TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 30 settembre 2015

Nella cultura le origini del capitalismo



Ripubblicato il saggio di Jean Baechler sulle origini del capitalismo che riprende (e rivoluziona) le tesi di Marx e Weber.

Giovanni Orsina

Tra politica ed economia



Spiegare per quale ragione a un certo punto della storia l’Occidente sia «decollato», ossia perché in una vicenda umana fatta di «società stazionarie» sia nato un piccolo nucleo di «società progressive» – per riprendere le parole del grande giurista inglese Henry Maine –, resta per storici, sociologi ed economisti una delle sfide intellettuali più importanti e affascinanti.

Oltre ad avere uno straordinario rilievo storico, poi, a seconda di come la si scioglie la questione può anche cambiare il modo in cui affrontiamo i molti nodi oscuri del nostro tempo. Se sia inevitabile, possibile, o desiderabile, che il modello occidentale sia esportato in tutto il mondo. E, se è inevitabile o possibile e desiderabile, in quale modo se ne possano ammortizzare i costi enormi.

Se il passaggio dalle società stazionarie alle progressive sia irreversibile – o se non ci sia invece il rischio che il progresso divori infine se stesso, creando un’instabilità tale da richiedere che si torni alla stasi. E ancora: quanto il progresso e la stasi vengano dalla politica e quanto dall’economia, e dove sia quel magico punto d’equilibrio fra la politica e l’economia nel quale il progresso avanzerà al «giusto» ritmo e nel «giusto» ordine.

Proprio perché l’interrogativo è così importante, e la risposta che gli si dà tanto gravida di conseguenze, a scioglierlo ci hanno provato in molti. Quando è uscito in francese nel 1971, perciò, il volumetto di Jean Baechler su Le origini del capitalismo, che ripubblica ora in italiano l’Istituto Bruno Leoni (IBL libri, pp. 166, € 18), scendeva in un campo intellettuale già ampiamente dissodato, sul quale s’erano mosse per un secolo e mezzo le menti migliori delle scienze sociali. E tuttavia, in un ambito così difficile, quel volumetto ci scendeva bene.

Innanzitutto perché rispettava la forma del saggio: breve, agile, affilato, tutto costruito intorno a una tesi chiara, dimostrata in maniera precisa ma parsimoniosa. Ma ancor di più perché prendeva una posizione che, in quegli anni, era originale – perfino provocatoria. E che però riletta oggi – anche alla luce della storiografia di quest’ultimo quarantennio, che l’ha largamente confermata – appare convincente: le origini del capitalismo devono essere ricercate non sul terreno economico, ma su quello politico e istituzionale. Più precisamente: il capitalismo è nato nell’Europa del secondo millennio dopo Cristo perché vi ha trovato uno spazio unificato culturalmente, in grado perciò di fornire un mercato abbastanza vasto, ma frazionato politicamente, ossia incapace di tenere sotto controllo i processi economici.

Non ho qui il modo per illustrare compiutamente in quale modo Baechler dimostri la sua tesi e la sviluppi: ragionando su Karl Marx e Max Weber, cercando prove e controprove in Europa e fuori di essa, tentando di individuare il nucleo concettuale del capitalismo, descrivendo l’emergere dei suoi diversi protagonisti – l’imprenditore, il tecnologo, il lavoratore, il consumatore.

Mi limiterò quindi a sviluppare una breve riflessione su un solo punto, che mi pare tuttavia di straordinaria attualità: il problema del controllo. Affermando che il capitalismo si sviluppa, date certe condizioni, dalla debolezza della politica, Baechler ci dice in sostanza che vi è una relazione inversa fra la capacità degli esseri umani di controllare il proprio ambiente (ossia, lo sviluppo economico e tecnologico) e quella di controllare gli altri esseri umani (ossia, il potere politico): più aumenta l’una più diminuisce l’altra, e viceversa.

Questa tesi – se la si accoglie – porta a uno dei nodi problematici più profondi e ingarbugliati dell’epoca moderna: da un lato lo sviluppo economico e tecnologico generatosi grazie alla debolezza del potere politico ha enormemente contribuito negli ultimi tre secoli ad «aprire» la storia, avviando processi di mutamento sociale sempre più tumultuosi; dall’altro l’«apertura» della storia ha generato angosce tali da spingere gli esseri umani a reclamare protezione da parte di un potere politico più forte ed efficace.

La storia degli ultimi due secoli può insomma essere interpretata come un continuo movimento «a fisarmonica» fra le due forme di controllo, l’economico-tecnologica e la politica. E molte delle vicende dei nostri giorni possono esser lette come un tentativo di ridare forza alla politica in un’epoca di predominio dell’economia. Quell’epoca che si è aperta negli Anni Settanta e che Baechler, con le sue tesi storiche, ha in qualche modo saputo anticipare.



La Stampa – 27 settembre 2015

Nella mente degli antichi greci. Alla ricerca della «psyche»



Dalla dimensione psichica degli eroi omerici all’anima immortale di Platone. Una originale indagine di uno studioso americano .


Martino Menghi

Nella mente degli antichi greci. Alla ricerca della «psyche»


È una fortuna, possiamo dirlo, che Anthony A. Long abbia onorato solo di recente un vecchio contratto con la Harvard University Press per un saggio di psicologia antica. Il risultato infatti, invece che una monografia tradizionale, è un magnifico libro, agile e discorsivo, che apre nuove prospettive sul tema e che nella sua esemplare chiarezza si rivolge indifferentemente a un pubblico di studiosi e di non specialisti.

Frutto di una serie di seminari tenuti presso la Rinmin University of China, Greek Models of Mind and Self si caratterizza anche per quel passo felicemente didattico con cui l’autore si sofferma su alcuni concetti, li riprende, li elabora e infine li mette a confronto con nuove acquisizioni. Di più, nella sua padronanza della cultura greca e romana (e non solo), Long non si limita a sondare i classici della filosofia, ma attinge volentieri anche da fonti meno consuete ma altrettanto interessanti.

In principio ci sono gli eroi omerici, per i quali il “sé” è rappresentato dal proprio corpo, che è mosso nella sua azione e nelle sue emozioni da un soffio vitale di volta in volta chiamato thymos, phrenes, etor. Questo soffio o spirito se ne esce dal corpo al momento della morte, prendendo il nome onomatopeico di psyche, e non è destinato a sopravvivergli.

L’immortalità dell’uomo omerico consiste solo nella durata della sua fama (kleos), che gli deriva dalla sua gloria di combattente o di capo di un oikos. Di quanti sono morti, invece, non rimangono altro che ombre inconsistenti, inafferrabili, che quando vengono interrogate dai vivi lamentano la tristezza della loro condizione e rimpiangono la vita corporea senza la quale non sono più nulla. Immortali, athanatoi, sono solo gli dèi dell’Olimpo.

Questa visione eroica della vita, il modo di sentire e di rappresentarsi proprio dell’uomo omerico sono solo un frammento del potenziale umano, un fondamento di continuo elaborato dagli scrittori contemporanei o successivi alla trascrizione dell’Iliade e dell’Odissea (VIII-VI sec. a.C.). Esiodo, per esempio, integra Omero accostando l’umano al divino invece che separarli: l’uomo, inizialmente beato fra gli dèi, ne è stato in seguito allontanato e, nell’età del ferro in cui vive e scrive il poeta, può riscattarsi solo con la fatica del suo lavoro e operando secondo giustizia per non incorrere in una punizione divina che trascende la sua vicenda mortale.



Si fa strada l’idea che esista una vita dopo la morte. Il concetto, sostanziato da suggestioni orfico-pitagoriche, ricompare nel poeta Pindaro (VI-V sec. a.C.) il quale ci parla di anime di defunti che si sono reincarnate in corpi di re e di potenti dopo un periodo nell’Ade. In un altro testo poi ci rivela che esiste un meraviglioso mondo sotterraneo illuminato da un suo sole, i cui abitanti passano il tempo tra gare sportive, di musica e ogni sorta di piaceri. Un’anticipazione dei Campi Elisi virgiliani.

Il terreno è pronto per le grandi mosse compiute da Platone. Per lui vi è un’anima, che d’ora in poi si chiamerà psyche, distinta dal corpo in cui temporaneamente alloggia: essa è immortale, divina, poiché appartiene al mondo eterno e perfetto delle Idee. Se si corrompe nella sua vita terrena è destinata a reincarnarsi in altre creature prima di ritornare purificata là da dove proviene.

È questo il “dualismo platonico” che sancisce in via definitiva il primato dell’anima sul corpo e una sua esistenza dopo la morte, come si legge nel Fedone, e come più tardi avrebbe ribadito a più riprese il pensiero cristiano. Ma Platone si spinge oltre, teorizzando nella Repubblica un’anima non più in conflitto con il corpo, bensì con se stessa. Suddividendola in tre parti il filosofo assegna alla ragione, la sua dimensione più alta, il compito di governare con l’aiuto dell’anima emotiva quella in cui risiedono i desideri più pericolosi (di cibi, di bevande, di eros e, d’altro canto, di ricchezza e di potere necessari per soddisfare i primi).



Questo schema, applicabile tanto all’individuo che al corpo cittadino (data l’analogia filosofi-ragione, guardiani-spirito collerico, mondo della produzione-anima desiderante, dove le prime due categorie sono chiamate a governare la terza) rappresenta, com’è noto, un’utopia, poiché storicamente si assiste di solito alla detronizzazione della ragione tanto nel singolo che nella collettività e alla progressiva rivincita degli appetiti più deleteri.

Ma per quanto utopico il grande lascito platonico consiste proprio nell’aver indicato nella ragione la dimensione psichica che non solo è chiamata a governare la nostra esistenza ma che ci mette anche a parte della verità immutabile dell’essere contro l’effimero e l’apparente.

Un lascito che verrà raccolto e proseguito tanto da Aristotele che dalla filosofia ellenistica, in particolare dagli Stoici, e che ci appartiene ancora, come Long ci illustra nell’ultima parte di questo suo piccolo capolavoro.



A. A. Long
Greek Models of Mind and Self
Harvard University Press, 2015
$ 25,95.



Il Sole 24Ore – 27 settembre 2015


martedì 29 settembre 2015

Destra-Sinistra. L’ambigua ricerca delle élite



Un intervento interessante sull'attuale situazione politica italiana che afferma un concetto fondamentale: la differenza fra destra e sinistra (che molti oggi considerano superata ) sta non tanto in ciò che si fa, ma nel modo in cui lo si fa. Ad esempio, si chiede Galli della Loggia, esiste un solo e unico modo di mettere o non mettere una tassa sulla casa o di decidere un piano di investimenti pubblici? La differenza, conclude, sta nelle idee da cui si parte. Concordiamo totalmente.


Ernesto Galli della Loggia

L’ambigua ricerca delle élite



La corsa dei parlamentari di destra e di centro ad abbandonare i loro schieramenti per andare a sinistra riproduce più o meno quanto sta avvenendo nella società italiana. È ormai da qualche tempo, infatti, che salvo rare eccezioni i vertici che contano, gli organismi significativi, tutte le voci influenti, vanno orientandosi in una sola direzione: quella di Matteo Renzi, o, se si può dir così, del renzismo. Non già verso il Pd, tanto meno verso la sinistra: verso il presidente del Consiglio. Si tratta di una rilevante differenza rispetto al passato più recente; anche se in qualche modo essa segna il ritorno a un modello antico della nostra storia nazionale.

Dagli anni Ottanta in poi, un generico orientamento verso il centrosinistra, infatti, è stato sempre più largamente maggioritario nell’élite italiana. Il fenomeno era già evidentissimo nell’ultima fase della Prima Repubblica, sicché, divenuto il Pd l’erede di fatto di tutto quel sistema ideologico-partitico, nulla di più logico che fosse poi esso ad attrarre le maggiori simpatie. 

Simpatie che tuttavia si sono trovate a dover fare regolarmente i conti con le incertezze ideologiche e le nebulosità programmatiche di una base — esemplarmente rappresentata da un leader come Massimo D’Alema — immobilizzata tra nostalgie della «Ditta» e velleità di un mai meglio precisato «aggiornamento». Dall’altro canto, specie dopo la comparsa di Berlusconi, l’affiliazione al centrodestra dell’élite italiana non è stata certo insignificante.

Ma dal punto di vista dell’élite, alquanto circoscritta, direi: in pratica limitata agli ambienti economici e degli affari coinvolti nella sfera degli appalti e dei contratti pubblici, alle pur vaste cerchie interessate alle migliaia di nomine istituzionali, nonché a un certo mondo alto-burocratico. Per il resto sporadici fenomeni sostanzialmente di opportunismo, ma nulla di più.

Renzi ha rotto questo schema. Mandato in soffitta il vecchio Pd e alzando l’insegna «Le cose da fare in questo Paese non sono né di destra né di sinistra, sono da fare e basta», egli sta rapidamente riunendo intorno alla propria persona tutta l’Italia del potere, tutta l’Italia che conta, proveniente dall’una o dall’altra precedente affiliazione.

È il ritorno all’antico di cui dicevo sopra. La grande stabilizzazione politica italiana ha sempre funzionato in questo modo, infatti: intorno a un uomo, non intorno a un partito. E in primo luogo agglutinando intorno a quella persona la grande maggioranza dell’élite. Fu così fin dall’inizio con Cavour, poi con Crispi e Giolitti. E come il potere italiano fu assai più che fascista mussoliniano, così in seguito non fu certo democristiano bensì degasperiano, per concedere poi la propria fiducia ai due soli veri leader che la Dc ebbe dopo di lui, Fanfani e Andreotti. Ci provò a suo tempo anche Craxi, riuscendovi solo pochissimo e per brevissimo tempo. Berlusconi non c’ha neppure provato.

È un fatto, mi pare, che nella nostra storia la classe dirigente, pur intrattenendo per antica tradizione un fortissimo rapporto con la politica, si è mostrata nel complesso quasi per nulla interessata, invece, a un qualsiasi rapporto con i partiti. Pronta ad appoggiarne i capi, ma anche a rapidamente abbandonarli. Forse neppure la «Repubblica dei partiti» è mai stata realmente la Repubblica delle élite italiane: le quali infatti l’hanno lasciata colare a picco senza muovere un dito. Tutto sta a indicare, insomma, che specialmente per le classi dirigenti di questo Paese è stato sempre più facile trovare un raccordo stabile e fisiologico con la politica rappresentata da una persona piuttosto che da un partito.



«Ma che male c’è?», si obietta; «Se le cose da fare non sono né di destra né di sinistra, non basta che ci sia una persona che le voglia e le sappia fare?». Questa obiezione esprime uno stato d’animo diffuso, dovuto all’immobilismo che da anni soffoca l’Italia, alla sensazione che in questo Paese da anni nulla si muova, e che tutto ciò ci stia uccidendo. È lo stato d’animo che gioca a favore dell’attivismo del nostro giovane presidente del Consiglio, giustificando il consenso personale che egli raccoglie. Ma le cose non sono così semplici come possono apparire.

Innanzi tutto, perché anche ammesso che le cose da fare non abbiano alcun colore partitico particolare, è difficile immaginare, però, che un tal colore non ce l’abbia neppure il modo di farle. Che per esempio vi sia un solo e unico modo di mettere o non mettere una tassa sulla casa o di decidere un piano di investimenti pubblici, che una riforma scolastica o una politica circa l’immigrazione concepite dalla destra siano eguali a quelle concepite dalla sinistra.

Le idee, insomma, fanno pur sempre la differenza. E quando si dice idee, si dice contenuti concreti, scale di valori, priorità, obiettivi: tutte cose che fino a prova contraria non solo in politica ma nella vita di una collettività contano. E che dividono, che giustamente, fisiologicamente, dividono. Si chiama democrazia: nella quale, per l’appunto, contano sì gli uomini, conta sì la capacità di comando e di realizzazione di un leader, ma dovrebbero necessariamente contare anche le idee.

Nel formarsi di un vasto seguito personale intorno a un capo non c’è nulla di male. Proprio la democrazia ha bisogno di leadership forti, e ne ha bisogno in modo particolare oggi l’Italia. È piuttosto la rapidità e l’unanimismo con cui un tal seguito si sta formando intorno a Renzi nelle aule del Parlamento e fuori, che suscita qualche perplessità.

Se nel primo caso si tratta palesemente della non molto nobile speranza di salire sul carro del vincitore, e al momento giusto di trovare un posticino nelle liste elettorali, nel secondo sono soprattutto le élite del potere italiano che cercano un’interlocuzione politica autorevole e utile, il potere di governo di segno forte, con cui mettersi in sintonia, dal quale ispirarsi e da ispirare. Ma con quale obiettivo, per quale fine? E vogliono davvero tutte la medesima cosa e nel medesimo modo?

Nell’assenza di qualunque risposta, resta l’impressione di una sostanziale indifferenza rispetto ai contenuti: sulla quale l’evanescenza di ogni visione generale in cui ormai vive l’intero Paese, a cominciare proprio dalla politica, non manca di gettare una luce inevitabilmente ambigua.


Il Corriere della sera - 27 settembre 2015


La guerra civile americana come rivoluzione sociale



Uno studio innovativo ( di cui avevamo già parlato su Vento largo nel 2013 al momento della prima edizione americana), appena tradotto per Einaudi, ripercorre attraverso diari, lettere e documenti il conflitto che mise fine allo schiavismo e costò oltre 600mila vittime. Per l'autore, professore di storia presso l'Università dell'Illinois, si trattò di una vera e propria rivoluzione democratica, di una “seconda rivoluzione americana” dopo quella del 1776.


Valerio Castronovo

La guerra civile. Così cambiò l’America



Malgrado la nascita di un forte movimento abolizionista (sorto inizialmente per impulso soprattutto del protestantesimo evangelico) e la vittoria riportata nelle elezioni presidenziali del 1860 dal candidato del partito repubblicano, fautore della causa antischiavista, non per questo il Nord si accingeva a far guerra al Sud per eliminare una volta per tutte lo schiavismo. Abraham Lincoln, l’avvocato dell’Illinois asceso alla Casa Bianca, non era un abolizionista radicale, intendeva piuttosto circoscrivere una pratica così ignominiosa mediante un’adeguata legislazione affinché non attecchisse ulteriormente.

A scatenare nell’aprile 1861 il conflitto furono i dirigenti sudisti, nel timore che l’indirizzo di Lincoln, fervente protezionista dell’incipiente industria del Nord, e l’avversione degli esponenti repubblicani a qualsiasi forma di lavoro servile, anche perché schierati a sostegno dei coloni di nuove terre, finissero per danneggiare gli interessi dei grandi proprietari fondiari delle loro contrade (la cui prosperità si basava sul lavoro coatto e il cospicuo “valore di mercato” di quattro milioni di uomini e donne di colore) e per ridurre progressivamente il ruolo degli Stati di cui erano a capo nell’ambito dell’Unione. Di qui la decisione di proclamare nel febbraio 1861 la scissione e di dar vita agli Stati Confederati d’America.

D’altronde, erano convinti della preminenza economica delle loro regioni. In effetti, esse vantavano, con il cotone delle piantagioni locali, la più preziosa risorsa prodotta allora negli Stati Uniti e che, smerciata in mezzo mondo, assicurava ingenti profitti (a non contare quelli, altrettanto lauti, della vendita all’interno e all’estero di zucchero, riso, canapa e tabacco). E se i sudisti potevano mettere in campo solo un esercito di un milione di uomini, rispetto al doppio dei propri rivali, contavano in compenso su soldati animati da un forte orgoglio e dalla voglia di battersi. Tanto che l’armata del Sud riportò per quasi due anni brillanti successi, grazie anche alla sua miglior organizzazione e alla genialità strategica del suo comandante, il generale Robert Lee.

Ma il Sud non riuscì alla lunga a reggere il confronto col Nord. Poiché, da quanto emerge da una nuova analisi di Bruce Levine, condotta in base a numerosi documenti di prima mano (come diari, lettere, articoli di giornale e rapporti governativi), il “punto debole” del Sud fu in pratica il graduale sfaldamento del suo “fronte interno” rispetto alla sua robusta compattezza originaria.

    L'edizione originale

Innanzitutto, col protrarsi della guerra, i sudisti dovettero dar fondo ai soli loro mezzi, in quanto il blocco navale delle coste attuato dalla flotta nemica impediva sia l’esportazione di prodotti agricoli con cui finanziare le operazioni belliche sia l’importazione di nuovi armamenti (che invece l’industria del Nord stava producendo su vasta scala). Né potevano confidare su aiuti esterni, poiché le principali potenze europee osservavano in generale un atteggiamento strettamente neutrale.

Non secondariamente, i confederati si trovarono a che fare con una resistenza, non più solo passiva, opposta ai propri padroni da crescenti nuclei di gente di colore, sempre più insofferenti delle loro intollerabili condizioni di vita e convintisi che i nordisti intendevano condurre la guerra non solo più per obbligare gli Stati del Sud a ritornare nell’Unione ma anche per costringerli (all’insegna di una “crociata” etico-politica) a porre fine allo schiavismo.

Inoltre va messo in conto il fatto che nelle regioni collinari del Sud e altrove numerosi bianchi, che non possedevano terre, cercavano di sottrarsi ai bandi di reclutamento nelle file di un esercito che difendeva in pratica i privilegi di una casta di ricchi latifondisti e i cui oneri ricadevano sulla collettività. Si spiega pertanto, come dopo la sconfitta subita nel luglio 1863 nella famosa battaglia di Gettysburg, si manifestò, insieme a un clima di scoraggiamento per le sorti della guerra, un moto in alcuni strati sociali a favore della pace.

Ma, con i capi civili del Sud per lo più contrari a prendere in considerazione qualsiasi ipotesi che affrancasse almeno una parte degli schiavi, la guerra proseguì sempre più cruenta, anche se combattuta soprattutto da una massa di uomini di basso ceto via via arruolati nelle campagne. Di fatto, solo nell’aprile 1865 l’esercito unionista, a cui s’erano aggregati 180mila neri man mano liberati, riuscì ad avere la meglio.

In complesso la guerra aveva mietuto oltre seicentomila vittime (l’ultima delle quali fu lo stesso presidente Lincoln, assassinato il 14 aprile per mano di un fanatico sudista). Tanto venne a costare il conflitto che mise fine allo schiavismo: così che milioni di neri non vennero più comprati e venduti come qualsiasi altra merce o dei capi di bestiame. 

Non per questo, tuttavia, una schiera di facoltosi coltivatori del Sud si rassegnarono all’abolizione della schiavitù, tentando perciò di ripristinare sotto altre sembianze il lavoro servile; mentre vari ex politici e militari sudisti organizzarono delle sette terroristiche contro la popolazione di colore. Ci sarebbe poi voluto quasi un secolo perché venisse smantellato del tutto il regime di segregazione razziale nei riguardi degli afroamericani.



Bruce Levine
La Guerra civile americana. Una nuova storia
Einaudi, 2015
32,00


Il Sole 24Ore – 27 settembre 2015


lunedì 28 settembre 2015

Passioni spinoziane



Una breve ma intrigante riflessione sulla modernità del pensiero di Spinoza.

Passioni spinoziane

di Ar. M.

Nato ad Amsterdam da una famiglia di commercianti ebrei, in sinagoga Spinoza studiò teologia e fu invitato a osservare la regola di Gamaliele, secondo cui «ogni uomo dotto, che non sappia anche un mestiere, finisce per diventare un furfante», occupandosi com’è noto di ottica.

Nell’epoca dei roghi e dell’Inquisizione, il pensiero spinoziano appare in tutta la sua dirompente radicalità, oltre a rivelarsi profondamente innovativo: addirittura precursore di molti temi al cuore degli interessi di studiosi e scienziati di oggi. Baruch Spinoza avrebbe il merito, secondo alcuni, di aver anticipato da filosofo molti dei problemi che oggi sono affrontati nelle neuroscienze: dal rapporto mente/corpo all’analisi delle emozioni e dei sentimenti, elaborati all’interno di una visione protobiologica incentrata sul principio di autoconservazione degli organismi.

Come osserva il neuroscienziato Antonio Damaso, il pensiero di Spinoza ha davvero un’importanza fondamentale per qualsiasi descrizione si voglia dare delle emozioni e dei sentimenti umani.

«Tratterò della natura e delle forze degli affetti e del potere della mente su di essi. Considererò le azioni e i desideri umani come se si trattasse di linee, di superfici e di corpi», leggiamo in un passo rivelatore dell’Etica che è una delle più belle “dichiarazioni di intenti” si possano trovare in un trattato di filosofia.

«Un affetto non può essere ostacolato né tolto se non da un affetto contrario e più forte», si legge ancora nell’Etica. Nessuna dicotomia tra passione e ragione in una filosofia come quella di Spinoza che prevede un legame stretto e peculiare tra corpo e mente. Anche per governare filosoficamente le passioni, dunque, è alle passioni che bisogna volgersi.


Il Sole 24Ore – 27 settembre 2015

La terra desolata. Eliot e la prima guerra mondiale



Una nuova lettura del capolavoro di Eliot colloca "La terra desolata" tra le grandi opere letterarie nate in risposta alla immane carneficina della prima guerra mondiale.

Renzo S. Crivelli

La guerra desolata



Una specifica chiave di lettura della Waste Land, non particolarmente esaminata dalla critica del Novecento, riguarda il suo collegamento diretto con la tragedia della prima guerra mondiale. In primo luogo perché questo poemetto viene scritto quasi due anni dopo la sua fine ed è pubblicato quattro anni dopo. In secondo luogo perché si è andata sempre più consolidando l’idea di una sostanziale “estraneità” del poeta ai fatti diretti della carneficina.

Certo, non partecipò di persona né fu sulle trincee, come invece avevano fatto tanti poeti inglesi, semplicemente perché cittadino americano fino al 1927. I cosiddetti War Poets – da Rupert Brooke a Siegfried Sassoon, da Isaac Rosenberg a Wilfred Owen – ci hanno lasciato memorabili opere dal forte realismo descrittivo, così come altri americani – da Ernest Hemingway a Edward Eastlin Cummings – hanno consegnato alla letteratura pagine toccanti, spesso denunciando l’assurdità della morte nelle trincee (basti pensare a A Farewell to Arms e The Enormous Room).

Più recentemente è emersa una nuova percezione dello stretto rapporto intercorso fra Eliot e la grande guerra. Innanzi tutto va detto che la parte finale della poesia in francese Dans le Restaurant, collocabile intorno al 1914, contiene un’allusione alla figura di Phlebas che verrà recuperata nella IV sezione della Waste Land. Da qui il collegamento tra “durante” e “dopo”, nel quadro immaginifico ed emotivo del poeta, che può indicarci come e perché la Waste Land può essere considerata un poemetto “sulla” guerra. A significare che il “quadro” immaginifico almeno di una sezione (la IV intitolata Death by Water), trae le sue origini da eventi contemporanei al massacro degli eserciti in Europa.



Certo, quando la guerra scoppia, Eliot si trova in Inghilterra con una borsa di studio per il Merton College di Oxford, e sta scrivendo la sua tesi di dottorato sulla filosofia di F.H. Bradley. Ma il suo status è quello di «americano non belligerante», e il suo coinvolgimento più diretto si manifesterà solo quando, ultimata la tesi nel 1916, non se la sentirà di oltrepassare l’Oceano su una nave passeggeri per andare a Harvard a discuterla, specie dopo la tragedia del siluramento del Lusitania ad opera di un U-Boote tedesco.

Inoltre, se vogliamo cercare un riscontro con i War Poets, va detto che Eliot non ha una particolare considerazione per la poesia delle trincee. La considera dettata essenzialmente da uno stato emotivo immediato e spaventoso. Questa sua opinione – fortemente discutibile – sarà, molti anni dopo, espressa in uno dei suoi Occasional Verses, intitolato A Note on War Poetry. Scritta nel 1942, quando vive – in questo caso sì – la seconda guerra mondiale sulla sua pelle svolgendo la mansione di “avvisatore bellico” sui tetti di una Londra devastata dalle micidiali V1 e V2 tedesche, questa poesia espone molto bene il suo punto di vista sulla testimonianza diretta dei combattimenti: «Sembra proprio possibile che una poesia possa scaturire / da una persona molto giovane: ma una poesia non è poesia – / la poesia è una vita. // La guerra non è una vita: è una situazione, / qualcosa che non può essere né ignorata né accettata, / un problema da affrontare con agguati e stratagemmi, / circoscritti o sparsi»).

Per Eliot un War Poet non è necessariamente un poeta; può scrivere cose intense, legate allo stato di eccezionale tensione nel momento in cui sta rischiando la vita, ma non per questo il risultato è sempre accettabile sul piano qualitativo. Una specie di reazione, questa, al concetto critico-interpretativo per cui «sono i grandi temi a fare grande la letteratura» (da Guerra e pace in poi…).

Stimolato da Miss Storm Jameson, curatrice di un volume sul contributo americano alla seconda guerra mondiale, a fornire il suo parere sulla poesia che “rende” emotivamente l’immediatezza dell’angoscia di morte sotto la pressione bellica, Eliot entra nel dibattito sulla “plausibilità” della poesia militante (erano in molti, infatti, a chiedersi se la war poetry fosse vera poesia e potesse essere fruita con la stessa valenza coinvolgente da persone che non avevano vissuto la tragica esperienza dell’autore). Egli ritiene pertanto che per guerra si intenda solo la guerra, e che essa non possa sostituire la vita.

Così come una poesia occasionale non può prendere il posto di uno status poetico permanente («Ciò che è durevole non può sostituirsi al transitorio»). Questa potrebbe essere la ragione per cui nella produzione poetica del primo periodo non figura nessun componimento direttamente collegato alla guerra. La vera poesia risiede per lui in una consapevolezza molto più duratura dei problemi legati allo stato esistenziale; e ciò deve avvenire in una prospettiva ben più vasta di quella di un conflitto, quand’anche “mondiale”.



Ma è un fatto che, come la critica comincia a riconoscergli, Eliot ha voluto “scrivere” nella Waste Land la guerra a posteriori, trasformando i suoi versi da “occasionali” a universali – e permanenti – attraverso gli effetti morali e politici della sua tragedia. Egli, dunque, sceglie di osservare non più il contingente, assoggettato all’effimero, ma la sua lunga proiezione nel tempo. La “terra desolata”, infatti, è quella di un’Europa che ha abdicato alla propria dignità umana, iniziando il suo decadimento.

Eliot, pertanto, sia per certe sue ambiguità iniziali e per l’alta levatura della sua poesia, sia – vieppiù – per il grande affresco che ha saputo darci della rinuncia ai valori dell’Europa bellica e post-bellica, può essere sicuramente considerato come il principale spartiacque tra, da una parte, gli intellettuali detrattori della “bellezza della guerra” e, dall’altra, gli “indifferenti” scarsamente coinvolti dalla retorica della propaganda militarista del tempo.

Il suo atteggiamento nei confronti del primo conflitto mondiale, infatti, appare tanto sottotono durante gli anni della carneficina quanto impegnato alla fine delle ostilità; e volto a una riconsiderazione dei colossali guasti morali che la carneficina ha prodotto nelle nuove generazioni (non escludendo la sorte drammatica dei sopravvissuti).


Il Sole 24Ore - 27 settembre 2015


E' morto Pietro Ingrao, l'ultimo dei grandi dirigenti del PCI



E' morto Pietro Ingrao, l'ultimo dei grandi dirigenti del PCI, sopravvissuto alla fine del suo partito e del comunismo sovietico che furono il suo mondo. E' stato tutto meno che un eretico del comunismo, come qualcuno si ostina ancora nonostante tutto a definirlo. Mancò tutti gli appuntamenti importanti dal 1956 alla fine del PCI. Sempre critico, ma sempre alla resa dei conti allineato e coperto, non mosse un dito mentre i suoi figliocci del Manifesto venivano cacciati dal PCI. Fu punto di riferimento per una parte della Nuova Sinistra (dal Manifesto a Rifondazione passando per DP) che si riconobbe nella sua inconsistenza teorica e inconcludenza politica e che come lui rimase prigioniera di un rapporto di amore-odio con il togliattismo che non seppe mai davvero radicalmente superare.


Riccardo Barenghi

Pietro Ingrao, il comunista che voleva la luna

È morto nel sonno, ieri pomeriggio verso le quattro e mezzo, nella sua casa del quartiere Italia, a Roma. Pietro Ingrao aveva compiuto 100 anni il 30 marzo. Ieri mattina ha avuto ancora la forza di fare colazione, ma da diversi mesi la sua vita scorreva in una sorta di letargo. Le figlie e il figlio Guido (nome da partigiano di Pietro) si sono precipitati nell’appartamento del padre, e così gli innumerevoli nipoti e bisnipoti. Telefonate, messaggi, parenti, amici, leader politici, compagni di partito e di politica. E le istituzioni, a cominciare dalla presidente della Camera Laura Boldrini: si tratta anche di organizzare i funerali, l’ultimo saluto a uno storico dirigente del Pci e della sinistra comunista, nonché a sua volta presidente dell’assemblea di Montecitorio dal 1976 al 1979. T ribuna dalla quale seguì minuto per minuto il drammatico rapimento di Aldo Moro sfociato nel suo assassinio.  

Un’ora dopo la morte, Ingrao è steso sul letto: dimagrito ma non trasfigurato, nessuna malattia l’aveva colpito. Ha potuto lasciare la vita così, senza accorgersene. 

Quasi cent’anni prima, quando era un bambino, Ingrao una sera d’estate aveva rifiutato di fare la pipì nel vasino. I genitori insistono ma niente, lui non cede. Alla fine il padre gli promette un regalo. Pietro accetta, fa la sua pipì, guarda il padre e gli fa: «Voglio la luna». Ma nessuno può dargliela, lui si arrabbia e sbotta: «E io rivoglio la piscia mia». L’episodio è una metafora della sua vita: la luna era la rivoluzione, il comunismo. O meglio un mondo che, attraverso il comunismo, sarebbe diventato più giusto, migliore. 

Quel mondo non è mai arrivato, il comunismo è fallito, lo stesso Ingrao ne ha visti e denunciati gli errori e gli orrori (non sempre nel tempo giusto, come lui stesso ammetterà), la luna è rimasta lì dove è sempre stata. E adesso anche lui esce di scena dopo aver raggiunto il secolo di vita. 

Un secolo, appunto, quel Novecento che, come lui stesso ha detto e scritto tante volte, è stato il periodo che ha visto i cambiamenti, i terremoti sociali e politici più importanti della storia. Dalla Rivoluzione russa al fascismo, dal nazismo alla Resistenza, dai lunghi anni di scontro con la Dc al crollo del Muro di Berlino e alla morte del Pci, fino alle guerre moderne, cominciate con quella del Golfo nel ‘91 e non ancora finite. Una lotta dopo l’altra, col partito ma anche dentro al partito.

Lotte dure, difficili da vincere, e infatti lui nelle tante interviste o conversazioni fatte nel corso del tempo ha sempre enfatizzato con amarezza il risultato ottenuto: «C’è poco da fare, siamo stati sconfitti. È inutile nascondersi la realtà, per quando dura e difficile possa essere». E c’è un’altra metafora che sintetizza perfettamente il concetto, una sua poesia di poche parole: «Pensammo una torre / Scavammo nella polvere». 

Tuttavia Ingrao la sua vita non l’avrebbe voluta indietro come la pipì. Se avesse potuto tornare indietro, avrebbe rifatto quello che ha fatto, quella «scelta di vita» - come la chiamò il suo compagno-avversario Amendola - Ingrao non l’ha mai messa in discussione, non si è mai pentito di essere stato comunista. Orgoglioso, a volte entusiasta di questa sua militanza così lunga e profonda. Ma spesso critico, autocritico, perfino sofferente di fronte ai grandi e drammatici fatti che hanno segnato la storia della sua «fede».  


Una storia talmente lunga e ricca che è difficile anche cominciarla. Negli anni Trenta era appassionato di cinema e di poesia, la politica non la considerava la sua missione. La scossa è arrivata con la guerra di Spagna, è a quel punto che Ingrao si schiera e parte per la sua avventura comunista. Seguirà la Resistenza, la clandestinità, la Liberazione, la direzione dell’Unità, il rapporto strettissimo ma anche conflittuale con Palmiro Togliatti, il suo famoso editoriale intitolato «Da una parte della barricata» in cui appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria, editoriale di cui non ha mai smesso di pentirsi.

E qui va ricordato un altro episodio: dopo aver scritto quell’articolo, rispettando la disciplina di partito, Ingrao andò a trovare proprio il leader del Pci per comunicargli il suo sgomento per quell’invasione. Togliatti gli rispose secco: «Oggi io ho bevuto un bicchiere di vino in più». Non voleva dire che aveva brindato ai carri armati, probabilmente, ma l’interpretazione autentica di quel bicchiere nessuno l’ha mai saputa dare. 

Ed è dopo la morte di Togliatti che comincia la storia di Ingrao leader della minoranza del partito. La sua battaglia per la democrazia interna, la critica al comunismo reale, quello sovietico, sfociano nel congresso del 1966, l’XI, dove Ingrao e i suoi (quelli che qualche anno dopo fecero nascere il Manifesto e per questo furono radiati dal Pci con il voto favorevole del loro stesso maestro: altro episodio di cui Ingrao si è sempre autocriticato ferocemente) vennero duramente sconfitti: «Cari compagni, mentirei se vi dicessi che mi avete convinto», pronunciò dalla tribuna.  

Una frase storica perché metteva in piazza, per la prima volta nella storia del Pci, il dissenso. Viene applaudito a lungo, una standing ovation si direbbe oggi, ma è un omaggio che non cambia i rapporti di forza. Vincono Longo, Amendola, Pajetta, Alicata, Napolitano col quale seguirono parecchi scontri politici. Qualche anno dopo saranno loro a eleggere Enrico Berlinguer segretario del Pci. I due, Berlinguer e Ingrao, avranno sempre un rapporto leale, ma difficilmente riusciranno a trovare punti profondi di convergenza politica. 

Il resto è storia recente, lo strappo di Occhetto, l’opposizione del vecchio leader della sinistra (che all’epoca aveva «solo» 75 anni), la sua uscita solitaria dal Pds, la sempre più accentuata ritrosia a occuparsi della politica politicante (negli anni Ottanta si era appassionato dei video musicali, la sua curiosità per le novità era notevole, tanto che ultimamente aveva addirittura aperto un sito Internet).

Pensava molto alla guerra come paradigma del mondo moderno. Era nato durante la Grande guerra, aveva vissuto da giovane la «terribile» Seconda guerra mondiale, aveva combattuto per il Vietnam, si era schierato contro tutte le guerre «americane» degli ultimi venticinque anni. È morto senza riuscire a trovare la pace, e nemmeno la luna.

La stampa – 28 settembre 2015




domenica 27 settembre 2015

Frank Sinatra e il sogno americano



Mostre, concerti, proiezioni, dischi, dibattiti e anche una bottiglia di bourbon. Negli Usa molte le iniziative per ricordare «The Voice» a un secolo dalla nascita.

Vilmo Modoni

Frank Sinatra. Il sogno americano a “modo suo”

Se fosse ancora vivo Francis Albert Sinatra sarebbe sulla soglia dei cent'anni. Era infatti nato il 12 dicembre 1915 a Hoboken, in New Jersey, piccolo centro tanto vicino in linea d'aria a Manhattan quanto lontano dalla Grande Mela in termini di opportunità e cose da fare.

Era figlio di immigrati italiani: il padre Antonio, siciliano, aveva tirato di boxe con lo pseudonimo di Marty O'Brien e serviva nel locale corpo dei vigili del fuoco; la madre, Natalina Garaventa, originaria dell'entroterra ligure, procurava aborti clandestini ed era militante attiva del partito democratico.

Quest'anno l'America sta rendendo omaggio con diverse iniziative al centenario di colui che Bruce Springsteen ha definito «un simbolo riconoscibile come la Statua della Libertà. Era il ventesimo secolo, era moderno e complesso, aveva swing e una personalità inquieta. La sua voce esprimeva un bisogno ribaldo di libertà e la triste consapevolezza di come va il mondo».

Il Boss non è l'unico musicista apparentemente lontano anni luce dal suono e dallo stile di Sinatra a rendergli onore. Bob Dylan ha di recente pubblicato un album, Shadows in the Night, con diverse cover di The Voice (il soprannome più noto di Sinatra) e il suo produttore Daniel Lanois ha rivelato che ne avrebbe già inciso anche un secondo, finora inedito. Oltre agli inchini dei musicisti venuti dopo di lui, la lista delle celebrazioni è davvero notevole.

Un'esposizione di foto alla Morrison Hotel Gallery e tre show speciali al Lincoln Center di New York, la proiezione dei suoi film al Tribeca Film Festival di Robert De Niro, un documentario sulla rete Hbo. E poi programmi radio su Sirius Xm, diversi dibattiti durante tutto l'anno (dall'università di Yale fino al convegno di dicembre al festival Sxsw di Austin) e un grande spettacolo celebrativo chiamato Frank Sinatra 100.

Non mancano neppure edizioni di cd targati Capitol, Universal e Sony, mentre la Warner ha messo in cantiere edizioni commemorative dei suoi film. Puntuale anche l'omaggio di una famosa casa produttrice di whisky, considerato come Frank ne fosse appassionato e devoto consumatore e sostenitore (ebbe a dire: «Non ignoro il bisogno di fede dell'uomo: sono per qualunque cosa ti permetta di passare bene la notte, siano preghiere, tranquillanti o una bottiglia di Jack Daniels»). La distilleria di Lynchburg ha messo sul mercato una bottiglia griffata che lo ricorda, il «Jack Daniel's Sinatra Select».



Tra i molti eventi commemorativi merita un cenno particolare la mostra appena conclusasi alla New York Public Library for the Performing Arts e che sembra possa avere un seguito itinerante (e chissà che non si riesca a vederla anche dalle nostre parti), hanno partecipato le figlie Nancy e Tina che hanno messo a disposizione cimeli inediti di ogni genere: foto mai viste, lettere rare, effetti personali, i quadri che dipingeva per rilassarsi e non vendeva mai.

C'è pure l'angolo per fare un duetto virtuale con The Voice. Naturalmente è un'esibizione agiografica, dove si decanta a pieni polmoni il buono e si tacciono i difetti. Si esaltano ad esempio le sue prese di posizione contro il razzismo («Credetemi, ne so qualcosa di intolleranza razziale. A undici anni fui chiamato "sporco italiano" a casa mia, nel New Jersey») o l'antisemitismo, come la creazione del Tamarisk Country Club perché tutti gli altri campi da golf escludevano ebrei e neri e lui allora rifiutava di frequentarli.

Ma non si trova neppure una delle oltre 1.200 pagine di dossier che l'Fbi ha raccolto sui suoi rapporti con la mafia, spiandolo per oltre quarant'anni (indagini che liquidava così: «I mafiosi? Niente a che fare. Solo ciao e arrivederci»). E non si scopre neppure se Frank è davvero il padre di Ronan Farrow, come tempo fa la madre Mia ha lasciato intendere senza peraltro fornirne prova. E, girando per le sale della mostra, non è dato capire i motivi di alcune delle contraddizioni più eclatanti di Ol' Blue Eyes (altro soprannome di Frank).

Non si capisce, ad esempio, perchè abbia finito la vita da cattolico praticante e devoto, dopo aver detto di credere «nella Natura» come un figlio dei fiori panteista. O come mai, dopo essere stato come la madre un convinto sostenitore dei democratici (durante una convention del partito John Kennedy gli rese omaggio così: «So che abbiamo un debito con il nostro grande amico Frank Sinatra. Prima ancora di cantare, raccoglieva voti per i democratici in un distretto elettorale del New Jersey. E quando smetterà di cantare, continuerà a parlare in favore del partito democratico, e io lo ringrazio a nome di tutti i presenti») abbia finito per appoggiare Ronald Reagan.

Poco importa. L'America è genuflessa di fronte a Sinatra. Ol' Blue Eyes è un'icona, forse anche per tutti i difetti che incarnava, e così lo trattano dalla costa atlantica al Pacifico. Tanto che Sinatra non ha certo bisogno delle celebrazioni del centenario per essere ben presente nella coscienza collettiva statunitense e, perché no, di tutto il mondo. I suoi dischi continuano a essere venduti, a oggi siamo attorno ai 150 milioni di copie, e anche i media moderni registrano la sua strabordante presenza: un video di My Way su YouTube ha registrato trentasette milioni di visualizzazioni. The Voice non è solo ben presente e radicato nella memoria popolare, ma viene pure apprezzato dalla critica colta.

Tempo fa il mensile inglese di musica classica Gramophone è giunto a paragonare le sue canzoni, per la qualità dell'interpretazione, a dei veri e propri Lieder, composizioni per voce solista e pianoforte che ebbero come autori maestri come Schubert o Brahms. Non male per un cantante autodidatta che asseriva di essere l'unico ad aver preso lezioni di canto da un trombone: «Quello che più mi ha influenzato è stato il modo in cui Tommy Dorsey suonava il trombone. Volevo assolutamente che la mia voce funzionasse proprio come un trombone o un violino; non volevo certo che il suono fosse lo stesso, ma volevo modulare la voce come quegli strumenti».



E oltre a Dorsey (nella cui big band aveva militato attorno al 1940, definendola poi con rispetto «la General Motors delle big band americane»), Sinatra aveva cercato di carpire i segreti di Bing Crosby (la cura per le tecniche di registrazione, l'approccio al microfono, il morbido cantato), delle linee melodiche di Louis Armstrong, del tono musicale arioso e sfuggente del sassofonista Lester Young, del modo in cui alcuni musicisti jazz possono far sentire una melodia come qualcosa di incredibilmente fragile e al contempo infrangibile. Altra grande influenza fu Billie Holiday e, sorpresa, Sinatra venne anche ispirato dal violinista classico Jascha Heifetz: «Fui sempre attratto dal suo suono, che pareva non interrompersi mai».

Tante influenze insomma, anche molto diverse tra loro, che avevano reso Frank capace di modulare la voce da baritono alto a tenore, assicurandogli grande maestria nel dare significato alla frase che cantava con pause e furiose accelerazioni. In questo 2015 dedicato a Sinatra si discuterà di questo e di molto altro ancora e probabilmente non mancheranno neppure le voci critiche. Ma la percezione è che Frank ne uscirà alla grande. Ha incarnato il sogno americano, le speranze del dopoguerra, le contraddizioni e i pregi della sua generazione, i limiti di un cantante autodidatta. Che però, alla resa dei conti, con la sua voce ha convinto tutti.


Il Manifesto – 5 settembre 2015

De Pisis a Parigi



Il pennello di Filippo de Pisis, tra i Venti e i Trenta, ci rivela una Parigi vorticosa ma non alla Baudelaire, intima ma non proustiana. Il suo «impressionismo» si nutre di occasioni di strada. Lo spinge a Parigi il desiderio di aggiornarsi su una situazione stimolante, sospesa tra le avanguardie cubista e surrealista e il «rappel à l’ordre». Il marchesino pittore risale agli impressionisti e ai fauves per cambiare maniera sotto il segno della luce colorata e dell’attimo esistenziale.

Giulia Toso

De Pisis a Parigi. Non più metallico ma sfarfallante

È solo il 16 ottobre 1920 quando Filippo de Pisis, ancora a Ferrara e in procinto di spostarsi a Roma, scrive in una lettera a Primo Conti «Io presto andrò a Parigi. Tu dovresti venire con me. Io ti insegnerei a vivere un poco (ne possiedo l’arte)». La realizzazione del progetto avviene però effettivamente solo nel marzo 1925, probabilmente incoraggiato dall’avvenuto approdo a Parigi dell’amico De Chirico nel 1924 e da una serie di lettere di presentazione che gli vengono procurate prima della partenza (tra queste quelle per Roger Cornaz, Salomon Reinach e Louis Dimier).

Giunto a Parigi, de Pisis trova alloggio all’Hotel Espèria al 149 di Avenue de Suffren, ma dal 1926 al 1929 si sposta ininterrottamente, spinto probabilmente dalla frenetica insoddisfazione che lo contraddistingueva e dalla continua ricerca di uno spazio personale intimo, passando da Rue St. Sulpice a Rue de Verneuil, dal 30 di Rue Bonaparte (appartamento occupato anche da De Chirico e Sciltian), all’Hotel Notre Dame presso St. Michel, per trovare pace infine al 7 di Rue Servandoni nel 1929, in quel luogo che l’artista amava chiamare «il mio granaio».

«C’era tutto, da Baudelaire al café crème; c’era quel lieve sentore, che non è puzzo e non è odore: e lo studio di De Pisis, ne pareva la sintesi, o piuttosto il rebus, la cui soluzione finale, attraverso stracci, bastoni, fiori secchi dava: Parigi». (Cesare Brandi, 1932).



I motivi che spinsero de Pisis al trasferimento parigino sono senz’altro da identificare in quella necessità di aggiornamento che il mestiere di pittore, da poco intrapreso, necessitava e che la capitale francese poteva certamente offrire: guarita dalle ferite della Grande Guerra, Parigi era diventata il centro nevralgico dell’attività artistica e culturale, gli intellettuali vi convogliavano da tutte le parti del mondo a tentare la curiosità e la sete inesausta di novità; boulevards colmi di folla, caffè impenetrabili, vetrine sfavillanti, musica, eventi mondani ed esposizioni; rue La Boétie divenne il centro delle grandi gallerie, rue de Seine e rue Bonaparte ospitavano le più piccole, il quartiere di Montparnasse era la meta più ambita dagli artisti.

Così come de Pisis e De Chirico, approdano a Parigi altri pittori italiani, tra i quali Alberto Savinio, Mario Tozzi, Gino Severini, Massimo Campigli e Renè Paresce; con de Pisis, dal 1928 al 1933, si raccolgono sotto l’insegna di «Les Italiens de Paris», fiancheggiati dal giornalista e critico d’arte Waldemar George, in nome di quel rappel à l’ordre che era possibile individuare anche in Italia e che contrastava l’avanguardia cubista e il surrealismo.

De Pisis si perde nelle vie di Parigi, studia i francesi dell’Ottocento al Louvre, vede Poussin, scopre Manet, Vlaminck, Rouault e l’Impressionismo, la sua pittura si discosta gradualmente dall’impostazione metafisica che contraddistingueva la precedente produzione, facendosi più sfarfallante di luce e di colore; le pennellate diventano frenetiche e inquiete, la tavolozza vibrante, l’esecuzione fulminea. Come scrive Giovanni Cavicchioli nella monografia del 1932: «Quasi tutti i suoi quadri nascono così, improvvisati dall’urgenza, dalla difficoltà, dall’estasi e dal capriccio».



L’attività pittorica di de Pisis si svolge a Parigi sia nello spazio intimo del proprio atelier, luogo di ossessioni e di eros, dove amava invitare ragazzi di strada incontrati di notte sui boulevards e fatti posare nudi, oppure en plain air, immerso nel traffico brulicante della capitale francese: attratto dai Lungosenna e da strette prospettive di case, la Tour Eiffel, Notre Dame, Place de la Concorde, Place Vendôme, il Pantheon, les Invalides scorciati e accavallati sfumano in composizioni vibranti. Scopre inoltre l’umanità varia della metropoli (emigranti, ragazzi di vita, operai, vecchi, clochard) da cui sviluppa una serie di ritratti di tipi corrispondenti a una determinata categoria sociale, che da un lato denunciano lo stato degradato del soggetto e contemporaneamente lo nobilitano.

Nonostante le prime difficoltà economiche, a cui l’artista cerca di far fronte con piccoli lavori alla Sorbonne e visite guidate ai musei, Parigi diventa per de Pisis luogo di successo: la prima esposizione avviene già nel giugno 1925 presso la Galerie Carmine, in Rue de Seine, e una personale presentata da De Chirico viene inaugurata nella primavera del 1936 alla Galerie Au Sacre Printemps. Dopo l’ esordio al Salon de l’Escalier del 1928 con «Les Italien de Paris», le esposizioni del gruppo si moltiplicano; le vendite di dipinti incrementano, de Pisis espone in diverse gallerie parigine (Galerie de Quatre Chemin, Galerie Bonjean, Galerie Jeune Europe, per citarne solo alcune) mantenendo pur sempre uno stretto legame con galleristi italiani come Gaspare Gussoni e Vittorio Emanuele Barbaroux.



Perennemente in contatto con l’ambiente culturale italiano, a Parigi l’artista intrattiene rapporti anche con scrittori come Massimo Bontempelli, Aldo Palazzeschi, Marino Moretti, con critici d’arte tra cui Margherita Sarfatti, Mario Broglio e Gualtieri di San Lazzaro, galleristi come Antonio Aniante, storici dell’arte come Lionello Venturi e Cesare Brandi, spesso anche gradite compagnie per il thé nel proprio atelier, per un rendez-vous al Caffè Les Deux Magots, per dîner «chez Albert».

Nonostante la malinconia per i cieli azzurri d’Italia, il trasporto con cui de Pisis vive la propria esperienza nella città che lo ospiterà fino al rientro in Italia nel 1939, è testimoniato dalle seguenti parole di Giovanni Comisso del 1927: «In quei giorni mi diede una presentazione di Parigi, come Mefistofele a Faust della festa nella notte di Valpurga.

Passammo dai caffè di Montparnasse ai loschi ritrovi di Montmartre e della Bastiglia, dove egli avvicinava gente di ogni specie e parlava con tutti come se fosse conosciuto da anni. Quando ci lasciammo promisi a lui e a me stesso che sarei andato a stabilirmi a Parigi quanto prima, per vivere con lui di quella selvaggia e satanica libertà».


Il Manifesto – 23 agosto 2015

sabato 26 settembre 2015

La Repubblica di Onzo rivive nell'opera di Cristina Cambiganu



Domenica 27 settembre alle ore 11 verrà inaugurato a Onzo un grande pannello in ceramica realizzato da Cristina Cambiganu e ispirato alla storia della Repubblica di Onzo, che in quel giorno celebra il suo 434mo anniversario.

L'iniziativa di grande rilievo (e non solo artistico) è frutto della Fondazione TribaleGlobale che proprio a Onzo ha la sua sede centrale.



La Repubblica di Onzo rivive nell'opera di Cristina Cambiganu.

Cristina Cambiganu, artista di grande qualità e cara amica, ha accettato di fare per Tribaleglobale un'opera davvero impegnativa nella concezione come nella realizzazione.

Non era facile raccontare la storia di una comunità che il 4 settembre del 1582 si organizzò per cacciare un prepotente pronto a insidiare la dignità di una giovane promessa sposa, si diede statuti democratici e si autogovernò per oltre due secoli.

Non era facile usare per una narrazione complessa il linguaggio del fumetto, inciso su una materia apparentemente antitetica come la ceramica, intuitivo e rapido il primo, soggetta alle virtù bizzarre e imprevedibili del fuoco la seconda. Eppure lo fa presentando un lavoro dipinto con la leggerezza del pennello usando unicamente la materia di base, la terra stessa, nobilitata dall’alta temperatura.

E il risultato finale sorprende.

Intanto la piramide e' rovesciata e si presenta come un diamante prezioso: in alto non ci sono i potenti, ma la comunità che trae linfa dalla concretezza della terra.

Le diverse figure ci parlano di gente che agisce con i piedi ben posati sulla terra e lo sguardo fiero, alimentato dalla forza dell'albero della vita. 

La ricchezza si raccoglie dai frutti della terra: non a caso è una donna, se pur aiutata da un uomo, che solleva una pentola simbolicamente piena di danaro direttamente dal sottosuolo; dentro c'è il frutto del sudore, ma anche la determinazione che porto' gli Onzesi a demolire il castello del prepotente recuperando le pietre e ogni cosa utilizzabile, perché da queste parti lo spreco e' un peccato.

La ricchezza si ottiene tutti insieme: un filo avvolge le figure presenti. Ai lati della scena due persone anziane, un uomo e una donna circondano la comunità con la loro presenza ricca di esperienza. Al centro la bimba magica - una fata? - lega con quel filo l'intera comunità, tenendone i due capi: è lei che libera le stelle, con l’istinto dell’infanzia. Esse sono auspicio di bellezza su tutto ciò che è presente, e coprono il velo della sposa che un'altra donna, solidale, regge;  un altra bimba lo solleva , una donna osserva trasognata, un uomo riposa seduto su uno sgabello, un bimbo con un retino cerca di acchiappare le stelle, i sogni di tutti. Lo sposo osserva un poco stranito, anch'egli confusamente protagonista di storia partita male ma finita bene perché nata sotto una buona stella, e alimentata perennemente dai gemelli portafortuna che versano continuamente acqua in un pentolone che non si deve bruciare, tenaci come questa comunità che da secoli cava vita e bellezza dalle pietre.Il gatto e il cane, liberi esseri amici degli umani, partecipano a questa esperienza vitale.

Ancora al centro della scena, sotto gli occhi struggenti e penetranti dell'albero della vita , un uomo con i capelli lunghi setaccia forse la farina, forse ciò che è giusto da ciò che non lo è...e  infine  c'è una Madre con il suo Bimbo, figura ancestrale che tutto comprende e tutto difende.

L'opera è organizzata in sequenze che parlano il linguaggio dell’illustrazione a fumetti ovvero della cinematografia ma che si distingue da entrambi nel focalizzare le caratteristiche di ogni personaggio che ritroviamo poi nel quadro centrale.

Il percorso procede nel medesimo modo da entrambi i lati, affinché non sia la direzione intrapresa, ma la volontà del cammino a portare chi vorrà conoscere questa storia fin dentro il cuore grande e un poco magico di questa antica comunità.

Giuliano Arnaldi , settembre 2015.  - 434mo Anniversario della Repubblica di Onzo.



Note informative su Cristina Cambuganu

Se è vero che il fumetto, con le nuove evoluzioni virtuali, sta aprendo i suoi orizzonti all’immateriale, è vero anche che dove le arti si compenetrano nascono opportunità di scambio e di crescita….

Ceramista per scelta (dopo una illustre parentesi nel mondo dell’Intelligenza Artificiale), nata come torniante a Montelupo Fiorentino e da vent’anni Albissola, Cristina Cambiganu si avvicina al mondo del fumetto, suo vero sogno nel cassetto, per passione pura. Si diploma in ‘’Fumetto ed in ‘illustrazione Digitale’ alla Scuola Internazionale di Comics di Torino. Inizia prima del 2000 a coniugare il fumetto con la sua abilità ceramica, e dopo anni di sperimentazione e di studi i risultati sono emozionanti quanto maturi, sognanti quanto duraturi nel tempo come é la materia ceramica.

Nuvole di creta può essere il nome adatto a questo nuovo filone dove illustrazioni e immagini sono riprodotte con pittura ad engobbio su porcellana chiara purissima.
Il risultato artistico, condotto direttamente dalle mani di Cristina Cambiganu, è eclatante, sia che si tratti di fogli di creta bidimensionali, che di oggetti tridimensionali magari adatti ad illuminare, che di sculture che danno vita tridimensionale ai personaggi.


Finale for Nepal



Baj. Figure dell'immaginario 1951-2003



Riceviamo e rilanciamo


Il Comune di Savona e la Fondazione Culturale Cento Fiori promuovono nello spazio mostre temporanee del Museo d’Arte di Palazzo Gavotti la mostra Baj. Figure dell’immaginario 1951-2003 che resterà aperta fino al 13 dicembre 2015.


La mostra nasce da un progetto dell’Archivio d’Arte Contemporanea dell’Università di Genova (già responsabile della mostra su Asger Jorn del 2014) e dell’Archivio Baj di Vergiate, che raccoglie e promuove l’eredità artistica e documentativa dell’artista. 

Con quasi quaranta opere esposte, la mostra presenta al pubblico un percorso attraverso la lunga e intensa carriera artistica di Enrico Baj (1924-2003), a partire da Quamisado II, capolavoro del periodo “nucleare” e dalle tre sculture antropomorfe in ceramica realizzate dall’artista ad Albissola Marina durante il famoso Incontro Internazionale della Ceramica del 1954.


Peter Orlovsky e le estati tossiche della Beat Generation

    Allen Gisnberg e Peter Orlovsky

Allen Ginsberg e Jack Kerouac, Tangeri e Calcutta, marijuana e codeina. Nei diari di Peter Orlovsky, pubblicati ora in America, i viaggi psichedelici degli ultimi poeti.

Le estati tossiche della Beat Generation


Guido Andruetto

La disperata felicità di un figlio dei fiori


Il viaggio come “ altra” dimensione, come stato alterato di coscienza. Nei vagabondaggi estivi in giro per il mondo, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i poeti nomadi della Beat Generation sperimentarono meglio che in qualunque altra situazione quanto fosse sconvolgente aprire le porte della percezione ed esplorare territori nuovi della mente attraverso le sostanze stupefacenti.

In quelle leggendarie peregrinazioni psicoattive, luoghi già carichi di fascino mistico e di sognante bellezza, come Tangeri, Calcutta, Venezia o Istanbul, diventavano così il teatro di processi di espansione psichedelica della coscienza sotto gli effetti dell’oppio, dell’eroina, della marijuana, del peyote o di altri allucinogeni come l’Lsd.

Una nuova testimonianza in tal senso è rappresentata da un’ampia raccolta di lettere e diari di Peter Orlovsky, poeta beat e compagno di vita di Allen Ginsberg, che la casa editrice Paradigm Publishers di Boulder, Colorado, ha pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti con il titolo “Peter Orlovsky, a life in words: intimate chronicles of a beat writer”.



Orlovsky, scomparso nel 2010 a settantasei anni per un cancro ai polmoni, «è stato il cuore segreto dei Beats», come ha scritto Patti Smith, e nella sua corsa disperata e gioiosa di autentico figlio dei fiori verso un altrove costantemente anelato, ebbe per compagni, oltre a Ginsberg, Jack Kerouac (che si ispirò a lui per il personaggio di Simon Darlovsky in “Angeli di desolazione”), Neal Cassady, Gregory Corso, William Burroughs, di cui fu anche amante, e poi Lawrence Ferlinghetti, Paul Bowles, Alan Ansen, Gary Snyder, Leroi Jones, Ed Freeman e Diane di Prima.


Poeta buddista, maestro del sesso bruciante di amore e poesia, nelle pagine dei suoi diari e nelle lettere indirizzate in particolare alla madre Kate, alla sorella Marie, al fratello Lafcadio e all’adorato Ginsberg, Orlovsky racconta senza freni l’immersione tossica durante i suoi viaggi in cui era spesso accompagnato da personaggi simbolo del gruppo dei beat come Corso e Burroughs.

Tra frammenti sparsi di letture di Arthur Rimbaud, Franz Kafka e Dorothy Parker, le giornate disordinate e odoranti di vita di Orlovsky e degli altri beat lontano dagli Stati Uniti, si rivelarono un terreno fertile per fare sbocciare visioni e storie concimate con la mescalina, la ganja e la morfina. Nutrimenti chimici che alimenteranno il mito della Beat Generation e degli psiconauti degli anni Sessanta.

    Con Ginsberg e Bob Dylan al Village

VENEZIA, 22 LUGLIO 1957

Care Kate e Marie, Allen (Ginsberg, ndt ) ha ricevuto una lettera dal suo editore a San Francisco (Lawrence Ferlinghetti, ndt) e ha detto che Jack K. (Kerouac, ndt ) è andato a Città del Messico. Jack è separato da sua moglie, che ha un figlio da lui, ma non sono divorziati; lei sta cercando di ottenere gli alimenti, perciò lo cerca ma non riesce a trovarlo, non sapeva che fosse a San Francisco, pensava fosse a Tangeri. Gli ha spedito una lettera per dirgli che voleva divorziare e sposare un tizio portoricano. Ma non era veramente a questo che puntava, lei non vuole divorziare. Ha scritto la lettera con l’idea di scoprire il suo indirizzo e scatenargli contro la legge per avere gli alimenti. Quando la legge alla fine è arrivata a casa sua, a San Francisco, lui ha deciso di filarsela e se ne è andato a Città del Messico. È stato un vero peccato, perché stava proprio cominciando a darsi una calmata e a smettere di vivere una vita sregolata, on the road . Quanto a noi, qui a Venezia riusciamo a cavarcela con i 50$ fra tutti e due, è fantastico con quanto poco riusciamo a vivere, anche se non dobbiamo pagare affitto. Ma ora basta con Venezia, via a Firenze e poi a Roma per una settimana, forse andiamo a piedi, lasciamo le nostre borse qui. Sembra che a Venezia nessuno abbia tè (marijuana, ndt ) perciò niente problemi con gli sbirri.

(da una lettera di Peter Orlovsky a Kate e Marie Orlovsky)

    Con Jack Kerouac a Tangeri


TANGERI, 1 GIUGNO 1961

Bel casino di merda: noi tre che arriviamo da Marsiglia qui a Tangeri e non facciamo in tempo a sbarcare dalla nave che quegli stupidi impiegati marocchini addetti al controllo passaporti insieme ai funzionari dell’ambasciata americana ordinano a Gregory (Corso, ndt ) di tornare sulla nave che farà la prossima tappa a Casablanca — dove altri funzionari uguali a loro decideranno se Gregory può rimanere in Marocco ad aspettare il rinnovo del suo passaporto o se invece sarà rispedito a Marsiglia per essere messo in prigione finché il Dipartimento di Stato deciderà cosa fare con lui — che peccato. Pensavamo che saremmo stati felici tutti e tre — incontrare di nuovo B. B. (Bill Burroughs, ndt ) — ricordare cose dimenticate di Tangeri — com’erano certi angoli — scalinate piene di uomini barbuti e i caffè di Socco Chico e le cozze ammonticchiate sopra le balle, e il tè alla menta e la musica araba e le bocche senza denti— e ora nella mia stanza stanotte a farmi due buchi, e niente Gregory e niente Allen in viaggio verso Casablanca e verso i guai. (dal diario di Peter Orlovsky)

TANGERI, 13 LUGLIO 1961

Noi al Sun Beach, Tangeri — io, Ansen, Allen e Gregory — parlato molto di poesia — Gregory si ubriaca — comincia a dirmi quello che pensa — «Della tua poesia non me ne frega niente» — sapevo che la pensava così, ma non era mai stato così esplicito su quello che pensava. Io poi, circa cinque minuti più tardi, dopo che Gregory che era andato ad abbordare ragazze o a ordinare un altro giro di drink è tornato, ho detto ad Ansen che cosa mi aveva detto Corso, in una conversazione tra noi due, che non dovrei scrivere poesie o dipingere, ma fare qualcos’altro — per esempio giocare a baseball, nuotare, viaggiare — Allen ogni tanto diceva «non è vero» — Ansen ascoltava e non ricordo cosa ha commentato. Una ventina di minuti dopo erano ubriachi tutti e tre, Allen e Corso hanno preso a bisticciare perché Allen aveva detto che aveva aiutato Gregory a Parigi per venire qui, 8.000 franchi per il biglietto per Cannes da Parigi per noi tre — e aveva puntato 100 o 200 dollari al casinò di Cannes perdendoli, e Allen gli aveva dato 20 dollari per puntare di nuovo — e Gregory aveva cercato 7 volte di convincermi a dargli 10 dollari per scommettere e io avevo tenuto duro. Sento che Allen e Gregory sono un cancro strisciante per la mia anima.

(dal diario di Peter Orlovsky)




ISTANBUL, 15 AGOSTO 1961

Giornata divertente, preso pillole di becadina e quindi calma. Andato in giro fino a consolati per visti per altri posti Medio Oriente. Disegnato piazza accanto università e preso fumo inebriante. Incontrato ragazza americana, suona violoncello, abbordarla e scoparla? No — un’altra volta. Lavato i miei calzoni di tela e bevuto troppa soda. Dovrei studiare il mio spagnolo adesso. Codeina vuole solo che mi sdraio e dormo con sogni — mi sa sbagliato a prenderla — ma poi fantastica per sognare, ma non riuscito studiare spagnolo.

(dal diario di Peter Orlovsky)

CINA, 29 LUGLIO 1962

Il mio uomo della pipa è venuto, spero di potergli chiedere della Cina. Una minuscola giara con la calotta nera buona, aspiro tutto insieme in un respiro lungo minuzioso riempie il mio stomaco, occupa la mia gola. Dopo la terza comincia un formicolio rilassante in tutto il corpo come dopo venuto che ti accasci sopra lei. La pipa è fatta di bambù e bulbo, l’oppio a forma di ciambella viene asciugato, come stucco, e arrotolato, pressato. Più la pipa è vecchia migliore è l’effetto. Da un’altra finestra sull’altro lato del vicolo vedo una ragazza e i suoi capelli ciondolano mentre sta piegata sopra il balcone per vedere qualcosa — una capra che odora una vecchia scarpa di legno — una lampadina con uno straccio sopra — uno dei due cani si lamenta nel corridoio. Allen è entrato e sta tirando steso su un fianco.

    Ginsberg e Orlovsky


BENARES, 15 SETTEMBRE 1963

Caro Belly Allen love, sto uscendo da un sogno confuso di oppio-morfina — io bene — riletto la tua lettera ieri — avevo completamente dimenticato quello che diceva — sono felicissimo che mi hai scritto dicendo quello che hai detto, ti considero il mio divino Guru d’Amore, hai continuato a canticchiare belly-love nel mio orecchio, finché ho trovato il tuo significato — spalanca i tuoi cancelli di Blake. Poi ti ho telegrafato oggi perché il denaro voli a te.

( lettera di Peter Orlovsky a Allen Ginsberg)

(Traduzione di Fabio Galimberti)


la Repubblica – 6 settembre 2015