TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 marzo 2015

Africa. La terra degli Spiriti



Una grande esposizione dedicata ai riti dei popoli subsahariani inaugura il Mudec, il Museo delle Culture di Milano.


Marino Niola

Alle origini dell’arte nera che incantò l’Occidente


Senza l’Africa, l’arte moderna non sarebbe stata la stessa. E con ogni probabilità non avremmo capolavori come le “Demoiselles d’Avignon” di Pablo Picasso, la “Testa d’uccello” di Max Ernst. E nemmeno “L’uomo che cammina di Giacometti”.

In realtà il Continente Nero, dalla seconda metà dell’Ottocento è il grande serbatoio dell’immaginario europeo in cerca di nuove chiavi per decifrare il mistero dell’uomo. Quelle chiavi che la cultura occidentali sente di aver smarrito. Ed è allora che l’arte africana diventa un anticorpo creativo, il potente vaccino esotico da iniettare nelle vene esauste del vecchio mondo.
All’influenza africana nell’estetica della modernità il Mudec di Milano dedica la bellissima mostra “Africa. La terra degli spiriti”, curata da Ezio Bassani, Lorenz Homberger, Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, aperta da oggi al 30 agosto.

Artefici di questa storica trasfusione artistica sono, non per nulla, gli esponenti delle avanguardie. Cubisti, dadaisti e, soprattutto, surrealisti. La cui missione è smontare l’uomo in mille pezzi per capire com’è fatto veramente, quali sono gli spiriti e le potenze sconosciute che si agitano sotto la superficie rassicurante della ragione e dell’apparenza. Facendo affiorare un’estraneità spaesante dietro la familiarità del sembiante.

Così il volto stesso diventa un inganno, una maschera illusoria. Proprio come l’idea di persona. Che la psicanalisi mette a nudo calandosi nelle profondità del sé. Mentre l’antropologia va a cercare fuori di sé, in mondi lontani. Come scriveva André Breton, nel suo Manifesto del surrealismo , il nuovo compito dell’artista è quello di discernere sempre più chiaramente ciò che si trama all’insaputa dell’uomo nel profondo del suo spirito.



Insomma le avanguardie rimettono in questione i fondamenti eurocentrici della società e dell’umanità stessa. E scelgono l’Africa come paradigma. Non a caso lo studio di Breton, ora ricostruito al Centre Pompidou di Parigi, è un’autentica wunderkammer esotica in cui i pezzi africani fanno la parte del leone.

Maschere, copricapi, feticci, scudi, pali totemici, teste di antenati. La presenza dominante di opere primitive materializza letteralmente l’immaginario dell’artista, rende esplicite le fonti della sua ispirazione. E al tempo stesso mostra il suo rifiuto della cultura e dell’estetica tradizionali.

Anche perché per queste avanguardie, le opere dell’art nègre non sono mere cose, materiali a disposizione di una contemplazione inerte e compiaciuta. Ma repertori di forme e di strumenti vivi, dialoganti con l’osservatore.

E indispensabili per costruire un nuovo profilo dell’uomo, anche attraverso lo studio delle funzioni e del significato che quei manufatti hanno nelle culture d’origine. Istanza ben presente ai curatori della mostra milanese che hanno avuto la sensibilità di ricondurre ogni oggetto entro il suo contesto sociale, culturale, spirituale.



Ogni opera diventa così la traccia significante di una storia e di una civiltà. Ma anche un modo per specchiarci in quella umanità, nella speranza di cogliere una diversa immagine di noi stessi. Di scorgere nel mistero degli altri qualcosa del nostro mistero che ci sfugge.

Come diceva Picasso, quando raccontava ad André Malraux di aver visitato il Musée de l’Homme, allora al Palais du Trocadéro, e di essere stato letteralmente catturato dalle maschere africane, come immobilizzato da una forza ignota. «Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci... E capii. Anch’io mi ergo contro tutto. Anch’io credo che tutto è sconosciuto, tutto è nemico».

Forse è per questo che due delle sue demoiselles hanno come volto delle maschere africane. Che negli anni in cui il pittore malagueño concepisce l’opera stanno per diventare un caso artistico. Grazie anche alla spedizione di ricerca Dakar-Gibuti, cui partecipano personaggi come lo scrittore e antropologo Michel Leiris, l’etnologo africanista Marcel Griaule, il musicologo André Schäffner — che regala a Georges Braque una splendida arpa antropomorfa dei Mangbetu del Congo — Georges Henry Rivière, il museologo che ha il coraggio di mettere in vetrina al Musée de l’Homme un’opera d’arte in carne ed ossa, come la Venere nera Josephine Baker. Non perché la ritenga una donna-oggetto, ma perché considera la sua danza un autentico capolavoro.



La memoria di quella missione gloriosa è consegnata ad un celebre numero di Minotaure, rivista simbolo del surrealismo, in cui i due editori, Albert Skira e Tériade, al secolo Stratis Eleftheriadis, originario di un luogo ultrapoetico come Lesbo, scrivono che l’etnografia è indispensabile al rinnovamento dell’arte occidentale, proprio in quanto svela altri mondi sociali ed estetici.

E così fa riaffiorare anche il fondo dimenticato dei nostri. È quel che fa Pablo Picasso nelle sue teste di toro, mescolando il selvaggio con l’antico, perché il primo serva da filo d’Arianna per ritrovare il senso del secondo. Ed è quel che fa Pasolini, in “Edipo Re” e nella “Orestiade africana”, dove la Madre Nera diventa la grande matrice visiva del nostro immaginario sommerso.

Un continente perduto dei nostri sensi. Riaffiorante all’improvviso in certe statue di ebano Dogon, che ci fissano nella penombra, con i loro occhi esorbitati come quelli dei bronzi ellenistici. Così l’Africa presta i suoi feticci ad un Occidente in cerca dei suoi spiriti.



La Repubblica – 27 marzo 2015

Dove andare. Inaugurato a Milano il modernissimo Museo delle Culture



Settemila opere tra monili, armi maschere: è il “deposito” a cielo aperto dell’ex acciaieria Ansaldo che ospita il Museo delle Culture.


Chiara Gatti

Nell’hangar universale dell’etnologia



Sono settemila opere e potreste (volendo) vederle anche tutte. Allineate in vetrine, teche e cassettiere stipate di oggetti tribali, monili, armi, tessuti, maschere e reliquiari. Sembra un archivio della cultura universale, un fondaco delle arti primigenie.

È così che si presentano i depositi a cuore aperto del neonato Mudec, acronimo di Museo delle Culture, che inaugura oggi la sua vita, dopo quindici anni dal concorso che, nel 2000, affidò alle mani dell’architetto inglese David Chipperfield il cantiere dell’ex acciaieria Ansaldo, da trasformare in un hangar dell’etnologia.

Nei suoi 17mila metri quadrati di spazio, il Comune di Milano decise, allora, di riversare un patrimonio vasto e prezioso: le raccolte delle civiltà extraeuropee, sparse nei sotterranei del Castello Sforzesco, per le quali si sognava una collocazione definitiva.



Che arriva ora, giusto in tempo con la svolta antropologica imboccata dal sistema delle visual arts, complici i saggi del critico americano Hal Foster sulle connessioni fra arte e storia dell’uomo, il taglio (non a caso, antropologico) dell’ultima Biennale di Venezia e di quella che verrà, segnata già nel titolo — Tutti i futuri del mondo — da un approccio globale.

Guardando a Parigi e alla riorganizzazione del Musée du quai Branly, nel nuovo spazio di Jean Nouvel sul lungosenna, modello straordinario di un viaggio nel ventre caldo della terra, il Mudec segue la scia e rilancia con un format affascinante, scelto della direttrice Marina Pugliese, decisa a mixare etnografia e contemporaneità. «Le affinità fra arte contemporanea e arte primitiva sono moltissime.

L’idea è quella di metterle in contatto». L’uso dei materiale organici, le tracce sonore, i riti e i miti sono elementi che ritornano come un mantra dal primitivismo degli anni Sessanta alle performance più recenti. Il culto per i filati, l’artigianalità, i motivi tessili hanno ispirato il design d’ultima generazione.



Lo spirito del magico, i temi eterni dell’identità, del cammino, della morte, sono condivisi da artisti di ogni epoca e latitudine. «Un laboratorio di restauro per specialisti ospiterà workshop con ospiti internazionali e avremo corsi di etnologia e approfondimenti sulle tecniche, dalle lacche orientali con esperti giapponesi alle conservazioni delle piume con una studiosa in arrivo dal Getty di Los Angeles. Sarà come avere il mondo dentro al museo».

Per fare questo, accanto alle esposizioni temporanee, come Africa e Mondi a Milano — affidate alla produzione del gruppo 24ore Cultura, partner privato vincitore del bando per la gestione degli eventi — il Mudec adotterà un principio autarchico: quello che c’è in collezione basta e avanza per fare ricerca, inventare percorsi, costruire dialoghi. E il bacino a cui attingere sono proprio i depositi, corridoi algidi di scaffali rigorosi, fin da adesso visitabili (su prenotazione) come un museo dentro il museo.



Le opere d’art nègre, precolombiana, orientale, le insegne indigene, i tessuti andini, i reperti della Nuova Guinea lanciano messaggi su sentimenti assoluti, comuni ai popoli di tutte le geografie, confermando il motto che tutta l’arte è contemporanea.

Perciò, chiusi i due big show in corso e terminata la maratona di Expo, molti pezzi usciti dai caveau nutriranno, in autunno, un percorso dedicato alla nascita del collezionismo esotico con la ricostruzione della celebre wunderkammer, la camera delle meraviglie di Manfredo Settala, canonico del Seicento, globetrotter dagli interessi scientifici, creatore di un museo personale specchio dell’ansia dell’uomo moderno di esplorare il mondo (s) conosciuto e portarsene a casa un pezzetto. Tutto questo sotto un logo (grafico) studiato dello studio FM: una M con le corna cambia i connotati evocando maschere misteriose, artefatti dal fascino potente, tribale e mistico.


La Repubblica - 27 marzo 2015

Sunniti e sciiti tra Maometto e gli imam



Le origini della grande scissione del mondo islamico risalgono alla morte del Profeta.

Roberto Tottoli

Sunniti e sciiti tra Maometto e gli imam



La divisione tra sunniti e sciiti ha segnato la storia dell’Islam fin dalle origini. La frattura risale alla morte del profeta Maometto nel 632 d.C. Per i sunniti il legittimo successore fu Abu Bakr, scelto dai compagni di Maometto e che divenne il primo Califfo, senza alcun ruolo religioso ma solo il dovere di garantire l’ideale unità della comunità. Per i sunniti, infatti, bastano Corano ed esempio del profeta Maometto per guidare i credenti.

Gli sciiti sostenevano invece che il legittimo successore di Maometto fosse ‘Ali, suo genero. Il loro nome viene da Shi‘at ‘Ali, che vuol dire «Partito di ‘Ali». Politica e religione si saldano in tale rivendicazione. Secondo gli sciiti, infatti, Dio non poteva lasciare la comunità musulmana senza una guida religiosa. Per questo affermavano che eredi di Maometto dovessero essere gli imam, guide spirituali e allo stesso tempo discendenti e successori di ‘Ali.

Sull’identificazione di questi imam, gli stessi sciiti si divisero ben presto in sette diverse. Lo sciismo oggi più diffuso nel mondo islamico è quello cosiddetto imamita, o duodecimano, perché identifica una successione di dodici imam. Gli imamiti accusano i sunniti di aver alterato il Corano e si differenziano solo in alcuni aspetti del rituale e del credo.

Altre sette sciite sono in numeri spesso ridotti e a volte hanno concezioni più estreme, esoteriche o iniziatiche. Basti pensare ai drusi, agli alauiti in Siria, al potere con la famiglia Assad, oppure agli ismailiti noti in Occidente soprattutto per il loro capo spirituale, l’Agha Khan. Oppure ai zayditi dello Yemen, sciiti moderati assai vicini ai sunniti. Le differenze tra loro derivano da contrasti storici nell’identificazione dei legittimi imam, ma soprattutto nel ruolo religioso, più o meno accentuato, che viene loro attribuito.



I sunniti hanno sempre guardato con sospetto ai sostenitori di concezioni sciite. Li accusavano di attribuire troppa importanza agli imam e a volte persino di divinizzarli, e quindi di allontanarsi dalla direzione tradizionale che poi si affermò nel sunnismo, fondata su Corano e Sunna di Maometto.

Gli sciiti furono di conseguenza quasi sempre oppositori o pericolosi antagonisti nelle lotte politiche che attraversarono il mondo islamico, anche se conobbero alcuni brevi successi, con dinastie che ne sposarono le tesi e che quindi si fecero promotori di diffondere il loro credo. L’esempio più fortunato è quello della dinastia safavide che si affermò nel 1500 in Iran. Grazie alla loro azione politica e il loro sostegno allo sciismo imamita, l’Iran divenne un Paese a maggioranza sciita.

Nel resto del mondo islamico, tuttavia, e nel corso dei secoli, gli sciiti sono stati una minoranza perseguitata, quando non confinata in aree impervie. La loro storia di sofferenze è ben rappresentata dall’imam Hussein, il figlio di ‘Ali, fatto trucidare dal califfo omayyade sunnita nel 680 d.C. a Kerbela, nell’odierno Iraq.

Tale divisione segna la realtà del mondo islamico anche oggi e determina gli schieramenti delle grandi potenze sunnite come Arabia Saudita e Turchia da un lato, e di quelle sciite dall’altro, come Iran e forse, in un prossimo futuro, l’Iraq. Pallidi tentativi ecumenici hanno cercato di riavvicinare nel XX secolo sunnismo e sciismo imamita, ma sempre con scarso successo.

Il crollo degli Stati nel mondo arabo iniziato nel 2011 e la conflittualità che ne è seguita ha invece ravvivato la divisone confessionale e riaperto ferite sopite da regimi autoritari. E dopo Iraq e Siria, anche lo Yemen rischia di esserne travolto. 

Il Corriere della sera – 29 marzo 2015


lunedì 30 marzo 2015

La bussola del pettirosso



Come si orientano i pettirossi nel loro migrare dal Nordeuropa all'africa? La biologia molecolare cerca di darne una spiegazione.

Riccardo De Sanctis

La bussola del pettirosso



La fisica quantistica dell’infinitamente piccolo, lo strano comportamento di particelle che possono influenzarsi a vicenda anche distanti l’una dall’altra, per tentare di spiegare cos’è la vita? Sembra un’impresa un po’ folle ma è quello che fanno da circa vent’anni due scienziati inglesi dell’Università del Surrey.

Jim Al-Khalili è un fisico teorico e un divulgatore, Johnjoe MacFadden un biologo molecolare. I due ci hanno messo tre anni per scrivere il primo libro sulla biologia quantistica dedicato a un pubblico non di soli addetti ai lavori. Un’impresa e un volume affascinanti (Life on the edge. The coming of age of quantum biology).

La biologia molecolare, si basa sulla chimica e sulla fisica convenzionale. È difficile immaginare che le piccolissime particelle quantistiche (parliamo di scale nanoscopiche ), che posseggono strane proprietà come quella di essere contemporaneamente in più posti, la capacità d’attraversare barriere d’energia, o di interagire anche a grandi distanze, possano avere un ruolo decisivo nel macro mondo della biologia. Che la fisica quantistica in altre parole possa addirittura aiutare a comprendere il mistero dei misteri: cos’è la vita, come funziona, cos’è la coscienza.

La tesi di fondo del libro è che svariati processi del vivente, dai metodi degli uccelli per orientarsi alla fotosintesi o alle reazioni provocate dagli enzimi, si basano su effetti quantistici.
Molte specie di animali, come le balene, le aragoste, le rane, gli uccelli e perfino le api, sono in grado di compiere viaggi che metterebbero a dura prova anche esperti esploratori umani. Come fanno a orientarsi è stato un mistero per secoli.

Oggi si è scoperto che adoperano diversi metodi: seguendo il corso del sole o delle stelle, o facendosi guidare dagli odori... Ma il senso di navigazione più misterioso di tutti è quello di cui è dotato un uccellino: il pettirosso europeo (Erithacus rubecula). Questo uccello, due volte l’anno, vola dalla Svezia all’Africa e viceversa per migliaia di miglia. Il meccanismo che gli permette di sapere per quanto tempo volare e in che direzione è nel suo Dna. È una specie di sesto senso per orientarsi con il campo magnetico terrestre.



Il problema è che questo per essere individuato deve poter provocare una reazione chimica da qualche parte nel corpo dell’animale (è il modo con cui tutte le creature viventi, noi inclusi, abbiamo percezione di un segnale esterno), ma la quantità di energia fornita dall’interazione del campo magnetico terrestre con le molecole dentro le cellule viventi è di un miliardesimo inferiore all’energia necessaria per creare o infrangere un legame chimico. Come fa allora il pettirosso – si chiedono i nostri scienziati – a percepire il campo magnetico ?

La spiegazione è quantistica. Quando un fotone (una particella luminosa) viene percepito da un certo fotorecettore nell’occhio del pettirosso, crea due elettroni “intrecciati” (i fisici lo chiamano entaglement). Cioè, semplificando, e di molto, lo stato di uno dipende da quello dell’altro anche se sono separati e distanti l’uno dall’altro. Una delle proprietà più misteriose della fisica quantistica... E i due elettroni “intrecciati” che ruotano nell’occhio sono estremamente sensibili alle variazioni del campo magnetico e funzionano per il pettirosso come una bussola quantistica. Questa ovviamente è una sintesi semplificata di molte pagine del libro, dove tutto è spiegato anche con ragionamenti non sempre facili da seguire.

Capitolo dopo capitolo i nostri autori affrontano tanti altri “misteri”. Come – ad esempio – percepiamo il profumo di una rosa, o come i nostri geni riescono a replicarsi con estrema precisione. E tanti di questi fenomeni sono spiegabili ipotizzando un ruolo importante della fisica quantistica. La fotosintesi, ad esempio, si basa su particelle subatomiche che hanno la capacità di essere in diversi posti allo stesso tempo.

O gli enzimi che costruiscono le molecole all’interno delle n ostre cellule: una delle loro funzioni principali è quella di spostare gli elettroni nelle molecole o trasferirli da una molecola all’altra (l’ossidazione). Nel farlo producono un’accelerazione che la chimica e la biologia tradizionale non riescono a spiegare fino in fondo. Se però applichiamo la fisica quantistica, si potrebbe trattare di “quantum tunneling”. Cioè le particelle subatomiche (elettroni e protoni) usano le strane proprietà della quantistica che le immagina anche come “onde” e quindi in grado di superare una barriera energetica.

Negli ultimi capitoli del libro ci si occupa anche della mente e del problema dei problemi, che cos’è la coscienza e se anche questa possa essere attribuita alla quantistica. Gli autori sono cauti, coscienti di essere su un campo minato, ben consapevoli della tesi del matematico Roger Penrose che la ipotizzava già alla fine degli anni Ottanta. Preferiscono lasciare al lettore la decisione.

Più di una volta si ritorna alla domanda su cosa sia la vita. Nonostante gli straordinari successi della scienza – basti pensare alla biologia sintetica e alle tecniche di clonazione – sino ad ora nessuno ancora è riuscito a creare la vita se non dalla vita. Oggi Al-Khalili e MacFadden si domandano: che l’ingrediente essenziale mancante sia nella fisica quantistica?

Il Sole 24 ore – 29 marzo 2015

I 100 anni di Ingrao



Raggiungere i cento anni è già di per se una notizia. A maggior ragione se il festeggiato è un personaggio della caratura di Pietro Ingrao. la sua è stata una vita straordinaria, ma le beatificazioni ci hanno sempre infastiditi. Intellettuale lucido, Ingrao è stato tutto meno che un comunista eretico. Nei momenti decisivi (dall'XI Congresso al seminario di Arco) si è sempre tirato indietro, incapace di andare da sinistra oltre il “togliattismo. Limiti teorici e politici che hanno sostanziato anche l'attività del gruppo del Manifesto di cui Ingrao avvallò la radiazione. Con l'Ungheria e l'XI Congresso del PCI, una delle tante occasioni perse.

Fabrizio d’Esposito

Eterno comunista



Una delle cose che mi è sempre piaciuta nella vita - e che avrei fatto senza annoiarmi - è sedermi in un caffè e guardare il fiume di persone che scorre nella strada, chiedendomi chi sono, cercando di immaginare ciò che loro capita o che hanno in animo.

“Volevo la luna”, Pietro Ingrao

Pietro Ingrao è nato cent’anni fa, il 30 marzo 1915. A Lenola, paesino sulla cima di un colle in bassa Ciociaria, oggi provincia di Latina. Suo nonno Francesco Ingrao, mazziniano e massone, si rifugiò lì da Grotte, in Sicilia. Nel 1866, durante la terza guerra di Indipendenza, Lenola era sul confine appenninico tra il regno borbonico e lo Stato pontificio, l’ideale per i fuggiaschi. Pietro però prese il nome del nonno materno, segretario comunale.

Il papà del piccolo Pietro, Renato, una sera impiegò più del solito a convincere il figlio a fare la pipì nel vasetto. Pur di risolvere la questione, gli promise qualsiasi regalo avesse chiesto. Pietro riempì il vasetto e il padre gli chiese cosa volesse. Il balcone era aperto e c’era la luna. Il bimbo disse: “Voglio la luna”. Il papà rispose che era impossibile e il figlioletto iniziò a strillare.



Poesia, la prima passione

Dopo i novant’anni, nel 2006, Pietro Ingrao ha scritto la sua autobiografia, bellissima anche per stile letterario, intitolata proprio Volevo la luna, ricordando quella richiesta impossibile di decenni e decenni prima. Un titolo che è anche la metafora della sua parabola di comunista strano e sconfitto, incline più al dubbio e al dissenso che al leninismo.

L’ingraismo è stato sinonimo della sinistra critica del Pci, anticentralista, e la sua sconfitta più grave cadde nel 1969, quando gli ingraiani del manifesto furono radiati dal Pci. Lo stesso Ingrao votò a favore dell’espulsione. In seguito ritenne assurdo, vile e traditore quel voto. Lunedì l’eretico Pietro Ingrao compie un secolo e negli ultimi trent’anni ha pubblicato alcuni libri di poesie, la sua prima passione giovanile.

L’antifascismo dei Littoriali

Da Lenola, la famiglia di Renato Ingrao si trasferì dapprima a Santa Maria Capua Vetere, nel Casertano, poi risalì a Formia. Pietro scoprì Roma con l’università e lì arrivarono i Littoriali fascisti, gare di cultura tra studenti volute da Giuseppe Bottai. Il giovane Ingrao, avido lettore di Pascoli, Ungaretti e Montale nonché di Kafka e Joyce, spedì una poesia su Littoria, fondata sulle paludi pontine bonificate, e vinse i Prelittoriali di Roma. Vennero altri successi e lui assaporò “il piacere dell’applauso”, che tanto ha segnato il suo cammino politico nel secolo scorso.

Quando il fascismo finì e Ingrao era all’Unità, un giornale di destra gli rinfacciò i Littoriali ma Palmiro Togliatti rincuorò il giovane cronista, consigliandogli di non dare retta agli “scocciatori reazionari”.

Pranzo nuziale, in due

Paradossalmente, i Littoriali erano l’unica occasione di incontro per quegli studenti di tutta Italia che volevano conoscersi e in molti casi parlare sottovoce di antifascismo e lotta al regime. Negli anni della Seconda guerra mondiale, Ingrao divenne un comunista del suo gruppo romano, che comprendeva Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Antonio Amendola (fratello di Giorgio), Giaime Pintor, Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonello Trobadori, Bruno Zevi. C’era anche Laura Lombardo Radice, sorella di Lucio, di cui Ingrao s’innamorò. Si sposarono in Campidoglio nel 1944, dopo la liberazione di Roma. Festeggiarono da soli in un ristorante romano.



In soffitta, Lenin e Gramsci

Ingrao fu un comunista clandestino tra Milano e la Sila. Visse lunghi mesi di solitudine con l’ansia dell’“agire collettivo”. Si nascose anche in una casa di Spezzano Grande, in Calabria, e in soffitta trovò libri e giornali. Fu così che scoprì Gramsci e Lenin. Il 25 luglio del ‘43 era di nuovo a Milano. L’annuncio della caduta di Benito Mussolini lo colse di notte, in un appartamento di corso di Porta Nuova, che divideva con altre quattro persone. Il pomeriggio successivo, al termine di una manifestazione, salì anche lui su un camioncino preso da Elio Vittorini, lo scrittore. Fu il suo primo comizio comunista. “Qui mi aiutò la calma che mi prendeva dinanzi alla prova e ritrovavo quella freddezza che scavalcava ogni ansia”.

Il primo comizio

A casa di Vittorini, Gino alias Celeste Negarville, della nuova direzione del Pci, gli fece i complimenti: “So che hai fatto un grande comizio a Porta Nuova”. Ci fu un’irruzione dei carabinieri, che portarono via Vittorini e Giansiro Ferrata, per la storia del camioncino. Negarville e Ingrao rimasero a preparare il primo numero dell’Unità ritornata alla luce del sole. Dopo l’8 settembre, con la Resistenza, Ingrao, che ebbe il nome di battaglia di “Guido”, manifestò la voglia di salire in montagna a combattere, ma gli fu risposto che lui e Gillo Pontecorvo erano necessari all’Unità.

A piedi dal Migliore

Nel 1956, Ingrao aveva 41 anni ed era direttore dell’Unità dal 1947. Il 4 novembre l’invasione sovietica di Budapest stroncò il nuovo corso socialista di Imre Nagy. “Mentre si dispiegava quell’urto sanguinoso, io vissi l’errore più grave della mia vita politica. Scrissi un editoriale per l’Unità che condannava la rivolta ungherese e aveva un titolo roboante: Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.

Quella mattina, Ingrao disse alla moglie Laura che non sarebbe tornato a casa per pranzare e iniziò a girovagare a piedi per Roma. Era domenica e il giornale non usciva il lunedì. Verso sera, arrivò a Montesacro, dove abitava Palmiro Togliatti. Ingrao gli confidò l’angoscia. Il Migliore gli rispose: “Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più”. Il suo distacco dalle liturgie ancora staliniste cominciò quella sera, nonostante tutto.

“Non sono rimasto convinto”

L’ingraismo che s’interrogava criticamente sull’unanimismo e sul soggetto rivoluzionario come “costruzione del molteplice” divenne frazione nello storico XI congresso del Pci all’Eur di Roma. Il centro togliattiano aveva alla sua destra Giorgio Amendola (padre politico di Giorgio Napolitano) e a sinistra Pietro Ingrao. Togliatti era morto due anni prima e Luigi Longo era segretario. Ingrao preparò il suo discorso del diritto al dissenso a casa sua, insieme con Lucio Magri. Il successo di un intervento si misura sempre dal silenzio della platea (o della folla) durante le pause. Ingrao era uno specialista di questi vuoti, per toccare quasi fisicamente l’attenzione degli ascoltatori.

All’Eur parlò alla fine di una lunga mattinata. Una sua frase diventò più famosa di tutte: “Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto convinto”. Terminò e alla presidenza tutti rimasero immobili, mettendo bene in mostra le mani ferme sulle ginocchia. Al contrario, in platea, l’applauso fu fragoroso. “Non mi turbai: vivevo l’emozione di quel consenso del popolo comunista. Furono per me minuti indimenticabili”.

Nel decennio successivo, nel 1976, i destini di Amendola e Ingrao si risolsero su un altro piano. All’inizio di luglio, Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972, chiese a Ingrao per telefono di fare il presidente della Camera: “Avevamo pensato ad Amendola, ma lui ha rifiutato: non gli va”. Ingrao rispose di sì. Quarant’anni dopo è ancora lì a casa, ad aspettare la luna, quando cala la sera.


il Fatto – 28 marzo 2015

sabato 28 marzo 2015

Arma Strapatente. Alla ricerca della Grande Dea


Una giornata nel Finalese alla ricerca di antichi misteri.


Giorgio Amico

Arma Strapatente. Alla ricerca della Grande Dea


Oggi siamo andati nel Finalese alla ricerca dell'Arma Strapatente, una delle più scenografiche e misteriose della zona. Lasciata l'auto al parcheggio appena sopra Boragni, abbiamo preso il sentiero che sale alle palestre di roccia.


Il percorso è di una bellezza mozzafiato fra grandi parete di roccia calcarea coperte di fiori.


Alberi e rocce si uniscono a formare angoli misteriosi recintati da muri di pietra senza età.

 

Anfratti carichi di una magia antica.



Arrivati alla deviazione per il Muro di Boragni (una impressionante parete di roccia bianca), si sale per un sentierino piuttosto disagevole, ma breve. Quasi subito appare l'imboccatura dell'Arma. Entrati, lasciamo alle nostre spalle l'arco dei monti liguri.



Lo scenario che si presenta è unico: un lungo tunnel in discesa che attraversa la montagna e sbuca un centinaio di metri più sotto sulla Valle Nava. Tra stalagtiti e stalagmiti iniziamo a scendere.


Ci sono sale laterali e cunicoli che penetrano nelle viscere della montagna


Poi la luce che viene dalla Valle Nava


Quasi in fondo, un altare di pietra con una grande coppella centrale ci ricorda che forse questo era un luogo sacro per gli antichi liguri.


Ce lo dice il nome della valletta sottostante, boscosissima e misteriosa. Il termine Nava, risalente ad una epoca precedente l'arrivo degli indoeuropei, indicava infatti un luogo sacro in cui si riunivano gli abitanti del territorio per celebrare riti di fertilità.


Appena sopra l'imboccatura inferiore una grande colonna, ricorda la primordiale Dea Madre.


Questo antro sacro, con le sue due aperture, forse era per quegli antichissimi pastori la porta su un altrove magico, una specie di utero cosmico consacrato al mistero della vita.


Fuori sole, profumo di fiori e canto di uccelli. Una brezza dolce ci accarezza. Ci piace pensare che sia il respiro della Grande Dea.




venerdì 27 marzo 2015

La guerra non era finita. I partigiani della Volante Rossa


NEL 70° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE






Giovedì 2 aprile ore 18

incontro con lo scrittore
FRANCESCO TRENTO

e presentazione del libro

La guerra non era finita.
I partigiani della Volante Rossa”
(Editori Laterza)

Introduce GIORGIO AMICO
In collaborazione con l’ANPI e l’ISREC di Savona


I disincantati delle metropoli. Un carteggio dimenticato tra Walter Benjamin e Erich Auerbach



Un carteggio dimenticato tra Walter Benjamin e Erich Auerbach. Due intellettuali che hanno studiato l’avvento della città moderna a partire da campi disciplinari diversi. Con tesi di evidente attualità per sciogliere il nodo del rapporto tra razza e metropoli.

Fabrizio Denunzio

I disincantati delle metropoli

Giace da alcuni anni, almeno al 2009, sepolto e dimen­ti­cato in una rivi­sta spe­cia­liz­zata di teo­ria e cri­tica della let­te­ra­tura («Moderna», XI, 1–2), in un numero mono­gra­fico dedi­cato al grande filo­logo tede­sco Erich Auer­bach, il breve epi­sto­la­rio che egli ebbe, dal 23 set­tem­bre 1935 al 3 gen­naio 1937, con Wal­ter Benjamin.

Un’ottima occa­sione per rie­su­mare almeno un paio di que­ste let­tere ci è data dal tema del con­ve­gno che si svol­gerà dal 25 al 26 marzo al Dipar­ti­mento di Scienze poli­ti­che, Sociali e della Comu­ni­ca­zione dell’Università di Salerno: «Dalla città di Robert Park ai pro­cessi migra­tori con­tem­po­ra­nei». L’incontro, orga­niz­zato da Raf­faele Rauty, è pen­sato per cele­brare il cen­te­na­rio dell’uscita, sull’«American Jour­nal of Socio­logy», del primo sag­gio che Park, uno degli espo­nenti di spicco della Scuola di Chi­cago, dedicò al tema della città.



La rie­su­ma­zione di que­ste let­tere non dipende tanto dal fatto che Ben­ja­min, al pari del grande socio­logo ame­ri­cano, avendo subito l’influenza della rifles­sione avan­guar­di­stica di Georg Sim­mel sulla vita urbana, si sia occu­pato pure lui di metro­poli – si pensi non solo alle «imma­gini di città» (Napoli, Mosca, Mar­si­glia e altre), ma all’intero lavoro su Parigi, capi­tale del XIX secolo – quanto, piut­to­sto, dalla sem­plice con­sta­ta­zione della sua con­di­zione di migrante ebreo per­se­gui­tato e, più in gene­rale, della sua posi­zione all’interno di quel pau­roso pro­cesso migra­to­rio creato dalle leggi raz­ziali nazi­ste che lo spin­geva a cer­care acco­glienza, rifu­gio e inte­gra­zione nelle isti­tu­zioni urbane europee.

Razza e metro­poli, allora, sono i con­cetti sotto i quali poniamo la let­tura di que­ste due let­tere. Non basta solo «misu­rare» la capa­cità delle metro­poli di rea­gire ai feno­meni migra­tori in ter­mini di wel­fare, di stato sociale, con tanto di strut­ture di acco­glienza, di rico­no­sci­mento for­male di diritti, di poli­ti­che secur­ta­rie, biso­gna pure «regi­strare» lo sguardo di chi arriva su tutto ciò, la rea­zione emo­tiva e intel­let­tuale del sog­getto di fronte all’oggettività del nuovo sce­na­rio di vita quo­ti­diana in cui si ritrova, per inte­grarla a sua volta nelle stra­te­gie di ospitalità.

C’è sicu­ra­mente una lunga e affa­sci­nante sto­ria intel­let­tuale che lega gli autori delle let­tere, sulla quale, soprat­tutto gli spe­cia­li­sti con­tem­po­ra­nei di Auer­bach, hanno fatto luce (Kar­lheinz Barck, Robert Khan, Raúl Rodrí­guez Freire, Elena Fabietti), sto­ria scan­dita da tappe pre­cise: l’aver pub­bli­cato entrambi sulla rivi­sta «Die Argo­nau­ten», la vicen­de­vole let­tura dei pro­pri lavori (ad esem­pio, «Dante poeta del mondo ter­reno» e anche, molto pro­ba­bil­mente, «Figura» da parte di Ben­ja­min; almeno «Destino e carat­tere» e «Il dramma barocco tede­sco» da quella di Auer­bach), lo scam­bio epistolare.

Eppure, se si leg­gono que­ste let­tere oltre tale dato cul­tu­rale, e le si riporta alla comune con­di­zione esi­sten­ziale degli scri­venti, ossia quella di migranti per­se­gui­tati dalle stesse leggi raz­ziali che cer­cano di inte­grarsi nelle metro­poli di acco­glienza, ebbene, Parigi e Istan­bul, attra­verso il loro sguardo, ini­ziano ad assu­mere una strana fisionomia.



Nella prima Ben­ja­min si era rifu­giato a par­tire dal marzo del 1933 in seguito alla presa di potere dei fasci­sti tede­schi, nella seconda Auer­bach ci era arri­vato, come si legge chia­ra­mente nella let­tera che pub­bli­chiamo, dopo il 1935, da Mar­burgo, dove era tito­lare della cat­te­dra di filo­lo­gia romanza e che non aveva dovuto abban­do­nare dopo la pro­cla­ma­zione delle leggi di Norim­berga per­ché, seb­bene ebreo, essendo stato deco­rato con la pre­sti­giosa Croce di Ferro al valor mili­tare durante la Prima Guerra mon­diale, godeva, come tutti i deco­rati, di un pri­vi­le­gio eccezionale.

Viste nella pro­spet­tiva della razza migrante per­se­gui­tata, le metro­poli cam­biano: quella fran­cese mostra un volto ino­spi­tale se le si chiede la natu­ra­liz­za­zione (in una let­tera del 6 otto­bre del 1935 Auer­bach aveva avvi­sato Ben­ja­min: «Con la dispo­ni­bi­lità ad aiu­tare di certi fran­cesi non ho avuto buone espe­rienze»), quella turca un’espressione cinica, per­ché fa vedere quanto la forza lavoro intel­let­tuale spe­cia­liz­zata (nel caso di Auer­bach, le sue com­pe­tenze filo­lo­gi­che) possa essere impie­gata in modo fun­gi­bile per euro­peiz­zare la cul­tura nazionale.

Lette come testi­mo­nianze della tem­pe­sta sto­rica in cui furono scritte, que­ste let­tere fanno sen­tire la loro attualità.


Il Manifesto – 7 marzo 2015

Aceri, pioppi e pini la resa al clima impazzito degli alberi di città



Cure sbagliate e troppo cemento: basta una tempesta e vengono giù. In Italia dodici miliardi di piante sempre più in pericolo.


Tiziano Fratus

Aceri, pioppi e pini la resa al clima impazzito degli alberi di città

Che sia per una passeggiata, per un panino sgranocchiato su una panchina, per leggere qualche pagina d'un buon libro o per sgranchirsi le gambe, i parchi e i giardini urbani oramai sono poli essenziali delle nostre mappe quotidiane.

Alberi autoctoni come l'acero e il bagolaro, il pioppo cipressino e la betulla, il faggio e il pino si sono mischiati ai tanti importati quali gingko, ippocastani, palme, araucarie, ficus, cipressi e cedri. Molti abitanti e non pochi visitatori delle nostre città provano una piacevole gradazione di sensazioni e ricercano consapevolmente il ristoro del corpo e dell'anima migrando negli angoli di natura e pace a pochi passi dall'ufficio o da casa.

Mezzo secolo di pace e di crescente prosperità, ma anche la moltiplicazione delle periferie industriali, hanno gonfiato le città come mai prima nella storia. I lunghi e larghi viali alberati a platani, a ippocastani, a pini, a bagolari o a aceri sono diventati essenziali e si sono moltiplicati, la presenza di alberi nei parchi dei centri si è fatta sempre più ricca, e così siamo arrivati alle condizioni attuali: a Torino si contano oltre 160mila alberi, a Milano e Roma si superano le 200mila unità, piccoli numeri se consideriamo che in Italia si stimano 12 miliardi di alberi — un miliardo la sola specie più numerosa, il Fagus sylvatica — e ancor più piccoli rispetto ai 390 miliardi di alberi che popolano la foresta amazzonica.



Va detto che gli alberi oramai sono fondamentali nel tessuto urbano per più di una semplice ragione estetica: riducono i rumori, assicurano l'ombreggiamento estivo con abbassamento della temperatura a terra che noi percepiamo camminando o spostandoci, assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno e neutralizzano parte degli inquinanti prodotti da automobili e riscaldamenti. Inoltre concorrono ad apprezzare il valore degli immobili perché più alberi significa anche maggiore gradevolezza del quartiere.

Nei giorni scorsi il vento ha sferzato la Toscana abbattendo migliaia di alberi e colpendo anche tesori nazionali quali la pineta di Fonte dei Marmi, il viale dei cipressi di Bolgheri, il Parco Nazionale del Casentino. L'accelerazione del cambiamento climatico ha portato negli ultimi dieci anni ad un aumento significativo degli eventi catastrofici, che ogni anno si manifestano sulla penisola.
Ciclicamente trombe d'aria si abbattono danneggiando le abitazioni e nondimeno colpendo duramente il patrimonio arboreo monumentale, talvolta provocando vittime e feriti come è accaduto, ad esempio a Palermo, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Trapani, Chieti, Modena e in quante altre decine di località.



Se poco o nulla possiamo contro queste manifestazioni — ma ridurre lo sfruttamento delle risorse naturali e preservare i nostri ambienti sarebbe già un passo importante — maggiore attenzione la potremmo dedicare alla cura dei nostri alberi.

Le amministrazioni investono risorse purtroppo decrescenti nel controllo del patrimonio arboreo: se il lavoro è svolto da ditte competenti e preparate gli alberi vengono classificati per classi di stabilità e a seconda delle condizioni e dei regolamenti del verde e si effettuano, dove necessario, operazioni di consolidamento, come l'ancoraggio degli impianti radicali o la legatura delle ramificazioni per ridurre l'oscillazione delle chiome (consolidamento con cavi dinamici o statici).

Le potature regolari sono un altro strumento che si adotta per contenere la potenzialità dannosa degli alberi, riducendo la fronda esposta ai venti e alle piogge. La potatura, quanto l'abbattimento facile e immotivato sono alcuni dei tasti dolente che causano frizioni fra amministrazioni e cittadini.

Limitandoci alla sola questione potatura un eccesso porta gli organismi a diventare più instabili, ad aumentare gli squilibri interni che li rendono eventualmente soggetti a sbrancamenti. Si avvistano con una certa frequenza lavori affidati a ditte improvvisate che compromettono la biologia di intere alberate a fronte di preventivi vantaggiosi, che rivelano già in partenza una totale mancanza di competenza e di formazione. Quanti cedri del Libano ad esempio, negli ultimi anni, sono stati compromessi per sempre con capitozzature selvagge.

E poi c'è il compattamento del suolo alla base degli alberi: questa mala-pratica soffoca gli apparati radicali e porta a deperimento. Un problema spesso irrisolto, basti pensare a tutti i viali alberati dove abitualmente parcheggiamo fra un platano e l'altro.

A queste variabili si aggiungono le non poche malattie parassitarie veicolate da funghi e da insetti che sono attualmente in circolazione: alcune si rinfocolano ogni tot anni da quasi un secolo, come la grafiosi che ha quasi cancellato la presenza degli olmi nelle nostre città; il ben noto punteruolo rosso che ha colpito la palma delle Canarie, e in misura minore le palme californiane e da dattero; non meno dannosi i coleotteri come il Xylosandrus compactus che attacca bagolari, magnolie, aceri e orchidee, ed il tarlo asiatico ( Anoplophora Chinensis) che colpisce, fra le diverse specie, platani, aceri, ippocastani, betulle e faggi.



La Repubblica – 7 marzo 2015


giovedì 26 marzo 2015

Ritorno a Sefarad. La Spagna si scusa con gli ebrei



Sfogliando i giornali di oggi, ci ha particolarmente colpito questa notizia proveniente dalla Spagna. Ricordiamo che una parte non piccola dei costi del primo viaggio di Colombo nelle Americhe fu coperta con il ricavato della confisca da parte della monarchia dei beni degli ebrei espulsi dai re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.

Roberto Toscano

Se la Spagna si scusa con gli ebrei


Si pensa di solito che i grandi misfatti della storia siano irrimediabili, ed in effetti così è, se pensiamo alle vite stroncate, alle sofferenze, alle intere comunità eliminate dal genocidio o spinte con la violenza sulle strade dell’esilio. Eppure sarebbe sbagliato ignorare il valore morale del riconoscimento delle ingiustizie perpetrate anche quando il riconoscimento avviene da parte di chi in nessun modo ne potrebbe essere considerato responsabile.

Non esiste certo una colpa collettiva, ma riconoscere l’ingiustizia commessa abbandonando il troppo diffuso e volgare giustificazionismo in chiave storica («erano altri tempi, vigevano altri principi») è un gesto nobile su cui sarebbe ingeneroso ironizzare.

Ieri le Cortes, la Camera dei deputati spagnola, hanno compiuto questo gesto riconoscendo ai discendenti degli ebrei espulsi nel 1492 il diritto ad ottenere la cittadinanza spagnola. Si trattò allora di una colossale ingiustizia, e anche di un segno di ottusità che oggi definiremmo «fondamentalista», se pensiamo che gli ebrei non solo facevano parte integrante della società spagnola, ma ad essa contribuivano in modo molto sostanziale sotto il profilo economico e intellettuale.

Quelle centinaia di migliaia di ebrei lasciarono «Sefarad» e si dispersero in tutta l’Europa, soprattutto nell’Europa mediterranea e in particolare nell’Impero Ottomano. Si racconta che il Sultano dell’epoca esprimesse tutta la sua sorpresa: «Curiosi questi sovrani spagnoli. Impoveriscono il loro regno ed arricchiscono il mio».

Gli ebrei sefarditi si sono radicati in diverse realtà ma non hanno mai dimenticato la Spagna, spesso conservando quasi miracolosamente le loro tradizioni e soprattutto la lingua, il «ladino», uno spagnolo reso particolare dalle radici arcaiche e dalle influenze di altre lingue mediterranee. Dopo l’espulsione del 1492, la persecuzione degli ebrei rimasti in Spagna in quanto convertiti fu l’obiettivo principale dell’Inquisizione spagnola, alla caccia spietata di convertiti accusati di mantenere segretamente la loro fede e i loro riti. Quelli che erano definiti «judaizantes», o molto più brutalmente, «marranos» (porci).



Ma la storia del rapporto fra Spagna ed ebrei non si riduce soltanto all’ espulsione del 1492 e alla persecuzione dei convertiti. Quello che è interessante, e che non molti sanno, è che non solo i sefarditi non hanno mai dimenticato la Spagna, ma nemmeno la Spagna ha dimenticato i sefarditi.

Non lo ha fatto per la consapevolezza - una consapevolezza che nemmeno il più radicato fanatismo religioso poteva cancellare - che anche loro erano Spagna, così come è Spagna l’eredità musulmana di Al-Andalus. Questo spiega perché durante la Seconda Guerra Mondiale i diplomatici della Spagna franchista abbiano in molti casi dato protezione agli ebrei, fra l’altro senza distinguere fra sefarditi e askenaziti, ebrei del Centro-Est Europa. Molto probabilmente in Franco, astuto opportunista, c’era anche l’intento di costruirsi un’immagine positiva con gli Alleati, utile nel caso di una sconfitta tedesca, ma certamente non c’era solo questo.

Non si sa quanti tra i teoricamente aventi diritto chiederanno la cittadinanza spagnola, ma si può prevedere che non saranno in pochi, soprattutto per il forte legame sentimentale con un passato e una terra mai dimenticati. Si può invece prevedere che non molti saranno quelli che si trasferiranno effettivamente in Spagna.

Non mancano comunque le critiche, ad esempio per i requisiti imposti dalla nuova legge: sostanzialmente quello di essere in grado di dimostrare «un vincolo speciale con la Spagna» (come avere un cognome riconoscibile come sefardita o conoscere il ladino) - requisiti che saranno verificati da parte degli «Istituti Cervantes». Ma qualcuno comincia anche a sollevare una questione ben più politica. Perché non approvare una legge analoga per i «moriscos», i musulmani spagnoli convertiti espulsi dalla Spagna all’inizio del ’600? Anche loro erano una componente significativa di una Spagna culturalmente plurale, ricca e creativa prima che si imponesse l’opprimente morsa dell’uniformità.

Si discuterà, ovviamente, di questo e di altro. Ma sarebbe ingeneroso non dare alla Spagna il riconoscimento di un gesto che andrebbe anzi imitato da altri Paesi al fine di riconoscere, e rimediare quanto meno simbolicamente, le troppe ingiustizie della storia. Ingiustizie che ben pochi possono sostenere di non avere commesse.



La Stampa – 26 marzo 2015

Quando la violenza è una necessità. La Resistenza perfetta e i suoi nemici

Un romanzo, da pochi giorni in libreria, tratta senza ambiguità della questione della violenza nella Resistenza e dell'uso politico della storia.



La Resistenza perfetta e i suoi nemici

La «Resistenza perfetta» c’è stata. Ed è quella che queste pagine raccontano. Un dato colpisce negli uomini e nelle donne che ne sono protagonisti: discutono, progettano, amano, con le armi in pugno. E questo ci obbliga a una riflessione che ci porta nel cuore dell’«uso pubblico della storia».

Tra le tante catastrofi provocate dal terrorismo degli anni Settanta c’è, infatti, anche una sorta di «interdetto culturale» che oggi incombe sulla lotta armata contro i tedeschi e i fascisti. Fu Marco Pannella, nel 1980, ad avanzare per primo il paragone tra i partigiani di via Rasella e le Brigate rosse. Dal punto di vista storico, quel paragone è una totale assurdità; pure, questa assurdità è largamente presente nel senso comune e la si ritrova, spesso, quando a scuola si parla di Resistenza, nelle reazioni degli studenti: «Professore, ma i partigiani erano come i terroristi?!».



La questione della violenza

Il bersaglio polemico di Pannella era il Pci di Berlinguer e l’attentato del 23 marzo 1944 rappresentava poco più di un pretesto. Ma partendo da quel pretesto, da allora in poi un pugnace revisionismo storiografico ha utilizzato il ventennio berlusconiano nel tentativo di espungere l’antifascismo e la Resistenza dal paradigma di fondazione della nostra democrazia repubblicana.

Così, il terrorismo degli Anni Settanta non è stato più visto come un fenomeno politico, circoscritto nel tempo e legato a irripetibili condizioni storiche, ma è diventato una categoria generica e onnicomprensiva, in cui può precipitare di tutto (anche Mazzini e il Risorgimento, oltre che la Resistenza), fino a un giudizio liquidatorio che ha implicato la condanna di qualsiasi comportamento politico che abbia avuto a che fare con la violenza armata, indipendentemente dalle sue motivazioni e dagli esiti.

In questa marea di luoghi comuni hanno sguazzato le tesi revisioniste sul «sangue dei vinti» e sulle efferatezze dei partigiani «rossi»; ma anche la storiografia più accorta è sembrata intimidita dall’interdetto originato dalle imprese delle Brigate rosse.

Dopo gli Anni Settanta, gli studi e le ricerche hanno privilegiato soprattutto i 600.000 militari italiani deportati in Germania dopo l’8 settembre, i «giusti» che rischiarono la vita per salvare gli ebrei, le donne che si prodigarono in gesti di solidarietà e abnegazione. Alla «Resistenza armata» si è così progressivamente sostituita la «Resistenza civile».

Ed era giusto così. Si trattava di temi che andavano studiati, e quelle ricerche hanno contribuito ad ampliare la conoscenza di uno dei periodi più importanti della nostra storia. E tuttavia bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere, oggi, che senza i partigiani in armi la «Resistenza civile» non avrebbe avuto ragione di esistere. Soccorrere gli inermi, aiutare i feriti, prodigarsi per nascondere i prigionieri sono iniziative che acquistano un senso compiuto solo se le si guarda come elementi fondamentali del contesto propizio e generoso in cui operarono gli uomini che decisero di sfidare in campo aperto i tedeschi e i fascisti.



Rifondazione esistenziale

Di «Resistenza civile» si parla anche in questo libro. Il lettore incontrerà gli scioperi degli operai e la solidarietà dell’ospitalità contadina; vedrà come nelle stanze del Palas ci siano uomini in armi ma anche feriti da curare, sbandati da nascondere, ebrei da salvare. Ma vedrà anche che in quella villa patrizia si va per discutere, per riposarsi, per leggere qualche libro, ma non vi si rimane; vi si passa prima di ritornare a combattere. E percepisce come il fatto di impugnare un’arma sia una soglia da attraversare. «Barbato» ci restituisce questa realtà con il gesto semplice di chi ha assunto la responsabilità del comando: una riga tracciata per terra davanti alle nuove reclute, un breve discorso per rendere consapevoli quei ragazzi di cosa vuol dire oltrepassarla, poi un passo avanti: sembrava un nulla e invece - come ci ha ricordato Italo Calvino - era come scavalcare un abisso. Si cambiava il proprio nome, si assumeva una nuova identità che era anche una nuova nascita, realizzando con il nome di battaglia una sorta di rifondazione esistenziale, avviando «una ricapitolazione di quello che si sarebbe voluto essere».

Non era solo la scelta dirompente di entrare in una sorta di terra di nessuno dove si andava per morire o far morire. Far parte di una «banda» partigiana, di una comunità in armi, conduceva a una strada segnata da un serrato confronto con se stessi, in un mondo in cui non c’era niente di scontato, in cui quella scelta andava continuamente ribadita e confermata e in cui ogni volta, per prendere quella decisione, si era da soli con la propria coscienza.

Questo universo problematico e contraddittorio, spoglio di ogni fanatismo, è quello che rende la lotta armata nella Resistenza una realtà non assimilabile a tutte le altre opzioni armate che hanno segnato il rapporto fra la politica e la violenza nel corso dell’intero Novecento italiano, a partire dall’efficienza distruttiva mostrata dallo squadrismo fascista tra il 1920 e il 1922.



Uccidere, dura necessità

Nella lotta partigiana si uccide, ma si uccide quasi sempre come per una scelta obbligata, senza dare alla violenza sanguinaria un valore liberatorio, senza nessuna esaltazione di una violenza «fondante in quanto violenza», senza nessuna concessione a una sorta di valore intrinseco della violenza («Sparo, dunque sono»).

Quando dai documenti e dalle testimonianze affiora un partigiano che uccide con naturalezza (se non con piacere), questo avviene suscitando nei compagni ammirazione o disagio, entusiasmo o perplessità, ma non viene mai accettato come un qualcosa di ovvio, di scontato. Sarà così per le reazioni che accolgono le gesta di «Zama», forse il più temerario dei garibaldini di «Barbato».

A prevalere è sempre un atteggiamento di dura necessità, di una cosa fatta «o per dovere morale o perché non se ne può fare a meno», senza il gusto estetico dell’uccidere, quanto piuttosto con l’idea che quelle armi debbano servire a uno scopo e che a quello scopo mirano anche le discussioni sull’etica sessuale, sulla famiglia, sul futuro degli assetti istituzionali del Paese, tutto quello su cui ci si confronta nelle stanze del Palas e che è avvinto da un nesso inscindibile con la lotta armata.

La Stampa – 24 marzo 2015



La Resistenza perfetta



Giovanni De Luna ricostruisce una vicenda vera ambientata tra il ’43 e il ’45 in un castello piemontese. Monarchici e comunisti, preti e partigiani fianco a fianco in una storia esemplare di cosa fu la Resistenza. 

Simonetta Fiori

La Resistenza “riabilitata” dal diario di Leletta

La Resistenza arrivò nel castello insieme a “Barbato”, il comandante partigiano che aveva l’abitudine di tracciare per terra una linea. Pensaci bene prima di superarla, diceva ai più giovani, perché poi non si torna indietro. Il passo autorevole e i baffi imperiosi gli procurarono la stanza più bella del Palas, quella con il letto a baldacchino. I baroni Oreglia d’Isola — un’antica casata di fede cattolica — erano sideralmente lontani dal mondo comunista, ma non potevano negare l’accoglienza al più coraggioso dei resistenti, l’uomo che venti mesi più tardi avrebbe liberato Torino dalle brigate nere.

Un castello, dunque. Una grande tenuta di boschi, vigne e mulini a mezza strada tra Saluzzo e Pinerolo, a Villar, all’ombra del Montoso. E una sontuosa casa patrizia, ricca di libri antichi e di addobbi, pareti affrescate e ceramiche di pregio. Singolare cornice per l’epica resistenziale, quasi da sospettare che si tratti di una felice invenzione per celebrare il settantesimo della Liberazione.

E invece è tutto vero. Sono vere la contessa Caterina e sua sorella Barbara che soccorrono i partigiani feriti nascondendoli nelle soffitte del maniero, e talvolta salgono su in montagna per recuperarne i corpi senza vita. Sono veri i combattenti delle brigate Garibaldi che alternano azioni di guerra con momenti di conversazione colta nei saloni del Palas.

È vero il repubblichino Novena, con il suo carico di risentimento e inganno anche dentro le mura del castello. Ma soprattutto è vera la protagonista Leletta, la diciassettenne figlia della “Barona” e voce narrante della storia: è attraverso il suo sguardo che vediamo scorrere «la gloriosa epopea », venti mesi di guerra civile che significarono tragedia e sangue ma anche una «scuola di vita » per distinguere tra coraggio e viltà, amicizia e opportunismo, slancio ideale e grettezza.

L’antifascismo fu una reazione esistenziale prima ancora che una decisione politica matura. E il diario di Leletta restituisce con semplicità il significato di una scelta che accomunò aristocratici e comunisti, preti e mangiapreti, signori e contadini, monarchici e repubblicani. Anche per questo Giovanni De Luna ha voluto intitolare il suo bel libro La Resistenza perfetta: il Palas diventa simbolo di una storia che in tutti i modi si è cercato di delegittimare, ottenendo il risultato di sporcarne il senso comune soprattutto tra i più giovani.

La Resistenza come un pranzo di gala, impreziosito dagli argenti di casa Oreglia? No di certo. Anche dal castello si assiste alle efferatezze nelle file partigiane, Lucia e Caterina derubate e poi ammazzate su ordine del “Moretta” solo per un vago sospetto di collaborazionismo.

    Il castello di Villar

Ma i dialoghi annotati da Leletta, e i numerosi diari consultati da De Luna, registrano un rapporto con la violenza che è subìto più che golosamente ricercato. Il mestiere delle armi, quando esercitato con esuberanza, suscita sperdimento, non fierezza. Le gesta di “Zama”, io partigiano che fece in quelle valli la prima vittima fascista, sono accolte con “orrore reverenziale”. E “Gagno”, audace comandante gappista, resta “di stucco” quando lo vede uccidere la prima volta. Anche il compagno “Balestrieri” confessa di provare «una sensazione di pena per me stesso» mentre mira alla testa del maggiore tedesco: preme il grilletto ma ne è travolto.

Altro spirito aleggia nelle file avversarie, un surplus di ferocia che cresce insieme al sentimento di sconfitta, riuscendo a penetrare tra le mura del castello. È dentro il cortile del Palas che nel febbraio del 1945 viene selvaggiamente picchiato il garibaldino “Lampo” per mano del camerata Novena. «Oh signor Novena come sta?», era stata la disinvolta accoglienza di Leletta quasi all’alba. Erano arrivati per perquisire la villa, sospettata di complicità con la Resistenza. E con loro s’erano portati “Lampo”, appena catturato in montagna. Volevano indurlo a confessare le relazioni pericolose con il barone e la sua fam iglia. «Non sono mai venuto nel castello», si ostina a negare lui. Pochi giorni dopo viene ammazzato, colpito al volto con un pugno di ferro, gli occhi estratti dalle orbite. A Novena sono stati attribuiti 195 omicidi, chissà se li ha commessi tutti. Una volta si divertì ad armare la mano del figlio tredicenne, «vai, dilettati anche tu».

Nulla sfugge a Leletta, che riferisce meticolosamente sul suo diario. Nel 1944 ha la freschezza dei 18 anni, curiosa degli uomini più delle ideologie. È affascinata da “Barbato”, nome di battaglia di Pompeo Colajanni, ma più per l’impegno generoso profuso nella battaglia che per le teorie arruffate. Coglie la differenza tra il suo «quartetto» di cavalieri rossi e quegli «imboscatucci» degli amici aristocratici, che invece di combattere cercano riparo nella zona franca dell’Ordine di Malta.

Impara a sparare anche lei, insieme al fratello Aimaro, «incauti e contenti». Perché le armi sono una necessità, e non se ne può fare a meno, ricorda lo storico in polemica con quella sorta di «interdetto culturale» che oggi incombe sulla lotta armata contro i tedeschi e i fascisti (i partigiani ingiustamente assimilati ai terroristi)).

    Pompeo Colajanni "Barbato"

Non diventa mai comunista Leletta, né può diventarlo. Però conserva la stella rossa del suo comandante perché intuisce l’energia vitale che scorre in quelle fila. «Ah, dottoressa Aurelia, se avessi vent’anni di meno », scherza il partigiano con galanteria. In realtà ha solo 38 anni, troppi per quell’epoca.

L’aristocratica e il comunista. Nel dopoguerra assisteranno al lento disfarsi di quella rete di affetti e solidarietà intessuta dentro il castello. Ciascuno riprende il suo posto in un mondo che non ha tagliato completamente i ponti con il passato. I fascisti tornano in libertà grazie a Togliatti, con motivazioni spesso raccapriccianti: giocare a calci con la testa del partigiano appeso viene considerato un “incidente”, non una sevizia efferata. Anche per Novena solo dieci anni di galera, poi una vita da benzinaio a Velletri. Colajanni assume importanti incarichi politici nelle file del Pci, come qualche altro suo compagno di brigata.

E Leletta? Segue la sua vocazione religiosa. Nel 1947 entra in convento come suor Consolata, poi diventa terziaria domenicana. Per il resto della sua vita non farà che ascoltare gli altri, come in fondo aveva fatto dentro il Palas. Muore nel 1993, sei anni dopo “Barbato”. Nel 2012 si è aperta la causa per la sua beatificazione. La beata Leletta che sapeva usare il parabellum.

La Repubblica – 24 marzo 2015

Giovanni De Luna
La Resistenza perfetta
Feltrinelli, 2015
euro 18