TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 30 novembre 2015

Adonis, Violenza e Islam



Intervista con il più importante poeta arabo contemporaneo.

Adonis

Islam violento è la sua natura

Intervista di Elisabetta Rosaspina


Parigi Meglio forse, in questo caso, cominciare dalla fine: «L’Isis sarà annientato, ne sono sicuro» afferma di buon umore Adonis, nome d’arte di uno dei maggiori poeti siriani viventi, Ali Ahmad Sa’id, 85 anni, mentre congeda al telefono un giornalista portoghese. Il suo ultimo saggio, un colloquio con Houria Abdelouahed su Violenza e Islam, che in Italia uscirà il 3 dicembre per i tipi di Guanda, è tra i più venduti in Francia, dopo gli attentati di due settimane fa. Nel suo appartamento straripante di libri e carte, a La Défense, il quartiere d’affari di Parigi dove Abdelhamid Abaaoud, la mente degli attentati del 13 novembre, si sarebbe fatto esplodere con un complice, se non fosse stato scovato in tempo dai reparti speciali francesi e ucciso a Saint-Denis, il telefonino di Adonis squilla spesso: «Sì, sostengo la politica della Russia, sicuro! — risponde ancora, con vigore, all’ultima domanda del suo interlocutore da Lisbona —. Sostengo la Russia, perché colpisce l’Isis».

La Russia, però, appoggia Bashar al-Assad, signor Adonis. E quando le è stato consegnato il premio Remarque, in Germania, si sono levate molte voci contrarie, anche sul «Corriere della Sera», a causa delle sue considerazioni sulla legittimità di quel dittatore.
«Ma io non ho mai sostenuto Assad! Mi sono battuto contro il partito di Baath e i baathisti dal 1956. Sono quasi sessant’anni. E l’anno dopo ho dovuto lasciare la Siria. Molti di quelli che adesso mi accusano, invece, sono stati funzionali in tutti questi anni ad Assad, lo hanno frequentato per ragioni di interesse. Io, invece, non l’ho mai conosciuto né incontrato. Ho detto soltanto che il problema non è la persona, quanto il sistema, la mentalità, la cultura. L’Occidente vuole imporre un presidente alla Siria, decidere al posto dei siriani. Io credo che sia il popolo a dover scegliere, a dire sì o no. Un presidente non può essere imposto dall’esterno. Spetta al popolo, attraverso libere elezioni».

Le ultime davvero libere, in Siria, risalgono al 1963.
«Ragione di più. Io sono contro il regime e a favore della democrazia. Ma la politica occidentale si è dimostrata poco perspicace nei Paesi arabi. Mossa principalmente da interessi economici e commerciali. Ma non solo. Che cosa rappresentano, per l’Europa, Paesi come l’Arabia Saudita, il Qatar, a parte il gas e il petrolio, per riservare loro tanto appoggio?».

Amicizie pericolose?
«Europa e Stati Uniti non s’interessano agli esseri umani nei Paesi arabi. Questo potrebbe voler dire che l’Occidente detesta i musulmani, li utilizza e basta. Però io non sono un politico e non voglio parlare di politica».

Politica e cultura non c’entrano fra loro?
«La politica dovrebbe fare parte della cultura. Ma, sfortunatamente, ora è la cultura che fa parte della politica. Così purtroppo si deformano a vicenda. Perché se è la politica a regnare, la cultura si trasforma in ideologia e opportunismo».



«Violenza e Islam», il titolo del suo libro, indica che la violenza è connaturata in questa fede?
«Esiste anche in altre religioni, certamente: il filosofo René Girard, da poco scomparso, era l’autore più importante su questo tema. Ma oggi il problema è con l’Islam, nel nome del quale Isis e compagni perpetrano i loro attacchi. Nel seno dell’Islam c’è l’Islam, mentre il Cristianesimo comprende varie confessioni, cattolica, protestante, ortodossa. Nell’Islam esiste l’ortodossia dei sunniti, che accettano soltanto una lettura letterale del Corano. Senza interpretazioni metaforiche o simboliche. Per questo non c’è spazio per arte e poesia tra gli ortodossi, c’è soltanto la giurisprudenza. La cultura del potere e della sua conservazione, a qualunque costo. L’Islam nasce proprio come religione di conquista. E, nelle conquiste, la violenza è inevitabile».

Il suo è un punto di vista assolutamente laico?
«Sì, parto da una posizione totalmente laica, però io non sono contro le religioni individuali. L’uomo ne ha bisogno, per gestire il suo rapporto con l’aldilà. È un diritto e lo rispetto. Mi oppongo invece a una religione istituzionalizzata, imposta politicamente e culturalmente a un’intera società, come avviene in Iran, in Arabia Saudita, in Marocco, negli Stati teocratici. La teocrazia è l’esatto opposto della democrazia, che esige il riconoscimento della diversità, la pluralità, la libertà di fede e di pensiero. Bisogna lottare perché la religione diventi una questione personale, che impegna soltanto il credente. Una società che non riconosce il diritto a non credere o che ingabbia le donne e le tratta come schiave non è una società umana».

Da dove spunta l’Isis?
«Prima ancora, gli americani hanno creato Al Qaeda e poi, con la caduta di Saddam Hussein in Iraq, alcuni Paesi arabi hanno finanziato e armato i jihadisti. Ma neanche gli Stati Uniti sono del tutto estranei».

Sempre colpa dell’Occidente?
«Mi colpisce che gli occidentali, a cominciare dagli americani, siano stati in silenzio di fronte alla devastazione dell’Iraq e della Siria, due Paesi che sono all’origine della nostra civiltà. L’errore è di identificare i popoli con i loro regimi e abbandonarli al saccheggio e alla barbarie dei terroristi. Lo stesso sta accadendo ora in Yemen, e non parliamo della Libia. Senza dimenticare la Turchia e il suo ruolo criminale. La comunità internazionale si è svegliata soltanto ora, dopo quanto accaduto a Parigi. Con 10 anni di ritardo».

Non è solo per una questione di fede che ora l’Europa è sotto attacco, vero?
«Naturalmente. Ci sono ragioni economiche, sociali, perfino psicologiche. Ma dietro i kamikaze c’è gente ben organizzata e ben pagata. L’Isis è diventato uno Stato, con un budget più importante di quello di molti governi arabi. Alle sue spalle ci sono regimi ben noti a tutto il mondo. L’Europa deve svegliarsi e fare la guerra a questa organizzazione psicopatica finché non avrà sterminato i selvaggi. Che non vanno confusi con i musulmani: aggredire una donna in metrò perché velata, come è successo, è un tragico errore. Le donne vanno aiutate a strapparsi il velo, a trovare un lavoro. Perché una donna che trova lavoro è una donna libera» .

Il Corriere della sera – 30 novembre 2015

Con l'Irlanda nel cuore. Ricordo di Bobby Sands




35 anni fa moriva Bobby Sands, combattente dell'IRA, martire della causa irlandese. Ne parla Seanna Walsh, suo compagno di lotta e di prigionia, che ricorda come la lotta per una Irlanda libera e unita continui senza più l'uso delle armi, ma con la stessa determinazione e coraggio.

Lucio Luca

“Io, l’Ira e Bobby Sands ma l’Irlanda tornerà unita”



Belfast. «Bobby era mio fratello, sono passati 35 anni ma ogni giorno è come se mi fosse accanto. Con i suoi versi, le sue idee, le canzoni strimpellate alla chitarra che aveva imparato in carcere. Quando l’Ira decise di affidarmi il compito di annunciare al mondo la resa delle armi e la pace in Irlanda del Nord dopo mezzo secolo di guerra civile, mi sono passati davanti tutti i ricordi di un’amicizia che in quei terribili 66 giorni di sciopero della fame era diventata un rapporto indelebile».

Seanna Walsh è stato uno dei capi dell’Irish Republican Army. Non uno qualsiasi. Era il leader del Blocco H della prigione di Long Kesh, dove nel 1981 Bobby Sands e altri nove attivisti morirono per rivendicare uno status di rifugiati politici che il governo britannico di Margareth Thatcher non volle mai riconoscere. E fu il primo ex combattente a volto scoperto a pronunciare un discorso storico, nel luglio di dieci anni fa. Disse al mondo che l’Ira dichiarava conclusa la lotta armata e che i “volontari” avrebbero da allora in avanti usato «esclusivamente mezzi pacifici e politici» per perseguire l’obiettivo ultimo dell’organizzazione, cioè l’unità d’Irlanda. Ha gli stessi occhi febbrili e lucidi di allora, il passo stanco ma non vinto malgrado 21 anni trascorsi dietro le sbarre.

    I funerali di Bobby Sands

Walsh, lei e Bobby Sands eravate inseparabili. Eppure a un certo punto proprio lui chiese che il capo del Blocco H fosse un altro, Brendan “Bik” McFarlane.Come mai?
«Bobby era un uomo sensibile e molto intelligente. Anche se digiunava da moltissimi giorni e stava già male, temeva che io, per amicizia, lo fermassi prima della morte. E forse aveva ragione».

Come vi siete conosciuti?
«La prima volta che ho incontrato Bobby Sands è stata quando fui arrestato, nel 1973, e mi rinchiusero a Long Kesh. Rimasi in cella solo un mese, Bobby era lì, fu uno dei primi a salutarmi. La simpatia fu immediata, forse perché aveva un background molto simile al mio, appena due anni più di me, amava la musica popolare, suonava la chitarra e riusciva con le note a farci dimenticare per un po’ dove stavamo e come venivamo trattati».

    Funerali di Bobby Sands

In carcere eravate i leader dei prigionieri…
«Ci rifiutavamo di indossare le uniformi o di fare lavori di prigione, fummo confinati agli H-blocks, dietro le sbarre 24 ore al giorno, sette giorni a settimana, non potevamo fare esercizi, non avevamo accesso ad alcun materiale di formazione, tanto meno scritto. Eravamo nudi nelle carceri, solo con le coperte. Nel 1980 decidemmo che la repressione non poteva più continuare e cercammo di convincere il governo britannico a riconoscerci almeno lo status di prigionieri politici. La risposta fu quella che tutti ricordano e così, dopo il primo sciopero della fame del 1980, qualche mese dopo ne cominciò un altro passato alla storia. Bobby Sands fu l’ideatore di quella protesta e decise che sarebbe andato fino in fondo. L’avevamo capito tutti che sarebbe morto, per primi i suoi genitori».

Quando lo vide per l’ultima volta?
«Fu ad una visita, la protesta era cominciata da almeno un paio di settimane, si era tagliato i capelli, era irriconoscibile. Lo abbracciai e gli augurai buona fortuna. Avevo capito che non l’avrei mai più rivisto ».

    Ai caduti irlandesi nello sciopero della fame nel lager di Long Kesh

Molti anni dopo, nel luglio del 2005, il vertice dell’Ira scelse proprio lei, l’amico del cuore di Bobby Sands, per annunciare al mondo la fine della lotta armata.
«Il cessate il fuoco del 1997 aveva segnato la fine del conflitto, ma quella dichiarazione video, con un militante a volto scoperto, ha cambiato la storia del mio paese. Quando i compagni mi scelsero, mi chiesi se fossi davvero preparato a un evento che avrebbe avuto una risonanza mondiale. Prima di accettare ne parlai con mia moglie e le mie figlie. Sapevo che quel video poteva avere conseguenze anche per la mia famiglia ma allo stesso tempo ero molto orgoglioso che la leadership Repubblicana avesse pensato a me. L’ho fatto, ero emozionato ma dovevo farlo, per il mio paese, la mia gente, per Bobby e tutti gli altri che sono morti per un’idea».

   Libertà per l'Irlanda

Walsh, ma un giorno Belfast tornerà ad unirsi con Dublino?
«Noi lavoriamo ogni giorno per questo. In pace, con il dialogo, senza armi. Crediamo che il sacrificio degli hunger strikers e di tanti altri volontari non debba essere vano. Un giorno lasceremo il Regno Unito e ci ricongiungeremo con l’Irlanda. La storia è dalla nostra parte».


La Repubblica – 30 novembre 2015


Il profeta dimenticato. La passione e il disincanto di Giuseppe Dossetti



Torna in libreria una figura quasi dimenticata, quel Giuseppe Dossetti, esponente di primo piano di un cristianesimo aperto al sociale sconfitto dal conservatorismo reazionario della DC degli anni '50. E forse l'attuale papato e il vento di rinnovamento che scuote la Chiesa non è estraneo a questa riscoperta.

Marzio Breda

L’eredità morale di Dossetti


«Inizia la carriera universitaria, lascia per la Resistenza. È capo partigiano, lascia per la politica. È dirigente della Democrazia cristiana, è costituente, è parlamentare, lascia per la scelta religiosa. Fonda una comunità monastica a Bologna, lascia per andare a Gerico». Si ritira in un eremo, ma quando, nel 1994, Berlusconi vince le elezioni, si fa sentire invocando Isaia: sentinella, quanto durerà la notte? «Indossava il saio, aveva la croce sul petto e citava la Bibbia, ma la sua non era l’esortazione di un religioso, era l’invettiva del politico».

È una catena di nette — ma non incoerenti — discontinuità, quella che Giuseppe Sangiorgi riassume nella prefazione al doppio volume La passione e il disincanto (Edizioni Il Settimo Libro, pagine 510, e 36), nel quale si ridà voce a Giuseppe Dossetti, un uomo tra i più carismatici del movimento politico cristiano, un grande rimosso che non può essere però considerato un caso chiuso. Non ancora. E lo si ricava da quanto è sopravvissuto della sua eredità morale, nonostante gli scatti in avanti che hanno segnato la sua parabola.

Dossetti, vicesegretario della Dc, eletto alla carica a furor di congresso, ingaggia subito una battaglia con Alcide De Gasperi: vuole un partito «più cristiano», meno legato alle «necessità» della politica quotidiana. Ma quando De Gasperi sgancia dal governo Pci e Psi, si ribella: questi, con la Dc, sono i partiti radicati nel Paese, pensare di governare estromettendoli è una bestemmia contro la democrazia. L’impegno sociale è ciò che spiega tutto, di lui. Scrive: «Sono le esigenze che impongono di incentrare la nostra politica economica, sociale e internazionale, intorno ad un supremo sforzo per dare lavoro al maggior numero possibile di italiani».



La passione e il disincanto raccoglie anche i preziosi articoli, ormai introvabili, comparsi tra il 1946 e il 1951 sulla rivista della corrente, «Cronache sociali», e firmati dai «professorini» di Dossetti. Gente come Moro, Fanfani, Elia, La Pira, Lazzati, Mortati, cui si aggiungono «esterni» di peso: i socialisti Basso e Vittorelli, gli ex azionisti Garosci ed Ernesto Rossi, il socialdemocratico Tremelloni, il repubblicano Boeri, e i sacerdoti impegnati in quel confronto, Mazzolari e Turoldo.

Rivelatrice delle sue scelte, la lettera scoperta da Sangiorgi, che, alla vigilia del ritiro dalla politica, Dossetti scrive a Mariano Rumor: sei tu il mio erede, tu solo ce la puoi fare. E Fanfani, il supposto numero due, Dossetti non lo nomina neppure: l’ex pupillo era entrato nel governo De Gasperi, contro la volontà del suo «capo». D’altra parte, erano destini diversi: Fanfani viaggiava verso la presidenza del Consiglio, Dossetti verso il saio.

E infatti, nello scontro con De Gasperi, sente di aver perso la sua lotta per il cristianesimo sociale e si chiude nell’isolamento. Ma cala davvero un’eclissi su di lui? No, perché per quarant’anni, anche senza Dossetti, la politica dc è dominata dall’influenza del dossettismo: il partito rastrella voti a destra (salvo la testimonianza politicamente irrilevante del Msi) per realizzare un modello che di destra ha poco, forse niente. Non a caso la cassa integrazione, la lotta all’inflazione, il taglio della disoccupazione connesso al boom, la Cassa per il Mezzogiorno, insomma l’edificazione dello Stato sociale sono quanto di più «dossettiano» lo stesso Dossetti avrebbe immaginato.

Quando si ritira in convento, Dossetti si sente sconfitto, anche se il dossettismo vince e governa a lungo. Non solo attraverso gli ex professorini, ma attraverso le sue suggestioni e certe sue follie. Scrive Gian Luigi Capurso, curatore del saggio: «La dottrina di Dossetti continua a echeggiare nel mondo cattolico per decenni, suscitando acuti rimpianti, dolorosi rimorsi, e sospiri di sollievo».


Il Corriere – 30 novembre 2015

domenica 29 novembre 2015

Sandro Saggioro, Contro venti e maree



In ricordo di Sandro Saggioro pubblichiamo una sua relazione svolta il 24 aprile 2002 al C.S.O.A. Cox 18 - Archivio Primo Moroni - Libreria Calusca City Lights di Milano. Un testo di grande interesse che testimonia del suo rigore di storico e della sua passione di militante.


Sandro Saggioro

Contro venti e maree
La Seconda Guerra mondiale e gli internazionalisti del "Terzo Fronte"


Gli argomenti di cui si parlerà in questo incontro - la Seconda Guerra mondiale, la Resistenza, l'attività e il profilo dei piccoli gruppi di sinistra che si opposero alla guerra in Italia e, più in generale, a livello europeo - sono stati uno degli oggetti centrali della ricerca storica di Arturo Peregalli. Ciò che vi dirò, fondamentalmente, si basa sugli studi e gli appunti di lavoro di questo amico e compagno, scomparso il 13 giugno 2001, a soli 53 anni.

Domani sarà il 25 aprile, l'anniversario della Liberazione, che, come sempre, verrà celebrato dall'intero arco politico-istituzionale, con il "popolo della sinistra", ancora una volta, a dire che la Resistenza è stata tradita o che non ne sono state adempiute le legittime aspettative. L'incontro di questa sera, anche simbolicamente, per la data in cui cade, vuole esprimere un diverso posizionamento.

Comincio dal punto centrale: la Seconda Guerra mondiale.

Sappiamo tutti che le scelte strategiche delle grandi potenze s'ammantano d'ideologia ogniqualvolta occorra coinvolgere le masse nel dramma della guerra. Ž quello il momento in cui le classi dirigenti agitano le bandiere della nazione, della democrazia, delle religioni o di qualsiasi altra ideologia che serva alla bisogna. Basti vedere quanto sta accadendo da almeno dieci anni a questa parte con il "nuovo ordine mondiale", le "guerre umanitarie", l'"unità di tutto il popolo contro il terrorismo", la "giustizia infinita" eccetera.

Durante la Prima Guerra mondiale la borghesia coinvolse il proletariato sulla base dell'ideologia patriottarda; nella Seconda Guerra mondiale la borghesia si aggiornò e il conflitto bellico divenne una "crociata della democrazia contro il nazifascismo". (Vedremo poi come il ruolo della Russia nella Prima e nella Seconda Guerra mondiale fu molto diverso.)



Iniziamo con lo sfatare il mito che la Seconda Guerra mondiale sia stata uno scontro fra democrazia e totalitarismo (quest'ultimo rappresentato dal Terzo Reich e dall'Italia fascista): fra gli Alleati c'era l'Unione Sovietica, un Paese non certo democratico, bensì totalitario.

Non è nemmeno corretto qualificare come antifascista la Seconda Guerra mondiale, dal momento che essa fu combattuta essenzialmente contro la Germania e l'Italia, indubbiamente fasciste, ma non contro il fascismo in quanto tale: Paesi come Spagna e Portogallo, anch'essi fascisti, non vennero toccati, né durante né dopo la guerra (per esempio, la Spagna aveva inviato in Russia una sua legione a combattere a fianco dei nazisti, ma il regime di Franco non ne ebbe a patire alcuna conseguenza).

Secondo un'altra interpretazione la Seconda Guerra mondiale fu combattuta contro il razzismo: ciò è ancora più ridicolo, in quanto nell'esercito americano esisteva allora la segregazione razziale (i negri non potevano prestare servizio né in aviazione né in marina; e un ferito bianco non poteva essere trasfuso col sangue di un negro). Razzista non era il solo Hitler: Roosevelt era presidente di uno Stato in cui i bianchi erano giuridicamente superiori ai negri, per non parlare poi del Sudafrica, vera e propria perla d'antirazzismo nel campo alleato.

A partire dalla fine dell'Ottocento, dopo la Comune di Parigi del 1871, le guerre che si combattono in Europa non sono altro che scontri armati per la difesa degli interessi del capitale dei rispettivi gruppi concorrenti (questa è la posizione difesa dal marxismo rivoluzionario). La Germania degli anni Trenta, facilitata in ciò dall'iniezione di capitali americani, aveva conosciuto un massiccio incremento del proprio processo produttivo. La dinamica capitalista le imponeva la conquista di nuovi mercati e una politica espansionista, ma ciò andava a cozzare con gli interessi delle altre potenze, le quali non potevano permettere che la Germania acquisisse il predominio a livello europeo. Per questo motivo la Seconda Guerra mondiale si caratterizza come una guerra imperialista, che al suo termine vede il trionfo della potenza economicamente più forte, gli Stati Uniti d'America, trionfo che dura a tutt'oggi. (Nel 1944, quasi alla fine del conflitto, con gli accordi di Bretton Woods la supremazia degli USA emerge in piena evidenza nella ridefinizione del sistema monetario, da lì in poi basato sul dollaro.)

Esistono tuttavia alcune importanti differenze tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale.

Di fronte alla Prima Guerra mondiale il Partito Socialista Italiano riesce a restare neutrale (anche se bisognerebbe vedere più da vicino il significato di questa neutralità); abbiamo la posizione di Lenin e della sinistra di Zimmerwald (trasformare la guerra imperialista in guerra civile per l'abbattimento del capitale) e lo scoppio della Rivoluzione russa.

Un'altra differenza tra le due guerre mondiali sta nel crescente coinvolgimento delle popolazioni civili: durante la Prima esse patiscono fame e privazioni, ma non bombardamenti massivi, feroci distruzioni e stragi come durante la Seconda (in entrambi i campi).

La Russia che combatté nella Seconda Guerra mondiale era uno Stato che ormai aveva vissuto una degenerazione della rivoluzione e il ristabilimento, sotto il falso nome di comunismo, di una società capitalista (ciò che, per inciso, la Russia era sempre stata). Quindi il ruolo di Mosca fu quello di asservire il proletariato agli imperativi del capitale e dello Stato russi, nonché e soprattutto di distruggere sul piano teorico le posizioni rivoluzionarie.

    Arturo Peregalli

Oggi pomeriggio, a casa di Arturo, prima di venire qui, mi è capitato di dare un'occhiata a Ex, un libro di Felice Chilanti, uno scrittore che aveva militato nel gruppo Bandiera Rossa. Ne ho tratto un brano in cui l'Autore descrive un suo colloquio con Tigrino Sabatini, operaio: "Tigrino s'incurva a parlarmi, il suo fiato in viso: Lenin cambiò in rivoluzione la guerra, Stalin Togliatti Alicata mandano rivoluzionari a fare la guerra".

Importante è il ruolo che il Partito Comunista Italiano svolse durante il conflitto, e anche prima. Il PCI fu uno strumento di Mosca che egemonizzò il movimento operaio, non solo organizzativamente, ma anche e soprattutto teoricamente. Va tenuto presente, peraltro, che la linea politica del PCI sulla Seconda Guerra mondiale non fu sempre la stessa: nel periodo in cui restò in vigore il patto Ribbentrop-Molotov, la guerra veniva qualificata come imperialista (sebbene questo giudizio non muovesse da presupposti internazionalisti bensì dal rispetto dei mutevoli dettami imposti dalle giravolte della politica estera sovietica); poi col giugno 1941, dopo l'attacco tedesco alla Russia, la posizione del partito cambiò improvvisamente e la guerra diventò uno scontro tra totalitarismo fascista e antifascismo.

Da questa impostazione derivava la necessità di unire le forze progressiste per resistere alla barbarie, rappresentata dalla Germania nazista e dal regime di Mussolini. Se però la guerra mondiale diventava uno scontro in difesa della democrazia, tutto doveva essere finalizzato alla sconfitta del nazismo, in una lotta da combattersi a fianco degli Alleati. E infine, con l'occupazione del territorio nazionale da parte del nemico nel settembre '43, la guerra diventò anche guerra di liberazione nazionale, cioè guerra patriottica. Ovviamente, in quest'ottica, si perse completamente di vista la natura imperialista della guerra, che nello scontro militare vedeva contrapporsi le varie frazioni del capitale mondiale.

La classe operaia era stata sconfitta già prima dello scoppio del conflitto bellico; la fraternizzazione dei lavoratori al di sopra delle frontiere contro il comune nemico di classe era al di là d'ogni reale possibilità in quegli anni. Ciononostante alcuni episodi concretarono brevemente, quali scintille nel buio, le prospettive di fraternizzazione fra i proletari. Per esempio, nella Francia del '43, sorse, all'interno della Wehrmacht e in collegamento con alcuni operai locali, un raggruppamento che pubblicava un giornale, "Arbeiter und Soldat", in cui venivano ribadite le posizioni d'unità tra i proletari dei due campi in guerra, contro le rispettive borghesie e il massacro imperialista. Questi elementi rivoluzionari furono rapidamente scoperti ed eliminati dalla Gestapo.

Occorre comunque precisare che ogni tentativo di rottura della guerra da un punto di vista rivoluzionario e comunista non avrebbe avuto alcuna speranza di successo. La Comune di Varsavia lo testimonia: quando i proletari della capitale polacca si sollevano, l'Armata Rossa, che è alle porte della città e sta per conquistarla, si ferma e aspetta che gl'insorti vengano massacrati, lasciando insomma ai nazisti il lavoro sporco, prima di fare il suo ingresso. E il martirio greco nella Seconda Guerra mondiale e nella guerra civile è un'ulteriore dimostrazione della saldezza del dominio imperialista in quegli anni.

Qualificata la natura della guerra, passiamo a descrivere brevemente alcuni dei movimenti politici dissidenti che agirono in Italia nella fase finale del conflitto. Li definiamo dissidenti perché non accettarono l'impostazione prevalente della Resistenza come lotta solo contro il fascismo e per il ripristino della democrazia.

Conosciamo la lettura che della Resistenza dà lo storico che più l'ha studiata a fondo, Claudio Pavone. A suo avviso, tre sono le possibili interpretazioni della Resistenza. La prima è quella di guerra nazionale e patriottica: lo straniero è stato combattuto, vinto e scacciato, insieme con i suoi manutengoli della Repubblica Sociale Italiana; e questa è l'interpretazione ufficiale. La seconda è quella della Resistenza come guerra di classe e come momento di riscatto delle masse popolari oppresse, che riacquistano un'azione indipendente: questa è la visione che, mantenutasi viva in una parte del PCI negli anni del dopoguerra, sarà riproposta dai movimenti di sinistra sorti dopo il '68 e da chi parlerà di Resistenza tradita e si farà portavoce di una Nuova Resistenza. La terza interpretazione è quella sostenuta dai fascisti e dalla destra: la Resistenza come guerra civile. Per Pavone tutte e tre queste interpretazioni - diciamo così, queste tre anime - sono presenti all'interno della Resistenza.

Nessuna di queste interpretazioni, però, tiene conto di un dato fondamentale, e cioè che la Resistenza era inserita in una guerra mondiale, quella stessa guerra che abbiamo caratterizzato prima come imperialista.

Sul piano militare la Resistenza fu un'attività di guerriglia dietro le linee nemiche, svolta in appoggio alle armate angloamericane e con margini di autonomia sostanzialmente inesistenti. Le formazioni partigiane erano completamente integrate all'interno del quadro bellico, sia prima sia dopo il loro riconoscimento ufficiale, e nella propria azione non fuoruscirono mai dal controllo degli Alleati.

Ritornando ai gruppi dissidenti, vi fu senz'altro chi pensava di condurre una lotta per una società diversa, socialista, e chi mirava a riproporre in Italia l'esperienza russa. Ma va precisato che il referente di questa riproposizione non era la Russia dell'Ottobre: era la Russia staliniana. Il socialismo propugnato da queste formazioni dissidenti ricalcava il modello sovietico di quegli anni, in cui se i padroni erano stati eliminati tuttavia erano ben presenti e vigevano i rapporti di produzione capitalistici. La Russia durante la Seconda Guerra mondiale rappresentò un polo d'attrazione micidiale per la classe operaia, anche per quegli elementi radicali che pure esistevano nelle file della Resistenza. E ciò si riallaccia a quanto detto prima circa il ruolo dello stalinismo quale agente di distruzione della teoria del proletariato, delle posizioni per le quali la classe operaia si era battuta nella Rivoluzione russa e negli anni Venti.

Per caratterizzare il dissidentismo resistenziale, insomma, si può dire che in buona misura esso non faceva che estremizzare la linea del PCI. Non potendo fornire qui un quadro esaustivo delle varie formazioni, mi limiterò a ricordarne alcune.

A Torino esisteva il Partito Comunista Integrale, meglio noto come Stella Rossa, dal nome del suo organo di stampa. Si trattava di un movimento accesamente stalinista, i cui aderenti pensavano che Stalin avrebbe appoggiato la classe operaia italiana sulla via della rivoluzione. Alla fine della guerra, Stella Rossa, dopo l'uccisione del suo capo, Temistocle Vaccarella, confluì nel PCI. Quest'omicidio - avvenuto al parco Sempione di Milano per mano di elementi picisti - può essere legato al fatto che Vaccarella in quel periodo stava cercando di allacciare rapporti con gl'internazionalisti di "Prometeo". Il partito di Togliatti paventava una possibile unificazione tra le forze della dissidenza, e quindi, a scanso di pericoli, era meglio eliminare chi si faceva portatore di una simile istanza. L'omicidio politico era una prassi abbastanza consueta in quegli anni (vedremo poi che anche militanti del Partito Comunista Internazionalista furono uccisi dagli stalinisti).



Nel Lazio e a Roma agiva il Movimento Comunista d'Italia (organo: "Bandiera Rossa"), un gruppo molto forte e formato anch'esso in buona parte da elementi d'orientamento staliniano. (Sarebbe interessante capire come e perché Bandiera Rossa incappò pesantemente nelle retate tedesche dopo l'attentato di via Rasella. Benché le interpretazioni al riguardo debbano essere valutate con cautela, provenendo da gente di destra, sembra che ci sia stata un'azione del PCI affinché venissero catturati molti militanti e quadri di Bandiera Rossa. Comunque sia, questa organizzazione fu decapitata alle Fosse Ardeatine.)

Nel Sud Italia erano attive altre formazioni, tra cui la Frazione di Sinistra dei Socialisti e Comunisti Italiani, che si basava sull'azione condotta dalla CGL di Napoli, su posizioni classiste. Questo movimento, sul finire della guerra, si fuse con il Partito Comunista Internazionalista.

Passiamo ora a quest'ultimo. Differenziandosi in ciò nettamente dalle altre organizzazioni del dissidentismo, il Partito Comunista Internazionalista si richiamava al Partito Comunista d'Italia del '21 e alla Frazione Italiana della Sinistra Comunista, attiva nell'emigrazione all'estero sotto il fascismo. Il suo organo clandestino era "Prometeo" (1943-45). In alto a sinistra, sopra la testata del giornale era scritto: "Anno XXI, serie III", per segnare la continuità con il "Prometeo" che la Sinistra Italiana aveva pubblicato a Napoli nel '24 e con quello che la Frazione aveva fatto comparire in Francia dal '28 al '38. Inoltre, sotto la testata del primo numero del giornale, ben in grosso e sottolineato, si leggeva: "Sulla via della sinistra". Ž con il numero due, dicembre 1943, che appare la dicitura "Organo del Partito Comunista Internazionalista".

L'articolo di fondo che apre il primo numero di "Prometeo" ne esplicita fin dal titolo le posizioni: Alla guerra imperialista il proletariato oppone la ferma volontà di raggiungere i suoi obbiettivi storici. Il Partito Comunista Internazionalista nasce nel '43 - ma già alla fine del '42 alcuni militanti si erano organizzati - con l'idea che si sarebbe potuto ripetere quant'era avvenuto nel primo dopoguerra. Era ritenuta prossima una nuova ondata rivoluzionaria, simile a quella che aveva investito la Russia nel '17 e l'Europa alla fine della Grande Guerra. Agli occhi dei comunisti internazionalisti la lotta per la liberazione nazionale non aveva alcun senso da un punto di vista rivoluzionario: partecipare alla difesa della propria patria significava infatti inserirsi in uno dei fronti militari del capitalismo.

"Prometeo" interpretò la caduta del fascismo, nel luglio '43, come l'abbandono dei fascisti al loro destino da parte della classe dominante. Un volantino dell'agosto successivo affermava: "La borghesia, la monarchia, la Chiesa - creatori e sostenitori del fascismo - che buttano oggi Mussolini in pasto al popolo per evitare di essere travolti con lui, e che assumono vesti democratiche e popolaresche per poter continuare lo sfruttamento e l'oppressione delle classi lavoratrici non hanno nessun diritto di dire una parola nella crisi attuale: questo diritto spetta esclusivamente alla classe operaia, ai contadini e ai soldati, eterne vittime della piovra imperialistica".

Durante il periodo badogliano, cioè tra il 25 luglio e l'8 settembre 1943, il Partito Comunista Internazionalista si batté soprattutto per la fine immediata della guerra. Con questa parola d'ordine s'inserì negli scioperi dell'estate '43 e poi in quelli del dicembre successivo. (Non è qui possibile prendere in esame una serie di altri avvenimenti importanti, come per esempio gli scioperi del marzo-aprile '43, che furono lotte economiche del proletariato, contro la mancanza di generi alimentari, i licenziamenti, le riduzioni di paga. Ž questo il terreno su cui, a Milano e a Torino, i proletari si compattarono e si mossero, non contro il fascismo, come poi è stato raccontato dalla storiografia resistenziale, bensì contro il potere del governo - fascista o democratico che fosse - che rendeva insopportabili le loro condizioni di vita.)



Il Partito Comunista Internazionalista, nel dicembre '43, lanciò un appello per la creazione di un fronte unico proletario. Vi leggo un volantino che venne diffuso in questa occasione:

"OPERAI MILANESI!
Voi avete incrociato le braccia. Soddisfatte o no le vostre richieste di oggi, voi vi muovete fatalmente in un vicolo cieco e sarete, in breve, costretti ad incrociare ancora le braccia.
Perché?
Perché i capitalisti e il governo nazi-fascista, responsabili della guerra, sono incapaci non solo di risolvere la tremenda crisi che ha polverizzato l'economia nazionale, ma persino di sfamare voi e le vostre famiglie, costringendovi ancora a fabbricare cannoni per la guerra.
OPERAI!
Un solo mezzo avete per uscire dalla crisi: fare della vostra forza di classe una cosciente forza rivoluzionaria. Solo unendovi compatti contro la guerra, contro il capitalismo, contro gli sfruttatori di ogni colore che si servono delle vostre braccia e della vostra vita per la loro lotta criminale di dominio, solo spostando la vostra azione dal terreno economico a quello politico, riuscirete a spezzare le catene che ancora vi imprigionano.
OPERAI!
Al capitalismo, colpito a morte dalla sua stessa guerra, contrapponete ora la vostra capacità e la vostra forza di nuova classe dirigente.
Contro il fascismo, che vuole la continuazione della guerra tedesca, e contro il Fronte Nazionale dei sei partiti, che vuole la continuazione della guerra democratica, voi organizzatevi sul posto di lavoro, cementate in un FRONTE UNICO PROLETARIO i vostri comuni interessi, il vostro stesso destino di classe che vi indica come già iniziata la lotta decisiva per la conquista del potere.
Il Partito Comunista Internazionalista è al vostro fianco.
Abbasso la guerra fascista!
Abbasso la guerra democratica!
Viva la rivoluzione proletaria!
[Firmato:] Il Partito Comunista Internazionalista".

Ovviamente, le posizioni del partito Comunista Internazionalista gli attirarono una condanna durissima da parte del PCI. Questa condanna non fu soltanto verbale - "agenti del fascismo e della Gestapo", così venivano definiti gl'internazionalisti sulla stampa picista - ma arrivò fino all'eliminazione fisica di suoi militanti, come Mario Acquaviva e Fausto Atti.



Visto che domani è il 25 aprile, vorrei leggervi un altro volantino del Partito Comunista Internazionalista, diffuso nelle settimane successive alla Liberazione col titolo: Proletari! Disertate i C.[omitati] di Liberazione Nazionale. Eccone il testo:

"I dirigenti cosiddetti comunisti (che noi chiamiamo giustamente voltagabbana, per il semplice fatto che hanno tradito l'idea base del partito sorto a Livorno nel 1921) si atteggiano a difensori dei partiti componenti il C.[omitato] di L.[iberazione] N.[azionale] (vedi Unità di domenica 17 giugno) i quali, essendo rappresentanti della classe borghese, sono di conseguenza i creatori del metodo fascista, il quale fu creato dalla borghesia per impedire la marcia trionfale del proletariato verso la presa del potere politico. Dire come è stato detto da un massimo esponente del centrismo [NdC: i comunisti internazionalisti in quegli anni definivano centrismo lo stalinismo]: che il fascismo è stato un errore commesso dalla borghesia, è una menzogna a duplice portata, poiché da una parte si vorrebbe ridurre ad un semplice sbaglio (e perciò riparabile in sede giuridica) le grandi sofferenze ed il sangue versato dal proletariato in un quarto di secolo, e dall'altra negare la realtà di un periodo di dominazione capitalista sulla base dei propri interessi classisti di accumulazione di ricchezze e di mantenimento dell'autorità borghese nei confronti di un proletariato combattivo, ed infine negare il ruolo di avanguardia nella provocazione alla guerra, di quella guerra voluta del capitalismo poiché tutta la società capitalista mondiale era contaminata alle sue stesse basi. Il fascismo non è uno sbaglio ma bensì l'arma controrivoluzionaria che la borghesia sa servirsi in date situazioni, in dati settori del mondo capitalista.

PROLETARI!

Oggi sul settore italiano il metodo fascista ha finito il suo ruolo di conservatore degli interessi di classe del vostro nemico, al suo posto subentra un altro metodo che ha come base la demagogia, l'imbroglio e la deformazione delle idee proletarie, anche questa volta la borghesia non commette uno sbaglio, anzi per essa è una vera cuccagna di poter servirsi di organismi ad etichetta proletaria per convogliare il proletariato al carro della ricostruzione, vale a dire al carro dello sfruttamento, di poter avere dei ministri di governo comunisti. Quello che conta per il capitalismo è una sola cosa: impedire al proletariato di trovare il filo di congiunzione con le vecchie battaglie e continuare così il grande cammino della lotta di classe verso la sua totale emancipazione economica e politica.

LAVORATORI!

Ieri con il fascismo, oggi con il C. di L.N., la borghesia continua a dominare e ad illudervi. Il centrismo dirigente ci chiama traditori? Noi rispondiamo che se si tratta di traditori della patria possono risparmiare il loro fiato, noi come tutti i proletari non abbiamo patria, abbiamo una classe che si chiama proletariato, se per traditori si vuole alludere alla nostra posizione contro la guerra e alla nostra parola d'ordine: proletari disertate e sabotate la guerra, ebbene per noi è un onore immenso di avere denunciato il massacro tra i proletari dei diversi paesi. Se infine noi siamo dei traditori perché non apparteniamo al C. di L.N. dichiariamo subito che questi insulti non ci toccano poiché si deve provare che il Partito Internazionalista ha tradito la causa della classe proletaria e la sua rivoluzione, anzi denunciando al proletariato il C. di L.N. noi non facciamo altro che continuare a smascherare il mostro capitalista disposto a trasformarsi esteriormente in ogni situazione pur di mantenere intatto il suo metodo di prelevamento del sangue e dei sudori sul lavoro degli operai e lavoratori tutti. Noi non crediamo sia un insulto quello di dire che nel C. di L.N. si rintana il capitalismo nelle sue diverse spoglie, fascismo compreso, noi non crediamo sia un insulto dichiarare che il centrismo collabora con i peggiori nemici del proletariato, che ha rinunciato ad ogni principio classista accentuando i principi antiquati della borghesia patriottarda. Il vero insulto verso il proletariato è proprio quello di chiamarsi Comunista da parte di un partito il cui contenuto politico rappresenta tutto, salvo l'idea rivoluzionaria classista.

Abbasso i disfattisti della rivoluzione proletaria!
Abbasso i collaboratori e conservatori del dominio borghese!
W la rivoluzione proletaria italiana e mondiale!
[Firmato:] Il Comitato federale di Torino e provincia del Partito Comunista Internazionalista".


È una citazione lunga, ma non ho voluto rinunciarvi perché mi pare che questo volantino sintetizzi efficacemente il contenuto di questa parte della mia relazione.



Arturo Peregalli aveva svolto un approfondito studio sulla Resistenza e sui gruppi che si erano allora posti alla sinistra del PCI (i frutti di questo lavoro sono raccolti nel volume L'altra Resistenza. Il PCI e le opposizioni di sinistra 1943-1945, Graphos, Genova, 1991). Sua intenzione era di estendere la ricerca a livello europeo. Purtroppo la malattia e poi la morte gli hanno impedito di portare a termine l'impresa. L'unica parte finora apparsa è quella contenuta nel libro Contro venti e maree. La Seconda Guerra mondiale e gli internazionalisti del "Terzo Fronte". Capitolo quinto. Grecia: Aghis Stinas e l'Unione Comunista Internazionalista (Colibri, Paderno Dugnano, MI, 2002).

Nel progetto originario del libro, Arturo e io volevamo prendere in considerazione, per quanto riguarda la Francia, la Frazione Italiana della Sinistra Comunista (la cui azione di quegli anni non è ancora stata studiata), i Revolutionere Kommunisten Deutschlands (RKD), l'Organisation Communiste Révolutionnaire (fuoruscita dal trotskismo) e, infine, l'Union des Communistes Internationalistes (una formazione, nata nel '42-43, alla quale partecipò anche Maximilien Rubel).



Sono, tutti questi, gruppi estremamente minoritari, i cui aderenti si contano nell'ordine delle decine. Gli altri capitoli avrebbero dovuto trattare di Grandizio Munis (che a quel tempo viveva in Messico), dei comunisti dei consigli olandesi (che s'opposero anch'essi alla guerra) e del gruppo animato da Henk Snevlieet (il Marx-Lenin-Luxemburg Front). Il libro avrebbe cercato, insomma, di fornire un quadro a livello europeo di quelle che erano state le posizioni internazionaliste e di riportare alla luce l'attività degli uomini che vi si erano ispirati.

È questo, a mio avviso, un compito importante, non solo da un punto di vista storico ma anche per l'oggi, vista la situazione nella quale ci troviamo a vivere: una situazione che se non è ancora di guerra ne è la preparazione, una situazione in cui si cerca di compattare proletariato e popolo tutto a sostegno delle esigenze del capitale, nella lotta comune a un nemico fantomatico, il quale trova una definizione assai generica qual è quella di terrorismo. La settimana scorsa un piccolo aereo è andato a sbattere contro il grattacielo Pirelli a Milano. Immediatamente, il presidente del senato ha dichiarato trattarsi di atto terroristico, salvo poi dover ammettere, a malincuore, ch'era stato un incidente. Non essendo crollata alcuna Torre Gemella, non è stato stavolta possibile unire l'Italia, lavoratrice e non, contro l'immane pericolo, il nuovo demone terrorista.


Oggi, quando sotto la copertura di interventi "umanitari" e di operazioni di "giustizia infinita" le diverse frazioni del capitale mondiale cercano di assicurarsi la conquista di posizioni strategiche in vista d'un futuro conflitto, è tanto più utile ribadire qual è la posizione del comunismo rivoluzionario di fronte alla guerra e alle Sacre Unioni cui sempre i proletari vengono richiamati.


Tragica alba a Dongo. La Resistenza negata del nostro dopoguerra



Riproposto il film del 1950 che racconta la morte di Mussolini. Andreotti ne impedì l’uscita: “Danneggia l’immagine dell’Italia”

Giovanni De Luna

Tragica alba a Dongo
La Resistenza negata del nostro dopoguerra


C’è un film sugli ultimi giorni di Mussolini  - Tragica alba a Dongo - che gli italiani non hanno mai visto. Fu girato nel 1950, negli stessi luoghi e con gli stessi protagonisti delle convulse vicende che portarono alla cattura e alla fucilazione del Duce. Ci sono le immagini della disadorna camera da letto in cui Mussolini e Claretta Petacci trascorsero la loro ultima notte, nella casa dei coniugi De Maria; compaiono in persona gli stessi De Maria, con lo sguardo smarrito di fronte all’ampiezza degli eventi; ci sono i partigiani, quelli veri, che arrestarono il convoglio della Wermacht e scovarono Mussolini in fondo a un camion, intabarrato in un cappottone tedesco. E soprattutto ci sono i luoghi (Dongo, Germasino, Musso, Giulino di Mezzegra) di un’Italia povera e contadina, villaggi aggrappati ai costoni del lago di Como, lividi di pioggia, a sottolineare un epilogo inimmaginabile per chi era abituato ai bagni di folla di Piazza Venezia e ai fasti imperiali delle adunate oceaniche.

Quel film non ottenne il visto della censura, «in quanto», era scritto in una nota, del 24 gennaio 1951, di Giulio Andreotti, sottosegretario di Stato, «si ritiene che possa ingenerare all’estero errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese». Questa mancata autorizzazione ci restituisce con grande efficacia il clima politico e culturale dell’Italia di allora. A partire dal 1948 (e almeno fino al 1960) contro la Resistenza si avviarono infatti pesanti iniziative giudiziarie e furono mosse accuse di ogni tipo. Nelle istituzioni, e in particolare nella magistratura, si affermò un orientamento pregiudizialmente ostile che indicava nei partigiani i responsabili morali di una lotta fratricida, protagonisti di una pagina della nostra storia da rimuovere e dimenticare.



Su giornali conservatori come Il Giornale d’Italia o Il Tempo, i giudizi oscillavano tra l’ironico ridimensionamento delle figure degli antifascisti («rubagalline» e pronti solo ad andare in soccorso al vincitore) e le esplicite denigrazioni personali, con frammisti apprezzamenti sulla viltà («nascosti nei conventi vaticani») e ingiurie sulla loro mancanza «di onore». Era uno zoccolo duro di opinione su cui si plasmava fedelmente l’operato dell’intero apparato dello Stato, dei magistrati come dei prefetti, dei questori, di una intera burocrazia ministeriale, come quella dipendente dal ministero della Pubblica Istruzione che, per il decennale della Resistenza, il 25 aprile 1955, inviò una circolare solenne ai presidi di tutte le scuole italiane per invitarli a festeggiare, quel giorno, l’anniversario della nascita di Guglielmo Marconi.

Altro che Repubblica «fondata sulla Resistenza»! Per sopravvivere, l’antifascismo si costruì una sorta di nicchia difensiva, con una battaglia politico-culturale condotta all’insegna del «dovere di non dimenticare» che indusse molti ex-partigiani a farsi storici della propria memoria, a diventare «archivisti», gelosi custodi dei «documenti» che testimoniavano di una pagina di storia che troppo presto gli altri volevano cancellare.



Tragica alba a Dongo si inseriva in questo contesto. Il film era stato prodotto da una cooperativa di giornalisti, e la richiesta di autorizzazione per la proiezione aveva un tono dimesso («Narra obiettivamente e porta per la prima volta sullo schermo, nella nuda cronaca cinematografica dei fatti, cose, ambienti e uomini, così come apparvero e agirono in quelle tragiche giornate di aprile. Il tempo, i luoghi, i costumi e financo i gesti e le parole, caratterizzano il valore essenzialmente documentaristico di questa ricostruzione»), insistendo sulla sua oggettiva neutralità.

Una successiva lettera ad Andreotti, il 2 marzo 1951, era quasi una supplica: «I giornalisti in questione non hanno esitato a sacrificare in questa impresa tutte le loro economie personali, sì che un rifiuto ripetuto significherebbe, per essi, e per le loro stesse famiglie, la certa rovina, essendosi essi stessi, tra l’altro, anche indebitati pur di realizzare questo film. Vostra eccellenza, che proviene dal giornalismo, non mancherà di valutare a pieno e con competenza la portata di questo rifiuto…».



Niente da fare; Andreotti fu irremovibile. Contro la programmazione intervennero anche la famiglia Mussolini (con una diffida a «non alterare arbitrariamente nel detto film la realtà storica») e, successivamente il comune di Dongo («questa popolazione è sempre stata, per sé stessa, elemento di ordine sotto l’Alta guida di ben quattro Deputati, tre Senatori, più volte di un Ministro»).

E il film fu cancellato. Andò meglio ad Achtung! Banditi!, di Carlo Lizzani, che raccontava la lotta partigiana alle spalle di Genova, pure finanziato da una cooperativa di operai; giudicato in prima istanza «dannoso sia per i riflessi interni nel momento attuale, sia per i riflessi esterni in quanto ripropone, in tutta la sua asprezza, l’odio contro i tedeschi», in quello stesso 1951, pur tagliato e sforbiciato, il film arrivò comunque nelle sale. Pochi spettatori si accorsero che i partigiani combattevano con fucili di legno, abilmente riprodotti da artigiani locali; il ministero della Difesa aveva proibito che nelle riprese si usassero fucili veri, anche se disattivati.


La Stampa – 22 novembre 2015


Il canto delle sirene. Riflessioni sul mito



Maurizio Bettini racconta i miti greci.

Piero Boitani

Miti riscritti alla Borges


«Il mito», scrive uno dei maggiori poeti europei del Novecento, il portoghese Fernando Pessoa, «è il nulla che è tutto». L’affermazione suonerebbe come una generalizzazione senza senso se non fosse subito qualificata da due esempi importanti, uno di mitologia «teologica», l’altro di mitologia «eroico-storica». Il primo riguarda il sole, «mito brillante e muto» perché è «il corpo morto di Dio / vivente e nudo». L’astro rappresenta infatti da sempre la divinità: essa muore al tramonto e risorge all’alba.

Il secondo esempio verte invece su Ulisse, il navigatore protagonista dell’Odissea, del canto XXVI dell’Inferno di Dante e di mille altre storie. Una leggenda diffusa nell’antichità e nel Medioevo e particolarmente rilevante per il Portogallo sostiene che, prima di scomparire nell’Atlantico, Ulisse abbia fondato Lisbona («Ulixabona»). Pessoa scrive: «Questi, che qui approdò, / fu per il non essere esistente. / Senza esistere ci bastò. / Per non essere venuto venne / e ci creò».

Il discorso è paradossale e inclina alla metafisica, ma risulta chiaro nelle sue implicazioni: Ulisse è un personaggio mitico, dunque non è mai esistito nella realtà. È esistito, invece, come mito, sul piano del non essere. Tuttavia, il mito è sufficiente a dar forma al reale e soprattutto, nei miti di fondazione, a un’identità. Senza mai giungere in Portogallo, Ulisse ha “creato” i portoghesi, ha dato il suo volto a un popolo. «Così», conclude il poeta, «la leggenda si dipana / entrando nella realtà, / e a fecondarla decorre. / In basso la vita, metà / di nulla, muore».

Questo brano mi è tornato in mente leggendo il libro di Maurizio Bettini, Il grande racconto dei miti classici, nel quale l’autore narra tanti dei miti che il mondo greco ci ha lasciato, dall’inizio del cosmo a Teseo, da Medea a Pegaso, da Orfeo a Eracle, da Sisifo agli Argonauti. Trentotto capitoli, dove il filologo classico, che per Einaudi cura una serie intitolata Mithologica (nella quale hanno già trovato posto Sirene, Arianna, Circe, Edipo, Enea, Elena, Narciso), si lascia prendere dal gusto di narrare e incantare.

Narra, come fa Ulisse ad Alcinoo delle proprie avventure nei Libri IX-XII dell’Odissea, «come un aedo», inanellando storia dopo storia, variante su variante, trama intrecciata con trama, quasi fosse un mitografo medievale, un ri-scrittore alla Borges. Racconta in maniera piana, comprensibile a tutti, tentando di restituirci quella che egli stesso chiama la «voce del mito»: una parola «che viaggia, che comunica dei racconti, degli intrecci, delle verità, e poi si perde nel vento» (mythos vuole dire racconto e parola allo stesso tempo). Racconta: talvolta si ferma a riflettere in guisa di antropologo o di storico della cultura, perché «il mito tramanda contemporaneamente una cultura, le sue regole e i suoi significati».



Insomma, si diverte e diverte. Per esempio, si domanda con l’imperatore Tiberio e con altri dopo di lui che cosa cantassero le Sirene (Omero non lo dice). Naturalmente, non può rispondere: allora, dopo aver descritto l’incanto che le Sirene dell’Odissea suscitano e la morte che esse nascondono (il brano è lì, sulla stessa pagina, a testimoniarlo), Bettini salta al viaggio degli Argonauti, durante il quale si svolge una gara di canto tra le Sirene stesse e Orfeo. Orfeo vince e le Sirene si gettano a capofitto dalla rupe. Le si ritrova però vivissime alla generazione successiva, perché uno degli Argonauti è Laerte, il padre di Ulisse, il quale dovrà a sua volta passare davanti alle Sirene e vorrà ascoltare il loro canto.

Il mito opera corti circuiti del genere senza curarsi della cronologia o della geometria euclidea, e l’enigma del canto delle Sirene giunge intatto sino a noi. Qualcuno ha provato a rispondere alla domanda di Tiberio: Cicerone sostenne che le Sirene offrissero a Ulisse la conoscenza; Benjamin – glossando Il silenzio delle Sirene di Kafka – optava per la poesia, che resta muta dinanzi alla tecnica; Italo Calvino decide: le Sirene cantano «ancora l’Odissea, forse uguale a quella che stiamo leggendo, forse diversissima».

Il fascino di un libro architettato così, che si presenta a metà tra le Metamorfosi di Ovidio e le Genealogie degli dei pagani del Boccaccio, sarebbe quindi grande di per sé. Ma il volume possiede anche un’altra caratteristica che lo rende speciale: è abbondantemente, elegantemente, accuratamente illustrato, tanto da trasformarsi in libro dai mille colori e dai mille stili che parla anche agli occhi con forza travolgente. Il mito ha infatti esercitato sull’immaginazione degli artisti occidentali un’attrazione del tutto particolare, e ogni vaso arcaico, ogni scultura ellenistica o romana – migliaia di opere d’arte o umili oggetti quotidiani che sopravvivono a testimoniare, spesso in frammenti o rovine, l’età antica, si riverberano nelle miniature e nei capitelli medievali, negli affreschi del Rinascimento, nei quadri e nelle statue del Barocco, del Neoclassicismo, del Romanticismo, dell’Ottocento, giù giù sino ai film e ai fumetti del Novecento e del nostro postmodernismo.



C’è un’Afrodite che nasce dalle acque sul cosiddetto Trono Ludovisi, del V secolo avanti Cristo, ma c’è anche una Venere sorgente dal mare, entro una conchiglia, da Pompei.Botticelli, Tiziano, Ingres, Picasso, Vania Elettra Tam: e poi Verushka in posa di Anadiomene nel 1968, e Kylie Minogue su conchiglia dorata durante l’Aphrodite Tour del 2010. Persino Chaucer, in pieno secolo XIV, presenta nella Casa della Fama Venere nuda sul grande mare. Se si sfogliano le centinaia di pagine che Joseph Reed ha compilato nel 1999 per la Oxford Guide to Classical Mythology in the Arts, 1300-1990s (e che elencano anche opere musicali) ci si fa un’idea di tale universo.

Vederlo raccontato e illustrato in un volume fa bene all’anima. Uno studioso del IV secolo della nostra era, Saturnino Secondo Salustio, sodale e collaboratore di quell’imperatore romano che i cristiani chiamarono l’Apostata, offre questa definizione: «Anche il mondo infatti può esser detto un mito, poiché in esso corpi e oggetti si manifestano, mentre le anime e le intelligenze si nascondono». Il mito imita l’attualità degli dèi, il mondo è la realtà degli dèi in atto, «allusione a quelle essenze»: perciò mito. Davvero il mito è il nulla che è tutto.

Il Sole 24Ore – 15 novembre 2015



Maurizio Bettini
Il grande racconto dei miti classici
Il Mulino, 2015
48,00 


Spiando il maestro all'opera nel suo studio

    Giacometti nel suo studio

Lo studio come specchio dell'animo dell'artista.

Franco Marcoaldi

Spiando il maestro all'opera nel suo studio


Qualche anno fa uscì un bel libro di Michael Peppiatt sullo studio parigino di Alberto Giacometti. «Tra quelle quattro mura», sosteneva il critico, «erano visibili tutte le diverse tracce della battaglia intrapresa dall'artista nel corso di quarant'anni di indefesso lavoro per esprimere una peculiare visione dell'uomo».

Insomma, niente di meglio del famoso "buco" di rue Hyppolite, per capire l'amore di Giacometti per l'ombra, oltre che per una vita povera, spoglia, monacale. Quello studio grigio e polveroso, in un edificio dall'aspetto derelitto, «era allo stesso tempo teatro e archivio, scenario di sublimi realizzazioni e, cosa forse ancor più interessante, deposito di ripetute sconfitte ». Ecco perché la sua visione, e la sua accurata descrizione, rappresentano – secondo Peppiatt – il modo migliore per affrontare il labirinto Giacometti.



A pensarci bene, non accade lo stesso con tutti gli artisti? Il loro studio-antro, o stanza dei giochi e degli incubi, o Wunderkammer, che si trasforma in personalissima fabbrica d'arte, non è forse lo specchio più fedele della loro anima? Ci sarà una ragione se la "familiarità" degli oggetti raffigurati da Giorgio Morandi si andava accumulando nel contesto altrettanto familiare della sua casa bolognese, dove l'artista viveva con madre e sorelle. Per contro: il caos assoluto dello studio londinese di Francis Bacon, con fotografie e tele stracciate e calpestate, abbandonate a terra al loro destino, non rimanda in qualche modo alle disiecta membra dei corpi martoriati che compaiono sulle sue tele? E l'immagine del radioso studio di Calder a Parigi, non rivela immediatamente qualcosa della sua specialissima arte – così aerea, gioiosa, circense?

    Courbet, La bottega del pittore

Per non parlare poi di tutti gli innumerevoli casi in cui lo studio, l'atelier, diventa esso stesso soggetto dell'opera. A partire dal misterioso quadro di Courbet, La bottega del pittore , affollato delle persone più diverse («è il mondo che viene a farsi dipingere da me»), per arrivare al nostro Gianfranco Ferroni, dove l'umano invece è ormai scomparso e sulla moquette del proprio spazio di lavoro rimangono soltanto cicche di sigaretta, fili della luce strappati, bottiglie rovesciate.

La questione del rapporto studio-artista, con la ricostruzione dello spazio creativo, si ripropone ora nella mostra di Villa Manin dedicata all'ultima fase di Miró, quella del suo trasferimento a Maiorca. Finalmente il sogno di un grande ambiente suo e solo suo sta per realizzarsi. La moglie di Miró – si legge nel catalogo – convince l'amico e architetto Josep Lluís Sert a disegnare un edificio che combini i tratti della nuova architettura razionalista con il gusto mediterraneo.

    Mirò nel suo studio

La luce naturale viene sfruttata al massimo grazie a "lucernari zenitali", in ambienti che dialogano costantemente con il territorio circostante. Stilemi tradizionali si alternano all'uso del calcestruzzo a vista. E, non pago di questo spazio tanto grande e luminoso, nel 1959 Miró acquista anche una costruzione maiorchina a poche centinaia di metri dalla precedente, dove poter «creare tele e sculture monumentali oltre che per decongestionare lo studio».

A suo tempo, Leonardo da Vinci aveva sostenuto che lo studio dell'artista «dovrebbe essere piccolo, perché gli spazi piccoli favoriscono la concentrazione mentale, mentre quelli grandi spingono alla distrazione ». Miró, evidentemente, non la pensava allo stesso modo.

La repubblica – 18 ottobre 2015


sabato 28 novembre 2015

In ricordo di Sandro Saggioro



Appendiamo solo ora della scomparsa di Sandro Saggioro, medico, militante comunista e storico del movimento operaio.


Continuerà a vivere nel ricordo di chi l'ha conosciuto e nei suoi libri.

  

Inchiostro d'autore



Sabato 28 (ore 14.30 - 19.30)
e domenica 29 novembre (ore 10.00 – 19,30)

A Savona
al Palazzo del Commissario
sul Priamar

Nell'ambito di Inchiostro d'autore

Esposizione d'opere e incontri con gli artisti partecipanti, fra cui Alex Raso, vecchio amico di Vento largo.



Partigiani metropolitani


5 dicembre 2015
ore 17.30
SMS di Celle L. (Savona)

Presentazione del libro
Partigiani metropolitani


Italo Calvino, un partigiano del Ponente ligure



Mercoledì 2 dicembre 2015
alle ore 18.00

presso la SMS Libertà e Lavoro
Lavagnola (Savona)


Italo Calvino, un partigiano del Ponente ligure

Conversazione a cura di Giorgio Amico


Filosofia per non filosofi




Esce per la prima volta in Italia La filosofia per non filosofi un manuale che il filosofo francese aveva tenuto nel cassetto. Ne riprendiamo una pagina.


Louis Althusser

Vi racconto la guerra tra idealisti e materialisti


Questo breve saggio si rivolge a tutti quei lettori che si considerano, a torto o a ragione, dei «non-filosofi» e che, tuttavia, desiderano farsi un’idea della filosofia. Che cosa dicono i «non filosofi»?

L’operaio, il contadino, l’impiegato dicono: «Noi non sappiamo niente di filosofia. Non fa per noi, è per intellettuali specializzati. È troppo difficile. Nessuno ce ne ha mai parlato, perché abbiamo abbandonato gli studi troppo presto».

Il dirigente, il funzionario, il medico dicono: «Abbiamo studiato filosofia, ma era troppo astratta. Il professore era bravo ma oscuro. Ci siamo dimenticati tutto. E poi, a che cosa può servire la filosofia?».

Un altro dice: «Scusate, ma a me la filosofia interessava molto. Devo ammettere che avevo un professore appassionante e con lui la filosofia era comprensibile. In seguito, però, ho dovuto guadagnarmi da vivere e quindi, visto che le giornate hanno solamente ventiquattr’ore, ho lasciato perdere. È un peccato».

E se chiedete a tutti loro: «Se dunque non vi considerate filosofi, chi sono allora, secondo voi, gli uomini che meritano questo nome?», risponderanno in coro: «I professori di filosofia, ovviamente!».

Ed è assolutamente vero: a parte coloro che, per ragioni personali, cioè per piacere o necessità, continuano a leggere autori filosofici, quindi a «fare filosofia», i soli che meritano di essere chiamati filosofi sono proprio i professori di filosofia. […]

Andiamo avanti e diamo un’occhiata discreta ai professori di filosofia: hanno un marito o una moglie come tutti, e anche dei figli, se ne hanno voluti. Mangiano e dormono, soffrono e muoiono come gli altri. Possono amare la musica e lo sport, fare politica oppure no. Niente di tutto questo fa dunque di loro dei filosofi.

Ciò che li rende tali è il loro vivere in un mondo a parte, un mondo chiuso, costituito dalle grandi opere della storia della filosofia. Un mondo che, apparentemente, non ha un fuori. I professori di filosofia vivono con Platone, Descartes, Kant, Hegel, Husserl, Heidegger, ecc. E cosa fanno (i migliori, beninteso)? Leggono e rileggono all’infinito le opere dei grandi autori, confrontandole e differenziandole, da un capo all’altro della storia, per comprenderle meglio. Questa rilettura perpetua è quanto meno sorprendente: i professori di matematica o di fisica, o di una qualunque altra materia, non rileggeranno mai in continuazione un trattato di Matematica o di Fisica, «ruminandolo» a tal punto.



Certo, trasmettono le conoscenze, spiegandole e dimostrandole, poi basta, non ci tornano più sopra. Al contrario, la pratica della filosofia consiste proprio nel ritornare continuamente sui testi. Il filosofo ne è ben consapevole e ve ne spiega per di più la ragione: un’opera filosofica non svela il suo senso, il suo messaggio, alla prima lettura, poiché è sovraccarica di senso, è per natura inesauribile e come infinita; ha sempre qualcosa di nuovo da dire a colui che sa interpretarla.
La pratica della filosofia non è una semplice lettura e neppure una dimostrazione. Essa è interpretazione, interrogazione, meditazione; il suo scopo è far dire ai grandi testi quello che vogliono dire, o possono voler dire, mostrare la Verità insondabile che questi contengono, o che indicano silenziosamente conducendoci verso di essa.

Di conseguenza, questo mondo senza un «fuori» è un mondo senza storia. Pur essendo costituito dall’insieme delle opere consacrate dalla storia, non ne ha tuttavia una. Prova ne sia che il filosofo, per interpretare un passaggio di Kant, potrà invocare tanto Platone quanto Husserl, come se non ci fossero ventitré secoli a separare i primi due e un secolo e mezzo tra il primo e l’ultimo, a dimostrazione del fatto che poco importano il prima e il dopo.

Per il filosofo tutte le filosofie sono, per così dire, contemporanee. Si rispondono le une alle altre facendosi eco, perché, in fondo, non fanno altro che rispondere alle stesse domande, su cui si fonda la filosofia. Da questo deriva la celebre tesi che «la filosofia è eterna». Come si può vedere, affinché la rilettura perpetua e il lavoro di meditazione ininterrotto siano possibili, è necessario che la filosofia sia al tempo stesso infinita (ciò che «dice» è inesauribile) ed eterna (tutta la filosofia è contenuta in nuce in ogni filosofia). […]

Il lettore dirà adesso che, quella appena descritta, è una situazione limite, una tendenza estrema, che esiste certo, ma che le cose non stanno sempre così. In effetti, il lettore ha ragione: ciò che abbiamo appena descritto è, in forma relativamente pura, la tendenza idealista, la pratica idealista della filosofia.



È possibile però filosofare in tutt’altro modo. A riprova di questo, nella storia, certi filosofi, che chiameremo materialisti, hanno filosofato diversamente, e alcuni professori di filosofia tentano di seguire il loro esempio. Essi non vogliono più vivere in un mondo separato, ripiegato sulla sua interiorità, ma uscirne e vivere all’esterno; vogliono che tra il mondo della filosofia, che esiste, e il mondo reale si stabiliscano scambi fecondi. Per loro è questa la funzione della filosofia. Mentre gli idealisti pensano che la filosofia sia prima di tutto teorica, i materialisti sostengono che la filosofia sia prima di tutto pratica, che venga dal mondo reale e produca in questo, senza saperlo, degli effetti concreti.

Noterete che, a dispetto della loro profonda opposizione agli idealisti, i filosofi materialisti possono essere, diciamo così, «d’accordo » con i loro avversari su diversi punti, come per esempio sulla tesi che la filosofia non si insegna, pur non attribuendole lo stesso significato. La tradizione idealista difende, infatti, questa tesi ponendo la filosofia al di sopra delle conoscenze, e chiamando gli uomini a risvegliare dentro loro stessi l’ispirazione filosofica. La tradizione materialista, invece, non eleva la filosofia al di sopra delle conoscenze, ma invita piuttosto gli uomini a cercare la materia per imparare a filosofare al di fuori di loro stessi, nella pratica, nelle conoscenze e nella lotta sociale, senza tuttavia trascurare le opere filosofiche. Si tratta di una sfumatura, certo, ma carica di conseguenze. (...)


La Stampa – 27 novembre 2015