TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 29 maggio 2015

La saga medioevale d’Islanda dove le donne erano il cuore dei clan



Pubblicata l'opera più significativa della tradizione popolare islandese. Storie di guerre e avventure per mare in cui spicca il ruolo centrale delle donne nella vita dei clan.

Cinzia Fiori

La saga medioevale d’Islanda dove le donne erano il cuore dei clan


«Sono stata la più crudele con chi ho più amato» dice Gudrún, personaggio chiave della Laxdaela saga , verso la fine del testo. La frase, tra le più celebri della letteratura nordica, è tuttora proverbiale in Islanda, dove la storia fu raccolta dalla tradizione orale e rielaborata artisticamente intorno alla metà del XIII secolo. La suggestione di un mondo arcaico e «altro», assieme al tragico triangolo amoroso tra Gúdrun e due uomini che si erano sempre considerati fratelli, accese la fantasia vittoriana, tanto che The lovers of Gudrún , il riadattamento in versi di William Morris (1903), fu un testo molto letto per i suoi risvolti romantici.

Eppure, come tutte le saghe dette «degli islandesi», la Laxdaela (pubblicata da Iperborea, pagine 320, e 17 ) è un racconto realistico; e, per quanto ricca di temi universali, non l’amore ma l’etica è centrale nella narrazione. Il testo, scritto in prosa, narra le gesta di cinque generazioni, dall’insediamento dei primi coloni in Islanda (fine IX secolo), che fuggivano dalle vessazioni feudali del re di Norvegia, fino al completamento della cristianizzazione imposta all’isola dalla fine dell’XI.



La centralità dell’etica spiega una delle singolarità della saga: il ruolo prominente che vi svolgono le donne. Un clima di parità in pieno Medioevo. La prima protagonista che incontriamo è una pioniera. Avvolta nella leggenda, Unnr la Sagace arma la nave verso l’isola, guida la schiera dei parenti, reclama terre vergini, organizza matrimoni, regala appezzamenti, tesse relazioni. Fonda, insomma, un vasto clan, in un Paese che resterà organizzato come un’oligarchia agraria fino dopo la guerra civile e la sottomissione ad Haakon IV di Norvegia nel 1262. È probabilmente il cambiamento politico sociale a suggerire una saga che glorifichi il clan e risulti esemplare, perché le lotte interne, prima, e la perdita dell’indipendenza, poi, non comportino anche una perdita di identità.

In un simile quadro, fondamentale è il ruolo delle donne, perché in Islanda erano le custodi riconosciute dell’onore del clan e del prestigio familiare. La Laxdaela , che narra le gesta di una trascorsa età dell’oro, le mitizza assieme alle sue protagoniste, riconoscendole come interpreti della tradizione. Inoltre, Alessandro Zironi, autore della postfazione, ricorda il frequente uso nordeuropeo di legittimare il potere riallacciandosi a una genealogia femminile. Lo stesso Haakon IV di Norvegia si provvide di natali suggestivi facendoli risalire alla figlia di Brunilde e Sigfrido.

La magnanimità, manifestata anche con doni preziosi e sfarzo nei banchetti, assieme all’agire corretto e onorevole, informa i capisaldi morali delle origini. Ma, col succedersi delle discendenze, qualcosa cambia. Alla quarta generazione, nelle mani della figlia e della moglie di un autorevole esponente del clan compare una celebre spada, accompagnata da una maledizione. Finché il marito, Ólárf, partorito da una schiava di regali origini irlandesi, resterà in vita, una magnanima saggezza eviterà il peggio. Poi, la sanguinosa faida divampa, alimentata sui due fronti dalla vedova e dalla giovane Gúdrun. La difesa dell’onore familiare diventa un paravento per la vendetta, che non si arresterà finché Kjartan e Bolli, rispettivamente figlio e nipote di Ólárf, rimarranno in vita.



Agli uomini tocca l’azione, spesso per eseguire volontà femminili, ma non soltanto: sono capi clan, illustri tenutari, membri dell’Assemblea in un Paese che la narrazione lascia immaginare punteggiato di fattorie. E da lì partono per altre terre. All’estero si spingono per procurarsi legname da costruzione o per commerciare, ma anche per acquisire onore presso le corti. Intanto, il cristianesimo, dapprima disdegnato come una religione debole, si diffonde nell’isola, ma la saga è ancora segnata dal fato. Vi hanno campo sogni premonitori e maledizioni che vanno a segno.

Diversi critici nordici hanno visto il passaggio di religione simbolizzato nelle figure di Gúdrun, emblema della cultura islandese, e di Kjartan, personificazione di quella cristiana. Di fatto, Gúdrun sarà la prima suora anacoreta del Paese, mentre il suo raffinatissimo figlio, Bolli Bollanson, rientrerà da Bisanzio coperto fama e abiti bellissimi. Il filologo Alessandro Zironi vi riconosce l’influenza dei poemi cavallereschi. Mentre la curatrice e traduttrice dall’islandese antico, Silvia Cosimini, avverte lettori di non aver fatto sconti sulle genealogie. A Iperborea va il merito di aver pubblicato l’opera vivida di un Medioevo ancora poco conosciuto nel sud Europa.


Il Corriere della sera – 29 maggio 2015


giovedì 28 maggio 2015

Pompei e l'arte europea 1748-1943

Picasso, Deux femmes

















Viaggio tra i capolavori ispirati dal fascino degli scavi.

Flavio Bufi

Pompei. Da Picasso a Le Corbusier La modernità di un mito



C’è un modo per raccontare Pompei attraverso gli storici e gli archeologi che narrano o riportano alla luce la città che fu, e c’è un modo per raccontarla attraverso i cronisti che di quella città che fu raccontano le vicissitudini odierne. Non c’era mai stato finora, e oggi c’è, un modo tanto autorevole quanto scientifico e meticoloso per rappresentare Pompei attraverso il racconto che ne hanno fatto nei secoli i grandi artisti. Pittori, scultori, ma anche musicisti, fotografi, urbanisti.

La mostra Pompei e l’Europa. 1748-1943 (da oggi al 2 novembre al Museo Archeologico di Napoli e all’Anfiteatro di Pompei, organizzata da Electa e con il patrocinio di Expo Milano 2015) offre al visitatore l’opportunità forse irripetibile di lasciarsi affascinare dal fascino che la città del scavi esercitò nel corso dei secoli sui più grandi artisti che la visitarono: Ingres, Picasso, Le Corbusier, Moreau, de Chirico e tantissimi altri ancora.

Una chiave di racconto inedita che ha richiesto innanzitutto uno sforzo organizzativo enorme. Il soprintendente Massimo Osanna e i curatori Luigi Gallo e Maria Teresa Caracciolo sono riusciti a portare all’Archeologico circa duecento tra reperti e opere provenienti in gran parte dagli allestimenti dei più prestigiosi musei d’Europa, dal Musée d’Orsay di Parigi al British Museum di Londra, ma l’elenco sarebbe lunghissimo.

Grazie anche agli allestimenti dell’architetto Francesco Venezia, il grande salone della Meridiana diventa un percorso attraverso continui dialoghi tra antico e moderno, tra reperti emersi dagli scavi (grande lo spazio riservato alle opere di recupero eseguite verso la metà dell’Ottocento sotto la direzione del soprintendente Giuseppe Fiorelli, cui va la paternità del metodo per ottenere i calchi dei corpi delle vittime dell’eruzione), e opere pittoriche che quei reperti riproducono.


E ancora: ecco la città come era ridotta dopo la grande eruzione del 79 d.c., le sue case, i suoi edifici di culto, e come sarebbe potuta essere nei progetti, o anche solo negli schizzi, di autorevoli architetti come gli allievi dell’École des beaux-arts di Parigi. Ecco gli edifici del Foro, il Tempio di Apollo, il Quartiere dei Teatri tornare al loro ipotetico aspetto originale.

È in questi concetti lo spirito della mostra: proporre, attraverso un percorso che è, nello stesso tempo, artistico e cronologico, una Pompei che vada oltre se stessa. Oltre gli scavi, oltre le emozionanti testimonianze della città sepolta e poi riemersa. È come se i curatori stavolta avessero voluto affidare ai grandi artisti degli ultimi tre secoli prima del nuovo millennio, il compito di raccontarci Pompei, di farcela vedere con i loro occhi, con le loro emozioni, con le loro suggestioni.

  Moulin, Une trouvaille à Pompéi























Sin dalla scultura in bronzo che apre la mostra, l’opera Une trouvaille à Pompéi del francese Ippolyte Moulin, raffigurante un giovane efebo, che mostra fiero la statuetta ritrovata durante un’operazione di scavo.

O ancora la Fanciulla nuda in un labrium pompeiano , di Paul Delaroche, una incompiuta da cui traspaiono tracce della tragedia familiare dell’artista (durante la realizzazione dell’opera perse la moglie) e che non solo per il labrium, ma anche per l’isola di Capri sullo sfondo, appare chiaramente ambientata a Pompei.

Delaroche, Fanciulla nuda in un labrium pompeiano



















Scandito da enormi tele raffiguranti momenti dell’eruzione, il percorso della mostra è ricco anche di oggetti ispirati all’immagine e alla cultura pompeiana. Come vasi, acquarelli su marmo. Oppure foto. Da quelle che raccontano della visita di Picasso agli Scavi, in compagnia di Jean Cocteau e Léonide Massine, a quelle scattate nel corso delle operazioni di scavo e pure entrate a far parte della mostra.

«Siamo riusciti a ottenere opere che non erano mai uscite dai musei dove erano esposte», racconta con orgoglio il curatore Luigi Gallo. E il soprintendente Osanna, a proposito dei calchi esposti all’Anfiteatro, dice: «Siamo riusciti a ridare dignità a questi che non sono oggetti ma resti di vite umane».


Il Corriere della sera – 27 maggio 2015


I primi strumenti da lavoro



Il primo esempio di tecnologia è africano e risale a 3,3 milioni di anni fa.

Gabriele Beccaria

Rozzo, ma efficace


Il 9 luglio 2011 i paleoantropologi Sonia Harmand e Jason Lewis sbagliarono a leggere le mappe e, quando fermarono il 4X4, si resero conto di non essere affatto nel punto previsto. Cercavano ossa fossili e, invece, cominciarono a distinguere strani pezzi di roccia. Non lo sapevano ancora, ma di lì a un’ora avrebbero raccolto quelli che si sono rivelati i manufatti più antichi di sempre. I progenitori di ciò che chiamiamo «tecnologia».

Ora con un articolo su «Nature» e una conferenza a San Francisco l’annuncio è ufficiale: gli oggetti venuti alla luce nel Nord del Kenya, nella desolata zona chiamata Lomekwi 3, risalgono a 3.3 milioni di anni fa. Un tempo remotissimo, anteriore perfino a quello che assistette al sorgere del genere Homo, 700 mila anni prima dei raschiatoi ritrovati in Etiopia e che finora - come venerate icone - detenevano il record.

La scoperta, frutto di un errore geografico e di una buona dose di fortuna, sta elettrizzando il mondo di chi indaga le origini della nostra specie e delle altre di ominidi che ci hanno preceduto. «Questi oggetti gettano luce su un periodo ancora sconosciuto del comportamento dei nostri progenitori e potranno rivelarci molti indizi sul loro sviluppo cognitivo, elementi impossibili da desumere sulla base dei soli reperti fossili - ha spiegato Sonia Harmand -. Abbiamo così smentito l’idea consolidata che sia stato l’Homo abilis il primo a fabbricare utensili».

Lomekwi 3
















Una concezione (e un preconcetto) di lunga durata, che ha preso forma negli Anni 30 del secolo scorso, quando Louis e Mary Leakey, esplorando la Tanzania, individuarono una serie di clamorosi reperti, poi identificati con ciò che chiamarono «Oldowan culture». Li associarono quindi a una nuova specie, l’abilis, appunto, e ne attribuirono il successo evolutivo alla capacità di scheggiare pietre per ricavarne asce e punte.

Una svolta, però, era arrivata all’inizio di quest’anno, quando una ricerca della Kent University ha stabilito che le mani dell’Australopithecus, circa 3 milioni di anni fa, possedevano una struttura anatomica (con le «trabecole») in grado di esercitare una presa simile a quella degli umani e quindi di rompere, modellare e rifinire. Ora, come una conferma indiretta, sono arrivati sulla scena gli stupefacenti strumenti «made in Kenya», che vantano caratteristiche proprie. Primitive sì, ma rivelatrici di una precisa intenzionalità. Di forma rozzamente triangolare, venivano probabilmente realizzati assestando colpi secchi, contro superfici piane.

Le analisi proseguono, anche se al momento non c’è traccia dei primordiali autori: ci vorrà un altro colpo di fortuna per scovarli?



La Stampa TuttoScienze – 27 maggio 2015


Sul Cammino di Santiago di Compostela



Giorgio Amico

Compostela

Siamo stati lontani dal blog per qualche giorno. Per un assaggio del cammino di Santiago. Solo qualche tappa, ma sufficiente per entrare nella magia profonda di un percorso millenario. Una esperienza valida per tutti, credenti e no, perché è sempre dentro di noi che dobbiamo cercare l'eco di Dio (per chi crede) o la nostra interiorità più celata con i suoi limiti e le sue potenzialità.



Il cammino, con i suoi incontri e la fatica, serve a questo. Esiste una meditazione che accompagna il ritmo dei passi sul sentiero. La fatica libera la mente, la ripulisce dai pensieri inutili. Concentrati sul camminare, anche il respiro prende un ritmo diverso. Tutto è mirato al risultato, il superfluo, l'inutile, il nocivo lasciano il posto all'essenziale.



Solo il ritmo dei passi ci accompagna. Gli affanni e le preoccupazione del quotidiano, lasciati alle spalle, non pesano più. Il Puente de la Reina nella sua allusiva perfezione simboleggia questo passaggio.



E' la spiritualità della strada (e dell'ascensione in montagna). 



Poche cose nello zaino, che pure procedendo diventa sempre più pesante, ci ricordano che per vivere basta poco e che è per sopravvivere che occorre avere tutto. Per questo la società consumistica è un mondo artefatto dove il morto afferra il vivo e non lo lascia. 



E poi i segni lasciati da chi ci ha preceduto. Piloni, cappelle, chiese, ospizi, cumuli di pietre, piccoli oggetti (scarponi, bastoni) lasciati da chi è già passato (l'anno scorso o mille anni fa). Senza distinzioni di dimensione o valore. Testimonianze di una fede (in Dio o nell'uomo, poco importa) che il cammino ha reso consapevole.



Perché andare a Compostela è un segno di speranza. E il cammino non delude mai.

























L'arrivo, invece si. Perché, una volta arrivati nella grande città dei pellegrini si ritrova tutto ciò che ci si era lasciati alle spalle: rumore, confusione, la fede diventata occasione di affari e di guadagno.



I grandi santuari sono da sempre luoghi di scandalo dove tutto è in vendita e le cose più sacre si trasformano in paccottiglia da bancarelle. Lo erano ai tempi di Cristo che a Gerusalemme impugnò la frusta e di Lutero che a Roma diventò un rivoluzionario. Lo restano oggi. E Santiago non fa eccezione.



Proprio a questo serve la fatica del cammino. A imparare a distinguere ciò che conta da ciò che non ha valore. E allora occorre un ultimo atto. Riprendere il cammino fino a Finisterre, dove il mondo finisce e il sole ogni sera muore nell'immensità del mare.



Rocce e mare e volo di gabbiani. Solo il rumore del vento e al calare delle ombre la luce rassicurante del vecchio faro. 



Ci viene di pensare che avevano ragione i maestri senza nome, costruttori di quelle cattedrali che come un manto bianco ricoprono il percorso, a disegnare pavimenti come scacchiere e volte come un cielo stellato. Abitavano secoli che qualcuno ancora chiama "bui", ma erano capaci di comprendere che, se la vita è contraddizione, il cosmo è armonia ed è questo a renderlo sacro. E' il linguaggio simbolico delle cattedrali che noi non comprendiamo più, ma di cui ancora portiamo dentro echi che (forse) il cammino ci aiuta a riscoprire.



Un timido uccellino viene a condividere i resti del nostro pasto.


Siamo soli davanti al mare.



Ora davvero siamo arrivati e la conchiglia raccolta sulla riva lo testimonia. segno di vita e di speranza. La porteremo al collo sulla via del ritorno.



In terra d'Oc da una collina tristi cavalieri catari ci guardano passare con gli occhi vuoti di chi ha visto come le religioni possano uccidere la bellezza e la gioia (il cuore di Dio) e diventare ferocia pura, smania di potere e di possesso. Torniamo indietro, verso la normalità. 


venerdì 15 maggio 2015

Il nostro destino nello sguardo della madre


Il padre rappresenta la Legge, la madre invece il diritto all’esistenza. Questa in sintesi la tesi dell'ultimo libro di Recalcati. In questa visione la figura della madre diventa fondamento, ma anche “fondo oscuro” dell'esistenza. Un libro molto lacaniano, da leggere e meditare.

Benedetta Tobagi

Il nostro destino nello sguardo della madre


Si apre con un insolito ricordo infantile, il nuovo saggio dello psicanalista Massimo Recalcati. Sul divano di casa, lui e la madre guardavano alla tv uno sceneggiato ispirato a un drammatico fatto di cronaca: a Torino, una donna aveva salvato il proprio bambino dal precipitare nel vuoto trattenendolo a mani nude, con sforzo spasmodico, per ore. A partire da quest’immagine, Le mani della madre affronta, dopo il padre e il figlio, l’ultimo pilastro della triade famigliare: perché la madre, o meglio, l’amore della madre, è innanzitutto il fondamento che evita alla vita di precipitare nel vuoto di senso.

L’orizzonte del saggio è strettamente psicanalitico, non sociologico. Contro ogni riduzione della maternità alla mera biologia, Recalcati sottolinea come essa, al pari del paterno, sia soprattutto una funzione simbolica (prospettiva che la svincola sia dalla semplice genitorialità biologica che dal sesso).
Se la funzione paterna veicola il senso umano della Legge, ovvero “una Legge nel desiderio” (nella prima parte Recalcati cita, invero fin troppo spesso, i propri libri precedenti), il tratto caratteristico della funzione materna è “la cura particolareggiata”, ossia l’amore per la vita incarnata nell’unicità irripetibile del figlio. «Il desiderio della madre trasmette il sentimento della vita»: attraverso le mani, il loro tocco amorevole, il loro sostegno forte, ma ancor più tramite lo sguardo.

Se «l’eredità materna riguarda il diritto del figlio all’esistenza», per converso, la vita del bambino non voluto o rifiutato dalla madre (anche, si badi bene, quando sia materialmente accudito di tutto punto) «è esposta traumaticamente all’incontro violento e prematuro con l’insensatezza dell’essere».

La madre è fondamento ma anche fondo oscuro dell’esistenza, come — ha notato acutamente la junghiana Enrichetta Buchli — ben sapeva il Goethe del Faust: «Un tripode infuocato ti dirà finalmente / che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. / Alla sua luce tu vedrai le Madri. […] Fa’ cuore, allora, ché è grande il pericolo», avverte Mefistofele.

L’autore di riferimento è, come di consueto, Jacques Lacan, il cui linguaggio ostico è “tradotto” da Recalcati in termini accessibili, ma il saggio offre anche una panoramica divulgativa di riflessioni intorno al materno da Freud alla koiné psicoanalitica degli ultimi anni, passando per figure chiave come André Green, autore di uno studio fondamentale sugli effetti devastanti della “madre morta” in senso affettivo, in quanto spenta e assente per il figlio: un “lutto bianco” quasi impossibile da elaborare.

“Avere” un bambino, si dice. Ma la funzione materna si sostanzia, piuttosto, nell’essere capace di lasciar andare il figlio, a tempo debito, nella rinuncia al possesso. Se ciò non accade, il corpo della madre «può diventare una presenza in eccesso, che abolisce ogni discontinuità, ogni differenza» e ridurre il figlio a oggetto al servizio esclusivo del proprio godimento.

    Louise Bourgeois, Maman

Una presenza angosciante, come i ragni mastodontici scolpiti da Louise Bourgeois sotto il titolo Maman. Quanti bambini sono stati solo feticci, oppure, come Vincent Van Gogh, sostituti di fratellini morti in precedenza, con esiti disastrosi per la loro psiche? La maternità porta con sé fantasmi d’onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva».

L’amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall’altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d’autostima.

A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all’archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all’Altro.



Senza quest’apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d’inadeguatezza) attraverso l’analisi.

Le storie cliniche non mentono, la maternità è un’esperienza totalizzante che libera, immancabilmente, i fantasmi della psiche, e, talvolta, con essi, angosce profonde: come accade a una paziente anoressica che si sente “invasa”. Se non c’è desiderio autentico, il feto può essere vissuto come un corpo alieno, il neonato come un persecutore spaventoso.

L’impatto con la creatura urlante così diversa ed eccedente rispetto al “bambino della notte” (come Silvia Vegetti Finzi definisce il figlio ideale immaginato nell’attesa) è uno choc. «Molti infanticidi — scrive Recalcati — hanno come presupposto un desiderio di maternità e una gravidanza non sufficientemente simbolizzati».

E sempre emerge, prepotente, il fantasma della madre della madre: recidere simbolicamente questo legame è la condizione per un accesso positivo alla maternità. Tragico paradosso, la separazione è tanto più difficile quanto più il bisogno d’amore della figlia è stato frustrato. Lacan parla del “cattivo infinito” del ravage (devastazione) da cui scaturisce una recriminazione — dunque un legame — senza fine.

Sempre più spesso, constata Recalcati, nello studio analitico entrano madri narcisiste che vivono (o evitano) la maternità come fosse un mero ostacolo, o figlie di queste ultime, devastate da mamme in perenne, subdola competizione — estetica, umana, professionale — con loro.

Eppure sempre e ancora esistono madri capaci di trasmettere un’eredità positiva. Come Selma, l’eroina di Dancer in the dark , commovente cammeo su cui il libro si chiude: una madre innamorata dei musical ma capace del sacrificio estremo, capace di offrire fondamento alla vita e insieme incarnare la Legge paterna temprata dall’amore, capace di donare al figlio ciò che non ha.


La Repubblica – 8 maggio 2015



Massimo Recalcati
Le mani della madre
Feltrinelli, 2015
euro 16








Da leggere: Vittoria. Una giovane neofascista alle prese con la vita



Mili­tante del Fronte della Gio­ventù, tra le ani­ma­trici dell’area fem­mi­nile dell’MSI e poi gior­na­li­sta del Secolo d’Italia, Annalisa Ter­ra­nova ricostruisce in un intenso romanzo la storia intima di una generazione di giovani che (da destra) credevano di fare la rivoluzione. Da leggere per capire meglio quei giovani (con cui ci scontrammo duramente) e quegli anni (che furono anche i nostri).

Guido Caldiron

Una giovane neofascista alle prese con la vita

Vit­to­ria è un’adolescente, poco più che una bam­bina in realtà, che si affac­cia alla vita nella seconda metà degli anni Set­tanta, men­tre tutto intorno a lei sem­bra pren­dere fuoco. La rivolta che cova nel suo corpo che si tra­sforma pian piano non rie­sce ad essere simile a quella che riem­pie le piazze di una sta­gione tumul­tuosa della sto­ria ita­liana: la gio­vane si sente diversa, lon­tana dai miti del tempo, ideal­mente sospesa tra un mondo che non potrà più tor­nare e alla dispe­rata ricerca di un modo nuovo di vivere quelle stesse idee «male­dette».

Per­ché lei, cre­sciuta in una fami­glia di mili­tanti mis­sini per cui la nostal­gia mus­so­li­niana è rito quo­ti­diano, è una pic­cola fasci­sta, sente di appar­te­nere ine­so­ra­bil­mente alla parte scon­fitta, pro­prio come quei sudi­sti di Via col vento con cui si è iden­ti­fi­cata fin da pic­cola e per i quali ha imma­gi­nato di scri­vere un sequel all’insegna della revan­che e del lieto fine.

Con Vit­to­ria (Giu­bi­lei Regnani, pp. 230, euro 16), Anna­lisa Ter­ra­nova costrui­sce una nar­ra­zione dal taglio indub­bia­mente auto­bio­gra­fico, ma che ha il respiro di un rac­conto gene­ra­zio­nale. Mili­tante del Fronte della Gio­ventù, tra le ani­ma­trici dell’area fem­mi­nile dell’Msi e quindi gior­na­li­sta del Secolo d’Italia, Ter­ra­nova si segnala da tempo come un’attenta cro­ni­sta delle evo­lu­zioni della destra nazio­nale, rac­con­tando sia la tra­sfor­ma­zione del mondo gio­va­nile post-missino (Pla­nando sopra boschi di brac­cia tese, Set­timo Sigillo, 1996) che l’inedito punto di vista di genere delle donne di destra (Cami­cette nere, Mur­sia, 2007).

    Annalisa Terranova

Romanzo intimo che trac­cia una mappa degli affetti e delle incer­tezze emo­tive della pro­ta­go­ni­sta, Vit­to­ria dischiude così ai let­tori le porte di un uni­verso spesso descritto dalla socio­lo­gia poli­tica ma poco bat­tuto dalla nar­ra­tiva: quello della vita quo­ti­diana dei gio­vani neo­fa­sci­sti degli anni Set­tanta — tra le scarse prove in tal senso si pos­sono citare Io non scordo di Gabriele Mar­coni, Avene sel­va­ti­che di Ales­san­dro Pre­i­ser, alcuni titoli minori apparsi presso la casa edi­trice d’area, Set­timo Sigillo e, seb­bene frutto di uno sguardo «dall’esterno», La legge dell’odio di Alberto Garlini.

 Il caso di Vit­to­ria è però per molti aspetti diverso: al ter­ri­bile fra­gore della bat­ta­glia poli­tica di que­gli anni — la sto­ria si con­clude con la strage di Acca Laren­tia e l’uccisione di Aldo Moro -, Ter­ra­nova sem­bra pre­fe­rire i toni inte­riori, le sco­perte e le frat­ture che non tro­vano spa­zio tra gli eventi mag­giori dell’epoca, ma che inci­dono in modo deci­sivo sulle bio­gra­fie dei per­so­naggi. Certo, come in gran parte delle rico­stru­zioni di quell’epoca svi­lup­pate negli ambienti della destra, la vio­lenza, sem­pre e sol­tanto quella subita, è onni­pre­sente, ma non è mai evo­cata per giu­sti­fi­care altra vio­lenza, per segna­lare la fine della «poli­tica».

Piut­to­sto, in que­sto romanzo di for­ma­zione, la per­dita dell’innocenza che si con­suma nel san­gue che segna le strade di Roma, quando un suo «came­rata» viene ucciso ad Acca Laren­tia, sem­bra porre Vit­to­ria di fronte alla neces­sità ine­lu­di­bile di tro­vare una forma nuova per espri­mere la pro­pria iden­tità, sem­pre più schiac­ciata tra i richiami del pas­sato e la deriva, anche ter­ro­ri­stica, del radi­ca­li­smo nero. Un’identità ori­gi­nale che la destra poli­tica gio­va­nile ini­zierà a tro­vare tardi e che dopo l’esperienza di Alleanza Nazio­nale sarà risuc­chiata anch’essa, pres­so­ché defi­ni­ti­va­mente, nel vor­tice del berlusconismo.

Ma nella sta­gione vis­suta dalla gio­vane figlia di un rap­pre­sen­tante di com­mer­cio, fami­glia del ceto medio di un quar­tiere di palaz­zoni della zona ovest della capi­tale, molte scelte sono ancora tutte da com­piere. L’Msi che Vit­to­ria sco­pre ancora bam­bina attra­verso le ami­ci­zie fami­gliari è un ambiente ultra­con­ser­va­tore, dove ogni trac­cia di moder­nità e di demo­cra­tiz­za­zione è vista con sospetto e con timore: si tratti dei decreti dele­gati a scuola, del divor­zio, dell’aborto, delle fem­mi­ni­ste, ma anche della fine della messa in latino e, per­fino, dei Bea­tles.

Gli ospiti dei pranzi domi­ni­cali, dove la madre si illu­stra nelle sue doti culi­na­rie, sono lugu­bri per­so­naggi come il reduce che ha perso un brac­cio nella Guerra di Spa­gna o l’ex uffi­ciale dei para­ca­du­ti­sti che inor­ri­di­sce di fronte al fatto che un «figlio di nn» abbia potuto rac­con­tare a San Remo la sua sto­ria: 4 marzo 1943 di Lucio Dalla. Allo stesso modo, nelle «scuole di par­tito» si parla ancora sol­tanto del cor­po­ra­ti­vi­smo e «dell’eredità poli­tica di Benito Mussolini».



In que­sto con­te­sto, al pari di tanti suoi coe­ta­nei dello stesso mondo, Vit­to­ria sco­pre in Julius Evola e nella sua «con­ce­zione guer­riera dell’esistenza» una sorta di para­dos­sale via d’uscita, rap­pre­sen­tata dall’idea di poter vivere rin­chiusi in una «torre d’avorio», lon­tano dal fra­stuono per­tur­bante della moder­nità. In attesa del fatto che «i fasci­sti, o almeno lei così aveva capito, non dove­vano fare la rivo­lu­zione come i com­pa­gni, ma la con­tro­ri­vo­lu­zione, quella che ti riporta indie­tro fino alla tra­di­zione, ma senza essere con­ser­va­tori, per­ché diceva Evola, oggi da con­ser­vare non ci sta quasi nulla».

Lo spa­zio di mano­vra è ristret­tis­simo, quasi ine­si­stente; da un lato si tratta di per­pe­trare «la voce dei vinti» appresa in fami­glia, con­ti­nuando a male­dire la scarsa tem­pra degli ita­liani che non segui­rono fino in fondo il Duce, dall’altro si vive come «esuli in patria», secondo la for­mula coniata da Marco Tar­chi che in que­gli anni fu tra i più noti espo­nenti del Fronte della Gio­ventù, vivendo ogni giorno in un mondo di cui si rifiuta tutto e in realtà anche gli stessi pre­sup­po­sti, frutto della vit­to­ria degli anti­fa­sci­sti nel 1945.

Il risul­tato è la lucida impasse in cui si muo­verà più di una gene­ra­zione di gio­vani di destra, inca­paci di fare una rivo­lu­zione «senza rivo­lu­zione», men­tre, come acca­deva a Vit­to­ria, nella biblio­teca paterna tro­va­vano «solo libri su un mondo finito nel ’45» ed erano con­sa­pe­voli «di quanto fosse dif­fi­cile con­trap­porre al «sol dell’avvenire», il mito cre­pu­sco­lare degli ultimi fasci­sti in piedi tra le rovine».


Il Manifesto – 16 aprile 2015


giovedì 14 maggio 2015

Solidarity for Ever. Lotte operaie negli Stati Uniti



Storie sanguinose di scioperi. Tante sconfitte e rare vittorie, ma sempre una forte combattività e solidarietà operaia. Un avvincente affresco del movimento operaio americano nel libro di James R. Green «The Devil Is Here in These Hills. West Virginia’s Coal Miners and Their Battle for Freedom» . 

Ferdinando Fasce

Guerre di classe a bassa intensità


Qual­che anno fa, recen­sendo il bel libro di Enzo Tra­verso Il secolo armato. Inter­pre­tare le vio­lenze del Nove­cento (Fel­tri­nelli, 2012), richia­mavo l’opportunità di aggiun­gere alle vio­lenze legate alle guerre e ai regimi tota­li­tari, da lui esplo­rate con molto acume, quelle «indu­striali». A par­tire dal regime di fab­brica, intes­suto di vio­lenza e gang­ste­ri­smo padro­nali, che domi­nava tra le due guerre alla Ford, un caso che Tra­verso citava invece come esem­pio di classe ope­raia che già negli anni Trenta «cono­sceva il lusso» di «appar­ta­menti dotati non solo di un bagno ma anche di riscal­da­mento cen­tra­liz­zato, tele­fono, fri­go­ri­fero, lava­trice e tele­vi­sore, com­presa un’auto in garage».



Di que­ste e altre vio­lenze, con­clu­devo, oltre che di quelle più note e visi­bili di natura poli­tica, è «mate­riato» il Nove­cento e sarebbe bene incor­po­rarle nei «discorsi» sul secolo. Lo straor­di­na­rio libro di James R. Green The Devil Is Here in These Hills. West Virginia’s Coal Miners and Their Bat­tle for Free­dom (New York, Atlan­tic Mon­thly Press, 2015, pp. 440, $28) pro­prio di que­sto parla.

È la sto­ria di come i mina­tori del West Vir­gi­nia hanno strap­pato il diritto alla libertà di orga­niz­za­zione e di presa di parola pas­sando attra­verso decenni di lotte duris­sime, da fine Otto­cento ai primi anni Qua­ranta del secolo suc­ces­sivo. Lo hanno fatto, mostra Green in pagine che dovreb­bero essere adot­tate nelle scuole di ogni ordine e grado, ma in par­ti­co­lare dove si stu­dia diritto, ricor­rendo in certi casi alla vio­lenza orga­niz­zata e col­let­tiva per rispon­dere al regime auto­ri­ta­rio e dispo­tico, alle vio­lenze e alle vio­la­zioni siste­ma­ti­che della lega­lità da parte degli impren­di­tori e delle auto­rità poli­ti­che di vario livello spesso impe­gnate a dar man forte al capi­tale. Tant’è vero che dap­prima nel 1912–13 e di nuovo un decen­nio dopo, nei primi anni Venti, si parla di vere e pro­prie «guerre minerarie».



Scio­pe­ranti in armi

«Guerre», sot­to­li­nea oppor­tu­na­mente Green, che sono andate per­dute nella memo­ria col­let­tiva d’oltre Atlan­tico e che figu­rano solo di sguin­cio anche nei libri di sto­ria del lavoro. Forse per­ché, osserva, gli stu­diosi che sim­pa­tiz­zano per la causa del lavoro «ten­dono a foca­liz­zare la loro atten­zione su inci­denti nei quali gli scio­pe­ranti erano vit­time di vio­lenza» e «sono rilut­tanti a get­tare troppa luce su ciò che è avve­nuto quando gli scio­pe­ranti imbrac­cia­vano i fucili per com­bat­tere con­tro le di solito supe­riori forze armate mobi­li­tate dagli impren­di­tori».

Ecco allora l’attenzione con­cen­trata su san­gui­nose scon­fitte ope­raie come lo scio­pero fer­ro­via­rio gene­rale del 1877, la vicenda di Hay­mar­ket da cui ori­gina il Primo mag­gio (al quale Green stesso ha dedi­cato il bel­lis­simo e molto apprez­zato Death in the Hay­mar­ket, Pan­theon Books, 2006), lo scon­tro side­rur­gico di Home­stead del 1892, il mas­sa­cro mine­ra­rio di Lud­low del 1914. E, per con­verso, la ten­denza a dimen­ti­care il West Vir­gi­nia, che per giunta si porta die­tro lo stigma, che noi ben cono­sciamo per i grandi studi di Ales­san­dro Por­telli su altri mina­tori appa­la­chiani, di un’«arretratezza» con­ge­nita.

Di Por­telli e della sua for­mi­da­bile lezione di ricerca mi ha par­lato costan­te­mente Green tutte le volte che ci siamo visti nei lun­ghi anni che gli sono occorsi per scri­vere que­sto libro. Il suo primo con­tatto col West Vir­gi­nia risale al 1978, quando, inca­ri­cato di scri­vere un arti­colo mili­tante su uno scio­pero allora in corso, si rivolse al padre della «nuova sto­ria del lavoro», David Mont­go­mery, che all’epoca inse­gnava a Pitt­sburgh e che lo indi­rizzò a un suo dot­to­rando di quell’area. Comin­ciava così un rap­porto con le miniere del West Vir­gi­nia che non si è mai inter­rotto, anche se nel frat­tempo Green, che adesso è pro­fes­sore eme­rito alla Uni­ver­sity of Mas­sa­chu­setts dopo averci inse­gnato per decenni, si è occu­pato di nume­rose altre que­stioni di sto­ria del lavoro: dai socia­li­sti dell’Oklahoma, all’uso pub­blico della sto­ria, ai «mar­tiri di Chi­cago». Fin­ché qual­che anno fa ha ripreso in mano que­sta vicenda con l’idea di scri­vere un libro da stu­dioso ma che potesse indi­riz­zarsi anche a un pub­blico più generale.



Dal grande al pic­colo schermo

Il risul­tato, dopo anni di vasta ricerca e di non meno vasta revi­sione, sono que­ste oltre quat­tro­cento pagine, un set­timo delle quali fitte di note, che si leg­gono come un romanzo per­ché la mate­ria è da romanzo o da film. In effetti di un epi­so­dio di que­sta sto­ria, lo scon­tro che nel luglio 1921 vide il corag­gioso sce­riffo (e pisto­lero pro­vetto) favo­re­vole ai mina­tori Sid Hat­field soc­com­bere sotto i colpi dei sicari impren­di­to­riali, si è occu­pato il regi­sta John Say­les nel western ope­raio Matewan(1987).

Dalla seconda di coper­tina del libro Say­les assi­cura che «The Devil Is Here in These Hills è la più com­pren­siva e com­pren­si­bile sto­ria delle guerre del car­bone del West Vir­gi­nia che io abbia letto». Gli fanno eco, dalla quarta di coper­tina, stu­diosi del cali­bro di Elliott Gorn e Glenda Gil­more. Ma anche il mondo della tele­vi­sione si è inte­res­sato al libro e alla sua sto­ria, come dimo­stra il fatto che la sezione di Boston della Pbs, la tv pub­blica d’oltre Atlan­tico, ha com­prato i diritti per rea­liz­zare un docu­men­ta­rio tratto da The Devil.

Il titolo del libro, con quell’allusione al «dia­volo» che abita nelle col­line del West Vir­gi­nia, è tratto da una frase di un ex-imprenditore e poi iso­lato poli­tico pro­gres­si­sta che nel 1912 così stig­ma­tizza il com­por­ta­mento pre­da­to­rio dei padroni delle miniere nei con­fronti dei loro lavo­ra­tori, sot­to­li­neando come «Dio non cam­mina in que­ste col­line». L’espressione adom­bra la forte reli­gio­sità che per­mea, come ci ha inse­gnato Por­telli, gli Appa­la­chi, la vasta regione degli Stati Uniti distesa per quasi quat­tro­cento con­tee e tre­dici stati, lungo l’omonima catena mon­tuosa che taglia tra­sver­sal­mente il paese, con al cen­tro l’hinterland di alcuni stati del Sud: appunto West Vir­gi­nia, Ken­tucky, Ten­nes­see e Ala­bama.

È una reli­gio­sità che ritro­viamo oltre vent’anni dopo quando, di fronte all’avanzata del sin­da­cato nel clima di pro­fondo rin­no­va­mento sociale del New Deal, la figlia di un mina­tore pro­rompe in un canto di vit­to­ria che dice: «Signore, signore siamo indi­pen­denti ora/ ora quando incon­tri il padrone non devi inchinarti/ non è un re — non lo è mai stato in alcun modo».

Tra que­sti versi e la frase del poli­tico del primo Nove­cento ci sono le due «guerre» che vedono datori di lavoro e mina­tori gli uni con­tro gli altri armati, sullo sfondo delle alterne for­tune dell’industria del car­bone, un set­tore attra­ver­sato dalla costante ten­sione, ma anche dalle con­ver­genze e inte­gra­zioni fun­zio­nali, fra le pic­cole imprese a base locale e le grandi cor­po­ra­tions nazio­nali.

È un con­te­sto nel quale spicca l’incessante spinta padro­nale al taglio dei costi da lavoro, per incre­men­tare i mar­gini di pro­fitto fisio­lo­gi­ca­mente limi­tati, e al rigido con­trollo sociale attra­verso la for­mula pre­da­to­ria della com­pany town. In essa tutto appar­tiene al padrone, il sala­rio è ero­gato almeno in parte in buoni redi­mi­bili solo presso lo spac­cio impren­di­to­riale, le mal­sane cata­pec­chie ope­raie sono di pro­prietà dell’impresa che può espel­lere i dipendenti-inquilini a pro­prio pia­ci­mento, lo spa­zio fisico e men­tale dei lavo­ra­tori è ridotto all’osso.



Lo stigma dello stereotipo

Eppure, seguendo attra­verso una miriade di fonti, lavo­ra­tori, impren­di­tori e resto della comu­nità, Green mostra come anche in que­ste ter­ri­bili con­di­zioni chi lavora rie­sca a tro­vare il corag­gio per alzare la testa, supe­rare le divi­sioni fra nativi di lin­gua inglese, migranti cala­bresi e mina­tori afroa­me­ri­cani venuti dal Sud, seg­menti di forza lavoro tanto diversi e che i pro­prie­tari delle miniere cer­cano in ogni modo di gio­care gli uni con­tro gli altri. Le «guerre» scop­piano non per­ché, come sug­ge­ri­sce cedendo a uno ste­reo­tipo nazio­nale su que­ste zone il «New York Times» nel 1921, siamo in pre­senza del «mon­ta­naro pri­mi­tivo» che cono­sce solo la legge del taglione e della fore­sta.

Legge testi­mo­niata, a dire dell’autorevole foglio, dalla lunga, ata­vica tra­di­zione delle faide fami­gliari scop­piate in West Vir­gi­nia sin dal Sette-Ottocento. Ma al con­tra­rio, dimo­stra bene Green, le «guerre» scop­piano per la fer­rea oppo­si­zione che i tanto «moderni» impren­di­tori oppon­gono all’introduzione in que­ste aree di una «moder­nità» poli­tica a loro sgra­dita, quella della libera rap­pre­sen­tanza delle parti sociali, del tra­sfe­ri­mento in sede eco­no­mica dello spi­rito di un’autentica cit­ta­di­nanza allar­gata.

È l’opposizione inve­te­rata a que­sto, al ten­ta­tivo di por­tare la Dichia­ra­zione d’Indipendenza e magari anche un po’ di socia­li­smo fra i boschi del West Vir­gi­nia che arma le mili­zie padro­nali, così come gli sce­riffi e i poli­tici sta­tali infeu­dati ai grandi inte­ressi eco­no­mici che man­dano le truppe della Guar­dia nazio­nale, quando non bastano i pri­vati, a spa­rare sui lavo­ra­tori. I quali a loro volta si mobi­li­tano, seguendo l’invito pro­ve­niente da Mother Jones, l’indomabile anziana orga­niz­za­trice di ori­gine irlan­dese. Stando al reso­conto di un gior­nale locale, nel 1913 — di fronte alla bar­bara ucci­sione di un mina­tore, Cesco Estep, reo solo si essersi ribel­lato all’ordine di eva­cua­zione della sua casa a opera degli sgherri padro­nali — Jones «saluta Cesco nella sua strada verso il cielo» e poi, rivolta a chi è rima­sto, gli intima di pren­dere il fucile e «man­dare i respon­sa­bili all’inferno».



Lezioni per il presente

Fra i mina­tori emer­gono mili­tanti sin­da­cali socia­li­sti come Frank Keene che, forte della sua diretta espe­rienza in miniera, per decenni tesse la tela dell’organizzazione, den­tro, fuori, a lato del grande, ma a tratti, a livello nazio­nale, con­tro­verso e com­pro­mis­so­rio, sin­da­cato indu­striale, com­pren­dente cioè lavo­ra­tori qua­li­fi­cati e non, della Uni­ted Mine Wor­kers of Ame­rica. Emer­gono le donne che fanno comu­nità e par­te­ci­pano a pieno titolo alle lotte.

Emer­gono l’idea e la pra­tica di una demo­cra­zia vis­suta come aspi­ra­zione quo­ti­diana e in con­ti­nua evo­lu­zione che si pro­ietta dai mar­gini eco­no­mici e poli­tici del paese verso il suo cen­tro per scuo­terlo. Come con­clude Green, «durante la loro mar­cia verso la libertà, i mina­tori orga­niz­zati del West Vir­gi­nia e le loro fami­glie assun­sero degli enormi rischi e fecero grandi sacri­fici. Lo fecero per­ché com­pre­sero che cosa una vit­to­ria poteva signi­fi­care per loro, per le loro fami­glie, per i loro vicini e per i loro com­pa­gni nelle miniere».

Ma con­tem­po­ra­nea­mente «la loro lotta allargò e appro­fondì il signi­fi­cato della libertà in tutta l’America indu­striale». Una libertà, va riba­dito, come pra­tica rela­zio­nale e col­let­tiva che parte non dalla miope pri­gione della sovra­nità indi­vi­duale, ma dalla comune espe­rienza sul luogo di lavoro. Di fonte al modo col quale il lavoro è svi­lito oggi sotto tutte le lati­tu­dini rileg­gere que­ste pagine di una sto­ria appa­ren­te­mente tanto lon­tana pare qual­cosa di più di un sem­plice eser­ci­zio anti­qua­rio. Inter­roga la nostra capa­cità quo­ti­diana di rispet­tare noi stessi.


Il Manifesto – 8 aprile 2015


Noi esseri umani tutti figli delle stelle

    Matisse, Icarus (1947)

Siamo della materia di cui sono fatti i sogni” ha scritto William Shakespeare e un altro grande “mago” rinascimentale (ché questo furono oltre che letterati o filosofi), Giordano Bruno nell'intera sua opera ha descritto l'unità misteriosa di un cosmo respiro profondo dell'Uno. Oggi arriva la conferma scientifica: siamo fatti della stessa materia delle stelle. Lo dichiara al New York Times un famoso astrofisico.

Ray Jayawardhana*

Noi esseri umani tutti figli delle stelle


Nella sua canzone Woodstock del 1970 Joni Mitchell cantò «Siamo polvere di stelle, [molecole] di carbonio di un miliardo di anni » e bruciò Carl Sagan sul fil di lana: accadde tre anni prima che quest'ultimo nel suo libro Contatto cosmico scrivesse che l'uomo è fatto di starstuff , materia stellare, concetto che in seguito avrebbe trasmesso a un pubblico molto più vasto nel suo documentario televisivo a puntate del 1980 intitolato Cosmos.

Oggi "polvere di stelle" e "materia stellare" sono diventati quasi cliché, ma non per questo la realtà dietro tali espressioni è meno profonda o meno magica.

Il ferro nel nostro sangue, il calcio nelle nostre ossa e l'ossigeno che respiriamo sono i resti materiali di stelle vissute e morte moltissimo tempo fa. Si tratta di una scoperta relativamente recente: quattro astrofisici hanno elaborato questo concetto in un documento pubblicato nel 1957, diventato poi una pietra miliare. I quattro sostenevano che quasi tutti gli elementi della tavola periodica si erano formati nel tempo per mezzo di reazioni nucleari che avvenivano all'interno di stelle — e non nei primi istanti del Big Bang come si supponeva in precedenza. La materia della vita, in altri termini, si manifestò in luoghi ed epoche per certi aspetti più accessibili alle nostre esplorazioni con il telescopio.

Tenuto conto che in stragrande maggioranza trascorriamo la nostra vita confinati in una stretta fascia in prossimità della superficie della Terra, siamo portati a pensare al cosmo come a un regno celeste sconfinato, molto al di là della nostra portata. Dimentichiamo che a separarci dal resto dell'universo c'è soltanto un sottile strato di atmosfera. Ancora oggi la scienza ci dimostra quanto la vita sulla Terra sia interconnessa ai processi extraterrestri. In particolare, alcune recenti scoperte hanno fatto luce sulle origini cosmiche degli ingredienti fondamentali della vita.

Prendiamo il fosforo. Si tratta di un componente essenziale del Dna, come pure delle nostre cellule, dei denti e delle ossa. Gli astronomi hanno faticato per ricostruirne la formazione in tutta la storia del cosmo, perché la traccia indelebile del fosforo è difficile da individuare nelle vecchie stelle fredde alla periferia della nostra galassia. (Alcune di queste "capsule temporali" stellari contengono le ceneri delle loro progenitrici, la prima generazione di stelle che si formò intorno all'alba dei tempi).

Ma in un documento pubblicato su The Astrophysical Journal Letters , un'équipe di ricercatori ha riferito di aver misurato la quantità di fosforo presente in tredici di queste stelle, utilizzando informazioni ottenute dal telescopio spaziale Hubble. Le loro scoperte mettono in luce il ruolo prioritario nella formazione degli elementi essenziali per la vita delle cosiddette ipernovae , esplosioni che rilasciano ancora più energia delle supernovae e che comportano la scomparsa di stelle enormi.

Nel regno celeste si produce qualcosa di più di semplici atomi. Numerose sono le prove dalle quali si evince che lo spazio interstellare fu anche il luogo nel quale gli atomi si unirono per formare alcune molecole collegate alla vita. Uno studio pubblicato su Science con alcune simulazioni informatiche è riuscito a ricostruire da dove proviene l'acqua della Terra. Il responso al quale si è arrivati è sorprendente: la metà dell'acqua presente sul nostro pianeta è più antica del sistema solare stesso. Ai gelidi confini di una gigantesca nube di gas si assemblarono primitive molecole di acqua.

    Chagall, Le coq rouge dans la nuit (1944)

In quella nube si svilupparono il nostro Sole e i pianeti che vi orbitano attorno, e in qualche modo quelle molecole d'acqua sopravvissero ai rischi legati al processo di nascita dei pianeti per finire nei nostri oceani e, a quanto si crede, anche nei nostri corpi. Nubi interstellari di tal fatta si sarebbero potute benissimo prestare a dar vita a una molteplicità di molecole. In un altro studio dello scorso autunno pubblicato sempre su Science, un gruppo di ricercatori ha riferito la prima scoperta in una incubatrice stellare di una molecola contenente carbonio e avente una struttura "ramificata".

L'individuazione di tale molecola, hanno scritto gli scienziati, è di buon auspicio per preconizzare la presenza nello spazio interstellare di aminoacidi, dato che la struttura ramificata è una loro caratteristica fondamentale. (I ricercatori si sono avvalsi di un enorme network, operativo soltanto in parte, di antenne radio erette su un altopiano ad alta quota nel nord del Cile, posizione che rende più facile per le onde radio raggiungerci dai confini glaciali della nostra galassia, dove si presume che abbia avuto inizio l'alchimia della vita).

Gli astrochimici sono entusiasti per questa scoperta, perché gli aminoacidi — che sono già stati individuati in alcune meteoriti — costituiscono il presupposto delle proteine. Nel frattempo, il mese scorso alcuni scienziati della Nasa hanno reso noto di aver creato alcune componenti di base del Dna in un esperimento di laboratorio che simulava l'ambiente spaziale. Sommando tra loro gli esiti di queste ricerche, aumentano considerevolmente le probabilità che i cosiddetti "mattoni della vita" si siano formati nello spazio e si siano amalgamati alla materia che ha formato la Terra e gli altri pianeti.

Può anche darsi che l'universo ci appaia remoto, irreale e irrilevante, immersi come siamo negli agi materiali, affascinati dalle continue distrazioni della vita moderna, e che ciò accada soprattutto a chi vive in città. Ma la prossima volta che da un luogo buio di periferia darete un'occhiata alla Via Lattea in tutto il suo splendore, provate a pensare a tutte quelle innumerevoli stelle come a impianti nucleari e alle aree nebulose prive di stelle come a calderoni molecolari. A quel punto non ci vorrà molto prima che riusciate anche a immaginare i primordiali semi della vita che compaiono in lontananza.

The New York Times
Traduzione di Anna Bissanti

* Ray Jayawardhana è nato nello Sri Lanka. Si è formato ad Harvard e ora insegna astrofisica alla New York University



La Repubblica – 21 aprile 2015

James Ellroy narratore del lato oscuro del secolo americano



Destrorso e sciovinista, James Ellroy si è dato il compito di rivelare il lato oscuro di quell’età dell’oro americana che cominciò alla fine della guerra. E ha messo in scena antierori ossessivi, dotati di una psiche fragile e tortuosa.

Andrea Colombo

Restituire al male il suo cuore di verità: questa la missione di Ellroy

James Ell­roy ha rove­sciato, come un guanto troppo lindo ed ele­gante per essere indos­sato nelle strade del cri­mine, la let­te­ra­tura noir. Libro dopo libro ha inchio­dato gli autori più osan­nati alla loro lezio­sità mal camuf­fata, ha messo a nudo il tenero cuore di signo­rina celato nei petti di inve­sti­ga­tori fin­ta­mente duri, ha ridi­co­liz­zato la pre­tesa degli epi­goni di Ham­mett di ripor­tare il delitto nel pro­prio ambiente natu­rale, la strada, ma lo ha fatto solo dopo averla rima­neg­giata fino a farne un kindergarten.

La mis­sione di resti­tuire al male la sua verità, invece, lo scrit­tore cali­for­niano l’ha com­piuta dav­vero: ha ridato al cri­mine la sua cruda vio­lenza, la puzza di viscere squar­ciate, la visione urti­cante di corpi fatti a pezzi. Ha reso ai mal­vagi la loro com­ples­sità tene­brosa, la loro lace­rata realtà.

L’autore del LA Quar­tet e della tri­lo­gia Under­world Usa ha pol­ve­riz­zato i canoni del noir, ren­dendo impro­po­ni­bile e obso­leto quasi tutto quel che era stato scritto prima di lui. Però così facendo, non senza para­dossi, ha rea­liz­zato l’ambizione nasco­sta sin dalle ori­gini e mai com­ple­ta­mente sod­di­sfatta del noir: ne ha fatto un genere let­te­ra­rio capace di sfon­dare i pro­prio stessi con­fini per dila­gare nei ter­ri­tori stra­nieri del romanzo sto­rico, della spe­ri­men­ta­zione sti­li­stica d’avanguardia, sfon­dando nell’approfondimento non solo psi­co­lo­gico, ma morale e esi­sten­ziale dei personaggi.



In Per­fi­dia (Stile libero, tra­du­zione di Alfredo Colitto, pp. 890, euro 22,00), il suo nuovo e flu­viale romanzo c’è tutto que­sto, ma rimo­del­lato con piena ori­gi­na­lità, per­ché la gran­dezza di James Ell­roy sta anche nel non scri­vere mai lo stesso romanzo, nel non ripe­tersi, sfi­dando a ogni uscita il rischio di delu­dere i let­tori. Se il ritmo di Per­fi­dia è meno esa­spe­rato e imper­vio di quello dei libri più azzar­dati, come White Jazz o Sei pezzi da mille, è solo per­ché l’autore ha spo­stato la scom­messa su un altro tavolo, pro­vando come mai in pre­ce­denza a scan­da­gliare gli animi abis­sali e tor­tuosi dei suoi per­so­naggi. Die­tro la fac­ciata, peral­tro non fit­ti­zia, del romanzo d’azione, Per­fi­dia è di gran lunga il libro di fic­tion più intro­spet­tivo che Ell­roy abbia mai scritto.

Il romanzo ha ini­zio il 6 dicem­bre 1941, giorno pre­ce­dente l’attacco giap­po­nese a Pearl Har­bor e pro­se­gue nei ven­ti­tre giorni suc­ces­sivi all’entrata in guerra dell’America che, nono­stante gli abbon­danti segnali, colse di sor­presa la massa dei suoi cit­ta­dini. Rac­conta, senza con­ce­dere alibi o giu­sti­fi­ca­zioni, l’internamento coatto di decine di migliaia di cit­ta­dini ame­ri­cani di ori­gine giap­po­nese, nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi senza alcuna moti­va­zione reale. La depor­ta­zione riguardò tutti gli Stati dell’Unione, ma in cia­scuno fu cali­brata diver­sa­mente. La Cali­for­nia si dimo­strò par­ti­co­lar­mente solerte.



Ellroy è un reazionario orgoglioso e conclamato. Ma il suo non è il primo caso di autore «di destra» che rie­sce a sve­lare i gua­sti e i pec­cati del paese o del sistema sociale che difende con una effi­ca­cia negata a chi pra­tica la denun­cia per mestiere e per fede politica.

La sua pas­sione sto­rica lo spinge pun­tual­mente a risco­prire e ripor­tare alla luce gli epi­sodi minori, dimen­ti­cati o quasi, che costel­lano la sto­ria degli Stati Uniti e in par­ti­co­lare di Los Ange­les. Del resto, que­sta Ame­rica che si accinge a entrare con­tro­vo­glia in guerra di ombre ne pre­senta sin troppe: è un Paese venato di anti­se­mi­ti­smo e raz­zi­smo, fon­da­men­tal­mente iso­la­zio­ni­sta, in cui la sim­pa­tia per le potenze dell’Asse è diffusa.

I per­so­naggi di Per­fi­dia sono un eser­cito: molti real­mente esi­stiti, mol­tis­simi già apparsi o nella prima tetra­lo­gia, ambien­tata a L.A. tra il 1946 e il ’59, o nella suc­ces­siva tri­lo­gia. I pro­ta­go­ni­sti sono quat­tro: uno, il chi­mico forense di ori­gine giap­po­nese Hideo Ashida, com­pare per la prima volta; un altro è Wil­liam H. Par­ker, famo­sis­simo e discusso coman­dante alco­liz­zato del Los Ange­les Police Depart­ment dal 1950 al ’66, rap­pre­sen­tato qui nella fase della sua molto con­tra­stata ascesa. Gli altri due per­so­naggi prin­ci­pali ave­vano già occu­pato posta­zioni cen­trali nei romanzi pre­ce­denti: Kay Lake è la ragazza di Dalia Nera, Dud­ley Smith, il «cat­tivo» tanto geniale quanto feroce del primo Quar­tet.

Il cuore del romanzo sono loro, per­ché, Per­fi­dia è, più di ogni altro libro di James Ell­roy, cen­trato sui per­so­naggi: sulla loro ambi­guità morale, sulle loro con­trad­di­zioni pro­fon­dis­sime e insa­na­bili, sui pec­cati, i tra­di­menti, l’ ansia di reden­zione. Soprat­tutto sulle loro osses­sioni, per­ché in fondo pro­prio que­sto è il vero tema onni­pre­sente in Ell­roy, la cifra comune a tutti i suoi per­so­naggi, incluso, ora, quella spe­cie di Darth Vader in giacca e fon­dina, che era nei romanzi pre­ce­denti Dud­ley Smith, qui una figura infi­ni­ta­mente più com­plessa e tra­gica. L’ossessione, per cia­scuno di loro, è un oggetto del desi­de­rio amo­roso, etero o omo­ses­suale: comun­que amori impos­si­bili che lo scrit­tore ado­pera come un gri­mal­dello per for­zare l’animo tor­tuoso dei suoi anti­e­roi e met­terne a nudo la fragilità.



È la guerra a met­tere i pro­ta­go­ni­sti in con­tatto tra loro e offrire la pos­si­bi­lità di incro­ciare l’oggetto della loro osses­sione amo­rosa. Inat­teso, lo scop­pio improv­viso della guerra spezza ogni con­sue­tu­dine, dif­fonde emo­ti­vità e fer­mento, tra­volge le bar­riere con­suete. Solo nei giorni ebbri di entu­sia­smo e paura, dopo l’attacco di Pearl Har­bor, una diva come Bette Davis può ritro­varsi invi­schiata in una vicenda che rischia di scon­fi­nare nell’amore con un poli­ziotto irlan­dese vio­lento e cor­rotto. Solo il senso di urgenza e libe­ra­zione pro­vo­cato dal con­flitto per­mette a due pro­vin­ciali dotati entrambi di talento, ambi­zione e fra­gi­lità, ma avviati su per­corsi oppo­sti, ossia Wil­liam Par­ker, il poli­ziotto mora­li­sta e alco­liz­zato e Kay Lake, di incon­trarsi, seb­bene per un attimo. La guerra è pre­sente in ogni riga di Per­fi­dia, e lo resterà pro­ba­bil­mente anche nei suc­ces­sivi tre romanzi di que­sto nuovo L.A. Quartet.

Il ciclo dovrebbe infatti finire esat­ta­mente dove comin­cia quello pre­ce­dente: nel 1946. L’obiettivo dichia­rato dell’autore è con­clu­dere la para­bola segreta di trent’anni di sto­ria ame­ri­cana dal 1942 al ’72. Non è un periodo scelto a caso. La fase che ha ini­zio il 7 dicem­bre 1941 e ter­mina con i primi bagliori del Water­gate è quella dell’ascesa dell’egemonia ame­ri­cana nel mondo: l’età d’oro degli Stati Uniti.

L’ironia della let­te­ra­tura ha voluto che pro­prio allo scrit­tore forse più scio­vi­ni­sta oggi pre­sente in Ame­rica sia toc­cato il com­pito di rive­lare e rac­con­tare il lato oscuro di quell’età dell’oro.


Il manifesto – 22 marzo 2015