TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 30 aprile 2015

Pasquale Briscolini, “Paesi tuoi”. Ovvero: cosa c’entra l’amore in un romanzo?



Una bella riflessione sulla poetica pavesiana. E in effetti, tramontata l'epoca delle letture a tesi, è davvero stimolante rivalutare “l'essere” sul “dover essere” in un autore come Pavese. Pasquale Briscolini, con il garbo che lo contraddistingue, ci ricorda che anche parlare d'amore può dare valenza “alta” a un romanzo. Basta saper scrivere e Cesare Pavese sapeva farlo. 

Pasquale Briscolini

Paesi tuoi”. Ovvero: cosa c’entra l’amore in un romanzo? Giusto. Però …

Quando lesse il mio vecchio libro, - a quei tempi era un pericolo vederci, ma in compenso eravamo più giovani – Masino ci pensò sopra un pezzo, evitò di parlarne in presenza di compagni, e ogni tanto se la rideva da solo.

E’ l’incipit dell’articolo di Pavese su L’Unità di luglio di quell’anno, il 1946, e il quarto del gruppo “Dialoghi col compagno” in cui si riconoscono alcune “costanti” che sono sottese ad ogni articolo.
La prima costante è riconoscibile nel clima particolarmente comunicativo: Pavese ha proprio voglia di “comunicare” con gli interlocutori che di volta in volta propone e di essere empaticamente vicino a loro. Si scherza e si dicono cose serie, ma sempre con leggerezza: si è tra “compagni”, certo in senso politico (non a caso gli articoli sono pubblicati su L’Unità) ma non solo, anche in senso profondamente umano.

La seconda “costante” è “l’intento formativo” - non certo pedantemente didattico ma di tono leggero e accattivante - volto a sostenere temi che a lui stanno particolarmente a cuore, nella sua visione del mondo.

Una terza è la latente “polemica” con il Partito sulla libertà dello scrittore. Che secondo alcuni dovrebbe finalizzare la sua produzione alle esigenze “politiche”; ma questa non è certo l’idea di Pavese, che rivendica invece la libertà completa dello scrittore che andrà – semmai – “verso l’uomo”.



Proviamo ad ascoltare e far emergere, in questo quarto articolo del gruppo, i fili e i messaggi che navigano sott’acqua, in immersione. Così procede Pavese dopo l’incipit facendo parlare Masino:
  • Però , - disse, - accidenti. Anche tu ci hai messo l’amore. Uno e una che si piacciono.
  • Non va?
  • Io dico una cosa. Quando sai che qualcuno, anche un amico, fa l’amore davvero, ti diverti? Fa rabbia, fa invidia, fa malinconia: non si può neanche pensarci. Invece, in un romanzo non trovi che coppie e te le guardi, le conosci, le segui. Parola che mi vergogno di essermi divertito.
  • E che cos’altro vuoi trovare in un romanzo?
  • Prendi il tuo. Non c’è solo l’amore. C’è un padrone e dei salariati. C’è un caso di lotta di classe. Si capisce leggendo come la campagna sia arretrata e il lavoro sfruttato. Anche il delitto di Talino è conseguenza di queste condizioni storiche. L’amore invece cosa c’entra?


Insomma, “ci sono cose serie” - dice Masino, - “e l’amore cosa c’entra?”. Si sente quasi in colpa per essersi divertito leggendo, quando le cose di cui “ci si dovrebbe occupare” sono altre: il lavoro e il padrone, la lotta di classe. E Pavese risponde (per adesso prendendolo un po’ in giro, come poi lui stesso dirà):
  • C’entra sì. Se non ci fosse lo sfruttamento, Gisella non s’innamorerebbe del meccanico. Perciò tutti e due, essendo vittime, s’innamorano e fanno fronte ai padroni. Difatti è innamorato di Gisella anche Ernesto del Prato. Perché? Ma perché è un meccanico, un salariato anche lui. Masino capisce quando lo piglio in giro. Sa che lo faccio per spiegarmi e non s’offende.
Nella risposta scherzosa, Pavese finge di seguire Masino sulla strada del “dover essere”, e quindi di spiegare tutto in termini di “sociale” e di “lotta di classe”. Poi chiarisce lo scherzo e Masino insiste:
  • Ma allora quella storia d’amore che cosa vuol dire, che cosa ci fa?
Pavese risponde, questa volta seriamente, e gli spiega che ogni lettore deve poter trovare nella storia un proprio aggancio: gli conferma quello che noi sappiamo, che in realtà è il lettore che “scrive”, leggendo, il proprio libro perché lo riporta (in qualche modo, lo interpreta) nel proprio vissuto:

Dissi a Masino che tutti i modi di leggere una storia sono buoni, hanno il loro bello. Le storie si scrivono appunto per questo: ogni ceto di lettori deve trovarci un richiamo, un interesse. Si comincia dalle cose di tutti i giorni, mangiare, dormire, far l’amore; se non c’è questo, tutto il resto sono chiacchiere; poi queste cose si congegnano in modo che si capisca perché succedono – e chi lo sa perché succedono le cose? Ci sono motivi infiniti, e dev’essere chiaro che sono successe ma ciascuno vederci il motivo, l’esperienza sua - l’ignorante e quello in gamba - altrimenti tanto valeva lasciar stare.

La spiegazione non soddisfa Masino perché ha fatto un largo giro di parole ma ha evitato il problema; e lui insiste:
  • “Sì, ma perché sempre l’amore? - ripeté Masino – Che cosa importa a me che leggo che un altro si sia trovata la ragazza?


Questa volta Pavese affronta il punto dell’amore in un romanzo, e non come l’accenno di prima in cui sembrava essere un’esigenza verso il lettore, ma piuttosto come un’esigenza profonda dello scrittore, che ha proprio bisogno di “innamorarsi” – almeno nella fantasia – per aver più voglia di parlare e di raccontare:

  • E’ una grossa questione, Masino. Devi sapere che una storia è sempre fatta di simpatia verso la gente. Chi la racconta – che di solito per sua disgrazia o per le arie e strafottenze che si dà è un tipo in rotta con tutti – non riesce a scriverla se, almeno in quelle ore che lavora, qualcosa non gli tocca il cuore e lo scalda e gli fa voler bene alla gente, ai personaggi, alla giornata che passa. Ma c’è un sistema per scaldarsi, per cambiar la giornata, per godere le cose e la gente come sono, meglio che interessarsi a una ragazza, sia pure in fantasia? Per la stessa ragione che, quando vuoi bene a una ragazza, hai voglia di scriverle lettere, e tutto ti piace e fa godere, anche il cane e la pioggia – per la stessa ragione chi inventa una storia d’amore, se non è proprio uno zuccone o un pervertito, si mette in grado di voler del bene a tutti quanti i personaggi, e li capisce più a fondo e si diverte a raccontarli. Ci sono sì dei libri senza storie d’amore, e bellissimi anche, ma sono libri d’altri tempi.


Masino-Pavese capisce che quest’ultimo è un altro punto importante, e infatti lo rinvia di un attimo perché adesso vuole insistere su un aspetto. Di fatto è Pavese che vuol parlare di se’, della sua difficoltà a stabilire rapporti profondi con gli altri. In sostanza, vuol parlare della sua solitudine, e si fa chiedere da Masino:

  • Poi ne parliamo, - fa Masino al volo, - ma ti dai delle arie anche tu. Possibile che chi scrive sia in rotta con tutti? Come fa?
  • Lo sapessi, Masino. Ma giorno per giorno mi convinco di questo. Bada bene: tutti lo cercano uno che scrive, tutti gli vogliono parlare, tutti vogliono poter dire domani “so come sei fatto” e servirsene, ma nessuno gli fa credito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo. Si direbbe che han sempre paura di trattare con chi è stato o sarà, non con chi è.
Si sente che Pavese parla di se’, e in modo sottilmente accorato; Masino tenta di fare un’ipotesi del perché accade questo:

  • Forse sentono l’intellettuale borghese che parla invece di agire.
  • Può darsi. Ma conosco intellettuali borghesi a iosa e nessuno è trattato come chi senza trucchi fa il mestiere di scrivere.
Masino dà un’altra spiegazione e questa volta sembra colpire nel segno:

  • Sai com’è? – disse Masino. – Se tu vai d’accordo,  anche gli altri ti vanno d’accordo. Si vede che chi scrive è il primo a non dar confidenza a nessuno. Come vuoi dunque che la diano a lui?
  • Allora tacqui. Per un poco tacemmo.
Pavese tace, come se volesse far ricadere su di se’ la colpa della propria solitudine, per essere lui il primo a non avere interesse per gli altri. E’ un tema che riprenderà nel Diario il 17 agosto del ’50, a pochi giorni alla fine tragica: “Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?”

Ma come a interrompere bruscamente quell’attimo di straniamento, Masino riprende:

  • Com’è che dicevi? – disse a un tratto Masino. – ci sono romanzi senza storie d’amore?
  • Non proprio romanzi, ma ce n’è. Tutte le volte che chi scrive è abbastanza robusto da interessarsi agli altri e trovar bello il mondo e aver voglia di dirlo, senza bisogno di eccitarsi come un cane a quell’odore, viene fuori una storia stupenda. Ma ben pochi ci riescono. Ci riuscivano di più in passato, in società organizzate in modo che la questione sessuale non era ancora diventata ideologia come adesso. Avevan altro da pensare, quella gente.
Dobbiamo ricordare che siamo nel 1946, e Pavese è nel pieno della sua attrazione verso il mito, verso il periodo lontanissimo della notte dei tempi prima del logos. E’ stato affascinato dalla lettura de “La fisiologia del mito” di Untersteiner, che ha peraltro avuto parole di grande apprezzamento per i “Dialoghi con Leucò”. Ed è quindi convinto - e qui lo sostiene - di quanto oggi Massimo Recalcati dice con riferimento a Freud: “Tra le due guerre mondiali Freud dà alle stampe , con il titolo Il disagio della civiltà, una riflessione lucida sulle ragioni profonde del malessere a lui contemporaneo ma più in generale sul binomio civiltà e disagio. Freud pone con forza la sua tesi: l’iscrizione dell’uomo nel campo della civiltà esige una rinuncia pulsionale. Questa rinuncia trova nella legge dell’interdizione del godimento sostenuta dal Super-io sociale dell’epoca il suo agente fondamentale. Per essere civili, afferma Freud, è necessario assumere la rinuncia ai propri soddisfacimenti pulsionali come condizione per l’appartenenza a una comunità umana.”



Masino riparte provando, in una qualche “visione mitologica” a unire con una speranza quel passato remoto con un futuro per lui auspicabile:

  • E non credi che una nuova società possa rifare quelle antiche condizioni?
  • E’ possibile, certo.
Allora Masino aveva ragione: l’amore non serve nei romanzi, basta fare una società nuova! E lui non si fa sfuggire l’occasione per ribadirlo e vincere definitivamente la partita:

  • Ma allora avevo ragione a dire che le storie d’amore non sono essenziali e voi scrittori esagerate e ci sono delle cose più serie?
  • Tu hai sempre ragione, Masino. Tutto dipende, però.


In conclusione: ha ragione o no Masino? Certo: basterebbe fare una società nuova; ma questo è possibile o indietro non si può tornare? E poi, cosa vuol dire andare avanti o tornare indietro? Dovremmo intanto metterci d’accordo su questo, ma è lì il problema. Che, di fatto, non riusciamo a metterci d’accordo praticamente su niente. A volte ci proviamo e ci crediamo; qualche volta siamo convinti di esserci riusciti. Per scoprire, un attimo dopo, che “tutto dipende, però”.


Terra antica. I passi primordiali


«Terra antica»: una mostra al Colosseo racconta, con settantancinque reperti neolitici, etruschi, greci e romani, la sacralità della natura.

Federico Gurgone

I passi primordiali

Volti, miti e imma­gini della terra nel mondo antico è il deli­cato sot­to­ti­tolo della mostra inau­gu­rata dalla Soprin­ten­denza Spe­ciale di Roma il 22 aprile scorso, in occa­sione dell’Earth Day, tra i for­nici del Colos­seo.

Curata da Mau­ri­zio Bet­tini e Giu­seppe Pucci e aperta al pub­blico fino all’11 otto­bre,Terra Antica «appro­fon­di­sce, secondo i saperi dell’antropologia del mondo clas­sico, gli argo­menti di Expo 2015», ha tenuto a sot­to­li­neare il soprin­ten­dente Fran­ce­sco Prosperetti.

Set­tan­ta­cin­que reperti nar­rano così la sacra­lità della terra, inca­sto­nati in un per­corso visivo alter­nato tra le sfu­ma­ture di gri­gio, rosa e verde delle sta­tuette pre­i­sto­ri­che, le improv­vise esplo­sioni di rossi pom­peiani e il bianco e nero dei pae­saggi ance­strali ritratti da foto­grafi con­tem­po­ra­nei. Un per­corso catar­tico che accom­pa­gna il visi­ta­tore nelle viscere della bio­sfera, tra pre­ghiere e male­di­zioni, per lasciarlo tor­nare a rive­der le stelle più con­sa­pe­vole sulla sto­ri­cità del rap­porto di Homo sapiens con la natura.



Il viag­gio ha ini­zio con capo­la­vori naïf del Paleo­li­tico Supe­riore, tra i quali spic­cano la Venere di Wil­len­dorf, pre­stata dal Natu­rhi­sto­ri­sches Museum di Vienna, e la Venere di Savi­gnano sul Panaro, con­ser­vata al Pigo­rini di Roma: sta­tuette fem­mi­nili dalle forme pro­nun­ciate, inter­pre­tate in pas­sato come dee madri rap­pre­sen­tanti la fecon­dità della donna e quella della natura, tipi­che di popoli infan­tili che ado­re­reb­bero gli ele­menti pri­mor­diali. Un’ingenuità dif­fi­cile da riscon­trare nelle geo­me­trie neo­li­ti­che con­cesse dal Museo Archeo­lo­gico di Cagliari.

Dalle dee madri, l’itinerario con­duce all’affascinante nar­ra­zione della genea­lo­gia degli dei. Esiodo, nella Teo­go­nia, defi­ni­sce lo stato di nulla che pre­cede l’ordine divino «Chaos»: un ter­mine la cui eti­mo­lo­gia riporta a un verbo che signi­fica «spa­lan­care la bocca». All’inizio quindi, prima del Verbo biblico, ci fu un enorme sba­di­glio. Solo dopo arrivò Gaia: la Terra.

«Ori­gine del Cosmo e degli dei, madre gene­ra­trice di ogni bontà e ric­chezza, spa­zio infero e buio, in cui il basso occupa il posto dell’alto, le tene­bre quello della luce, la morte quello della vita», scrive Mau­ri­zio Bet­tini nell’interessante cata­logo curato da Electa.

Gaia non è donna dimessa, ma la matrona capace di cata­liz­zare il vio­lento pro­cesso della Gigan­to­ma­chia che por­terà all’imposizione di quell’ordine defi­ni­tivo scol­pito sulle metope del lato est, quello prin­ci­pale, del Par­te­none. Se sba­di­glio fu, non accadde certo per ras­se­gna­zione a un disor­dine dalla vita breve. Dal fango sareb­bero sorti Adamo, Pan­dora, l’Enkidu del poema Gil­ga­mesh. Homovuol dire «il ter­re­stre», sot­to­li­neano i cura­tori, e ha la stessa radice di humus: «terra».

Nella demo­cra­tica Attica, però, l’uomo non nasce impa­stato dalla terra, ma da essa emerge. I primi re di Atene, Cecrope e Erit­to­nio, ave­vano metà corpo in forma di ser­pente, l’animale ter­re­stre per defi­ni­zione. Tale mito rag­giunse anche l’etrusca Vulci, come rivela sotto le arcate dell’Anfiteatro Fla­vio un vaso attico a cera­mi­che rosse pro­ve­niente da Monaco di Baviera, con Atena che acco­glie Eret­teo dalle brac­cia di Gaia.

Un passo in avanti, deciso, si com­pie a Roma. Qui sono gli uomini stessi a creare la terra. Durante l’atto di fon­da­zione, Romolo ordina di sca­vare una fossa chia­matamun­dus, nella quale cia­scun astante getta una zolla por­tata dalla pro­pria patria di ori­gine. L’Urbe è quindi gene­rata da un atto cosmo­go­nico a tutti gli effetti. Anche i sol­dati com­par­te­ci­pano di que­sta sot­tile forma di onni­po­tenza con­cessa loro dal pro­prio sta­tus antro­po­cen­trico: il bron­zetto di un legio­na­rio, dal Museo della Civiltà Romana, aziona la groma, uno stru­mento uti­liz­zato per trac­ciare sul ter­reno alli­nea­menti orto­go­nali, neces­sari per asser­vire a un intel­letto ordi­na­tore i con­fu­sio­nari spazi della natura.



Non ovun­que arri­vano i raggi del sole. Il mondo è anche sot­to­suolo. Lì dove­vano arri­vare i mes­saggi sal­vi­fici con­dotti dalle lami­nette orfi­che — splen­dente nel suo oro quella rin­ve­nuta in una necro­poli di Vibo Valen­tia e datata alla fine del V secolo — e gli spie­tati ana­temi delle tabel­lae defi­xio­nis — in piombo per scen­dere più facil­mente agli inferi — delle tombe romane lungo la via Latina e l’Ardeatina.

Alcuni scien­ziati sosten­gono che sarebbe oppor­tuno defi­nire l’attuale epoca geo­lo­gica «antro­po­cene». Pochi, ormai, sono i pae­saggi incon­ta­mi­nati immor­ta­lati nelle foto­gra­fie scelte per Terra Antica da Roberta Val­torta, diret­tore del Museo di Foto­gra­fia Con­tem­po­ra­nea di Cini­sello Balsamo.

Caro­taggi sulla super­fi­cie della calotta polare artica hanno dimo­strato che, tra il I secolo a.C. e il III d.C., l’estrazione del piombo immise nell’atmosfera ter­re­stre una quan­tità pari al 15 % dei gas nocivi rila­sciati dai mezzi di tra­sporto nel XX secolo. Frane e allu­vioni, sep­pur pro­vo­cate dal disbo­sca­mento, erano per gli anti­chi da attri­buire a puni­zioni divine.

La ras­se­gna si con­geda non a caso con il calco in gesso del lara­rio della Casa di Cae­ci­lius Iucun­dus, raf­fi­gu­rante i danni del ter­re­moto del 62 sugli edi­fici del foro di Pom­pei. I feno­meni sismici sono le doglie della madre terra, si disse. Per cal­marla, basta sacri­fi­carle una «scrofa pre­gna», secondo il modello dei riti pro­pi­zia­tori per Cerese Tel­lus.

L’Expo mila­nese, par­lando di cibo, rac­conta tra le righe del rap­porto tra uomo e terra; la mostra romana ricorda con mag­gior deci­sione una lunga catena di incom­pren­sioni tra figli stolti e una stanca madre. Un’arroganza quasi costi­tu­tiva che rischia di ren­dere il pia­neta esan­gue. Ammo­niva Seneca due­mila anni fa: «non con­tenti della ter­ra­ferma, costrui­rete anche sul suolo arti­fi­ciale che avrete sot­tratto al mare». La mag­gio­ranza, tut­ta­via, con­ti­nuò a cre­dere allo ste­rile rime­dio delle scrofe pregne.


Il Manifesto – 29 aprile 2015

mercoledì 29 aprile 2015

Newton & Co. Nascita della Royal Society



In un saggio pubblicato da Carocci, si ricostruiscono le vicende della Royal Society inglese nel corso del Seicento. Pur se fra gelosie e ripicche fu la culla di un nuovo pensiero scientifico e civile (e della Massoneria moderna)


Paolo Mieli

Che baruffe tra scienziati



Un’epidemia di peste (1665), un incendio che devastò Londra (1666) e una serie pressoché infinita di imprevedibili dissapori, di assai meschine calunnie, di rivalità tra geni condotte all’esasperazione, furono il contesto in cui nacque la modernità scientifica. Bubboni e fiamme, assieme ai benefici effetti della rivoluzione cromwelliana, conclusasi all’inizio degli anni Sessanta del Seicento, diedero una formidabile spinta alla ricostruzione del Paese. Il clima di selvaggia competizione all’interno della Royal Society fece il resto.

La Royal Society fu fondata nel 1660 e l’anno successivo fu riconosciuta dal sovrano d’Inghilterra Carlo II, che era tornato dall’Olanda per prendere il posto di Carlo I Stuart, il «re martire» giustiziato da Cromwell nel 1649. Grazie a questa Società e alla nascita delle prime riviste scientifiche, gli scienziati dell’epoca iniziarono a interagire tra loro in modo strutturato.

Ed è a questo particolarissimo frangente storico che è dedicato lo straordinario libro di Andrea Frova e Mariapiera Marenzana Newton & Co. geni bastardi (con una brillante prefazione di Piergiorgio Odifreddi), in uscita domani per Carocci. Galileo Galilei, ricordano gli autori, era morto nel 1642, lo stesso anno in cui era nato Newton: «Una sorta di epocale passaggio di testimone nel campo della scienza».

Il «magnifico circolo dei devoti discepoli di Galileo» — i vari Cavalieri, Torricelli, Castelli, Viviani e altri — aveva dato un apporto fondamentale alla diffusione in Europa del metodo scientifico «fertile di sviluppi e conquiste». Ma poi la scienza in Italia andò declinando. Perché? Le condizioni della penisola, «percorsa e devastata da eserciti stranieri, politicamente divisa» assieme all’«abiura di Galileo e alla presenza minacciosa dell’Inquisizione», la «mancanza di interesse per la scienza da parte dei vari sovrani più disposti a finanziare artisti e poeti di corte, la progressiva perdita di influenza delle potenze marinare Genova e Venezia (che avrebbero potuto costituire stimoli all’avanzamento scientifico e tecnologico)» furono, secondo i due storici, i principali fattori «che contribuirono a un ripiegamento provinciale su se stesso del Paese, incapace di tenere il passo con quanto accadeva nel resto d’Europa, in Francia, in Olanda e più ancora in Inghilterra».


Qui viene naturale un’obiezione: anche in Inghilterra la situazione politica nel XVII secolo era tesissima, le contese religiose erano più che infuocate, drammatici furono gli eventi bellici e politici, più che precaria la situazione economica… Perché allora questo boom della scienza ai tempi di Carlo II? Il fatto è, mettono in rilievo Frova e Marenzana, che «il regno, pur con molte difficoltà, riuscì a superare le crisi e ad acquistare stabilità». E senso di sé.

    Newton

L’espansione coloniale, inoltre, portò ricchezze e conoscenze, stimoli per la scienza e per le sue applicazioni pratiche, che favorirono l’interesse e l’appoggio dei governanti. Isaac Newton, Robert Hooke e gli altri membri della Royal Society si trovarono a vivere questo particolare e stimolante momento storico e, in concorrenza con la Francia, «assicurarono all’Inghilterra il primato di grandi invenzioni e scoperte». 

Tutto ciò «malgrado la frequente mancanza di rispetto delle regole fondamentali della ricerca scientifica, ossia cooperazione e correttezza». Si svilupparono così tra quegli scienziati «scontri violenti nati da invidie e rivalità, da questioni di priorità e prestigio, ma anche da ambizioni di carriera e di guadagno». Nonché «dal sopravvivere, persino in geni della statura di Newton e Robert Boyle, di atteggiamenti di pensiero e di pratiche prescientifiche, alchemiche, causa ulteriore di fratture, reticenze e sospetti». Al punto che i due autori si domandano se «non fu piuttosto proprio questa competitività esasperata che valse a stimolare le menti e ad acuire l’inventiva e l’impegno».

Subito dopo la conclusione della guerra civile, John Wilkins — «un carismatico intellettuale e uomo di Chiesa, che era passato con successo dalla funzione di cappellano nella casa reale a quella di influente accademico durante il periodo repubblicano di Cromwell» — aveva raccolto attorno a sé un gruppo di persone che veniva chiamato Oxford Esperimental Philosophy Group, di cui facevano parte «studiosi di varia provenienza, senza distinzioni politiche o ideologiche».

    Wilkins

All’epoca della rivoluzione, Wilkins seppe usare la sua influenza per dare una moderna impronta scientifica e matematica alla vita intellettuale dell’Università di Oxford. Fu lui, in seguito, che assieme ad altri undici studiosi del suo circolo, tra cui Christopher Wren e Robert Boyle, diede vita alla Royal Society, il cui motto poteva essere sintetizzato nelle parole di un loro lontano ispiratore, Francis Bacon (1561-1626), padre dell’empirismo scientifico: «Dio ci vieta di proporre una fantasia nata dalla nostra immaginazione come una descrizione del mondo».

Il principio ispiratore della Royal Society era che alle informazioni dovesse essere garantita la massima circolazione. La comunicazione doveva prendere il sopravvento e la segretezza avrebbe dovuto essere bandita. La comunicazione, poi, doveva «liberarsi dalla vuota eloquenza che aveva caratterizzato i filosofi del passato: via ogni artificio verbale, via ogni forma di retorica».

Concretezza e semplicità avrebbero dovuto dettare legge e quando fosse stato possibile si doveva ricorrere al linguaggio della matematica. Il motto della Royal Society, Nullius in Verba , ossia «sulla parola di nessuno», stava a sottolineare «la determinazione dei fondatori di stabilire i fatti secondo il metodo sperimentale, ossia alla maniera di Galileo, e di procedere nell’indagine scientifica in modo oggettivo, ignorando l’influenza della tradizione scolastica, della politica e anche della religione, benché diversi tra i membri fossero alti prelati».

La Royal Society non produsse solo grandi scoperte. La sperimentazione ebbe anche un volto che i due autori non esitano a definire «criminale». Hooke, ad esempio, fece esperimenti d’ogni tipo, «talvolta di dubbio valore scientifico — come nel caso di alcune crudeli dimostrazioni su animali, che peraltro eseguiva controvoglia — per soddisfare la curiosità dei soci scientificamente meno competenti e motivati».


Una volta «dovette aprire la cassa toracica di un cane per vedere quanto sarebbe sopravvissuto grazie al semplice pompaggio di aria nei polmoni (in certo senso il primo tentativo di respirazione artificiale), ma fu così disturbato dalla vicenda che in seguito si rifiutò di ripetere un tale esperimento». Hooke si rifiutò poi di partecipare all’«esperimento Coga»: uno studente molto povero, Arthur Coga, accettò il 26 novembre 1667, per il compenso di una ghinea, che il medico Richard Lower e altri membri della Società — su suggerimento del vescovo di Salisbury — gli iniettassero sangue di pecora.

Il paziente «non parve mostrare alcuna conseguenza negativa, e lo stesso accadde alla ripetizione dell’esperimento, tre settimane più tardi, di fronte a un diverso pubblico non meno eccitato del precedente». La notizia si sparse per tutta l’Europa, e la sperimentazione fu ripetuta più e più volte: «spesso, però, con esiti fatali». Il che, scrivono gli autori, «getta qualche ombra sulla veridicità del resoconto ufficiale in merito al caso Coga, conservato nei registri della Royal Society».

Qualcosa di esemplare ebbe luogo nel dicembre di quello stesso 1667 a Parigi, nel palazzo del «nobile e ricchissimo» Henry-Louis Habert de Montmor, che aveva fondato una libera accademia scientifica che portava il suo nome (tra i membri figuravano Pierre Gassendi, Marin Mersenne, Christiaan Huygens). In quel palazzo, il medico Jean-Baptiste Denis e il barbiere chirurgo Paul Emmerez procedettero alla trasfusione del sangue di un vitello ad un clochard mentalmente instabile, Antoine Mauroy. Denis sosteneva che tale operazione «avrebbe permesso di rendere l’uomo placido quanto un vitello».

Una folla di «medici, chirurghi e altri osservatori, per lo più aristocratici», assistette all’evento. Che fu ripetuto, due giorni dopo, visto il «buon esito» della prima esperienza. Quattro mesi più tardi Mauroy morì e Denis fu sottoposto a processo per omicidio. Processo che si concluse con un’assoluzione, perché Denis riuscì a «dimostrare» che Mauroy era stato avvelenato con l’arsenico dalla moglie.

Ma lo stesso Denis non dovette essere del tutto convinto dalle sue argomentazioni difensive e abbandonò la pratica medica. E anche gli altri scienziati si persuasero che quel genere di trasfusione non fosse proficua. Tant’è che fu messa al bando dapprima in Francia (1670), poi in Gran Bretagna e successivamente in quasi tutti gli altri Paesi europei. Solo nel 1829, l’ostetrico inglese James Blundell dimostrò l’efficacia della trasfusione tra esseri umani, ma erano trascorsi 160 anni.

È interessante notare, poi, come alla base dei divieti alla fine del Seicento non era tanto «la pietà per le vittime, quanto il timore che la mescolanza di sangue di specie diverse potesse minare la purezza del genere umano e condurre alla creazione di esseri abnormi». In un’era in cui, scrivono Frova e Marenzana, «i confini tra scienza, magia e superstizione non erano ancora ben definiti, ci si chiedeva se per caso gli uomini non avrebbero cominciato a muggire, o magari i vitelli a parlare».

Ma non fu su questo che si litigò all’interno della Royal Society. Furono semmai differenze di carattere e di comportamento. Newton fu quasi un asceta (Voltaire nel 1773 scrisse che non aveva mai «avvicinato» una donna). Hooke invece, assieme a Christopher Wren e Edmond Halley, era un gran frequentatore di coffee houses , seduceva abitualmente le domestiche, nonché la figlia di suo fratello, la nipote Grace, con la quale convisse fino alla prematura morte di lei nel 1684. Newton e Hooke, secondo i due autori, «non avrebbero mai potuto andare d’accordo, né cercare di comporre le loro controversie in maniera civile e utile alla scienza oltre che a sé stessi».



L’avversione di Newton nei confronti del più anziano collega «crebbe nel tempo a tal punto che, divenuto nel 1703 presidente della Royal Society — carica cui giunse, secondo alcuni, brigando in varie maniere — egli pose il massimo impegno nel far sparire ogni traccia di Hooke, morto quello stesso anno». Compresi i ritratti, tant’è che oggi «nessuno è in grado di dire con sicurezza quali fossero le fattezze di Hooke». E non furono, i loro, dissidi dettati solo da divergenze, per così dire, d’ordine morale.

Newton scrisse a Halley per denunciare Hooke: «È accettabile che un uomo che pensa di saperla lunga e ama dimostrarlo correggendo e istruendo il suo prossimo, venga da voi quando siete impegnato, e, nonostante le vostre scuse, vi assilli con discorsi e vi corregga attraverso i suoi stessi errori, e dopo discorsi e ancora discorsi si vanti di avervi insegnato tutto ciò di cui vi ha parlato e vi obblighi a dargliene riconoscimento, gridando all’offesa e all’ingiustizia se non lo fate? Penso che lo giudichereste una persona afflitta da uno strano temperamento asociale».

Oggi, scrivono i due autori, è evidente che Newton e Hooke «pur nella loro diversità avevano entrambi caratteri difficili e, per dirla secondo l’uso inglese che si fa di questo vocabolo nel mondo della competizione professionale, anche scientifica, erano entrambi dei bastard di discreto calibro».
Nel caso di Hooke, «la mancanza di riconoscimento del suo contributo alla teoria della gravitazione universale da parte di Newton, in aggiunta al fatto che nessuno dei suoi amici, neppure Wren, parlò mai pubblicamente in sua difesa, danneggiò la sua reputazione, lo fece sentire vittima di ingiustizia e di tradimento e avrebbe concorso a rendere assai amara la parte finale della sua vita».

Hooke e Newton non si riappacificarono mai, anzi Newton tenne al minimo la sua frequentazione della Royal Society fino a quando Hooke fu in vita. Solo alla sua morte, nel 1703, accettò di divenirne presidente. Anzi, sottolineano i due autori, «brigò alquanto per insediarsi in tale ragguardevole posizione, dalla quale ebbe modo di controllare e condizionare pesantemente la scienza del suo Paese».

    Carta costitutiva della Royal Society

Nel 1693 Newton aveva subìto un crollo psicofisico che lo condusse sulle soglie della follia. Ne scrisse lui stesso all’amico Samuel Pepys: «Sono estremamente turbato dallo stato di confusione in cui mi trovo, non ho né mangiato né dormito bene in questi ultimi dodici mesi, e non ho più la mia solidità mentale… Mi rendo conto di dover interrompere il nostro rapporto e di non dover più vedere né voi né gli altri miei amici, ma, se posso, di doverli lasciar andare tranquillamente per la loro strada».

Poi ne inviò un’altra ancor più sorprendente a John Locke: «Essendo stato del parere che voi cercavate di confondermi con donne e con altri mezzi, ero così sconvolto che quando mi fu detto che eravate ammalato e non sareste vissuto, risposi che era meglio se voi foste morto… Desidero che mi perdoniate per questa mia mancanza di carità». Newton si scusava altresì con Locke «per aver detto o pensato» che fosse al centro di una macchinazione per confondergli le idee. Poi nei decenni successivi la comunità scientifica dovette assistere a una sua simile polemica con Leibniz.

Certo, «per noi oggi», scrivono Frova e Marenzana, «è fin troppo facile stupirci di fronte a molte pagine di Newton che appaiono deliranti, e tuttavia una conoscenza del contesto in cui egli ha operato aiuta a capire come una mente tanto sublime potesse subire il fascino di saperi antichi e prescientifici». E, conseguentemente, abbandonarsi ai deliri di cui si è detto.


Il Corriere della sera -  27 aprile 2015

Mantova, torna un pezzo di Rubens nella pala dai tanti destini



A Mantova si tenta di ricomporre la pala della Santissima Trinità, grandioso omaggio di Rubens alla famiglia Gonzaga. Esposta a Palazzo Ducale la collezione Freddi, un centinaio di opere che ricostruisce la dotazione artistica della corte gonzaghesca.


Roberta Scorranese

Torna un pezzo di Rubens nella pala dai tanti destini



Era alla corte di Mantova da appena cinque anni, ma Pieter Paul Rubens si era conquistato l’assoluta fiducia del duca Vincenzo I: questi gli commissionava ritratti delicati e importanti sul piano politico, lo incaricava di scottanti «ambasciate» diplomatiche (a Madrid, per esempio), della compravendita di opere d’arte e, in ultimo, volle affidargli una sorta di «biografia pittorica» familiare, la Pala della Santissima Trinità.

Il 28enne Rubens intuì subito il desiderio di gloria imperitura del Gonzaga, quella volontà di trascendere il tempo con la forza di un nome e così ideò una imponente raffigurazione a più livelli: al centro, la Trinità in gloria; sulla sinistra Vincenzo, il committente (che osa guardare lo Spirito Santo); accanto, il defunto padre Guglielmo e, dietro, i figli Francesco IV, Ferdinando e Vincenzo II. Di fronte, la moglie Eleonora de’ Medici e la madre, Eleonora d’Austria. Dietro le due donne, ecco le giovani rampolle Margherita ed Eleonora. Ai lati, altre due enormi tele che oggi si trovano ad Anversa e a Nancy.

Ebbene, questa pala (oggi quel che ne rimane è a Palazzo Ducale) nei secoli si è trasformata in un puzzle d’arte e guerra e oggi si intreccia con il progetto della riapertura della Camera Picta. Vediamo come. Intanto, in epoca napoleonica, le tele laterali vennero asportate. Poi, nel 1801, la Pala venne fatta a pezzi da un generale che cercò di portarla via a brandelli per meglio collocarla sul mercato, ma il colpo non gli riuscì del tutto. La parte centrale, con il nucleo della famiglia e la Trinità, si è conservata.

Per il resto, seguendo il bizzarro destino del famoso «tesoro» dei Gonzaga (sparpagliato ovunque), si è dispersa in giro per il mondo: il ritaglio con Ferdinando è riapparso solo di recente e oggi è alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo; il frammento con la principessa Margherita è stato avvistato l’ultima volta nel 2010 in una collezione privata londinese; Vincenzo II è al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Poi, a ritrovare il pezzo con il ritratto dell’altro figlio, Francesco IV, è stato un imprenditore mantovano, gentile e appassionato di arte legata al suo territorio: Romano Freddi, il proprietario della collezione che va ad arricchire la storia di Palazzo Ducale. «Ho cominciato a cercare dipinti, bronzetti e manufatti dagli anni Settanta — spiega Freddi — e adesso ho un unico obiettivo: che questa collezione non vada dispersa».



Un centinaio di opere (oltre al Rubens, anche una Crocifissione giottesca, un dipinto di Giulio Romano e uno di Domenico Fetti) delle quali 85 rimarranno in comodato d’uso al Palazzo Ducale fino al 2025. «Un patrimonio — continua Freddi — che in un certo senso ricostruisce un tassello della collezione gonzaghesca, un contributo a definire meglio il racconto di quell’epoca di corte». E anche il ritrovamento del ritaglio di Rubens ha avuto una storia travagliata: era finito nella collezione di un fotografo veneziano, poi presso il museo privato Bellini di Firenze e infine nelle mani di Freddi, che lo ha riportato a Mantova.

«Un pezzetto di Rubens che ritorna e che ci ricorda quanto sia stato importante nel definire il gusto, lo stile e il sistema culturale dei Gonzaga» commenta Renata Casarin, dirigente di Palazzo Ducale. Un cerchio che si chiude e che è iniziato con l’arrivo di Rubens e l’instaurazione di un modo nuovo e «laico» di fare arte, legato ai principi della Controriforma.

È l’artista che crea un sistema estetico ma che è anche consigliere, mercante, responsabile delle acquisizioni di corte, in un’epoca in cui l’arte non serviva più a salvarsi l’anima ma a costruire un’architettura borghese, tellurica, immanente. E forse il destino di quella pala ha un disegno più chiaro.

Il Corriere – 27 aprile 20 15


martedì 28 aprile 2015

Antisemitismo e analfabetismo. L'aggressione antiebraica al corteo di Milano


   Il Gran Mufti passa in rassegna le Waffen SS palestinesi

L’aggressione agli ebrei al corteo di Milano rivela ancora una volta l'antisemitismo profondo di una parte della sinistra. Ma anche l'analfabetismo politico e storico di chi dimentica come furono migliaia i palestinesi e gli arabi combattenti nelle Waffen SS, spinti ad arruolarsi in una crociata antinglese e antiebraica dal Gran Mufti di Gerusalemme dal 1941 al 1945 residente alla corte di Hitler. 



Donatella Di Cesare

Gli insulti agli ebrei uno strappo a sinistra 


A stento la Brigata ebraica ha ottenuto diritto di cittadinanza nel corteo del 25 Aprile a Milano. In altre città, per esempio a Roma, ha rinunciato a sfilare. Perché era sabato; ma non solo. Eppure, nel giorno della Liberazione, le bandiere con lo scudo di David dovrebbero essere accolte con gioia, sollievo, soddisfazione — e più di un rammarico, guardando al passato. Dovrebbero essere il cuore del corteo, non una componente al margine che occorre addirittura difendere contro offese e insulti.
In questi giorni c’è chi, per legittimarne la presenza, ha ripercorso la storia della Brigata ebraica, impegnata in operazioni civili più che militari, e di quei profughi che, dopo esser stati scacciati, tornarono in Europa per liberarla. Come non pensare a Enzo Sereni, ricordato dal presidente della Repubblica? E che dire del filosofo Hans Jonas che, dopo aver messo da parte i libri, combattendo attraversò l’Italia, per entrare infine in Germania? Certo la Resistenza è stata italiana; ma il suo valore fu internazionale, il suo afflato internazionalista.

Non si tratta, dunque, di una guerra di bandiere. E la questione è ben più complessa. Forse è venuto il momento di dire che quel che è accaduto al corteo del 25 Aprile, e che si era purtroppo già ripetuto negli ultimi anni, costituisce uno strappo nella sinistra, e più in generale nel mondo della politica e della cultura. Proprio perciò non si può consegnare l’episodio alla cronaca ed è invece necessaria una discussione, anche aspra.

    Hitler e il Gran Mufti

Le bandiere con lo scudo di David non sono solo il simbolo della Brigata ebraica. Rappresentano anche il riscatto di un popolo contro cui la Germania nazista e l’Italia fascista hanno sferrato una guerra non dichiarata, una guerra che ha avuto il suo esito finale nelle camere a gas dei campi di sterminio. Ma agli occhi di molti quelle bandiere sono anche l’emblema dello Stato di Israele.

Ecco allora il perverso meccanismo che si instaura: la vittima ingombrante del passato diventa il comodo carnefice dell’oggi. Si nazifica Israele, per giudaizzare i palestinesi. Chi ritiene illegittimo Israele, e intende pregiudicarne l’esistenza, ritiene illegittime anche le bandiere della Brigata ebraica. Più grave degli insulti, che non di rado sconfinano in minacce violente, è l’accusa di immoralità. Gli ebrei sono tacciati di essere immorali, anzi disumani. Si pretende di espellerli non solo dal corteo, ma dal consorzio umano. Subumani prima, nell’Europa di Auschwitz, diventano ora disumani — in entrambi i casi vengono de-umanizzati.

Mentre viene avallata una banalizzazione manichea del conflitto mediorientale, dove il bene sta solo da una parte, il male solo dall’altra, l’indignazione prevale, i toni si accendono. Le invettive contro Israele si riversano su ebrei italiani, cittadini europei, che diventano bersaglio di un conflitto anzitutto mediatico il cui scopo è distruggere il prestigio morale degli ebrei, lederne l’immagine. Non sembra infatti che questa nuova, antica inimicizia, questo rinnovato odio abbia altro risultato. Perché è dubbio che i «filo-palestinesi» amino davvero il popolo palestinese e contribuiscano alla ricerca della pace.

    Waffen SS palestinesi

Si è parlato di «tensioni» tra gruppi opposti durante il corteo. Ma sarebbe opportuno dire che si è trattato di una aggressione antisemita a nome di un non meglio precisato concetto di democrazia e di vaghi ideali universali, quegli stessi che nel passato recente hanno fatto apparire l’ebraismo un particolare da superare.

Alle manifestazioni antifasciste del Dopoguerra dove, con un’intatta fede nel progresso, si celebrava la Liberazione, gli ebrei sopravvissuti sfilavano accanto agli ex combattenti, cercando di sentirsi di nuovo cittadini, malgrado la ferita delle leggi razziste, le discriminazioni, lo sterminio. In fondo quel posto lo cercano ancora. E forse non potranno trovarlo finché resterà immutata la vecchia impalcatura di un progressismo astratto, di un integralismo ugualitario, che rischia ogni volta di essere chiuso, dogmatico.

Che sia questo il compito del popolo ebraico, di portare la differenza, di impedire la chiusura totalizzante? Che il caso della Brigata ebraica non possa aprire a sinistra — ma non solo — un dibattito su un rinnovamento effettivo?


Il Corriere della sera – 27 aprile 2015


Il bacio spudorato


Un percorso di letture sul Medioevo e i suoi simboli. Dalle ritualità demoniache che rovesciano gli ideali cavallereschi ai dati tecnici per la falconeria di Federico II.

Marina Montesano

Il bacio spudorato

Quando si acco­glie un neo­fita e lo si intro­duce per la prima volta nella assem­blea dei reprobi, gli appare una spe­cie di rana; altri dicono che è un rospo. Alcuni gli danno un igno­bile bacio sull’ano, altri sulla bocca lec­cando la lin­gua e la bava dell’animale. Tal­volta il rospo appare a gran­dezza natu­rale, altre con le dimen­sioni di un’oca o di un’anitra. Nor­mal­mente ha la gran­dezza della bocca di un forno. Il neo­fita, intanto, avanza e si ferma di fronte a un uomo di un pal­lore spa­ven­toso, dagli occhi neri, e tal­mente magro ed ema­ciato da sem­brare senza carne e niente più che pelle e ossa.

Lo bacia e si accorge che è freddo come il ghiac­cio; in quello stesso istante, ogni ricordo della fede cat­to­lica scom­pare dalla sua mente. Poi si sie­dono tutti a ban­chet­tare e quando si alzano dopo aver finito, da una spe­cie di sta­tua che di solito si erge nel luogo di que­ste riu­nioni, emerge un gatto nero, grande come un cane di taglia media, che viene avanti cam­mi­nando all’indietro e con la coda eretta.

Il nuovo adepto, sem­pre per primo, lo bacia sulle parti poste­riori, poi fanno lo stesso il capo e tutti gli altri, ognuno osser­vando il pro­prio turno: ma solo quelli che lo hanno meri­tato (…). Ter­mi­nata que­sta ceri­mo­nia, si spen­gono le luci e i pre­senti si abban­do­nano alla lus­su­ria più sfre­nata, senza distin­zione di sesso. Se ci sono più uomini che donne, gli uomini sod­di­sfano tra loro gli appe­titi depra­vati, e le donne fanno lo stesso. Quando tutti que­sti orrori hanno fine, si accen­dono di nuovo le can­dele e tutti vanno al loro posto».

Con que­ste parole la Vox In Rama, decre­tale ema­nata da papa Gre­go­rio IX nel 1233, descri­veva le ille­cite ceri­mo­nie alle quali si sareb­bero dati alcuni ere­tici. L’occasione non è del tutto chiara; il testo era indi­riz­zato all’arcivescovo di Magonza, al vescovo di Hil­de­sheim e a Cor­rado di Mar­burgo, un inqui­si­tore che aveva il com­pito di dar la cac­cia agli ere­tici nell’episcopato di Magonza. Si pensa che le infor­ma­zioni incluse nella bolla, for­nite al pon­te­fice da Cor­rado di Mar­burgo, si rife­ri­scano agli ere­tici della valle del Reno. Le accuse riguar­da­vano il conte Enrico II di Sayn, il quale si era appel­lato a un con­ci­lio di vescovi della regione, venendo assolto.

Denunce di pra­ti­che simili erano già pre­senti in tempi molto pre­ce­denti; i cri­stiani erano stati accu­sati, nel mondo antico, di ceri­mo­nie e rituali omi­cidi e orgia­stici, come testi­mo­nia Ter­tul­liano nell’Apologeticum scritto appunto in difesa dei suoi cor­re­li­gio­nari. Soprat­tutto, si tratta di ste­reo­tipi desti­nati a grande for­tuna nel con­te­sto della stre­go­ne­ria e del sabba. In par­ti­co­lare, la pra­tica dell’osculum infame, il bacio sull’ano in segno di sot­to­mis­sione al dia­volo, che com­pare anche nel pro­cesso con­tro i Tem­plari.



A trac­ciarne la sto­ria arriva il breve volume di Pan­ta­lea Maz­zi­tello, Il bacio spu­do­rato. Sto­ria dell’osculum infame (Medusa, pp. 170, euro 19), che si volge a inda­gare il tema, oltre che nel con­te­sto ere­ti­cale e stre­go­nico, anche in quello paro­di­stico che viene svi­lup­pato nelle fonti letterarie.

Il «bacio spu­do­rato» è l’inversione della gestua­lità e della ritua­lità litur­gi­che e caval­le­re­sche, ossia dei con­te­sti cul­tu­rali che più con­ta­vano nell’età di rife­ri­mento; il capo­vol­gi­mento, dun­que, con­duce verso il mondo delle rap­pre­sen­ta­zioni tea­trali, ludi­che, car­na­scia­le­sche. Senza dimen­ti­care, però, il forte rap­porto che tali ambiti hanno con il tema del masche­ra­mento, dell’aldilà.

Se ne esce con la forte sen­sa­zione che, ancora una volta, soprat­tutto nell’età medie­vale (ma anche molto oltre, tenendo pre­sente quel con­cetto di «lungo medioevo» tanto caro al com­pianto Jac­ques Le Goff), il lin­guag­gio dei sim­boli è fon­da­men­tale anche per com­pren­dere le dina­mi­che sociali. È quanto ci dice, in un con­te­sto ben più solare, Fer­nando Rigon Forte nel suo Un Bestia­rio per l’Eden. Lo zoo di Adamo (Skira, pp. 112, euro 14).



Adamo il primo uomo è al cen­tro del creato per­ché il dono del lin­guag­gio gli con­sente di nomi­nare le cose e, attra­verso il lin­guag­gio, di dar loro un senso: e tale senso è emi­nen­te­mente sim­bo­lico, per­ché tutto nel creato rin­via a qualcos’altro. L’universo degli ani­mali, in par­ti­co­lare, così come veniva raf­fi­gu­rato nel medioevo all’interno di quei testi detti «Bestiari», par­lava per alle­go­rie di vizi e virtù, di amore, di pas­sioni, di com­por­ta­menti sim­bo­li­ca­mente pre­gnanti. E que­sto non per­ché la cul­tura medie­vale fosse priva di un senso pra­tico o della capa­cità di osser­vare empi­ri­ca­mente la realtà; solo che la realtà empi­rica aveva un grado di impor­tanza e, in un certo senso, di veri­di­cità infe­riore rispetto a quella simbolica.

Tut­ta­via, l’importanza dell’osservazione empi­rica diventa pres­sante a par­tire dai secoli XII-XIII, quelli del con­tatto con il mondo arabo, della cir­co­la­zione di merci, per­sone, idee. Per restare sem­pre nell’ambito del mondo ani­male, i trat­tati di mascal­cia e di fal­co­ne­ria si fanno più dif­fusi: non per niente si tratta di ani­mali nobili, che accom­pa­gnano i cava­lieri nell’attività pre­di­letta della cac­cia. Se il De arte venandi cum avi­bus è il trat­tato di fal­co­ne­ria più noto, visto che si deve all’imperatore Fede­rico II, un recente volume di Errico Cuozzo, Medi­ter­ra­neo medie­vale. La fal­co­ne­ria, Rug­gero II, il regno nor­manno di Sici­lia (Uni­ver­sità degli Studi Suor Orsola Benin­casa, pp. 350), esplora la tra­di­zione appena pre­ce­dente, quella di età normanna.

Impresa non facile, come spiega nella pre­fa­zione Bau­douin Van den Abeele, ch’è uno dei mas­simi sto­rici dei Bestiari medie­vali: «La fal­co­ne­ria, in quanto feno­meno sto­rico, resta in gran parte da stu­diare. Il periodo della sua mas­sima fio­ri­tura, il Medio Evo cen­trale, ci ha lasciato una grande varietà di fonti, senza pure con­sen­tire una coper­tura sod­di­sfa­cente dello svi­luppo di que­sto modo di cac­cia.



Biso­gna met­tere insieme dati sparsi e spesso cari­chi di moti­va­zioni secon­da­rie. È la sfida che ha deciso di affron­tare Errico Cuozzo nella sua inda­gine sulla fal­co­ne­ria nella Sici­lia nor­manna. A priori, il sog­getto pare pro­met­tente, per un con­te­sto che ha visto emer­gere la figura di Fede­rico II, l’imperatore fal­co­niere par excel­lence, erede del regno nor­manno di Sici­lia. Biso­gna però costa­tare che i docu­menti d’archivio che for­ni­scono dati sulla fal­co­ne­ria all’epoca nor­manna sono pochi, e dun­que l’autore di que­sto libro ci pro­pone un per­corso ‘inven­tivo’, un’indagine cioè che uti­lizza una plu­ra­lità di fonti così da offrire una rico­stru­zione sto­rica à part entière».

In effetti, il volume è denso di dati tec­nici presi dalle fonti medie­vali e messi a con­fronto con le cono­scenze attuali in mate­ria; ma non man­cano ric­chis­simi appro­fon­di­menti di sto­ria cul­tura e sociale, accom­pa­gnati costan­te­mente da un cor­redo ico­no­gra­fico par­ti­co­lar­mente signi­fi­ca­tivo e impor­tante, vista la mate­ria trat­tata. Al ter­mine della let­tura, due evi­denze emer­gono da Medi­ter­ra­neo medie­vale.

La prima riguarda l’inutilità di con­trap­porre il medioevo sim­bo­lico a quello della pra­tica, tal­mente que­sti due livelli sono inter­con­nessi; e il tema della fal­co­ne­ria, così intriso di valori caval­le­re­schi, è adatto a dimo­strarlo. Al con­tempo, il titolo scelto evi­den­zia quanto la sto­ria medi­ter­ra­nea sia cen­trale in quest’epoca, al punto da coin­vol­gere così pro­fon­da­mente anche quei Nor­manni che giun­ge­vano da mari ben più nor­dici, ma che sep­pero farsi inter­preti straor­di­nari della koinè del Mare Nostrum.


Il Manifesto – 1 aprile 2015

Nepal: memoria e futuro sotto le macerie di Durbar Square?



Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Giuliano Arnaldi di TribaleGlobale a proposito dell'immane catastrofe nepalese. Tribaleglobale mantiene da anni una presenza culturale in Nepal.


Giuliano Arnaldi

Nepal: memoria e futuro sotto le macerie di Durbar Square?

Le notizie che arrivano dal Nepal sono devastanti sotto molti punti di vista. La tragedia più grande è l'immane perdita  di vite umane: i paese più poveri pagano sempre il prezzo più alto anche davanti alle catastrofi naturali, e forse ciò accade perché  i diversi capitalismi che condizionano l'intero pianeta non esportano valori ma schemi di vita dove il maggior profitto si deve ottenere con la minima spesa. Le città crescono senza controlli,  sono costruite senza alcun ritegno, con materiali scadenti e senza alcuna attenzione a ciò che accadrà dopo che il costruttore avrà incassato il suo danaro.

Purtroppo la natura si sta accanendo contro popoli che  nonostante la  loro povertà sono custodi del bene preziosissimo di un sistema di valori millenario,  ma vivo e vivificato nei fatti quotidiani come nei riti e nei luoghi che ad essi sono destinati.

Quei luoghi, e specialmente il Nepal , sono una riserva di energia vitale per l'intera umanità, per ciascuno di noi: quando racconto ai ragazzi del mio paese cosa c'è dietro ad un semplice oggetto usato per cagliare il burro o quando faccio suonare una campana tibetana vedo accendersi curiosità e attenzione, come se quegli oggetti lontani fossero in grado di risvegliare sentimenti sepolti anche nel profondo nei nostri cuori...ma la  riserva non è inesauribile.

Ecco il pericolo: che sotto i templi di Durbar Square resti una cultura, un  modo di vivere la vita che fino alle 11.56 del 25 aprile era ben vivo nella grande parte del popolo Nepalese, e  testimoniato nei suoi riti. Ho avuto la fortuna di rendermene conto, come tutti coloro che hanno visitato quei luoghi.
Un evento così traumatico può cambiare radicalmente il rapporto tra le generazioni , ovvero il sistema attraverso il quale si tramanda la tradizione.

Può comprensibilmente far venire la voglia di cercare scorciatoie: Il Nepal ha visto tante catastrofi nel suo lunghissimo tempo, ma mai c'è stato alle porte qualcuno pronto ad offrire un aiuto così rapido, efficiente e avvelenato dal prevalere assoluto del profitto. Forse a questo giro non saremo noi occidentali, saranno altri capitalismi...sarà l'India, il Pakistan o più probabilmente la Cina che non a caso era presente con imponenti strutture di soccorso già poche ore dopo la tragedia.

Non credo che i Cinesi saranno disponibili a rispettare una visone del mondo così antitetica rispetto alla loro e a favorirne il mantenimento. La  fortuna del Nepal è stata fino ad oggi la sua neutralità oggettiva, il fatto di non essere appetito come il Tibet, di essere popolato da genti affidabili e dedite al lavoro, di avere un management economico, commerciale  e finanziario giovane ma serio : c'erano in qualche modo le potenzialità per diventare "zona franca" ,  la Svizzera di quella parte del mondo.


Come reggerà l'urto della fame di business (perché purtroppo c'è business anche dentro una tragedia) dei suoi ingombranti vicini? Che fare? In modo istituzionale niente: siamo probabilmente fuori da quegli scenari. In modo personale tanto: mantenere viva l'attenzione, diffondere la conoscenza di quelle culture, condividere piccoli progetti di  piccole realtà e sostenerle: chi ha amici in Nepal li cerchi, si faccia spiegare , cerchi di capire cosa si può fare di concreto oltre il buonismo nel business della solidarietà. A partire da un minuto dopo il terremoto,  dalle 11.57 del 25 aprile. In fondo quella data per noi qualcosa vuol dire.


lunedì 27 aprile 2015

Da vedere: Mia madre di Nanni Moretti



Un film di una bellezza semplice e totale, capace di ricostruire alla perfezione situazioni e stati d'animo che tutti almeno una volta abbiamo purtroppo attraversato. Con una splendida Margherita Buy, una piccola grande donna, consapevole della sua fragilità, ma non debole. Se ne esce conquistati. Da vedere.

Natalia Aspesi

Tra lacrime e sorrisi Moretti racconta il dolore più intimo


Nanni Moretti si è innamorato di una nuova parola per raccontarsi: inadeguatezza. E in questo modo riesce a far sentire i suoi cineappassionati più inadeguati di lui, inadeguati cioè a cogliere tutta la meraviglia del suo nuovo film, dal titolo già pericolosamente intimo, Mia madre; affidando il suo alter ego alla nostra attrice più brava a esprimere inadeguatezza, Margherita Buy, forse perché lei così si sente davvero, malgrado, a 52 anni, sia al suo 48° film e sia ormai molto brava.

Dal 2011, dal memorabile Habemus Papam, si aspettava con docile ansia un nuovo Moretti, marchio sicuro del raro buon cinema italiano, e finalmente ce lo ha concesso: non un'autobiografia, non un caro diario, non una confessione, ma certamente una storia autoreferenziale, negli eventi e nei sentimenti.

Non ha mai pensato di essere lui se stesso, perché da subito voleva essere rappresentato da una donna, che certamente poteva essere un regista meno musone e complicato di lui, e lui poteva dirigerla contando sulla sua devozione verso il Maestro dimostrata in due altri film fatti con lui.

Dunque la regista Margherita sta girando un film ancora senza titolo, su una fabbrica occupata in cui arriva il nuovo padrone italoamericano, una storia impegnata del genere che anche se non ti viene benissimo magari sarà invitata a Cannes perché là ti adorano; anche se il film della Buy nel film di Moretti, lui non lo dirigerebbe mai.



La vita di Margherita, come tante di oggi, è spezzettata, confusa, difficile, senza momenti di sosta e di felicità: la figlia adolescente (la graziosissima tredicenne Beatrice Mancini) vive col padre, Margherita lascia per stanchezza il nuovo compagno attore nel suo film (Enrico Ianniello), la mamma (Giulia Lazzarini) è in ospedale molto malata e si avvia verso la confusione e la morte, Giovanni (Nanni Moretti), il fratello ingegnere cui Margherita è molto legata, si licenzia per poter assistere la madre. Una vita così piena e senza sosta come quella della regista (o di Nanni) crea quel tipo di solitudine e inquietudine contemporanea che non consente mai di essere davvero soli, oppressi in un vuoto troppo abitato che il film sa raccontare con magia.

Moretti nella vita, ha un figlio quasi ventenne, Pietro. Per fascino e non si sa se per inadeguatezza, ha avuto più di una compagna, tutti i suoi film sono un evento internazionale. Nel 2010, in fase di montaggio di Habemus Papam, cioè in pieno lavoro, ha perso la sua amata mamma, Agata Apicella, insegnante di lettere al liceo, e anni prima il padre Luigi, docente universitario di epigrafia greca, il fratello Franco è docente di letteratura comparata.

Quindi Nanni è cresciuto in una casa piena di libri, e l'idea era di girare il film in quelle stanze, però la scenografa non era contenta: l'appartamento è stato ricostruito in studio, ma Nanni ha voluto che fossero i veri volumi di famiglia a riempire gli scaffali di scena, affinché la regista Margherita, cioè il regista Moretti, potesse accarezzarli con amore e rimpianto.

Momenti come questi, d'inevitabile commozione, sono tanti, difficilmente ormai si provano al cinema. Ma Moretti è di quei registi e di quegli uomini che non vogliono costringere la gente alle furtive lacrime con facili mezzi ricattatori.

E quindi il legame dolente tra la donna ammalata e i due figli, prima in ospedale poi a casa, si accende della bravura degli attori: la madre Ada (Lazzarini, grande attrice di teatro), sa contenere la sofferenza e la paura, per aiutare i figli ad accettare la sua fine; il figlio Giovanni, cui Nanni Moretti dà una fragilità molto maschile che gli rende insopportabile il peso contemporaneo del dolore e della professione.



È lei, la figlia Margherita, dai gesti soccorrevoli e impacciati sul corpo affranto della donna ammalata, ad avere la forza per vivere tutto, schiacciata dal pensiero del film da girare quando è al capezzale della madre, e dalla preoccupazione per la madre quando si ritrova in mezzo alla confusione, alla ripetitività, alla piccola folla con cui all'interno di una vera fabbrica deve finire il suo film.

Sono i momenti in cui come in tutti i suoi film, Moretti riesce a far ridere: il padrone italoamericano è John Turturro, che si esprime in pessimo italiano e in inglese quando si arrabbia: dice di aver lavorato con Kubrick ma poi dimentica le battute, obbliga a decine di ciak, è insomma un disastro che potrebbe rovinare il serissimo film. Bravo a fare il cialtrone, dice Moretti, che già ha voluto come papa il grande francese Michel Piccoli.

Era questo il momento di fare un film come Mia madre così personale e intimo? Oppure come goffamente cerca di spiegare la regista alla conferenza stampa in fabbrica, senza crederci, è il suo film a essere "in linea con quello che sente il Paese? ". O il Paese non sente più niente e vuole stordirsi in tv con le meraviglie fantasy tipo Il trono di spade? Intanto un evento adatto a un film di Nanni Moretti è il Festival di Cannes, dove con ogni probabilità potrebbero essere invitati anche due altri ospiti italiani là molto amati: Sorrentino con La giovinezza e Garrone con Il racconto dei racconti.


La Repubblica – 14 aprile 2015


Sul populismo. La metafisica del popolo sovrano



Due analisi del fenomeno populista. Dall’«Uomo Qualunque» alla teatralità del «Movimento 5 stelle». Il populismo italiano nel saggio di Marco Tarchi per Il Mulino. E in Francia l’uscita dall’euro, un welfare state solo per i francesi, la difesa della nazione e la battaglia contro i migranti in uno studio di Nicola Genga.

Francesco Marchianò

La metafisica del popolo sovrano

Il suc­cesso che molti par­titi di pro­te­sta hanno otte­nuto nelle ele­zioni euro­pee dello scorso mag­gio ha riac­ceso i riflet­tori sul popu­li­smo, un feno­meno in realtà pre­sente da molti anni nel con­ti­nente euro­peo che appare tut­ta­via sem­pre più con­so­li­darsi nelle demo­cra­zie avanzate.

Il ter­mine popu­li­smo, si sa, non gode di ottima fama, sia per­ché è uti­liz­zato spesso in ter­mini pole­mici e non descrit­tivi, e sia per­ché molto varia è stata la con­cet­tua­liz­za­zione che ne hanno dato gli spe­cia­li­sti i quali hanno con­tri­buito alla for­tuna della dia­gnosi che nel 1967, durante il primo ten­ta­tivo fatto per defi­nire il popu­li­smo, fece Isa­iah Ber­lin.

Secondo il filo­sofo libe­rale, il popu­li­smo sof­friva del «com­plesso di Cene­ren­tola»: esi­steva, cioè, una scarpa, ossia la defi­ni­zione del popu­li­smo, ma non un piede al quale cal­zasse a pen­nello. Per que­sta ragione, il ricer­ca­tore, con­ti­nuava a vagare come un prin­cipe azzurro in cerca della sua amata. Da allora i con­tri­buti si sono mol­ti­pli­cati così come il numero di coloro che hanno enfa­tiz­zato i con­torni troppo incerti del popu­li­smo.

Di diverso orien­ta­mento è Marco Tar­chi, ordi­na­rio di Scienza poli­tica all’università di Firenze, rite­nuto per molti anni il teo­rico per eccel­lenza della «nuova destra» che da anni spiega come sia pos­si­bile per le scienze sociale libe­rarsi di que­sto com­plesso. L’ultimo sforzo com­piuto in que­sta dire­zione è dato dalla pub­bli­ca­zione deL’Italia popu­li­sta. Dal Qua­lun­qui­smo a Beppe Grillo (Il Mulino, 2015, pp. 394, Euro 20), una ver­sione ampliata e pra­ti­ca­mente riscritta di un testo che apparve per la prima volta nel 2003.



Un pro­blema di mentalità

L’autore parte dal pre­sup­po­sto che esi­stano ormai tutti gli ele­menti per giun­gere a una defi­ni­zione gene­rale del popu­li­smo cui per­viene rifiu­tando di sta­bi­lire se esso sia un’ideologia o sem­pli­ce­mente uno stile poli­tico. Per il poli­to­logo, la for­mula migliore da uti­liz­zare è quella di «men­ta­lità carat­te­ri­stica», un’espressione intro­dotta da Theo­dor Gei­ger e meglio ado­pe­rata da Juan Linz che la distin­gue pro­prio dall’ideologia per il suo forte carat­tere emo­tivo più che razio­nale, per essere informe, flut­tuante, gene­rica, per coin­ci­dere più con un atteg­gia­mento intel­let­tuale che non con un con­te­nuto.

Il popu­li­smo, per­ciò, è per Tar­chi una men­ta­lità che vede il popolo come un insieme orga­nico, unito da un’etica innata, non diviso da con­flitti di alcun tipo al suo interno, al quale vi si con­trap­pongo i suoi nemici che sono i poli­tici di pro­fes­sione, i tec­no­crati, le élite eco­no­mi­che e quelle intel­let­tuali che tra­di­scono quo­ti­dia­na­mente la volontà popolare.

Que­sta men­ta­lità si con­cre­tizza con l’utilizzo di un appello diretto al popolo, a opera spesso di lea­der dotati di forte per­so­na­lità, con una visione anti-establishment e con un’insofferenza verso i mec­ca­ni­smi di media­zione e di rap­pre­sen­tanza, giu­di­cati come osta­coli alla vera sovra­nità popo­lare. Il popu­li­smo con­di­vide, inol­tre, molti ele­menti tipici dell’estrema destra dalla quale, tut­ta­via, l’autore sug­ge­ri­sce di distin­guerlo per com­pren­dere meglio entrambi i feno­meni.

La rico­gni­zione sull’Italia comin­cia con un caso para­dig­ma­tico: il «Fronte dell’Uomo qua­lun­que». Il movi­mento di Gian­nini, nell’immediato dopo­guerra rac­co­glie le ansie di quell’Italia non anti­fa­sci­sta, con­fusa dal cam­bio di regime, timo­rosa di per­dere i pic­coli pri­vi­legi che aveva man­te­nuto nel corso del ven­ten­nio e per­ciò cri­tica nei con­fronti dei par­titi poli­tici, del par­la­mento, della Repub­blica. Per alcuni anni, al grido di «abbasso tutti!», l’«Uomo qua­lun­que» riscuo­terà un certo suc­cesso fino a quando, chiusi i rubi­netti della Con­fin­du­stria, che ne aveva finan­ziato l’epopea, scom­pa­rirà dalla scena politica.

Quel che non scom­pare, secondo Tar­chi, è invece il poten­ziale popu­li­sta che resta a covare come brace sotto la cenere. La forte ideo­lo­giz­za­zione dello scon­tro poli­tico, la Guerra fredda, la grande azione dei par­titi di massa, con­ten­gono le esplo­sioni del popu­li­smo che si mani­fe­sta solo con spo­ra­di­che ecce­zioni come nel caso di Achille Lauro a Napoli.



Il gia­co­bi­ni­smo giudiziario

Quando, però, il sistema poli­tico comin­cia a scric­chio­lare, ecco che il popu­li­smo ricom­pare, prima con l’attacco alla par­ti­to­cra­zia lan­ciato da Marco Pan­nella e dai radi­cali e poi, nel 1992, con Tan­gen­to­poli quando crolla la repub­blica dei par­titi. È in que­sta fase, infatti, che le decli­na­zioni del popu­li­smo diven­tano pre­va­lenti inne­stan­dosi su una nar­ra­zione nella quale alla poli­tica cor­rotta, diso­ne­sta e inef­fi­ca­cie, viene con­trap­po­sta la società civile one­sta, ope­rosa, pro­dut­tiva, eti­ca­mente giu­sta, che al par­lare oppone il fare.

È un discorso che diventa domi­nante, gra­zie ai prin­ci­pali organi di infor­ma­zione che la sosten­gono e non prima che l’allora pre­si­dente della Repub­blica Fran­ce­sco Cos­siga e il demo­cri­stiano Mario Segni (aiu­tato in maniera deter­mi­nante dal Pds di Achille Occhetto) abbiano inde­bo­lito la strut­tura del sistema dei par­titi a colpi di pic­cone e referendum.

A sini­stra e al cen­tro sono così emersi movi­menti e forze che, sotto le inse­gne della società civile, hanno impo­sto il diret­ti­smo, il «gen­ti­smo» e il gia­co­bi­ni­smo giu­di­zia­rio. Si pensi alla Rete di Orlando, al movi­mento for­ma­tosi attorno alla rivi­sta Micro­mega e, ancor più, a quello di Anto­nio Di Pie­tro.

A destra ha trion­fato, invece, Sil­vio Ber­lu­sconi che ha rea­liz­zato una lea­der­ship popu­li­sta ma, secondo Tar­chi, non ha fatto di Forza Ita­lia un vero par­tito popu­li­sta in senso stretto. Soprat­tutto, a destra, si è impo­sta la Lega Nord, che per lo stu­dioso è la seconda vera espres­sione di massa del popu­li­smo in Ita­lia. Nata sulla pro­te­sta anti­fi­scale, anti­cen­tra­li­stica e anti­me­ri­dio­nale, la Lega, più che un par­tito etno­re­gio­na­li­sta, rien­tra nella fami­glia dei par­titi popu­li­sti, come dimo­stre­reb­bero la reto­rica anti­eu­ro­pea, la xeno­fo­bia e la lea­der­ship tri­bu­ni­zia prima di Bossi e ora di Salvini.

La «terza ondata» del popu­li­smo, quella degli ultimi anni, acuita dalla crisi eco­no­mica, ha san­cito in Ita­lia il suc­cesso di Beppe Grillo e del M5s che Tar­chi giu­dica come «popu­li­smo allo stato puro». Col suo essere posti­deo­lo­gico (né di destra né di sini­stra), con la sua sfi­du­cia nella rap­pre­sen­tanza (ognuno vale uno), con la sua visione dico­to­mica che vede da una parte il popolo e dall’altra i suoi nemici (l’Europa, le ban­che, i poli­tici, i tec­no­crati, gli intel­let­tuali, gli immi­grati), con un lea­der che sa aiz­zare le piazze gra­zie a dosi di tea­tra­lità e vol­ga­rità, il M5s rap­pre­senta una delle più riu­scite espres­sioni del popu­li­smo in Italia.


Se que­sta è la situa­zione del nostro Paese, va detto che non siamo soli. In molte parti d’Europa, infatti, sono emersi attori poli­tici della fami­glia popu­li­sta. Uno dei casi più esem­plari e dura­turi è senza dub­bio quello del Front Natio­nal dei Le Pen — che ambi­sce, gra­zie ai buoni risul­tati elet­to­rali, a diven­tare il primo par­tito in Fran­cia — alla cui evo­lu­zione è dedi­cato il volume Il Front Natio­nal. Da Jean-Marie a Marine Le Pen (Rub­bet­tino, pp. 202, Euro 18), ultimo lavoro di un gio­vane stu­dioso, Nicola Genga.

L’autore affronta l’argomento cer­cando di veri­fi­care alcune inter­pre­ta­zioni pre­va­lenti, spesso date per scon­tate, a comin­ciare dal pre­sunto cari­sma del lea­der Jean Marie che secondo Genga è stato un ele­mento con­se­guente al suc­cesso, non tanto una sua causa; non fosse altro che nei suoi primi anni di vita il Front rac­co­glie risul­tati irri­sori, infe­riori all’1%, e solo nel 1984 ottiene il primo suc­cesso a sor­presa dovuto, in gran parte, alla forte espo­si­zione media­tica che rice­vono in quella cir­co­stanza il par­tito e il suo leader.

Lungi dal con­si­de­rare il Front come un par­tito «solo» popu­li­sta, Genga ne inqua­dra la sua cul­tura poli­tica all’interno della destra fran­cese met­tendo in luce i forti legami che esi­stono tra i due, deter­mi­nanti soprat­tutto nella fase di incu­ba­zione. Tra gli anni Ottanta e Novanta, poi, quando il Front comin­cia a cre­scere, l’autore nota un inten­si­fi­carsi di rap­porti e, soprat­tutto, di scambi di per­so­nale poli­tico con la destra gol­li­sta.

Ciò lo induce a pre­fe­rire l’utilizzo dell’espressione «destra radi­cale», sia per distin­guere il Front dall’isolazionismo, tipico delle destre estreme, e sia per distin­guerlo dalle destre liberal-conservatrici e repub­bli­cane. Una destra radi­cale a con­no­ta­zione «nazional-populista», insomma, secondo la for­mula di un altro stu­dioso che si è a lungo cimen­tato con l’argomento, Pierre-André Taguieff. Non va dimen­ti­cato, infatti, che Jean Marie Le Pen venne eletto per la prima volta nelle liste del par­tito pou­ja­di­sta che Tar­chi con­si­dera come il pro­to­tipo del popu­li­smo europeo.



Il suc­cesso di Marine Le Pen

Il legame pro­fondo che il Front ha con la destra fran­cese emerge anche in nega­tivo. Ana­liz­zando la para­bola di Sar­kozy, Genga sot­to­li­nea l’inversa pro­por­zio­na­lità tra que­ste due destre spie­gando che parte del suc­cesso che l’ex pre­si­dente riscosse nel 2007 fu dovuto alla sua capa­cità di rap­pre­sen­tare valori e parole d’ordine della destra lepe­ni­sta in chiave più rispet­ta­bile, riu­scendo così a sot­trarre con­sensi al Front.

Il volume si chiude con un focus sulle novità intro­dotte da quando alla guida è pas­sata la figlia di Le Pen, Marine. Il nuovo Front ha ten­tato, per ora con suc­cesso, un’operazione di cosmesi nella quale ha moder­niz­zato la pro­pria comu­ni­ca­zione, rea­liz­zato il resty­ling del sim­bolo, espunto dal pro­prio les­sico rife­ri­menti troppo estre­mi­sti, come i diversi sci­vo­la­menti nel nega­zio­ni­smo.

Quelle che non sono cam­biate, da Jean-Marie a Marine, sono però le pro­po­ste poli­ti­che: sicu­rezza con­tro gli immi­grati, la pre­fe­renza nazio­nale, o meglio un Wel­fare state che fun­zioni solo per i cit­ta­dini fran­cesi, l’attacco alle isti­tu­zioni euro­pee e alla finanza senza che però sia mai messo in dub­bio il sistema capi­ta­li­stico. Non si dimen­ti­chi che il Front è stato per anni un fer­vente soste­ni­tore del libe­ri­smo economico.

Con que­sta for­mula poli­tica Marine è arri­vata al suc­cesso del mag­gio scorso nelle ele­zioni euro­pee, ma il merito è solo in parte suo visto che, cer­ta­mente, vi ha con­tri­buto l’inefficacia della pre­si­denza Hol­lande di far fronte a fat­tori esterni come la crisi eco­no­mica e le poli­ti­che eco­no­mi­che rigo­ri­ste. Fat­tori che inci­dono ancora in molti Paesi euro­pei e che indu­cono a rite­nere che la sto­ria dei popu­li­smi sia ancora lunga.


Il Manifesto – 1 aprile 2015