica (l'ha insegnata per tanti anni all'Università di Torino) ha composto una galleria di silenzi traendoli da un repertorio che va dai tragici greci fino a Carlo Levi, da Dante, Ariosto e Manzoni a Elsa Morante, a Primo Levi, a Lalla Romano.

Mortara Garavelli si è occupata di retorica e si è spinta a ricostruire una storia della punteggiatura, seguita da un prontuario dedicato al punto, alla virgola, al punto e virgola e ai due punti: a dispetto di una presunta aridità della questione, l'ultima edizione disponibile, quella del 2012, avvisa che con essa si è giunti alla quindicesima ristampa.



L'antologia sul silenzio potrebbe allungarsi a volontà, ma intanto dà la misura della frequenza del cimento di autori di diverso carattere con una funzione del linguaggio e della comunicazione che non è solo assenza. O che all'assenza fornisce un valore. Partendo dalle ultime prove ecco che cosa dice Mario Brunello, grande violoncellista, in un libro che intitola proprio al Silenzio (il Mulino), degli esperimenti di un altro grande musicista, John Cage, il quale volle che una volta terminata l'esecuzione della sua opera 4,33, il pianista restasse in silenzio esattamente per quattro minuti e trentatré secondi: «L'intento di Cage era ridefinire il concetto tra suono e silenzio e ricondurre i due elementi a una parità di fronte all'arte musicale».

La parità, o quasi, fra il suono e il silenzio nel linguaggio musicale ha ampia cittadinanza, come ce l'ha in architettura quella fra il pieno e il vuoto. In musica o in architettura il silenzio e il vuoto hanno un'evidenza. In letteratura per definire il silenzio occorre ricorrere al suo contrario, la parola. L'Innominato dei Promessi sposi vede il silenzio accompagnarsi alle tenebre e in coppia, il silenzio e le tenebre, aprono il varco a una morte spaventosa. Il silenzio e la notte sono affiancati nella Gerusalemme liberata . Nel V dell'Inferno Dante esprime il buio in quanto «d'ogne luce muto», perseguendo la trasposizione da una sensazione della vista a una dell'udito già presente nel I dell'Inferno: la selva oscura è un luogo «dove ‘l sol tace».

Fu il teologo e vescovo Gregorio Nazianzeno (III secolo) a elevare il silenzio al rango della parola ingiungendo a chi parla di esser sicuro che quel che sta dicendo è certamente meglio del silenzio stesso. Quasi che il silenzio fosse la condizione naturale alla quale si può derogare solo se ci sono cose molto importanti per interromperlo. Per Ariosto, racconta Mortara Garavelli, il silenzio diventa persona.



Nel quattordicesimo canto dell' Orlando furioso l'arcangelo Michele è inviato sulla terra alla ricerca del silenzio, «quel nimico di parole». Il primo luogo verso il quale si dirige è un convento «dove sono i parlari in modo esclusi, / che ‘l Silenzio, ove cantano i salteri, /ove dormeno, ove hanno la pietanza, / e finalmente è scritto in ogni stanza ». Ma ormai nei conventi, per somma delusione dell'arcangelo, il silenzio «non v'abita più, fuor che in iscritto». Dalla ricerca si appura che dove c'è discordia non c'è silenzio, e che il silenzio, un tempo fiancheggiatore di filosofi e di santi, ora «fece alle sceleragini tragitto».

L'esperienza quotidiana, alla quale può attingere la letteratura, mostra che in silenzio si comunicano tante cose, spesso più efficacemente che parlando. Lo attesta Giovanni Boccaccio nella novella del Decameron in cui nar- ra l'amore straziato di Ellisabetta, alla quale i fratelli uccidono l'amante. È stato Cesare Segre, rileva Mortara Garavelli, a mettere in evidenza come i prolungati silenzi della donna, cadenzati dal pianto, esprimano dolore con «repressa eloquenza». Di contro, i silenzi dei fratelli sono opprimenti, non vogliono convincere, ma reprimere.

Un balzo di secoli e d'atmosfera porta Mortara Garavelli all' Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra, nelle cui pagine il silenzio, insieme alla ristrettezza di orizzonti, pare dominare l'intera generazione che va in guerra (in quella stessa guerra dove Renato Serra trova la morte nel 1915). Da Serra al mondo contadino di Carlo Levi, il quale racconta le «terre zitte e solennemente silenziose» di Lucania. O, ancora, alla Napoli di Anna Maria Ortese, dove «il rumore fitto di chiacchierii, di richiami, di risate, o solo di suoni meccanici» non riesce a coprire il fatto che «latente e orribile vi si avvertiva il silenzio».

La galleria di Silenzi d'autore è ancora molto estesa. Ma è sull'indicibile per definizione che può chiudersi questa breve rassegna. Ad Auschwitz, scrive Primo Levi in Se questo è un uomo , «per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo».

La Repubblica – 7 febbraio 2015



Bice Mortara Garavelli
Silenzi d'autore
Laterza, 2015
euro 18


Il magnetismo del dottor Mesmer, antenato dell’inconscio di Freud



Torna il libro con cui Stefan Zweig riabilitò il medico tedesco facendone un anticipatore della psicanalisi.

Claudio Gallo

Il magnetismo del dottor Mesmer, antenato dell’inconscio di Freud



Se dite a qualcuno che ha lo sguardo mesmerico, magari intendendo fare un complimento, riceverete un’occhiata perplessa, c’è da giurarlo. Eppure, a cavallo fra il ’700 e l’800, ci fu un tempo in cui in Europa (il centro del mondo, allora) il dottor Franz Anton Mesmer era celebre quanto Malala oggi. Stimato medico tedesco, massone, viennese d’adozione, amico della famiglia Mozart, credette di scoprire il magnetismo animale: un’oscura forza vitale negli esseri e nelle cose, un flusso impalpabile che la medicina poteva piegare ai fini della guarigione.

Dopo i primi entusiasmi e i primi dubbi, la scienza ufficiale screditò la scoperta, ma non riuscì a guastare la fama del suo artefice, non subito almeno. Ricco, divenne ricchissimo, si trasferì nella Parigi pre rivoluzionaria e conobbe un successo favoloso. Al picco della fortuna seguì la caduta a precipizio. Senza denaro, scacciato dalle capitali europee, finì a curare i contadini in un villaggio dell’accogliente Svizzera, mentre l’incendio napoleonico infuriava intorno. Morì vecchio e dimenticato nella sua Iznag, sul Lago di Costanza nel 1815. Napoleone aveva davanti i suoi ultimi cento giorni.



La vita straordinaria di Mesmer fu raccontata nel ’900 dalla prosa leggera e scintillante di Stefan Zweig. Lo scrittore austriaco cercò di riabilitare il grande magnetizzatore con un libro del 1931 dedicato a Einstein, Die Heilung durch den Geist (La guarigione attraverso lo spirito), dove Mesmer, Mary Baker-Eddy, la creatrice della Christian Science e Sigmund Freud sono legati da un filo rosso.

Il libro fu subito tradotto in Italia da Lavinia Mazzucchetti, celebre germanista e antifascista, per Sperling e Kupfer. Il titolo italiano diventato L’anima che guarisce, sarà riproposto pari pari da e/o nel 2005. Proponendo un’altra variazione nella traduzione di «Geist», la più recente edizione in inglese fa: Mental Healers: Mesmer, Eddy and Freud (Guaritori mentali, etc.). Spirito, anima, mente: non resta che «cervello» nella scala dell’attualizzazione.

Adesso Castelvecchi scorpora dalla vecchia e ancor ottima versione italiana la parte dedicata a Mesmer e propone un agile libretto. L’operazione non è nuova, l’editore Lucarini aveva pubblicato nel 1991 soltanto la parte dedicata a Freud. I collezionisti aspettano l’«a solo» italiano di Mary Baker-Eddy: se uscirà sotto una nuova egida, potranno avere un libro pubblicato a rate per tre tipi diversi.

Non c’è nulla di tenebroso nel Mesmer di Zweig, è un’omone buono e quadrato, innamorato delle sue scoperte, il successo non gli dà alla testa. Facile per noi ridere del suo «mastello della salute», colmo di benefica acqua magnetizzata, bisognerebbe guardarlo con gli occhi incantati del ’700.



Paradossalmente, è uno scienziato che anticipa lo spirito positivistico di pochi decenni dopo. Saranno i suoi forsennati seguaci a travalicare il confine tra osservazione medica e delirio immaginativo. Mesmer lo aveva capito: «Nella leggerezza e nell’imprudenza di coloro che imitano il mio metodo sta la ragione di molti pregiudizi contro di me».

Zweig ne fa un precursore di Freud, passando per la forza guaritrice della preghiera, predicata nell’800 da Mary Baker-Eddy in America. Inventando il magnetismo animale, Mesmer anticipa, pur inconsapevolmente, il potere dell’inconscio. La suggestione guariva i malati, non il magnetismo. Cos’erano, argomenta Zweig, se non le pulsioni sommerse della psiche a scuotere le nobildonne parigine, tremanti in cerchio o dentro al mastello risanatore, in attesa delle mani tiepide del curatore? La teoria del magnetismo prevedeva che la guarigione avvenisse al culmine di una crisi.

Nella grande casa parigina di Mesmer c’era «la sala delle crisi», dove i maggiordomi portavano i più esagitati a sbollire. Non è un caso che il tasso delle guarigioni fosse più alto nelle malattie nervose.

Il mesmerismo darà alla luce due figli molti diversi tra di loro: l’ipnotismo, che affascinerà il giovane Freud; e lo spiritismo che continua, con alterne fortune, a far traballare i tavolini, specialmente in Sud America. L’idea di una forza misteriosa che pervade l’universo ritornerà più volte dopo la morte di Mesmer, sotto molte vesti. Come se un archetipo ostinato spingesse la psiche a sentirsi una cosa sola con il mondo.


La Stampa – 26 febbraio 2015


giovedì 26 febbraio 2015

Ebrei e cultura di destra nel Novecento



Dopo lo sterminio parlare di ebrei e cultura di destra è sembrato quasi un controsenso. L'ombra terribile della Shoah ha reso quasi invisibili personaggi e correnti del pensiero ebraico (e sionista) che in qualche caso (Jabotinsky) si avvicinarono pericolosamente al fascismo. Un libro (da leggere assolutamente) ricostruisce questa pagina rimossa.


Paolo Mieli

Ebrei a Destra: un labirinto

Da qualche anno il rapporto tra il mondo ebraico e la destra politica europea è finito all’attenzione degli storici. Nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, eccezion fatta per qualche studioso americano, in pochi avevano approfondito questa relazione, soprattutto perché, indagando su di essa, si sarebbe dovuto indagare su nessi che coinvolgevano il fascismo e, perfino, il nazismo.

Di destra ed ebrei si era cominciato a parlare nella seconda metà degli anni Settanta, ai tempi della vittoria in Israele di Menachem Begin con il Likud. Fu in quel momento (1977) che venne «riscoperta» la figura del leader del revisionismo sionista Vladimir Ze’ev Jabotinsky. Ed è alle personalità, peraltro tra loro assai diverse, di questa particolarissima sensibilità per la destra del mondo israelitico che è dedicato l’interessante libro di Vincenzo Pinto, In nome della Patria. Ebrei e cultura di destra nel Novecento , di imminente pubblicazione per Le Lettere.



Fin qui, scrive Pinto, la cultura di sinistra ha finito per rileggere la storia degli ebrei sotto la categoria della persecuzione antisemita («geneticamente» di destra). Le figure conservatrici del mondo ebraico «sono state relegate ai margini della storia», come ingenui rappresentanti di un’utopia, «quella di essere parte integrante del proprio Paese ospitante, di poter realizzare il sogno della diversità senza l’assimilazione».

C’è stato, però, dell’altro. L’ebreo di destra, scrive Pinto, è culturalmente «figlio legittimo della tradizione ma figlio “adottivo” della modernità tecnologica e spirituale». La «destra ebraica», ha osservato lo studioso israeliano Ezra Mendelsohn, è molto più difficile da definire rispetto alla sinistra; se i partiti ebraici progressisti erano orgogliosi di affermare la loro «simpatia ideologica per la sinistra generale europea», i loro oppositori «erano alquanto restii ad ammettere qualsiasi affinità con la “destra generale europea” che, nel periodo interbellico, era spesso sinonimo di fascismo (e, naturalmente, di antisemitismo)».

Ciò nonostante, prosegue Mendelsohn, se definiamo la destra come «la formazione di un campo politico fieramente opposto al socialismo» nonché «conservatore nella sua idea di come dovrebbe organizzarsi la società ebraica», allora diventa possibile identificare una destra israelitica già nella stagione tra le due guerre mondiali.

La caratteristica unificante, nel corso degli anni Venti e Trenta, era «l’enfasi tenace sull’assoluta necessità dell’unità ebraica e, di conseguenza, la profonda ostilità verso tutti i movimenti politici che predicavano l’idea di guerra di classe o persino la divisione di classe nel mondo ebraico».

Uno dei termini preferiti nel dizionario politico della destra secolare, ricorda Mendelsohn, era quello di monismo ( hadnes in ebraico; una bandiera), «che implicava la supremazia dell’unità nazionale, valore tradizionale ebraico, sulla divisione sociale». La sinistra definì assai pericolosa questa enfasi sull’«unicità» ebraica. Così la destra israelitica fu subito criticata per aver «importato nel mondo israelitico pericolose idee “straniere” che ponevano falsamente un ebreo contro l’altro e perciò facevano il gioco del nemico comune: l’antisemitismo».

Pinto bolla come «discutibili» queste tesi. Ma riconosce a Mendelsohn il merito di aver impostato correttamente la questione. Rimproverandogli, però, di aver teso a «liquidare la destra ebraica moderna (non sionista) come irrilevante nella diatriba tra secolarismi e religiosi», e di aver dimenticato «che, lungo tutto il Novecento, vi furono non pochi ebrei di destra sostenitori di altre forme di nazionalismo conservatore».

Grande protagonista di questo libro è il già citato Jabotinsky, definito da Pinto «il re senza corona». Nato a Odessa nel 1880, giornalista, agitatore politico, scrittore, ufficiale dell’esercito, e perfino assicuratore, ha segnato «in maniera indelebile il discorso politico sionista e israeliano nei primi decenni del Novecento» ed è considerato «una delle personalità ebraiche più affascinanti ma, al contempo, contraddittorie del secolo passato». Fu il primo a teorizzare, durante un pogrom nel 1903, l’autodifesa ebraica. Autodifesa che Jabotinsky avrebbe esportato a Gerusalemme all’inizio degli anni Venti. È stato il padre, si è detto, del «revisionismo sionista», ma morì di un attacco cardiaco a New York nell’agosto del 1940 prima di conoscere il volto atroce della Shoah, ma anche prima di aver potuto vedere realizzato il sogno di uno Stato di Israele .



Figura ben diversa è quella del banchiere ebreo torinese Ettore Ovazza, considerato da Pinto «un personaggio quasi romanzesco per la sua ingenua e fideistica adesione al fascismo» o, piuttosto, «un personaggio tragico, accecato dal proprio amor patrio a tal punto da non scorgere il nodo del destino sempre più stretto intorno al collo proprio e dei propri cari». Ovazza — al quale si è già dedicato Alexander Stille nel libro Uno su mille (Mondadori) — rimarrà fascista fino alla fine, accettando la legislazione antiebraica, respingendo l’opportunità di emigrare e trovando una tragica morte, per mano delle SS il 9 ottobre del 1943, nei pressi del confine svizzero.

Il suo amore per il fascismo mussoliniano può anche essere letto, secondo Pinto, «come un tentativo di trovare una dimensione estetica nuova e alternativa al sentimentalismo borghese, chiuso in se stesso, incapace di riunire armonicamente spirito e materia». Anche se la visione spirituale dell’ebraismo e del fascismo di Ovazza «si è scontrata con una visione e una realtà materiali che avevano preso il sopravvento»; dappertutto ormai in Europa «si considerava l’ebreo come il materialista per eccellenza, come il distruttore dell’idillio e di tutte le barriere, non come il difensore di un ideale di giustizia messianica o come parte integrante della civiltà occidentale» .

Un caso più complicato è quello di Isaac Kadmi-Cohen (1892-1944) , ebreo polacco, che mise radici in Francia. «Ebreo di sinistra nello scacchiere politico francese, ma di destra in quello sionista internazionale», scrive di lui Pinto, Kadmi-Cohen «ha cercato disperatamente di mutare le sorti del suo popolo e di salvarlo dalla tempesta antisemita» battendosi per la nascita di uno Stato mediorientale che fosse «la casa di tutti i popoli semiti». Kadmi-Cohen concepisce un semitismo come modo di essere alternativo all’arianesimo, e il suo progetto pansemita è alternativo allo «spirito del ghetto».

Di più. Per lui «la vera minaccia dell’Occidente non è la barbarie comunista oppure l’Oriente vicino ed estremo… e non è nemmeno più una questione di contrapposizione interna al continente». Il vero nemico è rappresentato dall’America (cioè gli Stati Uniti) e, più in particolare, da quel materialismo di cui è emblema una semplice banconota: il dollaro». L’identificazione del «nemico americano» produce un ambizioso progetto di federazione degli Stati europei, la cui prima tappa dovrebbe essere nella costituzione di un asse politico tra Parigi e Berlino, «che ponga fine ai vecchi conflitti».

Tale progetto va in frantumi tra il 1939 e il 1940 con l’invasione nazista della Polonia e lo scoppio della Seconda guerra mondiale. E, quando le croci uncinate invadono la Francia, Kadmi-Cohen punta addirittura ad una trattativa con il governo di Vichy per una «espulsione di massa» che favorisca la creazione di uno Stato ebraico e che salvi gli ebrei dal genocidio hitleriano. Ai suoi occhi il nazismo non rappresentava una maledizione politica o religiosa, bensì «una possibilità per porre fine all’apolidismo diasporico». Teorie che non gli eviteranno una morte atroce nel campo di sterminio di Gleiwitz. Ma che gli varranno l’imbarazzante stima di antisemiti come il visconte Léon de Poncins o di negazionisti come Paul Rassinier.



Ma la sua storia in un certo senso non finisce con la morte a Gleiwitz. Suo figlio Jean-François Steiner (dal cognome del patrigno, anche lui ebreo) pubblica nel 1966 un romanzo a tesi intitolato Treblinka (pubblicato in Italia da Mondadori). Treblinka narra la storia della rivolta ebraica nel Lager nazista «cercando da un lato di mettere in evidenza i meccanismi psicologici, tecnologici e morali utilizzati dai carnefici (i “tecnici”) per piegare la volontà delle vittime e dall’altro lato mostrando le profonde contraddizioni insite nel popolo ebraico e, in particolare, il dilemma tra salvezza fisica e salvezza morale». Secondo Pinto, all’autore premeva «dimostrare che la retorica martirologica della resistenza non rappresentava che una prosecuzione del vecchio “spirito del ghetto” tanto criticato dal padre». Voleva altresì porre domande assai scomode sulla «scarsa resistenza ebraica alla deportazione» e persino sulla «collaborazione delle classi dirigenti» israelitiche con i persecutori del loro popolo.

 Una storia a sé è quella del lituano Joseph G. Klausner (1874-1958), prozio di Amos Oz, che di lui ha scritto in Una storia di amore e di tenebra (Feltrinelli). La sua opera «ha rappresentato la realizzazione di una particolare sintesi fra la cultura umanistica occidentale e la tradizione ebraica orientale», là dove Klausner provò a recuperare «le migliori aspirazioni libertarie dei suoi correligionari illuministi occidentali (tedeschi, in particolar modo)», per innestarle sull’albero «sano» della tradizione religiosa orientale.



Più imbarazzante il caso di Abba Achimeir o Gaissinovic (1897-1962), «lettore e interprete» di Oswald Spengler, ammiratore di Benito Mussolini che definì come l’autentico erede di Mazzini e di Garibaldi, oltreché estimatore del generale polacco Józef Pilsudski. Restano celebri le sue «cronache di un fascista» scritte nel 1928 sul giornale revisionista «Doar Hayom».

Nel ’29 fonda, con il poeta Uri Zvi Greenberg e lo scrittore Yehoshua Yevin, l’associazione segreta «Brit Ha’Birionim» (Patto dei briganti), ispirata agli zeloti d’epoca romana nell’intento di combattere gli inglesi, gli arabi, ma anche gli «ebrei moderati o disfattisti». Nel 1933 Achimeir fu arrestato con l’accusa di istigazione all’assassinio di Chaim Arlosoroff, esponente di punta del sionismo in Palestina, ritenuto uno dei principali artefici di un accordo commerciale con la Germania nazista.

Ancora più complicato il caso del tedesco Hans-Joachim Schoeps (1909-1980), che nel 1930, in uno scritto dal titolo «Gioventù e nazionalsocialismo», fu in grado di prefigurare la vittoria nazista e nel 1932 venne all’attenzione — in parte benevola — del celeberrimo studioso di misticismo ebraico Gershom Scholem. Negli anni tra il 1933 e il 1934, Schoeps diede vita ad un bollettino, «Der Vortrupp», sorretto da un’omonima casa editrice, vagheggiò un incontro tra ebraismo e nazismo e cercò di costituire un fronte ebraico in grado di ottenere il riconoscimento da parte del governo hitleriano. Tutto era basato su un progetto di «epurazione» interna dell’ebraismo tedesco. Tale progetto, ricorda Pinto, «fu espresso in un memoriale che conteneva l’idea di creare una corporazione ebraica che separasse gli elementi ebraici insani (i sionisti e gli ebrei orientali) da quelli sani (gli ebrei coscienziosamente tedeschi)».

I nazisti non lo seguirono su questa strada, già nel ’35 esclusero gli ebrei dall’esercito e dalla marina e sciolsero tutte le associazioni ebraiche. Nel ’38 Schoeps riparò in Svezia, i suoi morirono nei campi di concentramento e lui poté tornare solo nel 1946 in Germania, dove insegnò all’università e approfondì il nesso tra ebraismo e prussianesimo che gli stava a cuore fin dai tempi della gioventù. Schoeps, scrive Pinto, non rinnegò mai il proprio passato politico (le proprie simpatie per la «rivoluzione conservatrice»), tanto da pubblicare nel 1970 la raccolta di scritti Bereit für Deutschland (Pronti per la Germania) come risposta alle accuse di esser stato un «nazista ebreo». Tenne sempre a distinguere, prosegue Pinto, il suo particolare conservatorismo prussiano dal nazismo, esito di una «rivoluzione popolare» e razziale dettata dall’ hybris umana moderna. Il legame fra prussianesimo ed ebraismo «aveva radici storico-religiose, non razziali, l’eroica ostinazione prussiana contro l’auto-disgregazione aveva sconfitto l’infinità del paesaggio pianeggiante (a differenza della melanconia russa), come gli ebrei avevano fatto verso il deserto attraverso la parola del loro Signore sovrano».

    New York 1940. Jabotinsky e i suoi legionari

Jabotinsky è stato il leader della destra sionista negli anni che precedettero la costituzione dello Stato di Israele. Ovazza è stato uno dei maggiori rappresentanti della destra ebraica antisionista nell’Italia fascista. Kadmi-Cohen è stato il paladino di un semitismo ultra-rivoluzionario nella Francia della Seconda Repubblica. Klausner ha alimentato una visione organicistica della nazione ebraica tra la Russia tardo-zarista e la Palestina mandataria. Gaissinovic ha sostenuto una visione rivoluzionaria del sionismo. Schoeps ha pensato fosse possibile una rifondazione dialettica dell’ebreo tedesco durante il nazismo. Tutti questi personaggi, scrive Pinto, hanno creduto in una visione militante della cultura: lo spirito non deve «emancipare» gli ebrei dal giogo del capitalismo, ma renderli «partecipi consapevoli della modernità» .

Il loro comune avversario avrebbe dovuto essere l’Illuminismo, l’idea che l’ebraismo fosse semplicemente una «morale» universalizzabile e non più una religione nazionale, che gli ebrei fossero uomini come tutti gli altri. Liberalismo e comunismo erano ritenuti due facce della stessa medaglia: la distruzione dei legami spirituali e comunitari degli individui e la loro sottomissione ad una presunta etica universalistica e utilitaristica. L’antisemitismo era visto come l’altra faccia della modernità, come l’esito di logiche puramente materiali e della (fallita) assimilazione degli ebrei ai popoli ospitanti. Le loro furono esperienze tra loro molto diverse, ma che testimoniano una complessità di nessi in qualche caso imprevedibili. Addirittura insospettabili.



Il Corriere della sera – 17 febbraio 2015


Per la scuola non basta uno slogan



Renzi chiarisce che non ci sono né ora né in futuro soldi per la scuola. Altro che istruzione come priorità nazionale! Mentre non c'è problema a trovare fondi per gli F35 e per una nuova spedizione militare (Libia), per quanto riguarda la scuola tutto è lasciato alle scelte individuali dei cittadini. Come diceva Totò: arrangiatevi!


Nadia Urbinati

Per la scuola non basta uno slogan


Il Presidente del Consiglio lancia l’ambizioso progetto “la buona scuola”. Lo fa alla fine di una consultazione con i diretti interessati (alunni, docenti e famiglie) che egli stesso ha giudicato un evento unico, non solo nel nostro Paese. In una recente puntata di Piazzapulita si è avuto modo di capire che le cose non stanno proprio in questi termini: l’ascolto è stato pilotato e molti temi concreti che le scuole statali hanno urgente bisogno di discutere e risolvere non hanno avuto centralità, anche perché poco attraenti.

In effetti, parlare della mancanza cronica di carta igienica nelle scuole statali di ogni ordine e grado, sapere che i genitori si autotassano ormai abitualmente per coprire le spese ordinarie degli istituti frequentati dai loro figli che lo Stato non copre: tutta questa concretezza non consente di fare spot attraenti sulla buona scuola del futuro. Tuttavia questi sono i problemi. Che non svaniscono con gli slogan: “Sì, serve la carta igienica, ma fateci sognare”. Semmai, si potrebbe dire al presidente Renzi che i sogni li dovrebbero poter fare le scuole, non il governo. E vi è di che dubitare che questi provvedimenti ben propagandati vi riescano.

Prima di tutto perché lo Stato ha dichiarato di non potere coprire le spese delle sue scuole. È come se dicesse: non possiamo garantire i diritti civili perché non abbiamo soldi a sufficienza per sostenere i tribunali. Non ci sono fondi a sufficienza. Ma se lo Stato (e i suoi organi amministrativi) finanziasse solo le sue scuole, come la Costituzione gli comanda, i soldi non sarebbero un problema così emergenziale.

A fine gennaio l’Espresso ha dedicato al depauperamento della scuola statale un’inchiesta ben fatta. Eccone il senso: “Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame”. Governatori e sindaci, continua l’Espresso, alimentano un fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico che si somma alla sovvenzione ministeriale.



L’articolo 33 della Costituzione è raggirato, e non da oggi, con l’escamotage degli aiuti alle famiglie. La Costituzione sembra non avere forza, sembra parlare la lingua dei sogni, ma non di quelli che piacciono a chi la dovrebbe attuare.

E il progetto detto “buona scuola” non cambia questo trend privatistico, ma lo legittima, lo regolamenta e lo stabilizza. Lo ha confermato proprio il presidente del Consiglio in conferenza stampa: «In futuro chiederemo autonomia anche dal punto di vista economico, così che una parte della dichiarazione dei redditi possa andare a una singola scuola». Ovvero, chi non ha figli si sentirà libero di non dare alcun contributo alla scuola pubblica, trattata come la religione o i partiti politici: oggetto di libera scelta individuale.

Benché la scuola sia un bene pubblico, non privato che si può scegliere o non scegliere. La logica che guida questo progetto è opinabile: prima di tutto perché associa la tassazione per beni pubblici al consenso individuale — questo è esattamente quanto dagli anni Settanta sono andati predicando i teorici liberisti; questa è stata la filosofia che ha guidato i governi Reagan. E il reaganomics è la direzione di marcia del nostro governo sulla scuola statale.



Lo Stato si impegna a istituire e sostenere scuole di ogni ordine e grado: lo Stato, non i singoli secondo la loro personale preferenza e decisione. È evidente che il governo cerca di vendere il prodotto appellandosi all’autonomia scolastica. Ma legare il destino della scuola statale alle preferenze individuali non è una condizione di autonomia ma di assoluta dipendenza dal privato.

È stupefacente come non si crei un dibattito serio e ragionato su temi così rilevanti, come le rivendicazioni della minoranza nel Pd non sappiano tradursi in contro-proposte che incalzino la maggioranza con argomenti efficaci. La dialettica sarebbe di aiuto al governo che potrebbe voler accettare la sfida della discussione e migliorare la sua proposta.

In questo momento, i cittadini restano fuori del palazzo, inascoltati e fortemente critici. Organizzano convegni, lanciano petizioni, firmano documenti, ma la loro voce non ha risonanza. Non hanno rappresentanti nei partiti e non hanno nel Parlamento un interlocutore. Politica costituita e opinione dei cittadini marciano su binari paralleli.


La Repubblica – 25 febbraio 2015


mercoledì 25 febbraio 2015

"Sentieri sottili". Viaggio in una vallata dell'entroterra del Ponente ligure



Istituto di Studi Liguri
Libreria AmicoLibro - Bordighera
Philobiblon Edizioni

venerdì 27 febbraio alle ore 16,00
presso il Museo Bicknell di Bordighera

Presentazione di
"Sentieri sottili"
di Julia Blackburn
Philobiblon Edizioni


"Sentieri sottili" descrive il soggiorno in un territorio - una vallata dell'entroterra del Ponente ligure - scosceso e scabro ma misterioso e affascinante agli occhi di una straniera che ne scopre, a poco a poco, percorrendone a piedi con il marito gli impervi sentieri, le ruvide bellezze. 

Ma è anche un viaggio nella storia e dentro il cuore degli uomini e delle donne che abitano questa liguria poco cardelliana. 

Un viaggio a ritroso nel tempo ad incontrare i pochi resti di un  passato eroico per approdare ai più recenti tempi pieni di lutti e di rovine. Il libro, che è al tempo stesso diario personale e collettivo, saggio antropologico, racconto lirico e documento storico è scritto in uno stile  avvolgente e coinvolgente, ricco di umanità e di sottile ironia.  


Vergogne italiane. Il mausoleo dei Plautii a Tivoli, una discarica a cielo aperto



A Tivoli lo spettacolare mausoleo dei Plautii ridotto a una discarica. Continua la distruzione del patrimonio archeologico italiano per incompetenza, stupidità o (più semplicemente) mire speculative sulle aree.


Sergio Rizzo

Il mausoleo dei Plautii


«Idea! Mettiamoci un paio di oblò...». L’idea venne a qualcuno alla Regione Lazio, con l’illusione di placare le proteste contro il muro della vergogna. Succedeva dieci anni fa, quando la barriera di cemento armato che avrebbe dovuto salvare dai frequenti allagamenti un’area a ridosso del fiume Aniene era stata appena tirata su.

Gli oblò avrebbero dovuto permettere ai turisti di dare una sbirciatina (sigh!) al di là del muro, dove lo spettacolare mausoleo dei Plautii, che con la celebre tomba di Cecilia Metella sull’Appia Antica è uno dei rarissimi esempi di sepolcri monumentali delle famiglie nobiliari romane dell’età tardo repubblicana, stava precipitando nel degrado. Gli oblò ebbero il buon gusto di risparmiarceli. Il muro, invece, è ancora lì. E gli allagamenti puntualissimi.

La storia di questa follia può essere presa a esempio degli sprechi insensati che produce l’ottusità di certe burocrazie, ma anche di quello che succede al nostro e prezioso patrimonio quando ci sono in ballo interessi economici privati. Il mausoleo dei Plautii era il primo monumento che veniva incontro ai viaggiatori del Grand Tour, di cui Tivoli era tappa fondamentale. Per arrivare a Villa Adriana, maestosa residenza dell’imperatore Adriano, Wolfgang Goethe e Giovan Battista Piranesi ci passavano davanti appena dopo aver attraversato il ponte Lucano, costruito fra il crepuscolo della repubblica e l’alba dell’impero romano.



Su quel ponte che si poteva ancora attraversare in auto trent’anni fa e oggi ha tre delle cinque arcate sepolte dai materiali trasportati dal fiume, come i detriti scaricati dalle industrie di travertino e mai rimossi, si incontrarono papa Adriano IV e Federico I Barbarossa: incontro che sancì una cosetta da nulla come la nascita del Sacro Romano Impero.

Tanto basterebbe perché quel ponte e tutto quello che c’è intorno, compreso lo straordinario mausoleo dei Plautii con iscrizioni ancora quasi perfette nelle quali si citano l’impresa militare della conquista della Britannia, fosse considerato un’attrazione formidabile custodita con la massima cura. E anche una fonte di reddito e lavoro non indifferente. Accadrebbe in qualunque altro Paese civile al quale fosse capitato di avere un’eredità tanto preziosa. Ma non in Italia. Non a Tivoli, che pure fu il cuore dell’impero romano nei suoi anni più smaglianti.

Ponte e mausoleo sono inaccessibili, chiusi da quel muro che taglia in due l’antica via Tiburtina e da una barriera di lamiera arrugginita. Intorno, ovunque immondizia che nessuno raccoglie: bottiglie di plastica, lattine, stracci, siringhe, cartacce, liquami. Da un lato, i ruderi di una vecchia osteria seicentesca diroccata che non crollano del tutto soltanto perché indecorosamente puntellati. Alle sue spalle, una orrenda superfetazione abusiva abusivamente occupata da alcuni rom. E poi il mausoleo: il basamento sepolto da una colata (abusiva) di cemento mentre la parte che ne è stata risparmiata viene divorata dalla vegetazione
.
Non che prima della costruzione di quel muro la cura di quel sito, che oggi è per l’organizzazione americana World Monument Fund fra i cento monumenti del pianeta da salvare, fosse molto migliore. La dimostrazione è che quella straordinaria area archeologica è da decenni stritolata fra capannoni industriali e brutture edilizie di vario genere.

Ma il muro è stato un autentico colpo di grazia. I lavori vengono completati dall’Ardis, l’Agenzia per la difesa del suolo della Regione Lazio, nell’estate del 2004, con la giustificazione che la barriera dovrebbe difendere la zona dalle esondazioni dell’Aniene. Sindaco di Tivoli è l’attuale capogruppo del Pd al consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi. Ministro dei Beni culturali è Giuliano Urbani di Forza Italia, che evidentemente non può opporsi. La Regione costruisce il muro riempiendo anche l’area di cemento senza il benestare della Soprintendenza, e una successiva denuncia al tribunale di Italia Nostra e del Wwf viene archiviata con la motivazione pilatesca che le opere «costituiscono esercizio di discrezionalità amministrativa».



Peccato che non sia mai stato fatto uno studio sulle cause delle esondazioni. E peccato che quella «discrezionalità amministrativa» che tanto diligentemente ha sottolineato il magistrato nella sua sentenza non abbia neppure risolto il problema. Perché manca un collettore fognario, e continua ad allagarsi tutto all’interno e all’esterno del muro. Incuranti del ridicolo, alla Regione hanno allora pensato di risolvere la faccenda installando delle pompe idrovore che aspirano l’acqua dalla strada e la sputano verso il ponte e il mausoleo. Il tutto senza che quell’opera, a dieci anni di distanza, sia stata ancora collaudata. Chi mai potrebbe collaudare un tale abominio?

Più che logica, quindi, la decisione del nuovo arrabbiatissimo sindaco di Tivoli, Giuseppe Proietti, finalmente determinato a prendere di petto la questione, che nel luglio scorso ha chiesto alla Regione di revocare la vecchia pratica di eliminazione del vincolo di esondazione: con la motivazione che quella roba non serve a niente. I quattro milioni e mezzo di euro spesi non sono nemmeno serviti a evitare che il Comune sia sommerso da cause di risarcimento per i danni provocati dagli allagamenti. Con esborsi milionari anno dopo anno. Mentre il protocollo d’intesa per il recupero dell’area, firmato addirittura nel 2005 sull’onda delle proteste dei cittadini e delle associazioni ambientali, è ancora lettera morta



E qui, riavvolgendo il nastro, vengono tanti pensieri. Pure che lo scempio non sia solo frutto di umana stupidità e incoscienza. Il problema di quel tratto dell’Aniene è noto da decenni: ha a che fare con il restringimento artificiale del fiume causato dai detriti. Per risolverlo non serve un muro, ma una seria opera di bonifica e il rispetto del divieto (esistente per legge) di scaricare materiali nell’alveo. Lo capirebbe anche un bambino.

Perché allora si è scelto di alzare una barriera di cemento armato di quattro metri, spendendo inutilmente tutti quei soldi? C’è chi ha tirato in ballo la legge in materia di difesa idraulica emanata dopo il disastro della frana di Sarno, nel 1998. E c’è chi, come Italia Nostra e Wwf che l’hanno scritto nell’esposto rigettato dal tribunale di Tivoli, ha avanzato il sospetto che l’obiettivo non era tanto quello di evitare le esondazioni quanto quello di far venir meno il vincolo alla zona antistante Villa Adriana. Per dare via libera a una lottizzazione. Pura fantasia, dicono... Anche se qualche volta la realtà supera la fantasia.


Il Corriere della sera - 23 febbraio 2015

Selma



Esce nelle sale Selma, il primo film sulla figura di Martin Luther King. Un film attualissimo e non solo per gli Stati Uniti.


Giulia D'Agnolo Vallan

Una marcia del 1965 che parla al presente


Una folla di afroa­me­ri­cani bru­ta­liz­zati sel­vag­gia­mente dalla poli­zia, la lotta con­tro la discri­mi­na­zione raz­ziale nel diritto di accesso al voto, la sporca realtà della trat­ta­tiva poli­tica, un lea­der visio­na­rio che però tra­diva la moglie, un pre­si­dente che dice: «Non c’è un pro­blema dei neri, un pro­blema del Sud e un pro­blema del Nord. C’è un pro­blema dell’America»…..Selma è un film ambien­tato nel 1965 ma che parla del 2015.

Infatti, il limite dell’intelligente, ele­gante, ambi­zioso, a tratti emo­zio­nante, lavoro di Ava DuVer­nay, pro­dotto dalla Plan B di Brad Pitt (che l’anno scorso ci aveva dato 12 anni schiavo) è forse pro­prio quello di voler imbri­gliare così stret­ta­mente lo spi­rito del (nostro) tempo da toglier­gli il respiro. Un anno dopo «il caso Steve McQueen», nel pieno di un’altra cam­pa­gna Oscar, Selma arriva accom­pa­gnato anche lui da un’aura (extra­fil­mica) di cal­co­lata ine­vi­ta­bi­lità , e da qual­che con­tro­ver­sia sulla fedeltà storica.

In un per­fetto incon­tro tra giu­stezza poe­tica e timing, dopo che la sce­neg­gia­tura dell’inglese Paul Webb era già pas­sata per le mani, di Ste­phen Frears, Michael Mann e Lee Daniels, è stato affi­dato a una donna afroa­me­ri­cana il com­pito di diri­gere il primo film mai rea­liz­zato su Mar­tin Luther King. Grandi lea­der del movi­mento come Mal­colm X (Spike Lee, 1992) e Med­gar Evers (Ghost of Mis­sis­sipi di Rob Rei­ner, 1996,) sono già stati sog­getti di bio­pic hol­ly­woo­diani; e la sto­ria della lotta per i diritti civili è stata trat­tata in film diver­sis­simi tra loro, come L’odio esplode a Dal­las di Roger Cor­man (1962), Mis­sis­sippi Bur­ning di Alan Par­ker (1988), e, solo l’anno scorso, The Butler, di Lee Daniels.



Lo stesso King è apparso spesso come per­so­nag­gio, al cinema e in tv : da The Pri­vate Files of Edgar J. Hoo­ver di Larry Cohen , a Crazy in Ala­bama di Anto­nio Ban­de­ras, a Alì di Michael Mann, fino a un epi­so­dio di Twi­light Zone e parec­chi di Satur­day Night Live. Ma Selma è il primo film incen­trato inte­ra­mente sulla sua figura.

Non si tratta, come suc­cede spesso con un per­so­nag­gio di que­sta sta­tura, di una bio/agiografia pano­ra­mica: Selma (che ha un bud­get da 20 milioni di dol­lari e negli Stati uniti è distri­buito dalla Para­mount) si con­cen­tra su un epi­so­dio spe­ci­fico, la mar­cia da Selma a Mont­go­mery che, nel marzo del 1965, rese pos­si­bile una legge fede­rale, il Voting Rights Act, intesa a pro­teg­gere il diritto al voto di tutti i cit­ta­dini Usa, a pre­scin­dere dal colore della pelle.

L’attore inglese David Oye­lowo è Mar­tin Luther King, Tom Wil­kin­son (inglese anche lui) la sua nemesi, Lyn­don John­son; sem­pre dall’Inghilterra, Car­men Ejogo è Coretta Scott King e Tim Roth il gover­na­tore raz­zi­sta George Wal­lace; men­tre Dylan Baker inter­preta un visci­dis­simo Edgar J. Hoo­ver e Oprah Win­frey (anche co-produttrice) Annie Lee Coper, un’infermiera che perse il lavoro dopo aver ten­tato più volte, e invano, di iscri­versi alle liste elet­to­rali.

Fon­da­men­tale, die­tro alla mac­china da presa, è il lavoro del diret­tore della foto­gra­fia Bra­d­ford Young, l’occhio più colto ed elet­triz­zante del nuovo black cinema (Mother of George, Pariah, Restless e, già al fianco di Du Ver­nay, per Middle of Nowhere ) che porta alla luce e al taglio delle inqua­dra­ture la pro­spet­tiva storico/culturale pro­fonda del suo mae­stro alla Howard Uni­ver­sity, Haile Gerima.

Costruito su infi­nite sfu­ma­ture di nero, intorno ai volti dei per­so­naggi foto­gra­fati come se fos­sero paes­saggi, al con­torno delle loro teste, alle silhouet­tes scure dei corpi con­tro la luce bianca di una fine­stra o i fari di un’auto della poli­zia che li pic­chierà a san­gue, Selma ha la stoffa mae­stosa di un kolos­sal inti­mi­sta, un senso di scala e tempo epico che sfugge cla­mo­ro­sa­mente a pro­du­zioni molto più gran­diose, «alla» Exo­dus. Come Lin­coln e House of Cards, il film di DuVer­ney (che è stata per anni una nota publi­cist hol­ly­woo­diana) inve­ste sull’attuale fasci­na­zione per il pro­cesso poli­tico, nei suoi det­ta­gli meno idea­li­stici.

La spre­giu­di­ca­tezza stra­te­gica di King (piut­to­sto che la sua dimen­sione di lea­der cari­sma­tico) è infatti al cuore del film, gio­cato intorno a un ser­rato duetto tra lui e John­son, in cui il pre­si­dente vor­rebbe dare prio­rità alla sua guerra con­tro la povertà , met­tendo in secondo piano la legge sul voto, e King lo costringe ad agire diver­sa­mente orga­niz­zando – a bene­fi­cio dei media nazio­nali — una mani­fe­sta­zione paci­fica sotto il naso di uno sce­riffo raz­zi­sta che, ine­vi­ta­bil­mente, la farà finire nel sangue.



Tra­smesse dalla Abc, il 7 marzo 1965, inter­rom­pendo la messa in onda di Il pro­cesso di Norim­berga, le imma­gini dei poli­ziotti dell’Alabama che pic­chia­vano fero­ce­mente una folla inerme di afroa­me­ri­cani sull’Edmund Pet­tus Bridge misero alle strette la Casa Bianca e il Con­gresso. Quella dome­nica la mar­cia si fermò a Selma.

Per scelta di King, e prima che scop­pias­sero altre vio­lenze, i dimo­stranti si fer­ma­rono al ponte anche due giorni dopo. Al terzo ten­ta­tivo, e gra­zie alla sen­tenza di un giu­dice, la mani­fe­sta­zione ebbe final­mente il suo corso fino a Mont­go­mery. Entro ago­sto John­son avrebbe fir­mato la nuova legge. Insieme a King, John­son, Hoo­ver, Wal­lace, DuVer­nay arric­chi­sce la tex­ture del suo film popo­lan­dolo di altri pro­ta­go­ni­sti del movi­mento, come il futuro amba­scia­tore all’Onu e sin­daco di Atlanta Andrew Young (allora un mem­bro della Sou­thern Chri­stian Lea­der­ship Con­fe­rence), il depu­tato della Geor­gia John Robert Lewis (allora dello Stu­dent Non­vio­lent Coor­di­na­ting Com­mit­tee) e Ame­lia Boy­ton, la lea­der degli atti­vi­sti di Selma che invitò King in città.

Le donne, in gene­rale, sem­brano più impor­tanti, rispetto alla sto­rio­gra­fia uffi­ciale, a par­tire da Coretta Scott King. Ed è pro­prio sul dato sto­rio­gra­fico che Selma sta sol­le­vando delle cri­ti­che, prima fra tutti quella di aver trat­tato con ecces­siva durezza Lyn­don John­son. In difesa del pre­si­dente sono scesi suoi ex col­la­bo­ra­tori come George Cali­fano, o il diret­tore della LYon­don John­son Library Mark Upde­grove e lo sto­rico Gary May: John­son sarebbe stato un alleato di King e non un avver­sa­rio, come invece appare nel film.


Il manifesto – 12 febbraio 2015

martedì 24 febbraio 2015

Il demone della modernità. Pittori visionari all'alba del secolo breve



Gli incubi dell’Europa di fronte ai cambiamenti della modernità tra Ottocento e Novecento raccontati da una mostra a Rovigo. Da non perdere.


Melisa Garzonio

Il diavolo probabilmente


Paris brûle-t-il? Parigi brucia? Le truppe di Hitler non hanno ancora invaso la Ville Lumière, eppure. Siamo nel ventennio fin de siècle, la Belle Époque si sta avviando al tramonto, si spengono le luci dei boulevard, finita la magia, basta champagne. È la modernità che avanza, ma non ci sono istruzioni per l’uso. Bella la scienza, apre nuovi orizzonti ma insieme porta tensioni e crea grossi scompensi. Forse il passato era più seducente?

Il vento del cambiamento (e dello spaesamento) si coglie non solo nella Parigi bella e corrotta di Baudelaire, ma soffia impetuoso in tutta Europa, a Berlino, Vienna, Venezia, Dresda, Monaco, nella Londra noir di Edgar Allan Poe. La guerra del ‘14 è alle porte, e nel ‘29 arriverà la grande depressione che metterà in ginocchio l’economia del pianeta. Ma torniamo a Parigi. C’è un pittore, apparentemente incurante dei venti avversi, che si fa cronista dei fatti in chiave seducente, ambienta le sue tele in luoghi eclettici, esotici e fiabeschi, fa di ogni derelitto l’emblema di condizioni, caratteri, di destini e maledizioni: si chiama Gustave Moreau.



I suoi quadri, scriveva Zola, «sono enigmi... fantasticherie sottili, complicate, enigmatiche, di cui non si riesce subito a svelare il senso». Insensatezze che però interpretano stati d’animo e inquietudini collettive. È da Moreau, dal suo luciferino armamentario di sfingi, chimere, rapaci, mostri e incubi che prenderà le mosse la corrente del Simbolismo europeo. Ed è con due tra le tele più citate e dissacranti del pittore francese, Edipo e la sfinge e Salomè danzante che si apre il percorso della mostra «Il demone della modernità» al Palazzo Roverella di Rovigo (fino al 14 giugno).

L’eroe antico e la danzatrice lasciva, due temi che Moreau ha replicato ossessivamente, fin quasi alla morte. Scaldata l’atmosfera, si dà la parola ai pittori che sulla scia del maestro visionario hanno interpretato il nuovo con gusto nero e interventi audaci.

Una trentina di nomi, con tante celebrità: Marc Chagall, Paul Klee, Max Klinger, Odilon Redon, Félicien Rops, Leo Putz, Alberto Martini. Ma la mossa vincente del curatore, Giandomenico Romanelli, è aver portato a Rovigo artisti magnifici e quasi sconosciuti, come Sascha Schneider, Oskar Zwintscher, Mirko Racki.

Dipingono donne, diavoli e metropoli impossibili. Come quelle di Mikalojus Konstantinas Ciurlionis, una pittura intrisa di nebbie colorate, un vedo non vedo di acropoli con torri immaginarie e cieli rarefatti.



Fu un «mistico veggente», come lo definiva Bernard Berenson, colto fino alla ricercatezza e dotato, anche, di poteri taumaturgici. «Un’arte magica — come osservava lo scrittore Romain Rolland ammirando le riproduzioni dei suoi quadri sulla rivista russa Apollon — di fronte alla quale si prova la stessa sensazione di quando, addormentandoci all’improvviso, ci sembra di volare».

E in questa sorta di sogno a occhi socchiusi, ecco apparire gli angeli, custodi meditabondi di paesaggi che adombrano una modernità addirittura industriale. «Quegli angeli sembrano vegliare su città antiche ma anche futuribili, sono Babilonia e Gerusalemme, metropoli celesti e città-macchine silenziose come cimiteri arcaici», spiega Romanelli, indicando l’incredibile tela notturna con creatura alata intitolata Demonio: una cornice di cipressi böckliniani alternati a colonne doriche e torri di Babele che custodisce una figura oscura con grandi ali da pipistrello.



Sarà il demonio, ma a noi pare una prefigurazione di Batman, il Cavaliere oscuro. E come non accostare a Gotham City, teatro delle imprese del supereroe della DC Comics, la New York livida e saettante dall’acqua nera della baia, dipinta nel 1930 da Gennaro Favai dal ponte del piroscafo Conte Rosso? La mostra arriva in porto con questo quadro omaggio al film Metropolis (1927) di Fritz Lang, che a sua volta ebbe la visione del capolavoro mentre stava sbarcando a New York per la prima dei Nibelunghi .

«La mostra — conclude Giandomenico Romanelli — vuole cogliere e percorrere lo spazio di mezzo , il tempo contrastato e irripetibile in cui la modernità si mostra come in visioni e illuminazioni che ciascuno interpreta sotto la specie di rivelazioni di forme e colori, di temi e soggetti dominati da una travolgente forza visionaria». 



Il Corriere della sera - 19 febbraio 2015


Giuseppe Galasso, Le civiltà si incontrano sul mare



Dallo studio dei rapporti fra Impero Ottomano e Italia del Rinascimento esce confermata la tesi di un Mediterraneo luogo di incontro e di scambi più che di guerra.


Giuseppe Galasso

Le civiltà si incontrano sul mare



È noto che il Mediterraneo è stato da sempre un mare di culture, religioni, commerci, migrazioni, un mare-ponte. Il volume Incontri di civiltà nel Mediterraneo. L’Impero Ottomano e l’Italia del Rinascimento (Olschki, pp. 184, e 25), curato da Alireza Naser Eslami, docente di Architettura islamica e bizantina a Genova, lo conferma per un momento fra i più topici nella storia del vecchio Mare Internum romano.

Non credo che si possa affermare con Naser Eslami che finora Oriente e Occidente siano stati concepiti ciascuno «come realtà omogenee e sempre uguali a se stesse». Non so, e non mi pare, neppure nella storiografia islamica, ma certo in quella occidentale l’idea del «sempre uguale a se stesso» si è da tempo dileguata sotto l’urto sia del pensiero storicistico, sia di grandi spinte riformatrici o rivoluzionarie.

E neanche direi che è nuovo il concetto del Mediterraneo come luogo di incontri e di scambi, che era già chiaro a Greci e Romani. E altro ci sarebbe da rilevare sul Rinascimento come «movimento» e non «evento» o sulla cultura europea come una fra differenti culture interagenti fra loro o sulla diversità della mediterraneità di Braudel rispetto a quella di Horden e Purcell.

Naser Eslami ha, però, pienamente ragione di affermare che, per i rapporti fra Italia del Rinascimento e mondo ottomano, c’è molto da fare e da dire, ed è da ciò che deriva il merito, non piccolo, del volume da lui curato.



Quei rapporti portarono a interscambi materiali e culturali anche in forme a volte sorprendenti. Così accade con una prassi del dono, che va dalla «sella di splendida fattura», che il sultano Maometto II, in cerca di artisti e artigiani, invia a Lorenzo il Magnifico e che questi ricambia con «una magnifica medaglia realizzata da Bertoldo di Giovanni col ritratto del regnante», ai «cento tappeti degnissimi» inviati dallo stesso sultano a Ferrante I di Napoli o ai dipinti e ai cavalli inviati da Bayazet II a Francesco II Gonzaga.

Ben più dei doni, ovviamente, significa la politica. Papa Pio II voleva convertire al Vangelo Maometto II per farne un imperatore. Alessandro VI invocava il soccorso di Bayazet II per alleggerire la pressione di Carlo VIII di Francia, così come non sdegnava di fare Alfonso II di Napoli, mentre Ludovico il Moro gli offriva il suo vassallaggio.

Ha ragione perciò Giovanni Ricci a parlare qui di «ambiguo rapporto fra Stati italiani e Impero Ottomano» nel ’400 e ’500 (ma gli italiani erano in buona compagnia: nel 1536 i francesi strinsero con Costantinopoli un’intesa di lunghissima durata). Ambiguità che si apprezza di più grazie a Gabriella Airaldi («Genovesi e Turchi tra medioevo e età moderna») e alla densa rievocazione di Franco Cardini del trentennio fra l’assedio di Vienna (1683) e la pace del 1718, che diede un grave colpo alla potenza turca, senza però stroncarla, e segnò la vera fine dell’idea della crociata, preludendo al «tempo delle dolci, care, sorridenti turqueries».

Direi, comunque, che l’interesse maggiore del volume sta nei molto interessanti saggi sugli scambi culturali: ceramica, modelli decorativi, giardini, tappeti, architettura. Quello sui giardini, di Luigi Zangheri, è particolarmente suggestivo.

Si impara molto su un terreno storico ancora largamente da esplorare, purché, sia detto per inciso, non si dimentichi mai che il mare degli incontri e degli scambi fu anche sempre un mare di guerre e di battaglie, di razzie e di piraterie, che non furono sempre e soltanto frutto di volontà di potenza o di rapina. Alle armi e alle violenze si accompagnavano anche idee e religioni, valori e civiltà. Le nostre visioni di oggi non furono quelle del passato, anche a voler credere che oggi le nostre visioni siano per intero quelle che si dice.


Il Corriere della sera – 23 febbraio 2015