TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 31 ottobre 2015

Dove andare: Creta



Ottocento monasteri, cinquecento gole di montagna, necropoli tardo minoiche e palazzi veneziani. L'isola bagnata dal mar Egeo e da quello libico ha uno scenario drammatico, che nulla concede alla visione da «cartolina»

Arianna Di Genova

Leggende cretesi ad alta quota

Qual­siasi viag­gia­tore per­duto tra le fen­di­ture dei monti e i lar­ghi oriz­zonti del mare della Gre­cia, in navi­ga­zione verso i nume­rosi arci­pe­la­ghi che costel­lano quel ter­ri­to­rio per metà som­merso dalle acque, capi­sce a un colpo d’occhio che l’isola di Creta ha una iden­tità tutta sua. Ha un sapore di erbe spe­ziate e for­maggi fre­schi come lo ximo­mi­zi­thra, e un colore eccen­trico che sor­prende per le muta­zioni repentine.

D’altronde, è suf­fi­ciente ammi­rare anche solo la rico­stru­zione — quella «sce­no­gra­fia sfac­ciata», come la stig­ma­tizzò lo sto­rico dell’arte Cesare Brandi — del fastoso palazzo di Minosse a Cnosso, per intuirlo. Ovun­que, river­bera una tavo­lozza che scarta dal resto della Gre­cia con­ti­nen­tale e iso­lana. Soprat­tutto nel ver­sante occi­den­tale, quello che custo­di­sce nel suo cuore i resti di una città stato come Aptera (forse un inse­dia­mento colo­niale gover­nato dal dorico Apte­ros, che par­te­cipò all’occupazione di Creta verso la fine dell’era minoica), domina il rosso dar­deg­giante delle catene mon­tuose e dei sassi inca­strati fra bassi cespu­gli di timo, rosma­rino e dit­tamo.



Quest’ultimo è una erba­cea perenne aro­ma­tica, sacra a Arte­mide, che si favo­leg­gia man­gias­sero anche le capre, fin dalla notte dei tempi, per far rimar­gi­nare le ferite pro­cu­rate da frecce e che, in seguito, venne ele­vata a pianta per visio­nari e vati­ci­nanti. C’è poi il gri­gio per­la­ceo dei vali­chi impervi tra le rocce, inter­rotto dall’improvviso can­dore di chie­sette rupe­stri abbar­bi­cate ai pen­dii, e quel par­ti­co­lare cielo «sbuc­ciato», come lo definì sem­pre Brandi nel suo Viag­gio nella Gre­cia antica, men­tre alle inse­na­ture bagnate dal mare che costeg­gia­vano il tra­gitto tra Cha­nia e Ira­klion attri­buì un azzurro «vinoso».

La tavo­lozza com­prende anche il bianco panna delle nuvole che nasconde eter­na­mente la cima del monte Ida: è pro­prio lassù che nac­que la civiltà greca, quando Rea, in un anfratto (oggi mèta di pel­le­gri­nag­gio), rifu­giò il pic­colo Zeus per sot­trarlo al can­ni­ba­li­smo del padre Crono, dando a quel marito esi­gente in pasto una indi­ge­sta pie­tra. Sfuggì il dio-bambino alla sorte cru­dele degli altri figli di Rea, venne alle­vato con miele e ambro­sia dalla capra Amal­tea e, una volta cre­sciuto, con­qui­stò il potere: detro­nizzò il genitore-tiranno e lo costrinse a vomi­tare i suoi fra­telli, fon­dando così un intero mondo cele­ste e, suc­ces­si­va­mente, anche una pro­ge­nie di uomini e donne che finì sulla terra.

Assai rigo­gliosa ai pri­mordi, ora Creta appare più brulla, con vege­ta­zione raso­terra, costel­lata però sulle spiagge da pic­cole palme, una spe­cie autoc­tona, oggi pro­tetta, la phoe­nix theo­fra­sti. Siamo comun­que nella terra che fin dal tre­mila avanti Cri­sto col­ti­vava gli ulivi. Ce ne sono, sull’isola, circa quat­tro milioni e mezzo: tutti, dopo cin­que anni, danno i loro frutti, le olive per il cele­bre olio extra­ver­gine e quelle da pasto, più grandi, le kala­mata. Alcuni alberi sono bat­tuti dal vento da almeno un mil­len­nio, come l’olivo di Vuves, un vil­lag­gio a 30 chi­lo­me­tri dalla città di Cha­nia, con­si­de­rato uno dei più anti­chi del pia­neta tanto da meri­tare un museo tutto dedi­cato alla sua sto­ria e a quella dei suoi «vicini».



Può anche capi­tare che, vagando con lo sguardo, si scor­gano pian­ta­gioni di banani e altre di avo­cado: nel pae­sino di Lapa, dove si con­ser­vano ancora molte vesti­gia intatte del modus vivendi vene­ziano, case soprat­tutto, l’avocado è un gran pro­ta­go­ni­sta: si beve, si man­gia e si spalma come unguento rige­ne­rante sulla pelle.

L’anomalia pae­sag­gi­stica cre­tese rispetto all’idea che ognuno pos­siede della Gre­cia «turi­stica» è tutta in alcuni numeri: il suo ter­ri­to­rio, oltre natu­ral­mente alle spiagge, pre­senta circa 500 gole di mon­ta­gna — molte delle quali ospi­tano gli 800 mona­steri dell’isola — 1000 cascate, il canyon più lungo d’Europa (18 chi­lo­me­tri, le gole di Sama­ria), 60 cime che supe­rano i due­mila metri. Numeri che descri­vono una car­to­gra­fia appa­rec­chiata per smar­ri­menti volon­tari.

È labi­rin­tica Creta, pro­prio come indica la sua mito­lo­gia, con quella sim­bo­lica pri­gione per il Mino­tauro (figlio di Pasi­fae, moglie di Minosse ma nato da un tra­di­mento insuf­flato dagli dèi) che l’architetto Dedalo costruì a pro­te­zione del «mostro» regale. Stra­ti­fi­cata, abi­tata fin dal neo­li­tico, poi «rac­con­tata» in un palin­se­sto ver­ti­gi­noso di domi­na­zioni che la sto­ria ha sovrap­po­sto — da qui la civiltà minoica si è pro­pa­gata, qui sono arri­vati mice­nei, dori, romani, bizan­tini, vene­ziani, tur­chi — l’isola bagnata dal mar Egeo e da quello libico non può rispon­dere a nes­suna esi­genza di controllo.



«Avevo quella sen­sa­zione di certe pagine dei romanzi di Dic­kens, di un mondo strano, con una gamba sola, rischia­rato da una luna sfi­nita: una terra soprav­vis­suta a ogni cata­strofe e ora pal­pi­tante di un bat­tito san­gui­gno, una terra di gufi e aironi e di biz­zarre reli­quie, quali i mari­nai ripor­ta­vano da lidi stra­nieri». La ricor­dava così nel suo Il Colosso di Marussi lo scrit­tore ame­ri­cano Henry Mil­ler che, nel 1941, si imbarcò da Mar­si­glia per il Pireo, pro­ce­dendo tappa dopo tappa fino a Creta, resti­tuendo al let­tore un luogo remoto, che a un viag­gia­tore d’oltreoceano doveva appa­rire di dif­fi­cile deci­fra­zione.

Le spie­ga­zioni razio­ci­nanti, qual­siasi ten­ta­tivo di inca­sel­la­mento di una realtà mul­ti­forme, ven­nero pron­ta­mente sosti­tuite da un tor­rente di impres­sioni fisi­che. All’inizio, col solo pro­nun­ciare una prima parola «bel­lis­sima come nero, acqua», poi trat­teg­giando un ritratto com­piuto: «La Gre­cia è ciò che ognuno sa, anche in absen­tia, anche da bam­bino, o da idiota o nasci­turo. Ma Creta è un’altra cosa — scri­veva ancora Mil­ler — è una culla, uno stru­mento, una vibrante pro­vetta in cui è stato ese­guito un espe­ri­mento vul­ca­nico». In più, ogni luogo pos­siede una sua forte per­so­na­lità: Cha­nia, per esem­pio, è vene­ziana, eclet­tica e indi­vi­dua­li­sta.

Per un altro viag­gia­tore eletto come Brandi, che affidò le sue sen­sa­zioni al libric­cino pub­bli­cato da Val­lec­chi nel 1954, Cha­nia ha «un porto che sem­bra un tem­plio sman­tel­lato. Nel senso che ha le sue belle strut­ture natu­rali, calve natu­ral­mente, e una mostra insi­pida di città qua­lun­que che una volta dovette essere cospi­cua. Sorte amara, non di una città sola, di un’isola che, dopo essere stata la depo­si­ta­ria di una civiltà pri­meva, miste­riosa, e raf­fi­na­tis­sima, in anti­cipo su quasi tutti i rivie­ra­schi del Medi­ter­ra­neo; dopo aver vivac­chiato ono­re­vol­mente fino alla for­tuna, inspe­rata, di dive­nire vene­ziana, pro­prio all’ultimo quando sem­brava che ce l’avesse fatta a scam­pare dai tur­chi, i tur­chi se la pigliano, e in meno di due secoli ne distrug­gono ventisette».



Vene­ziano è pro­prio uno dei mona­steri più belli — Tza­ga­ro­lon — dal cognome dei due fra­telli Lorenzo e Gere­mia che lo fecero costruire. Si trova nella peni­sola di Akro­tiri, lì dove, andando verso il mare s’incontra anche la spiag­gia di Sta­vros, dive­nuta un’ambitissima loca­tion dell’immaginario dopo che, nel film Zorba il greco, Anthony Quinn vi ballò per la prima il sir­taki, bat­tez­zando con il suo corpo una danza popo­lare, sulle note di Mikis Theo­do­ra­kis. Era il 1964 e il sir­taki vedeva la luce ispi­ran­dosi all’hasapiko, un’antica danza chia­mata anche «dei macel­lai», risa­lente all’impero bizan­tino. Nato per testi­mo­niare la libertà e l’energia vitale, è stato la ban­diera della rivolta della popo­la­zione greca alle leggi finan­zia­rie delle troika.

Eppure Creta è nutrice e matrice euro­pea, un luogo delle ori­gini, come viene riba­dito più volte dalle sue leg­gende. È da qui che il Vec­chio con­ti­nente ha preso in pre­stito il suo nome, nono­stante la posi­zione geo­gra­fi­ca­mente così mar­gi­nale dell’isola stessa. Fu la prin­ci­pessa feni­cia Europa, infatti, a gene­rare Minosse con Zeus, spo­stan­dosi da oriente verso occi­dente e get­tando le fon­da­menta di una nuova civiltà, che all’epoca mito­lo­gica non temeva di mesco­lare est e ovest: bella e sofi­sti­cata, veniva dalla città di Tiro, fu abbin­do­lata dal dio sotto le spo­glie di un toro all’apparenza man­sueto e tra­spor­tata attra­verso il mare a Creta, dove si unì a Zeus dando alla luce tre figli.


Il Manifesto – 31 ottobre 2015

“Sempre più anziani malati. È colpa dei tagli alla Sanità”




Secondo un rapporto sullo stato della sanità gli over 75 con problemi di salute aumentano dell’8%. E' il risultato dei tagli alla spesa sanitaria dei governi Berlusconi-Monti-Renzi.


Paolo Russo

Sempre più anziani malati. È colpa dei tagli alla Sanità”


Eccolo qui l’effetto tagli sulla nostra sanità: avevamo nonni tra i più in salute d’Europa ed ora stiamo perdendo terreno; oltre il 30% dei farmaci innovativi non arriva sui banchi delle farmacie; la spesa privata per curarsi sale del 14% e 2,7milioni di italiani rinunciano a visite e analisi; crescono le diseguaglianze da una regione all’altra per l’accesso alle prestazioni; per vaccinare i nostri figli spendiamo meno che nel resto dell’Unione europea.

Quanto siano state poco indolori gli ultimi anni di manovre sanitarie lo dice l’undicesimo Rapporto del Crea sanità dell’Università Tor Vergata, presentato ieri a Roma con il titolo non casuale «L’universalismo diseguale».

La nostra spesa è oramai inferiore del 28,7% a quella dei Paesi Ue. E gli effetti iniziano a vedersi. Solo 10 anni fa i nostri ultrasettantacinquenni con problemi di salute erano meno del 55%. Un record europeo, visto che la media era quasi di 10 punti superiore. Ora quella forbice si è ridotta a soli 4 punti con noi al 63%. «Il peggioramento della performance italiana non è distribuito equamente», sottolinea il rapporto, che indica nella classe media quella più a rischio di “razionamento” delle cure. Questo probabilmente perché i più ricchi possono comunque ricorrere al privato, mentre i più poveri sono almeno esenti dai super-ticket.

I fenomeni di impoverimento per le spese socio-sanitarie si sono ridotti (100mila famiglie in meno avrebbero varcato la soglia di povertà), ma resta il fatto che 2,7 milioni di italiani ha rinunciato a curarsi per motivi economici. La cura dimagrante ha riguardato anche l’offerta dei farmaci. Il consumo di quelli innovativi approvati dall’Ema, l’Agenzia europea del farmaco, è inferiore del 38,4% rispetto a quelli medi di Francia, Germania, Spagna e Regno Unito. Siamo più bravi nel contrastare il fenomeno del consumismo farmaceutico si dirà. Ma un’altra tabella del rapporto mostra il contrario: dal 2009 al 2014 oltre il 32% dei medicinali approvati dall’Ema non ha varcato i confini italici. Neanche in fatto di vaccinazioni stiamo messi bene. Ci lamentiamo di avere indici di copertura sotto la soglia di sicurezza del 95% ma poi per immunizzare i nostri bimbi spendiamo appena 4,79 euro a testa contro i 10 della Francia, gli 11,3 della Germania e i 19 della Svezia.



Lo stato di salute della nostra sanità varia però da regione a regione. Tra differenti modi di applicare i ticket, maggiori o minori liste d’attesa, mini prontuari farmaceutici regionali, l’indice di equità per l’accesso alle prestazioni sanitarie stilato dal Crea mostra differenze abissali. Fatto cento l’indice nazionale si va dalla maglia nera Campania con indice 206 all’equo Trentino Alto Adige con indice 33. Ma con l’aggiunta delle Marche tutte le regioni meridionali sono sotto la media nazionale.
Cittadini penalizzati

Stesse iniquità si ritrovano sul piano fiscale, con i cittadini delle regioni in piano di rientro dal deficit penalizzati dalle super-addizionali Irap ed Irpef. Basti pensare che nel Lazio l’addizionale della tassa sul reddito da lavoro è superiore dell’88% a quella versata in Basilicata. Come si esce da questo impasse lo spiega Federico Spandonaro, Presidente del Crea: «Occorre una moratoria che mantenga invariata la spesa sul Pil. Con la certezza delle risorse disponibili sarà poi possibile rivedere la lista delle priorità d’intervento». Magari senza continuare a spacciare il razionamento delle cure con il falso universalismo del tutto gratis a tutti.


La Stampa 29.10.15

Origini della dittatura della bilancia



Quattrocento anni fa Santorio inventò la “pesapersone”. Fu una rivoluzione dietetico politica.

Marino Niola

L'uomo che ci condannò alla bilancia

La magrezza è più nuda, più indecente della grassezza, diceva Baudelaire, che trovava nei tipi eccessivamente asciutti un che di perverso. Sembra un pensiero giurassico, tanto è lontano da quell'imperativo slim fit che oggi formatta anime e corpi, coscienze e bilance. In realtà, anche a metà Ottocento, l'autore dei "Fiori del male" è già in controtendenza storica. Perché la dittatura del peso, che oggi assume i toni di uno stigma morale, è figlia della modernità. E dei suoi sistemi di misurazione del mondo. Tutti tarati sulla quantità, sulla calcolabilità, sulla gravità. Che si tratti di cose o che si tratti di persone, la logica è la stessa.

I nuovi protocolli della scienza sperimentale impongono una conoscenza sempre più esatta della dimensione e della pesantezza dei corpi. Terrestri, celesti e umani. È allora, all'epoca di Galilei e di Newton, che l'indagine su masse e volumi, statiche e dinamiche, transita dal mondo del pressappoco all'universo della precisione. Siamo al tempo in cui l'autore del Dialogo dei massimi sistemi , compie i suoi celebri esperimenti sulla caduta dei gravi e scrive trattati come La bilancetta , in cui illustra i nuovi strumenti per misurare il peso specifico dei corpi.

E non per caso a pochissimi anni di distanza fa la sua prima apparizione una nuova macchina di precisione destinata a imprimere alla storia sociale dell'Occidente una svolta biopolitica. E a influenzare pesantemente la nostra vita. È la bilancia pesapersone, che quest'anno festeggia i suoi quattrocento anni di vita. A inventarla è Santorio Santorio, un medico dell'Università di Padova, che presenta alla comunità scientifica il suo congegno nell' Ars de statica medicina , apparsa nel 1615 e considerata uno dei libri più importanti del secolo. Forse il più importante, insieme al De motu cordis ( Intorno al movimento del cuore ) dell'inglese William Harvey, lo scopritore della circolazione del sangue. Santorio doveva avere proprio il bernoccolo della misura, visto che nel 1612 inventa anche il termometro, il primo strumento in grado di tradurre in cifre la temperatura corporea. In parole povere, di misurare la febbre.



Certo la sua bilancia non somiglia alle smart weight digitali sulle quali poggiamo i nostri piedi. Leggere, trasparenti, diafane, connesse in wifi con il computer, che calcola immediatamente le variazioni del nostro indice di massa corporea. Finendo paradossalmente per bypassare la nostra corporeità, transustanziandola in algoritmi. Quella di Santorio aveva l'imponenza teatrale di una macchina barocca. Con uno scranno di legno, sospeso ad una fune legata a un gigantesco bilanciere graduato, lungo quanto un'intera stanza. E su quello scranno l'ingegnoso medico veneziano ha passato trent'anni della sua vita. Senza scendere neanche per dormire. Ci lavorava, studiava, riceveva. E all'ora dei pasti un congegno a braccio mobile gli avvicinava un tavolino a rotelle con pranzo e cena. Non prima di aver pesato tutti i cibi, solidi e liquidi, che componevano la paletta nutrizionale dello scienziato.

Un ingegno dietologico inesorabile perché, una volta assunta la giusta quantità di alimenti, la sedia si allontanava rendendo irraggiungibili le leccornie in bella mostra sul tavolo. Ma la sua macchina della verità corporea era in grado di calcolare non solo gli input ma anche gli output. Perfino il sudore. In particolare quella che all'epoca veniva chiamata perspiratio insensibilis, vale a dire traspirazione impercettibile. Quella sorta di evaporazione che sprigiona dal nostro corpo una nube aerea, una nebbiolina invisibile e apparentemente senza peso.

Certo è che lui e la bilancia diventano una sola cosa, anche nell'immaginario popolare. Al punto che su un muro esterno dell'università patavina campeggiava un'epigrafe in sua memoria, col simbolo del pesapersone e il motto Hac stat salus , cioè questa è la salute. Come dire che il segreto del benessere sta nel controllo costante del proprio corpo. Precetto che Santorio applica prima di tutto a se stesso.

Di fatto l'inventore del pesapersone traduce in numeri, grammi e centimetri quella tendenza al controllo dei corpi, e non più solo delle anime, che caratterizza la modernità borghese. Che progressivamente, ma inesorabilmente, trasforma la ponderazione da categoria filosofica in categoria fisiologica. Perché ha bisogno di ritmo, efficienza, leggerezza per far correre l'economia di mercato che sta nascendo. Non a caso in quegli stessi anni l'oversize comincia a diventare una questione scientifica, sociale e morale. Biopolitica, insomma. E obesity comincia a diventare una parola ricorrente, soprattutto nel mondo anglosassone e in generale in quello protestante, che vede nella grassezza una mollezza fisica e morale tipica del mondo cattolico.



La usa tra i primi il fisiologo e medico Tobias Venner in un'opera intitolata Via recta ad vitam longam . Come dire che la retta via verso la longevità passa attraverso la rinuncia, la temperanza e l'autocontrollo. E chi non è capace di normalizzare i propri appetiti corporei è doppiamente colpevole. Di ingordigia e di inefficienza. Di intemperanza e di tracotanza. Non a caso nel mondo che sta nascendo non c'è più posto per i grassoni. Come il Falstaff shakespeariano, paradigma di questa morale ponderale.

Descritta mirabilmente nell'Enrico IV. Dove la carne tremula di Sir John diventa l'ologramma inquieto di un passaggio epocale. E la sua condanna è già scritta, fuori scena, nei nuovi comandamenti della modernità. Il suo destino, che ha il ventre per sigillo, annuncia o, meglio, "presoffre" come il Tiresia di Eliot, la nuova economia politica dei corpi che prescrive continenza e temperanza, magrezza e leggerezza a guisa di esercizi spirituali. A tutto questo Falstaff si oppone, tuonando contro la «nuova generazione di debosciati, che beve poco e mangia solo pesce». È esattamente quel che facciamo noi oggi. Insomma con Santorio e Shakespeare vanno in scena le prove generali del nostro presente, che fa cortocircuitare vita e girovita. E prende le misure all'esistenza.


La Repubblica – 8 ottobre 2015


venerdì 30 ottobre 2015

XXV FESTA LOU DALFIN UVERNADA



XXV FESTA LOU DALFIN UVERNADA

A Saluzzo
da martedì 27 ottobre a domenica 1 novembre

con concerti di LOU DALFIN, LOU SERIOL, LOU TAPAGE, PLATEAU ARVERNE, PATXI eta KONPANIA e tanti altri.

Ma non sarà solo musica, La festa ospiterà anche una Mostra Mercato di Liuteria e Artigianato, Stages di ghironda, organetto, flauti, cornamusa e danze basche, i MICROBIRRIFICI delle Valli Occitane con C’è Fermento e il ristorante con il paniere dei prodotti Terre del Monviso.



Sylos Labini e le classi sociali in un’Italia da riformare



Quarant’anni dopo torna il saggio dell’economista che lesse con occhi nuovi la realtà del nostro Paese. Riprendiamo parte della prefazione di Ilvo Diamanti.

Ilvo Diamanti

Sylos Labini e le classi sociali in un’Italia da riformare


A quarant’anni di distanza è sempre bene rileggere il “Saggio sulle classi sociali” di Paolo Sylos Labini. Perché è rigoroso e al tempo stesso innovativo. Perché affronta la questione della «struttura sociale» in modo stimolante e profondo. Perché il tempo non ne ha limitato l’attualità. Al contrario. E, per questo, ripercorrerne le pagine permette di ricostruire la natura di alcuni dei nostri problemi — economici, sociali e, al tempo stesso, politici. Che hanno radici storiche profonde. Lontane. Eppure persistono e resistono. (...)

Merito del “Saggio” di Sylos Labini è di superare le due principali letture alternative delle classi sociali. La prima — dicotomica, di tradizione marxista — riduceva la struttura di classe alla sostanziale divisione — conflittuale — fra borghesia e proletariato. Dalle quali erano attratte tutte le altre classi, perlopiù residui del passaggio verso il modo di produzione capitalista. L’altra lettura prevalente aveva segno «funzionalista». Traduceva la divisione sociale in termini di «stratificazione». Un concetto che rendeva e rende difficile individuare distinzioni chiare e nette.

Fondate su basi chiare. Su interessi e su tensioni irriducibili. Paolo Sylos Labini complica la rappresentazione dicotomica senza, però, sbriciolarla. Senza riprodurre una realtà tanto fluida quanto illeggibile. E, in fondo, in-dicibile. Egli riconduce, dunque, la popolazione italiana a tre grandi classi sociali. Oltre — e in mezzo — alla borghesia e alla classe operaia, inserisce le classi medie. Che, a loro volta, aggregano componenti diverse: la piccola borghesia impiegatizia; la piccola borghesia relativamente autonoma e, infine, alcune categorie specifiche, come i militari e i religiosi.

A differenza della concezione dualista, di tradizione marxiana, Sylos Labini non considera la struttura sociale destinata ad un’alternativa tanto polarizzata quanto incompatibile. A una lotta irriducibile, fino allo scontro finale. Da cui sorgerà la società senza classi.



Ma non immagina neppure una società indistinta, se non su basi funzionali e quantitative. La base della sua «classificazione» è, invece, fondata sulla diversa natura e provenienza del reddito. La rendita, che proviene dalla proprietà di terreni agricoli o urbani. Il profitto, che trae origine dall’attività imprenditoriale (sia essa fondata sull’agricoltura, l’industria o il commercio). Infine, il salario, che deriva dal compenso ottenuto dal lavoratore dipendente per l’opera prestata. (…)

Naturalmente, le cose sono cambiate, in modo anche profondo, rispetto allo scenario disegnato da Sylos Labini. E hanno reso — forse — ancor più difficile la strada delle riforme.
Alcuni mutamenti — sensibili — hanno coinvolto la struttura di classe. La borghesia si è progressivamente legata, in modo sempre più stretto, alle logiche finanziarie.

La «classe operaia», in grande espansione negli anni in cui Sylos Labini scriveva il suo Saggio, si è trasformata profondamente. Insieme ai modi e ai luoghi della produzione. Del mercato e dell’economia. Che si sono «globalizzati». E dispersi. Polverizzati. Hanno, dunque, perduto i centri e i riferimenti tradizionali. (...) Tuttavia, le annotazioni e le analisi proposte da Sylos Labini in queste pagine appaiono «visionarie », ancorché lucide. Soprattutto se si fa riferimento alla «questione delle riforme » e agli ostacoli che le rendono sempre all’ordine del giorno. E sempre lontane. Annunciate e irrealizzate.

L’istruzione e la ricerca, in Italia, restano, sempre e ancora, un problema. Visto che gli investimenti pubblici, in questo settore, sono molto al di sotto della media UE. E non crescono. Così, la burocratizzazione della società e dello Stato. Che ha contribuito ad abbassare gli standard di efficienza del sistema produttivo privato, ma anche di quello pubblico. Mentre le logiche della finanza hanno inquinato e quasi avvelenato l’economia. (...)

Tecnici e intellettuali, i gruppi che avrebbero dovuto — e potuto — favorire la modernizzazione, insieme alla classe operaia, in effetti non sono riusciti a giocare un ruolo da protagonisti. Fra gli intellettuali, la categoria degli insegnanti si sente sempre meno «classe dirigente». E neppure «piccola borghesia». Piuttosto, lamenta una caduta di status — e di reddito. La diffusione delle tecnologie della comunicazione, nel lavoro e nella vita quotidiana, ne ha ridimensionato e, comunque, ridefinito gli spazi.

    Copertina della prima edizione

Quanto ai «tecnici», oggi è difficile definirne i confini e il profilo, tanto sono cambiati, in questi anni. Di certo, l’immagine sociale dei tecnici e dei professori — dunque: degli intellettuali — come attori della modernizzazione e delle riforme non è migliorata. Al contrario, si è non poco deteriorata. Soprattutto dopo che, negli ultimi anni, sono state promosse alcune esperienze di governo esplicitamente ispirate a queste figure. Governi di tecnici, professori ed esperti. E, parallelamente, è cresciuto il numero di tecnici, professori, esperti al governo.

Si tratta di formule sperimentate in Italia, ma non solo. Per rispondere al deteriorarsi del rapporto fra cittadini, partiti e politici. Con l’esito di rendere difficili anche le relazioni fra cittadini e tecnici. In particolar modo, fra tecnici e classe operaia. Visto che ai tecnici è stato affidato il compito di «riformare » — ma, in effetti, ridimensionare — lo Stato sociale (in particolare: le pensioni). E, al tempo stesso, di rivedere il sistema di regole che organizza il mercato del lavoro. Rendendolo più flessibile. E, dunque, ridimensionando le garanzie per gli occupati.

La «questione delle riforme», come l’aveva tratteggiata Sylos Labini, appare, dunque, ancora aperta. Anche perché nuovi ostacoli si sono aggiunti ai vecchi. Particolarmente insidiosi. Fra gli altri, ne rammento uno. L’invecchiamento della popolazione. Che, da un lato, ha reso le riforme più urgenti. Ma anche più contrastate, perché investono, inevitabilmente, il sistema delle garanzie sociali conquistate nei decenni precedenti. Dall’altro lato, però, ha ridimensionato il peso delle componenti «innovative ». Quelle che possono contribuire maggiormente alla domanda di riforme. In particolare i giovani. I quali, secondo l’80% degli italiani, se vogliono fare carriera, se ne dovrebbero andare dal nostro paese. E in effetti lo fanno. Con l’esito di impoverire ulteriormente le nostre risorse sociali di innovazione e di cambiamento. E di rendere più faticoso il cammino delle riforme.

La Repubblica – 29 ottobre 2015



Paolo Sylos Labini
Saggio sulle classi sociali
Laterza, 2015
euro 14

Da vedere: La legge del mercato



Uomini come cose, usati e poi gettati via. Un film magnifico su come la crisi economica può distruggere la vita di un uomo.

Roberto Nepoti

Una meritata Palma a Vincent Lindon che affronta la crisi

La crisi economica e le sue ricadute sulla vita delle persone sono state affrontate nei film con un approccio, a dir poco, timido. In Italia, generalmente, si è preferita la forma della commedia, inventandosi soluzioni più o meno improbabili e consolatorie. Anche il cinema di lingua francese ha preso tempo prima di rappresentare la crisi, la disoccupazione, le umiliazioni quotidiane che oggi infestano il mondo del lavoro: quando lo ha fatto, però, ha prodotto alcuni titoli importanti come Due, giorni una notte dei fratelli Dardenne, Tutti i nostri desideri di Phlippe Lioret e ora questo magnifico La legge del mercato , in concorso al Festival di Cannes dove Vincent Lindon ha vinto una sacrosanta Palma come miglior attore protagonista.

Cinquantenne disoccupato con responsabilità familiari (il figlio ha un handicap fisico) Thierry dura a trovare un impiego. Da mesi sostiene colloqui via Skype, talvolta umilianti e sottomessi a regole indecifrabili; ma senza risultato. Frattanto si vede costretto a mettere in vendita, per poche migliaia di euro, la casetta mobile di famiglia; neppure questo, però, è facile: anche i potenziali acquirenti sono poveri e contrattano fino all’ultimo soldo. Per rilassarsi, frequenta un corso di danza e balla, a casa, con la moglie e il loro ragazzo.



Tuttavia il viso di Lindon è loquace nell’esprimere la frustrazione e lo scoramento del personaggio. Che, a un certo punto, ritroviamo - giacca e cravatta - come sorvegliante in un ipermercato. Qui sembra che Thierry abbia risolto il problema (può chiedere una piccola somma alla banca, che ora gliela concede, ha di nuovo un suo status sociale...); e invece, è proprio ora che comincia il peggio. Costretto a occuparsi dei poveracci che rubacchiano (teppistelli, ma anche vecchietti smarriti che non arrivano alla fine del mese), si trova quasi subito alle prese con un dilemma morale.

Tanto più, e tanto peggio, perché sa che le piccole trasgressioni riguardano meno il pubblico che il personale alle casse. La proprietà, infatti, vuole tagliare teste; per aggirare le regole, spia i dipendenti con le stesse telecamere di sorveglianza non aspettando altro che un passo falso di quella povera gente (buoni spesa non gettati, tessera-punti usata a proprio favore...) per poterla licenziare. È il caso, tra gli altri, di una matura cassiera di lungo corso. Senza esagerazioni né sottolineature melodrammatiche, Stéphane Brizé racconta un’amarissima storia di declassamento sociale che tocca temi sensibili attraverso un personaggio immaginario, però rappresentato in modo da sembrare perfettamente plausibile.

Un po’ come la Sandra del citato Due giorni, una notte , alla quale rimanda la scelta finale di Thierry, presa all’insegna della dignità e del rispetto di sé. Il cinema dei Dardenne è evocato non solo nei contenuti, ma anche nello stile della regia di Brizé: lunghi piani-sequenza, inquadrature ravvicinate, riprese in semi-soggettiva. Per rendere il tutto più verosimile, e crudele, il cineasta è ricorso alla macchina da presa di uno specialista del documentario, Eric Dumont, e ha circondato Lindon di un coro di attori non professionisti che interpretano più o meno se stessi.


La Repubblica – 28 ottobre 2015


giovedì 29 ottobre 2015

Armi, guerre e resistenza nella storia valdese


Gino Doné L'italiano del Granma


venerdì 23 ottobre 2015

Massimo Gramellini, Perchè Sanremo è Sanremo

Massimo Gramellini

Perchè Sanremo è Sanremo


Se un dipendente pubblico dichiara di essere in ufficio senza esserci commette un reato. Ma se a dichiarare il falso sono in duecento, quasi la metà della forza lavoro del Comune di Sanremo, la strisciata collettiva di cartellini taroccati che cosa diventa? Una prassi. La costituzione non scritta di questa repubblica fondata sul livore per le ruberie altrui, ma dove si ruba pacificamente ovunque, mica solo all’Anas. La repubblica delle BanAnas. Per farne parte occorre avere la faccia come il badge. Come il vigile che timbra il cartellino in mutande e scompare nella nuvola dei fatti suoi. Come lo stakanovista della canoa che si segna lo straordinario e poi va a pagaiare, e magari si lamenta dei politici senza nemmeno essere attraversato dal sospetto di appartenere a una casta anche lui.

Come il funzionario animato da nobili intenti educativi che manda la figlia a timbrare al posto suo e la povera fanciulla, volenterosa ma inesperta, striscia quattro volte il cartellino prima di imparare a truffare lo Stato. Come l’impiegata che passa nella macchinetta il proprio badge e quello di un paio di amiche con la naturalezza di chi oblitera il biglietto della metropolitana, mentre i colleghi in coda dietro di lei fingono di non vedere o si accingono a fare lo stesso. 

La malattia è talmente diffusa che i malati non sanno più di esserlo e i medici stanno peggio di loro. Forse qualche licenziamento in tronco potrebbe rinfrescare la memoria a tutti quanti. Perché Sanremo è Sanremo, cuore pop dell’Italia intera, ma se le telecamere nascoste venissero piazzate su qualsiasi altro palco del Belpaese lo spettacolo non sarebbe più allegro.  


La stampa- 23 ottobre 2015

L'angolo del cretino. Perchè non rifare i processi alle streghe?



Come se la giustizia italiana non fosse già ingolfata da milioni di cause giacenti, qualcuno chiede di rifare processi per fatti di secoli fa. Ma questi amministratori non hanno di meglio da fare che sprecare tempo e soldi per avere un po' di visibilità sui giornali? PS: Sia ben chiaro. A scanso di querele, il cretino del titolo siamo noi, che continuiamo a indignarci per ciò che in realtà rappresenta la norma nell'Italia di oggi.



Paolo Di Stefano

Processo alla strega. Rischi e anacronismi


La richiesta ufficiale è di riaprire un processo avvenuto non tre e neanche trent’anni fa, ma trecento. L’obiettivo è riabilitare a futura memoria la presunta strega Maria Bertoletti detta la Toldina.

La Bertoletti rimase vedova, senza figli, e si risposò con Andrea Toldini, un sagrestano della chiesa di san Martino di Pilcante, da cui non ebbe prole. Bastavano questi scarni elementi (secondo matrimonio e infecondità), nel Trentino del primo ‘700, per creare un clima di sospetto attorno a una donna non più giovane, forse già sulla sessantina. E infatti i sospetti arrivarono puntuali.

Sospetti gravi, con accuse di numerosi delitti distribuiti nell’arco di 38 anni, da quando cioè era tredicenne: vari infanticidi a partire dal 1688, avvelenamenti, fatture e malefici multipli, isterilimenti di terreni, danneggiamenti di prodotti vinicoli. Con i suoi sortilegi avrebbe procurato, a familiari e ad estranei, un’idropisia, qualche tumore, un’infezione mammellare purulenta, un gozzo tiroideo, un aborto, sindromi ossessive, persino una ferita ai piedi.

A ciò si aggiunsero le aggravanti di apostasia, eresia, idolatria, sacrilegio, adulterio, sodomia, e così la povera Toldina, nel 1715, finì incarcerata nel castello di Sabbionara d’Avio, poi fu trasferita nelle prigioni di Brentonico, infine processata non dal tribunale ecclesiastico (come avveniva nei territori soggetti all’Inquisizione romana), ma dal foro penale laico (secondo la costituzione carolina germanica). Magistrato il capitano Giovanni Luigi Sartori di Riva; difensore d’ufficio il notaio Giovanni Battista dal Pozzo di Ala. Il quale cercò di far valere l’insufficienza di prove e le ragioni naturali dei molteplici danni fisici che venivano addebitati alla Bertoletti, ma rimase inascoltato. La sentenza fu pronunciata il 10 marzo 1716: colpevole. La condanna, decapitazione e rogo, eseguita il 14 marzo a Brentonico.

Non è una leggenda e nemmeno un romanzo. È storia vera, ben documentata grazie allo storico Carlo Andrea Postinger, chiamato dal Comune di Brentonico a raccogliere le pezze d’appoggio archivistiche. Con lo scopo, appunto, di riaprire il processo nel terzo centenario dell’esecuzione.

Perché la condanna, compiuta in un unico grado di giudizio, viene oggi ritenuta visibilmente sbagliata anche secondo le regole allora vigenti. Dunque, l’assessore alla Cultura Quinto Canali, volendo «ridare dignità etica, morale e civile alla condannata», ha sottoposto al Consiglio Comunale una delibera che chiede alla Corte d’Appello di Trento di istruire un collegio ad hoc per rivisitare la vicenda della Toldina. Risultato: 12 voti favorevoli, 3 astenuti e 3 contrari. Si attende risposta.

«Si tratta di capire — dice Canali — se per il diritto del tempo c’erano vie di scampo per la Bertoletti. Nel 1728 si svolse un processo di stregoneria analogo che si concluse con il carcere a vita dell’imputata». Dunque, va messo nel conto che riabilitare la Toldina, secondo parametri giudiziari più «equi», potrebbe anche comportare a una condanna postuma al carcere a vita? Forse. Fatto sta che il nuovo collegio giudicante, secondo i propositi del Comune di Brentonico, dovrebbe calarsi nel diritto dell’epoca ed emettere una nuova sentenza rispettando la Costituzione criminale Carolina emanata nel 1532 da Carlo V. 

Sempre ammesso (e non concesso) che la conosca, sarebbe un (improbabile) dibattimento in punta di storia del diritto. Il cruccio civile dell’assessore è in realtà più che giustificato: «Attorno alla figura della Bertoletti e in genere sui processi di stregoneria continuano a nascere discutibili spettacoli folcloristici estivi fatti apposta per i turisti, dove le tragedie storiche sono raccontate in modo approssimativo e spettacolare come fossero leggende. E anche a scuola le streghe del nostro passato diventano personaggi fantastici». 

Da qui l’esigenza di ricondurre l’attenzione alla realtà storica. Il dubbio è: meglio un’iniziativa anacronistica che rischia di condannare un’innocente per la seconda volta oppure un buon libro di ricostruzione storica che magari venga letto nelle scuole?


Il Corriere della sera – 22 ottobre 2015

giovedì 22 ottobre 2015

L'uso del quotidiano nell'arte


L’evoluzione contemporanea dell’arte non riguarda solo gli ambiti della produzione visiva o plastica ma anche le nuove possibilità creative dovute all’uso di oggetti ordinari e naturali, all’organizzazione di eventi partecipativi e attività relazionali di vario genere. Dati questi presupposti, le opere possono ancora essere pensate come delle rappresentazioni? Il tradizionale rapporto tra arte e finzione si conserva comunque nelle opere odierne? L’arte è stata impoverita o arricchita?

23 Ottobre 
alle ore 17.00.
VIA FAMAGOSTA 12r 
Savona  

Bambina Pinocchia e altre storie. Laura Peluffo a PediARTria in Corsia



Arte e bambini in ospedale. Una bella iniziativa a Savona

Bambina Pinocchia e altre storie. Laura Peluffo a PediARTria in Corsia

E’ Laura Peluffo la protagonista del prossimo appuntamento di “PediARTria in Corsia”, promosso dall’Associazione Cresc.i. Giovedì 22 ottobre alle 17 presso la pediatria del San Paolo si svolgerà l’incontro con la nota artista savonese, che sarà accompagnata dall’architetto Roberto Giannotti.

Laura Peluffo comincia la sua carriera artistica formandosi presso il Liceo Artistico “Arturo Martini” di Savona e l’Accademia Linguistica di Belle Arti di Genova, si è perfezionata nelle tecniche della ceramica ad Albissola, affiancando l’esperienza figurativa e la didattica con particolare attenzione ai bambini. Ma l’esperienza decisiva nella personalità della Peluffo è l’approccio con il teatro che pratica come attrice, scenografa e costumista. Nel 2003 apre il suo studio “Atelier gioco scenico” e si dedica totalmente all’attività artistica.

L’ allestimento scelto per la mostra temporanea presso il reparto di Pediatria di Savona, è vivace e coinvolgente, nel corridoio ha preso vita il magico mondo del teatro e dei burattini, con tanti Pinocchi e Pinocchie colorati che riportano al mondo dell’infanzia, alle piccole bugie, ma soprattutto alla spensieratezza dei bambini.

L’artista stessa dichiara: “L’ idea di Pinocchia è nata per contrapposizione a Pinocchio, mi piaceva Il risvolto femminile del personaggio e l’eterna questione: bugia-verità. Pinocchia, come Pinocchio, è bugiarda ma la sua bugia è quella dell’essere intimamente buono, la bugia di chi non vuol ferire,la bugia di chi, rendendosi conto dell’inutilità , a volte, della verità , ne inventa un’altra più piacevole e meno dolorosa. E’ la bugia della ‘madre’ che copre il figlio, una bugia bianca, come una volta si diceva. La mia Pinocchia dietro il costume rosso lacca, gli occhi spalancati a meravigliarsi di ogni cosa, la bocca semiaperta pronta a dir la sua, il naso impertinente a guardar insù ha un’ anima femminile che dietro al gioco, vuol parlare di cose serie. Pinocchia è sia bambina che donna, si muove alla scoperta del mondo illudendosi che il mondo ami quelli che, come lei, sono ‘curiosi e innocenti’”

L’artista terrà dei laboratori creativi una volta alla settimana mettendo la sua arte al servizio dei bambini ricoverati e in regime di day hospital, che vivono questi momenti in modo sereno e appassionato lasciandosi trasportare dalla fantasia lontani dall’ospedale in un mondo dove tutto è possibile: anche dimenticare la malattia.

La mostra allestita in reparto è aperta, oltre che alle famiglie dei piccoli ricoverati, anche a tutta la cittadinanza. L’ingresso per i visitatori esterni è libero dalle 15 alle 18 nei giorni di sabato e domenica. Per concordare eventuali visite infrasettimanali, visite guidate o laboratori per le scuole contattare direttamente la segreteria dell’Associazione Cresc.i (019-8404903 e 019-8404920).



Sovrane. L'autorità femminile al governo


Il nuovismo realizzato



Politica ed antipolitica in un libro che analizza gli ultimi vent'anni della storia italiana.


Carlo Galli

L’avventurismo del senso comune


Più di vent’anni di politica italiana sono ricondotti, nell’ultimo libro di Michele Prospero (Il nuovismo realizzato. L’antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda, Roma, Bordeaux, 2015, pp. 418, euro 26) al filo conduttore dell’antipartitismo, e in generale dell’antipolitica che nei partiti ha avuto la propria testa di turco.

Un’antipolitica solo parzialmente spontanea — generata da una rivolta etica contro il sistema politico degenerato — e in gran parte indotta dall’alto, da agenzie di senso e da poteri mediatici (a loro volta riconducibili a forze economiche) interessati al risultato dell’antipolitica: non solo distruggere i partiti esistenti (un disegno di lungo periodo della storia d’Italia, prevalentemente connotato a destra, da Minghetti a Maranini a Miglio), realizzando una discontinuità radicale (un’idea a cui non si sottrassero però né il Pd di Occhetto né i Girotondi, e che fu il cavallo di battaglia del primo Berlusconi), ma screditare la forma partito in quanto tale (s’intende, il partito pesante, organizzato, che è spazio di confronto e di partecipazione dialettica, ovvero di mediazione).

E aprire così la strada al Nuovo, che è un miscuglio di ideologia (la società liquida, l’individualismo postpolitico, l’immediatezza) e di solida realtà, tanto istituzionale (il partito leggero, la democrazia d’investitura, lo spostamento del potere verso l’esecutivo, il leaderismo pseudo-carismatico) quanto economica (la fine della politicità del lavoro, la sua precarizzazione e la sua subalternità) quanto infine sociale (l’aumento delle disuguaglianze, il declino — programmato — del ceto medio).

Prospero, per questa via, incontra (convocando un grande materiale analitico in chiave prevalentemente politologica) una contraddizione strutturale dell’intero processo storico-politico preso in esame, ossia le due crisi di sistema del 1993–94 e del 2013–14, tutta la seconda repubblica e l’inizio della terza: da una parte vi è in questa storia un dato di occasionalità, di contingenza, e quindi vi è preponderante l’agire di una persona (ovviamente, Renzi) e anche il suo dire, il suo narrare, il suo raffigurare per il popolo un altro mondo, ricco di speranza e di ottimismo e quindi ben diverso da quello di cui la maggior parte dei cittadini fa esperienza.



Questo livello è spiegato con frequenti riferimenti a Machiavelli, non tanto perché l’autore sostenga che Renzi incarna il “Principe nuovo” — anzi, spesso attraverso Machiavelli si mettono in rilievo debolezze e fallacie del suo agire, la sua propensione alla fuga nell’irrealtà, al «romanticismo politico», a un decisionismo fatto di annunci — quanto piuttosto per il peso inusuale («rinascimentale») che la figura del singolo ha nella vicenda politica contemporanea.

D’altra parte, nondimeno, questa figura di Principe immaginario e dopo tutto incapace di dare una forma alla repubblica, impegnato com’è a gestire continue emergenze in continue affabulazioni, è contraddetta dalla robustissima realtà delle profonde trasformazioni che il suo agire produce: veramente il partito è sul punto di estinguersi e di divenire un corteo di obbedienti seguaci, in perenne lotta tra loro (soprattutto attraverso lo strumento delle primarie, che doveva essere di apertura alla società civile e che invece è una leva per i conflitti interni), mentre nei territori le cordate di potere prendono il posto della partecipazione; veramente le istituzioni (e il parlamento in primo luogo) sono indebolite dalla personalizzazione della politica, e trovano energia politica solo in quelle che erano state pensate come posizioni di garanzia (Quirinale e Consulta); veramente la politica è ormai competizione fra leader populisti extraparlamentari per la conquista di un elettorato sempre più passivo (anche se in parte estremizzato); veramente questi processi si sono sviluppati coinvolgendo tanto la destra quanto la sinistra fino all’attuale formarsi, non casuale, di un partito di Centro la cui forza di gravità spappola ogni altra formazione politica; veramente sono stati varati il jobs Act e la legge elettorale per la camera ed è in corso di approvazione la riforma della Costituzione; veramente il sindacato è stretto nell’angolo e gli viene sottratta la contrattazione nazionale; veramente la sinistra fatica (ed è un eufemismo) a trovare una base sociale, una chiave di lettura del presente, una missione politica; veramente l’astensione e il populismo assorbono e neutralizzano le energie che potrebbero essere di protesta; veramente l’analisi strutturale della realtà passa in secondo piano rispetto alla traduzione emotiva dei problemi e alla questione della legalità.



L’occasionalismo produce un ordine, quindi; l’avventura personale costruisce forma politica, la chiacchiera è largamente performativa; l’immediatezza è anche mediazione. Un ordine, certo, non inclusivo ma escludente — che espelle da sé le contraddizioni, perché non le teme (e in ciò il Pd è ben diverso dalla Democrazia Cristiana, pur riprendendone il ruolo centrale di pivot e di diga) — e che cerca una base di consenso nel livello più semplice del senso comune (molto bene interpretato), eludendo o smorzando ogni tema controverso ed escludendo il pensiero critico (i «gufi», i «professoroni»); una forma contraddittoria, segnata dalla conflittualità fra quel che resta del vecchio partito e il nuovo leader, fra antichi professionismi e il nuovo «populismo mite» che è la cifra ideologica del Capo (tutt’altro che dilettante, in verità). Eppure, con queste contraddizioni, Renzi è non solo un problema, ma anche una soluzione; non solo un coacervo di azzardi e di provvisorietà ma anche un fattore di stabilità; non solo un produttore d’annunci e d’irrealtà ma anche un fabbricante di realtà e di processi.

È una realtà condizionata dal populismo (Berlusconi è il populismo nichilistico-aziendalistico, Grillo è il populismo aggressivo dal basso, Renzi è il populismo mite del potere), funzionale, in quanto implica una società disgregata che non deve essere letta politicamente, alla presenza onnipervasiva di logiche e valori liberisti, rispetto ai quali la sinistra (il Pd) è, non certo da oggi, del tutto interna. Ma è realtà, o almeno fascio di potere efficace. È vano pensare che il tempo breve, l’attimo, dell’occasione e della decisione non abbiano la forza di reggere l’assetto della politica; anzi, ne sono capaci, si dilatano in un’eccezione permanente che è il tempo lungo in cui si presentano oggi il potere e la libertà che esso concede.

La risposta a ciò della sinistra, secondo Prospero, è il partito organizzato, capace di esprimere ripoliticizzazione della società, partecipazione popolare e leadership autorevole (non populista). Più facile a dirsi che a farsi, naturalmente. Certo è che la sinistra avrà un futuro solo se saprà pensarsi a questa altezza, e se a partire dalle contraddizioni del presente, ben identificate, saprà proporre un modello di società che combini in sé, con la stessa forza, un’analoga e opposta capacità di tenere insieme l’immaginario e il reale.


il manifesto - 20 ottobre 2015

Come riconoscere le cicatrici dell’anima



Uno studio americano dimostra come i traumi psicologici lasci segni profondi non solo a livello mentale, ma anche a livello corporeo.


Massimo Ammaniti

Come riconoscere le cicatrici dell’anima


Tra ricerche e autobiografie, si riaccende l’interesse degli studiosi per i traumi e le loro conseguenze
Se in passato il quadro di Gericault La zattera della Medusa immortalava le sofferenze dei sopravvissuti al naufragio della loro nave, oggi le immagini televisive dei migranti che camminano lungo le rotaie delle ferrovie ci rimandano gli stessi patimenti, subiti nel paese da dove sono fuggiti e poi nell’esodo drammatico che ha visto molti di loro morire nelle acque del Mediterraneo oppure nei camion che li trasportavano.

Che conseguenze provocano queste sofferenze che vengono inevitabilmente registrate nella mente e nel corpo delle vittime? A questa domanda cerca di rispondere Bessel Van der Kolk, professore di Psichiatria presso la Boston University e autore del libro Il corpo accusa il colpo (Raffaello Cortina). Come racconta lo stesso Van der Kolk il suo interesse per le vittime dei traumi fu suscitato, durante la sua specializzazione in Psichiatria, dall’incontro con un uomo massiccio in preda a un grave stato di agitazione. Nel corso del colloquio quest’uomo raccontò di essere stato in guerra in Vietnam come marine ed ogni volta che riemergevano i ricordi di quel periodo non riusciva più a controllarsi e aveva paura di fare del male alla sua famiglia. Per questo doveva scappare stordendosi con l’alcol oppure guidando in modo sfrenato la sua motocicletta. Tornato dal Vietnam, Tom, questo era il suo nome, riprese la sua vita, riuscì a laurearsi in giurisprudenza, si sposò con una ragazza che conosceva da tempo ed ebbe due figli. Sembrava normale, ma era spento, non era più in grado di provare emozioni.

L’esperienza personale di Tom è molto più diffusa di quanto si possa credere, chi ha subito dei traumi gravi come la guerra, le catastrofi naturali, le violenze e gli abusi soprattutto durante l’infanzia va incontro a cicatrici indelebili nella psiche e nel corpo. In primo luogo, come viene illustrato nel libro, si prova un appiattimento emotivo, è come vivere in un paesaggio privo di colori e di rilievi, in cui possono riemergere immagini sconvolgenti dei traumi subiti, a volte in modo automatico, altre volte scatenate da stimoli collegati con le esperienze subite.



Tutto questo viene raccontato in una coinvolgente autobiografia, recentemente pubblicata negli Stati Uniti Evil Hours ( Ore di inferno), di David Morris, un ufficiale dei marine, che era stato in Iraq durante la guerra dal 2004 al 2007, in cui ricostruisce le terribili conseguenze personali dei traumi subiti.

Come scrive Morris il «trauma distrugge la fabbrica del tempo»: mentre normalmente ci si muove da un momento all’altro, ad esempio dall’alba al tramonto, nelle persone vittime dei traumi il tempo diventa circolare, una palla di gomma che sbatte contro il muro e ritorna indietro sempre allo stesso modo, come nel mito di Sisifo in cui il masso sollevato ricade sempre indietro.

Per ritornare al libro di Van der Kolk i traumi lasciano segni profondi non solo a livello mentale, ma anche a livello corporeo. Il corpo, infatti, registra nei suoi organi gli sconvolgimenti traumatici veicolati dagli ormoni dello stress che modificano i ritmi biologici provocando dolori, costrizioni, disturbi diffusi, ma anche anestesie. Il capitolo conclusivo affronta i percorsi della cura che ormai sono molteplici ed efficaci, senza dimenticare che il miglior sollievo è la condivisione dell’esperienza dolorosa sia da parte dei familiari che del gruppo sociale, riconfermando il vecchio detto “mal comune mezzo gaudio”.


La Repubblica – 21 ottobre 2015

giovedì 15 ottobre 2015

Che succede in Vaticano? Il piano dei nemici di papa Bergoglio



I palazzi vaticani nel rinascimento erano famosi per l'uso disinvolto del veleno che aiutava lo Spirito santo a richiamare alla casa del Padre i papi diventati scomodi. Oggi allo stesso scopo si usano i veleni massmediatici.

Massimo Franco

Il piano dei nemici di papa Bergoglio



Il piano degli avversari di papa Bergoglio assume contorni più nitidi. Quanto sta accadendo nel corso del Sinodo (tra confessioni e lettere) fa pensare a un’operazione organizzata.
Il piano degli avversari sta assumendo contorni più nitidi. E inquietanti. Prima la confessione liberatoria e provocatoria del teologo omosessuale polacco Krzysztof Charamsa a ridosso del Sinodo. Adesso, mentre è in pieno svolgimento, la lettera spuria di una decina di cardinali conservatori. E presto, chissà, un altro attacco obliquo nei confronti di papa Francesco. «Non sta arrivando un nuovo Vatileaks, ma qualcuno vuole dare quest’impressione per destabilizzare un pontificato che tenta di fare pulizia». Le parole di uno degli ecclesiastici più vicini a Jorge Mario Bergoglio sono preoccupate, perfino allarmate.

Quanto sta accadendo può essere definito una provocazione, o un difetto di governo, o l’esasperazione di minoranze della Chiesa cattolica che si sentono fuori gioco e prossime alla marginalità. Da Casa Santa Marta, però, dove abita Francesco, l’analisi delle manovre di questi giorni è più radicale. Fa pensare ad un’operazione progettata da tempo; e tesa a delegittimare non il Sinodo ma i due anni di papato argentino; a descrivere un episcopato in preda al caos, alle liti fratricide, quasi fosse la versione curiale del Parlamento italiano; e a risospingere tutto indietro, come se nei trenta mesi passati fosse cambiato poco o nulla.

Era accaduto qualcosa del genere già nella riunione precedente, a febbraio. Anche allora la gestione «liberal» del Sinodo da parte di Bergoglio aveva provocato resistenze e reazioni, quando si era parlato di Comunione per le coppie divorziate. Era stata pubblicata una relazione che sembrava precostituire e sbilanciare l’esito di quell’assemblea. E lo stile «latinoamericano» del pontefice era stato additato come una delle cause della confusione e del disorientamento. Ma stavolta si indovina una maggiore preordinazione: non tanto di Francesco ma dei suoi avversari. L’evocazione di Vatileaks sul Corriere da parte del cardinale Gerhard Müller, «custode» della Dottrina della Fede senza forse calcolarne del tutto le implicazioni, è stata a doppio taglio.

Involontariamente, Müller non ha solo fotografato la sua irritazione e il suo stupore. L’alto prelato tedesco, uno dei firmatari di una lettera della quale però sarebbe stato cambiato a insaputa sua e di altri cardinali anche il contenuto, si dev’essere sentito usato e strumentalizzato. Come il «ministro dell’Economia» vaticano, cardinale George Pell, che ieri ha dichiarato: «Le firme sono sbagliate ma soprattutto la maggior parte del contenuto della lettera non corrisponde. Non so perché è successo né chi l’abbia fatta uscire così».

È una reazione che obbliga a pensare ad un’operazione assai poco cristiana; e che riporta in primo piano la consistenza di una «Internazionale tradizionalista» contraria al Papa per questioni dottrinali e di potere.

Ma quella parola, Vatileaks, rimanda allo scandalo emerso nella coda finale e convulsa del pontificato di Benedetto XVI. Ricorda i «leaks», le fughe di notizie dal Vaticano, affidate a quintali di documenti filtrati dall’Appartamento, la residenza di Joseph Ratzinger nel Palazzo apostolico, per mano del suo maggiordomo personale, Gabriele: un personaggio che continua ad apparire il maggior responsabile e il principale capro espiatorio di quella vicenda torbida.



Fu in seguito a quelle rivelazioni che per la prima volta dopo sette secoli un Papa si dimise. L’uscita di scena traumatica di Benedetto XVI nel febbraio del 2013; l’elezione dell’argentino Bergoglio; la sua scelta di andare a vivere a Santa Marta, un albergo piuttosto spartano nella «periferia» della Città del Vaticano, invece che tornare nell’«Appartamento maledetto» di Benedetto: sono tutte conseguenze a cascata di quella vicenda, e cesure con un passato che la Chiesa cerca di archiviare, se non di rimuovere. Dire che sta per esplodere un nuovo Vatileaks trasmette invece l’impressione che, Bergoglio o Ratzinger, non cambia nulla.

Esistono ancora i «corvi» che trafugano documenti e li danno in pasto strumentalmente all’opinione pubblica. Esistono le lotte di potere. E permangono maggioranze e minoranze in guerra. È questo il calcolo di chi getta tra i piedi del Sinodo un pretesto di tensione dopo l’altro: trasmettere con «verità» pilotate e inquinate, ma verosimili, l’idea di una realtà immutabile, soprattutto in negativo. Il rischio è accentuato dalla presa intermittente che Francesco sembra dimostrare sui gangli del potere «romano». Nonostante la moltiplicazione di commissioni e riforme, la Curia appare sulla difensiva ma tuttora decisa a resistere ad uno stile di governo considerato allo stesso tempo troppo radicale e inconcludente.

Il fatto che nella cerchia papale si parli di un Vaticano schierato contro Bergoglio, affermazione che è un ossimoro, spiega almeno in parte la confusione e le manovre. Anche perché dentro le Sacre Mura si accredita un Papa ostile al Vaticano: che sarebbe un altro paradosso. «Spero che ci troviamo davanti a una provocazione», confida un amico fidato di Francesco. «Non vorrei che fosse qualcosa di peggio. È il secondo attacco al Papa dall’inizio del Sinodo. Non ne escluderei un terzo o un quarto. Temo una manovra di destabilizzazione dall’esterno». Chi ne sarebbe il regista, e con quale obiettivo finale, non è chiaro neppure a chi la denuncia.

«L’unica cosa che posso dire è che non siamo nella situazione del 2013 prima delle dimissioni di Benedetto XVI. Qui nessuno perde la testa, anche se forse qualcuno lo spera», avverte l’interlocutore vaticano. Eppure, l’accenno a trenta mesi fa, un periodo che rivisto oggi sembra preistoria, dà i brividi. L’accostamento induce a sospettare che qualcuno voglia indurre Bergoglio a gettare la spugna, a tornare nella sua Buenos Aires da perdente o da incompreso: sconfitto dall’eternità non della Chiesa ma dei meccanismi e delle dinamiche vaticane. «Ma non succederà», assicura un esponente latinoamericano.

«Il Sinodo», aggiunge, «finirà bene, nonostante i tentativi di schiacciarlo sulle questioni più controverse. Le minoranze, quella iper conservatrice e quella iper progressista, si riveleranno tali. E la stragrande maggioranza starà con Francesco». Un risultato, però, i critici più oltranzisti lo stanno ottenendo: seminano ombre, e i successi internazionali del pontificato sono tornati in secondo piano. Si conferma la previsione di chi ritiene che, se vuole vincere davvero nel mondo, Bergoglio dovrà affrontare e superare la sfida che gli impone Roma. Oggi i suoi avversari più irriducibili non si annidano tra le folle plaudenti, ma nelle file del suo esercito ecclesiastico: perfino tra le «berrette rosse» che gli battono le mani.

Per questo lo stillicidio continuerà. Ma anche le riforme, perché Francesco non può che andare avanti.


Il Corriere della sera – 14 ottobre 2015

E Montmartre fece la rivoluzione del colore



La Parigi di Toulouse-Lautrec.

Lea Mattarella

E Montmartre fece la rivoluzione del colore


Quella che racconta Toulouse-Lautrec è una Parigi leggendaria. Dove gli artisti arrivano per partecipare e dare il proprio contributo a quella che, già alla fine del XIX secolo, ha tutta l’aria di essere una rivoluzione pittorica epocale. Chi giunge a Montmartre, quartiere che nel 1860 è stato inserito nella cerchia della città, trova caffè-concerto, balli, prostitute, artisti, vita che pulsa. E non può che esserne sedotto. Così a Palazzo Blu di Pisa, intorno alle opere di Toulouse-Lautrec, ecco gli artisti che lo hanno influenzato e coloro che, anche tra gli italiani, lo hanno guardato con ammirazione, riuscendo a cogliere e a fare propri elementi tipici del suo sguardo sul mondo.

C’è ad esempio Federico Zandomeneghi che parte per Parigi portando con sé il suo bagaglio di colore veneziano. Si infatua di Edgar Degas e ha ben presente il mondo di Lautrec. In mostra ecco alcune tra le sue opere più celebri come Il Moulin de la Galette e A teatro . Il primo è datato 1878 che è l’anno in cui Zandò, come lo chiamano da queste parti, espone insieme agli impressionisti. Due anni prima lo stesso luogo era stato immortalato da Renoir in un quadro-manifesto della pittura della vita moderna, quella che auspicava Charles Baudelaire quando scriveva che «il pittore, il vero pittore sarà colui che saprà strappare alla vita odierna il suo lato epico, e farci vedere, mediante il colore e il disegno, quanto siamo grandi e poetici con le nostre cravatte e le nostre scarpe di vernice! ».



Zandomeneghi lo segue su quel cammino. Ma se Renoir ci porta all’interno del Moulin de la Galette, in un giardino in cui si danza, l’italiano ci lascia sulla soglia, in fila per entrare, insieme a uomini con il cilindro, donne con i cappelli, animali che corrono, circondati da un’agitazione che suggerisce vitalità, l’idea stessa di una giornata di festa. Non si vedono i volti, ma le sagome delle figure, il loro atteggiamento: ciò che conta è l’animazione che attraversa il quadro. Diverse sono le composizioni di Il tè e A teatro . Qui l’artista veneziano mostra tutta la sua maestria nell’inquadrare la figura femminile mentre compie i suoi gesti quotidiani.

Il confronto con Lautrec e con Degas, del quale sono esposti due bei disegni, rivela subito una grande differenza: pur cercando di afferrare il mondo che lo circonda con gli occhi della verità, Zandomeneghi è attento a rivelare la grazia, l’eleganza, la bellezza priva di ostacoli delle sue figure, mentre i due francesi, con i loro segni veloci, non hanno paura di affrontare anche il lato sgradevole dell’esistenza fino alla deformazione.

Sarà Pierre Bonnard a rielaborare il tema della figura femminile in una stanza, in un caffè, intenta a lavarsi o ad acconciarsi. Bellissimo il Nudo nella tinozza qui esposto , in cui la donna sembra compiere un passo di danza. Se Degas spiava dal buco della serratura le sue modelle, quella di Bonnard sembra invece aver ben chiara la presenza del pittore. Tra gli italien de Paris ecco Pompeo Mariani, Leonetto Cappiello, Renato Natali con le loro pennellate rapide e le tele accese dalla Ville-Lumière.

La Repubblica – 15 ottobre 2015


Toulouse Lautrec



Pisa celebra a Palazzo Blu il pittore della Belle Époque esponendo dipinti, disegni e tutta l’opera grafica.

Fabrizio D’Amico

Toulouse Lautrec


Sono oltre duecento le opere (di Toulouse-Lautrec, dei suoi predecessori francesi, di italiani che a Parigi ne seguirono l’esempio) che fanno, al Palazzo Blu di Pisa, la mostra “Toulouse-Lautrec. Luci e ombre di Montmartre”, che per la prima volta in Italia presenta con tale larghezza l’opera incisa del piccolo uomo che forse più d’ogni altro ha incarnato, nella capitale francese dell’ultimo decennio dell’Ottocento, la nuova bramosia di vita che segnò di sé la città. Parigi era in uscita proprio allora dal lungo tempo che ne aveva squassato le speranze, dopo la sconfitta della guerra con la Prussia che nessuno s’attendeva e che fu gravida di lunghe, disastrose conseguenze, prima delle quali il debito pesante delle riparazioni da riconoscere alla potenza vittoriosa. Nel ventennio che era trascorso dal 1870 la Francia aveva saputo però conservare un secolare primato: quello nella cultura e nelle arti. Parigi preparava la sua Belle Époque.

Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901), erede d’una delle famiglie aristocratiche più blasonate del Paese, di quel mondo fu un cuore pulsante. Pur con le sue membra mal cresciute, pur con il quotidiano dolore e la sotterranea amarezza che quel suo corpo malato gli procuravano, un’innata, intensa gioia di vivere lo mise al centro di quel mondo nuovo, garantendogli per tutta la breve vita la luce dei riflettori, e insieme amicizie solidali e durevoli: come quelle con il pittore Louis Anquetin o con l’impresario e chansonnier Aristide Bruant, che avrebbe aperto, nella sede che era stata dello Chat Noir, il cabaret Le Mirliton, e la cui celebrità Toulouse contribuì a diffondere dedicandogli una serie di fortunati manifesti.

Sul finire degli anni Ottanta Lautrec espone con il gruppo dei XX a Bruxelles e, poco dopo, al Salon des indépendants a Parigi: e sembra sul punto di trovare nella tradizionale pittura a olio la sua strada. Ma nell’ottobre del 1889 apre il Moulin Rouge. Il pittore vi ha subito un suo tavolo riservato: lì disegnerà – celermente, quasi sgarbatamente – tutte le celebrità che vi transitano; e – lì, o in altri simili ritrovi – vedrà esibirsi tutte le stelle del palcoscenico che Parigi consacra: da Jane Avril a Yvette Guilbert a Loïe Fuller. A ciascuna delle quali – a partire dal primo manifesto destinato a La Goulue au Moulin Rouge del ’91: subito aureolato da uno straordinario successo – egli destinerà le sue affiches, i suoi disegni seguiti talora da una lunga serie di stampe litografiche, i suoi dipinti. Lautrec continua ad esporre presso i mercanti e le gallerie, ma è infine soggiogato dalla vastità dell’eco che suscitano i suoi lavori a stampa: e capisce che è questo è il suo futuro. Che è con la litografia che potrà accompagnare il transito di Parigi al nuovo secolo.



È giusto allora che la mostra odierna (promossa dalla Fondazione Palazzo Blu assieme alla Città di Pisa e alla Regione Toscana, aperta fino al 14 febbraio 2016; a cura di Maria Teresa Benedetti; e con un ottimo catalogo Skira, che comprende fra l’altro la schedatura integrale dell’opera incisa di Toulouse-Lautrec redatta a cura di Eugenia Querci, sulla scorta del catalogo generale di Götz Adriani) si concentri in modo particolare sulla li- tografia di Lautrec, in tutte le sue declinazioni.

Ha molte memorie, Toulouse: prima fra tutte Degas, da cui ha avuto il primo incoraggiamento, e da cui ha mediato la passione per la raffigurazione dei cavalli da corsa, del teatro, e ancor più durevolmente il fascino per la donna che si sveste, si specchia, seduce nel segreto del suo boudoir. Poi guarda l’incisione giapponese (da Utamaro a Kunisada), ma anche le maschere ghignanti di Ensor; la sintesi del segno forte e riassuntivo di Gauguin; e la tensione disperata di Van Gogh. Ma infine tutte le accantona, queste suggestioni, sacrificandole a quella intuizione che ebbe, da solo, di dare immagine e nuovo decoro a un “prodotto”, fosse esso quello d’uno spettacolo, d’un ritrovo, ovvero dell’esibizione di una danzatrice o di un attore.

È stato più d’una volta nominato, Toulouse-Lautrec, antesignano dell’espressionismo. Ma la sua deformazione della realtà non esprime una remora, un sospetto, una condanna nei suoi confronti; anzi, egli grava la realtà che raffigura di distorsioni, e talora la sovraccarica d’ansia, per sottolinearne la natura d’evento unico, irripetibile. «Più libero nell’arte dell’incisione» che nella pittura, lo dice giustamente la Benedetti: se infatti nella pittura Lautrec continua in parte a subire l’influenza di Degas, nell’incisione, di cui è via via più consapevole di star scrivendo una nuova vicenda, Toulouse saprà magicamente unire l’incanto alla volgarità, la seduzione all’ironia. Predilige la litografia, tecnica brusca ed essenziale, che anima talvolta di brucianti accostamenti di colore, talvolta di un monocromo che oppone il nero più fondo e intenso a un bianco che satura di luce abbacinante la scena. E dovunque Lautrec sparge il suo resistente invaghimento per le cose, gli animali, le donne tanto amate, che di volta in volte immortala.


La Repubblica – 15 ottobre 2015