TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 dicembre 2015

Il segreto delle piume d'uccello, i colori che non sbiadiscono mai



Uno studio inglese svela perchè le penne degli uccelli restano brillanti pur essendo composte della stessa proteina dei cappelli umani.

Anna Lombardi

Il segreto delle piume d'uccello i colori che non sbiadiscono mai

Colori intensi e brillanti che non sbiadiscono mai: ma qual è il segreto delle piume degli uccelli, così allegre da aver costituito il primo ornamento dell'uomo, il cui "piumaggio", invece, ingrigisce inesorabilmente? Lo ha scoperto un team di scienziati dell'Università di Sheffield guidati dal biofisico Andrew Parnell, che ha appena pubblicato i risultati del suo studio sulle piume della ghiandaia sulla rivista Scientific Reports.

Qui gli studiosi spiegano di aver svelato «come sulle barbe delle penne, le tante laminette che compongono una piuma, e sulle loro barbule (a loro volta sottili ramificazioni perpendicolari che partono dalle barbe) si estende un reticolo di nanostrutture che, allargandosi e restringendosi, controlla il modo in cui la luce si rifrange sulle piume e di conseguenza la colorazione brillante, che non si usura nel tempo come invece accade ai pigmenti».



Per carità, che la brillantezza del piumaggio fosse determinata dalla rifrazione della luce era cosa nota. Ma nessuno finora ne aveva studiato il meccanismo così nei minimi particolari. Per analizzare le diverse sfumature delle piume di ghiandaia — nuance che vanno dal bianco all'azzurro e che servono ad attrarre i compagni — gli studiosi hanno fatto ricorso ai sofisticati marchingegni dell'European synchrotron radiation facility di Grenoble, il più importante centro studi per osservare la materia ai raggi X.

Qui, attraverso un processo chiamato X ray scattering, hanno esaminato il modo in cui i raggi rimbalzano su strutture infinitamente piccole: «Le piume — spiegano — sono composte di cheratina: la stessa proteina dei capelli e delle unghie. Ma analizzata su scala nanometrica, la cheratina delle ghiandaie è risultata spugnosa, cioè composta da una pletora di micro-fori». Questa complessa articolazione è mobile, capace cioè di cambiare struttura a piacimento: mobilità che, colpita dalla luce, permette agli uccelli di avere colori sempre brillanti che non ingrigiscono nel tempo come invece succede ai nostri capelli.



Il principio è lo stesso che ci permette di vedere il cielo blu: colore dato dall'interazione delle onde elettromagnetiche emesse dal sole con le particelle sospese nell'atmosfera. Allo stesso modo, i micro-fori sulle barbe delle piume assorbono la lunghezza d'onda della luce con maggiore o minore frequenza, cosicché «quando i fori si allargano il piumaggio appare blu. Se si restringono, e dunque disperdono le onde di luce, il colore cambia e può apparire perfino porpora». E siccome su diverse parti della penna possono coesistere fori di diverse dimensioni, sulla stessa penna coesistono diversi colori.

Già affascinante per la sua complessità fisica, la ricerca degli studiosi britannici in prospettiva offre anche un altro vantaggio: quello di poter essere, un giorno, imitata dall'uomo nei suoi meccanismi. Magari creando un tessuto che abbia le stesse capacità di essere manipolato su scala nanometrica. Immaginate, insomma, un giorno di poter lavare un maglione rosso con le camicie bianche senza che tutto si trasformi in rosa. Il dottor Parnell ne è certo. E all'Independent, che lo ha intervistato, spiega: «Se la natura ha saputo elaborare una struttura così complessa, un giorno saremo in grado di farlo sinteticamente anche noi». Se non proprio al volo come gli uccelli, almeno con i tempi della scienza.


La repubblica – 23 dicembre 2015

Joe Hill, cantante di strada e organizzatore di lotte



Scoprimmo gli IWW nel 1970 preparando un esame. Ci cambiò la vita, almeno quella universitaria, visto che finimmo per laurearci con una tesi sui movimenti sociali in America. Gli Wobblies ci restarono nel cuore e in particolare Joe Hill, cantante di strada e organizzatore di lotte, assassinato cent'anni fa a Salt Lake City.

Alessandro Portelli

Un sindacalista rivoluzionario in musica

Era la fine del 1915, cent’anni fa. A Salt Lake City, Utah, i tribunali e lo stato uccisero Joe Hill, militante e bardo del sindacato rivoluzionario degli Industrial Workers of the World (Iww). Dal carcere, aveva scritto: «So che molti ribelli importanti dicono che la satira e la canzone sono fuori luogo in un’organizzazione di lavoratori, e ammetto che le canzoni non sono indispensabili alla causa; ma ogni volta che mi viene, continuerò a scrivere queste mie sciocchezze cantate, anche se so bene che la lotta di classe è una cosa seria».



Alle radici di Dylan

Scrive Tom Morello, musicista ribelle di oggi: «Senza Joe Hill, non ci sarebbero Woody Guthrie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Clash, i Public Enemy, Minor Threat, System of a Down, Rage against the Machine». Joe Hill spiegava: «Un opuscolo, per buono che sia, lo leggi una volta e basta, ma una canzone la impari a memoria e la canti e la canti; se prendi un po’ di nudi fatti e di senso comune, li rivesti con un po’ di umorismo per renderli meno aridi, e li metti in una canzone puoi raggiungere tanti lavoratori troppo poco istruiti o troppo indifferenti per leggere un opuscolo o un editoriale».

La base degli Iww erano lavoratori migranti e stagionali, e niente è più leggero, resistente e trasportabile di una canzone; come poi il movimento dei diritti civili, gli IWW saranno un singing movement , i cui militanti girano l’America portandosi in tasca due cose: la tessera che li fa riconoscere come compagni dovunque vanno, e il canzoniere rosso, The little red songbook, il cui fine dichiarato era di «fan the flames», alimentare le fiamme della rivolta.



Il sangue dell’agnello

Joe Hill era un genio della parodia. Prendeva canzonette di successo, canti popolari, brani gospel, e rovesciava il senso mantenendo il suono. Prende una canzone popolare, la storia dell’eroico ferroviere Casey Jones, e lo trasforma in Casey Jones il crumiro, che si ammazza per far correre i treni durante uno sciopero, arriva in paradiso dove gli angeli sono in lotta, fa il crumiro anche lì e finisce a spalare zolfo all’inferno. Dalle canzoni di chiesa riprende la capacità di creare comunità, di cantare e improvvisare tutti insieme, e le trasforma in inni all’unità operaia. «There is power in the blood of the lamb», c’è potere nel sangue dell’Agnello, diventa «there is power in a band of working man», c’è potere in una schiera di lavoratori, quando sono uniti, mano nella mano.

A forza di sentire le bande dell’Esercito della Salvezza annunciare la beatitudine futura nella dolcezza del cielo («in the sweet bye and bye»), si inventa una frase diventata familiare anche da noi: «mangia e prega, campa di niente, e avrai latorta in cielo (pie in the sky). Senza Joe Hill, anche un po’ di Gianni Rodari (La torta in cielo, 1966) non ci sarebbe.

Scrive Tom Morello: «Joe Hill non si limitava a scrivere canzoni contro l’ingiustizia. Era in prima linea, a rischio della vita, per creare un mondo migliore e più giusto. Per questo il potere aveva paura di lui. Per questo l’hanno ucciso». Le sue canzoni hanno avuto un impatto così straordinario e duraturo perché nascono da dentro il proletariato ribelle, intrise del linguaggio che Joe Hill, immigrato proletario, aveva assorbito sui moli del porto di San Diego, fra i boscaioli dell’Oregon, nelle miniere di rame, nei saloon della Bowery, in tutti i posti dove aveva lavorato e lottato.

Joe Hill rimane un’icona della sinistra (c’è anche un film di Bo Widerberg, Joe Hill, 1971. Peccato che nella versione italiana le canzoni siano cantate in pedestri traduzioni italiane) sia per le sue canzoni, sia per l’ ingiustizia simbolica della sua morte.



Tra le pagine e su schermo

L’accusa di omicidio per rapina fu sostenuta solo da vaghi indizi; i testimoni cambiarono versione in vista del processo; gli atti del processo scomparvero dagli archivi; il governo dello Utah rifiutò di ascoltare le proteste di tutto il mondo e il messaggio del presidente Wilson che chiedeva una revisione del processo. Ogni somiglianza con la storia di Sacco e Vanzetti è storicamente fondata.
Nel 1938, Alfred Hayes ed Earl Robinson lo ricordavano in una canzone subito resa classica dall’interpretazione di Paul Robeson: «Ho sognato di vedere Joe Hill stanotte, vivo come e te. Gli dissi, ma Joe, sei morto da anni; e lui: non sono morto mai. Dovunque i lavoratori sono in sciopero, in ogni fabbrica e miniera, dove i lavoratori lottano per i loro diritti, è lì che troverai Joe Hill».

C’è traccia di questa canzone nel discorso di Tom Joad in Furore di Steinbeck (e nel film John Ford): «Dove si lotta per dar da mangiare a chi fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì…». Dal romanzo e dal film, queste parole arrivano a Woody Guthrie e poi a Bruce Springsteen: «Dove c’è un poliziotto che picchia qualcuno, dove c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria, cercami e sarò lì…».



Muschio e vento

«Il mio testamento — scrisse Joe Hill il giorno prima dell’esecuzione — è facile da fare: non c’è niente da spartirsi, perché il muschio non si attacca a una pietra che rotola ( già: a rolling stone). Se potessi decidere, vorrei che il mio corpo fosse fatto cenere e la cenere sparsa al vento, che la porterà dove crescono i fiori, e forse aiuterà un fiore appassito a rinascere».

Al suo funerale, marciarono in trentamila. Ma forse avevano ragione Hayes e Robinson: Joe Hill non è morto, il suo fantasma è qui insieme a quello di Tom Joad. Chissà che ricordarlo e cantarlo non aiuti a far rifiorire quel movimento operaio per cui è vissuto ed è stato ucciso cento anni fa


il Manifesto – 30 dicembre 2015



Bruce Springsteen

IL FANTASMA DI TOM JOAD

Uomini a piedi lungo i binari
diretti non si sa dove, non c'è ritorno;
elicotteri della stradale che spuntano dalla collina,
minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte,
la fila per il ricovero che fa il giro dell'isolato:
benvenuti al nuovo ordine mondiale.
Famiglie che dormono in macchina nel Sudovest
Né casa né lavoro né sicurezza né pace.

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
e cerco il fantasma di Tom Joad.

Tira fuori un libro dal sacco a pelo
il predicatore accende un mozzicone e fa una tirata
aspettando il giorno che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi
in uno scatolone di cartone nel sottopassaggio
ho un biglietto di sola andata per la terra promessa
hai un buco in pancia e una pistola in mano
dormi su un cuscino di sasso
ti lavi nell'acquedotto municipale.

La strada è viva stanotte
ma dove va a finire lo sappiamo tutti;
sto qui seduto alla luce del falò
e aspetto il fantasma di Tom Joad.

Diceva Tom: "Mamma, dovunque un poliziotto picchia una persona
dovunque un bambino nasce gridando per la fame
dovunque c'è una lotta contro il sangue e l'odio nell'aria
cercami e ci sarò.
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità
per un lavoro decente, una mano d'aiuto
dovunque qualcuno lotta per essere libero
guardali negli occhi e vedrai me".

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
assieme al fantasma del vecchio Tom Joad.  


Diritti e salari, il lavoro è cambiato Siamo tornati indietro di un secolo



Capodanno: tradizionale tempo di bilanci. Proviamo a farlo anche noi, ma riguardo a elementi essenziali come il lavoro e il salario. Riprendiamo un'intervista a Ruth Milkman, sociologa americana, apparsa su un foglio insospettabile di veteromarxismo come il Corriere della sera. Riguarda gli Stati Uniti, ma descrive bene anche la realtà italiana dove ormai il mercato regna incontrastato. E' il trionfo delle 3 D: deregolamentazione, deindustrializzazione, desindacalizzazione.


Ruth Milkman

Diritti e salari, il lavoro è cambiato Siamo tornati indietro di un secolo


Il lavoro che non c’è. E quando lo trovi non ti senti al sicuro lo stesso. Il futuro dell’occupazione visto dall’altra parte dell’Atlantico con la sociologa Ruth Milkman, protagonista nei giorni scorsi all’Università Bicocca di Milano di un convegno sul precariato che per qualcuno è, spesso, sinonimo di flessibilità.

Ma è proprio così?

«La flessibilità è un termine ampiamente utilizzato negli Stati Uniti; ma il problema è: flessibilità per chi? Il più delle volte è una flessibilità a vantaggio solo di una parte: i datori di lavoro che decidono le regole. Mentre i lavoratori devono adattare la propria vita a soddisfare queste nuove esigenze. Diventare disponibili a offrire la loro prestazione ogni volta che il datore di lavoro lo richiede. Tutto ciò ha incrementato l’insicurezza per il posto. Un numero elevato di lavoratori statunitensi possono essere licenziati in qualsiasi momento e senza giusta causa. È illegale solo licenziare le persone sulla base di sesso, razza, e per alcune altre categorie protette, ma per il resto, se il datore di lavoro decide di licenziare, il dipendente non ha nemmeno la possibilità di fare ricorso. Questa non è una situazione nuova, ma negli ultimi anni, anche prima della crisi economica, è in crescita. Penalizzati soprattutto i lavoratori più anziani che vengono licenziati più facilmente per abbattere i costi».



È finita l’era del welfare?

«Negli Stati Uniti non l’abbiamo mai conosciuto, almeno non nell’accezione europea. Ci ha provato l’amministrazione Clinton, nel ’96, a riconoscere alcuni diritti alle fasce deboli. Ci ha riprovato l’attuale presidente con la riforma sanitaria, Obamacare. Negli Usa si pensa sempre che sia il libero mercato a determinare il destino degli individui, e in questa prospettiva i “diritti garantiti” sono problematici».

I sindacati hanno un futuro? O, forse, non hanno più neanche un presente?

«Negli Usa i sindacati sono sotto attacco da decenni. Nel privato gli iscritti sono scesi dal 35 per cento della metà degli anni Cinquanta al 6,6 per cento nel 2014. Hanno una maggiore presenza nel settore pubblico con il 35,7. Ciò ha avuto conseguenze enormi, ed è una delle cause della massiccia crescita della disuguaglianza del reddito a partire dal 1970».



Karl Marx ha perso. Ma siamo sicuri che Adam Smith stia vincendo?

«Negli Stati Uniti vige quello si chiama fondamentalismo del mercato, quasi un’ideologia che si è acuita dagli anni Settanta in poi: la certezza che il libero mercato è la risposta a tutti i problemi. Questa idea è stata utilizzata, e anche strumentalizzata, allo stesso modo dalle amministrazioni repubblicane e democratiche per giustificare la deregulation , i tagli al welfare e una flessibilità sempre più larga. In questa prospettiva Adam Smith ha vinto. Ma dopo la crisi del 2008 le cose sono cambiate. Grazie anche al movimento Occupy Wall Street , la preoccupazione per la crescente disuguaglianza economico-sociale è aumentata notevolmente. E per la stessa ragione c’è molto più scetticismo riguardo alle acrobazie finanziarie di Wall Street e all’aumento della forbice nei redditi: i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. I giovani sono stati colpiti più duramente dai cambiamenti del mercato del lavoro, anche se non ai livelli elevati e preoccupanti dell’Europa, e hanno accumulato debiti senza precedenti per potersi permettere gli studi universitari. Sono loro i più critici verso il sistema e in prima linea nella creazione di movimenti di protesta».

La linea che divide il precariato dal lavoro nero o non riconosciuto, spesso, è molto labile.

«C’è un numero crescente di posti di lavoro irregolari (per esempio, i conducenti Uber), ma fino ad ora le cifre sono modeste, meno dell’1 per cento del totale. In più ci sono molti liberi professionisti e imprenditori indipendenti che, però, lavorano in settori a basso salario. Infine ci sono i lavoratori che sono pagati a giornata e, spesso, che non sono contemplati dalle statistiche dell’economia ufficiale. E non abbiamo stime affidabili su quanti lavoratori ci siano in queste categorie, anche se i dati sulla loro crescita sembrano essere sovrastimati».

Il boom del precariato è una conseguenza della crisi economica del 2008?

«Tutto questo è cominciato ben prima della crisi, ma la recessione ha portato a un modo diverso di porsi davanti al mondo del lavoro. Quindi il problema non è direttamente legato alla crisi ma è di portata molto più grande. Un’altra osservazione: ci sono alcuni lavoratori, specialmente tra i giovani, che preferiscono un lavoro di tipo non subordinato, a loro piace l’idea di essere il capo di loro stessi, e non sembrano troppo preoccupati di avere la garanzia di un posto sicuro. Pensano che la sicurezza del posto è spesso illusoria e così scelgono il lavoro autonomo o di diventare freelance».



Però, per altri versi, sembra si stia tornando indietro a un modello antico di capitalismo.

«Sappiamo che il periodo d’oro per il lavoro negli Usa coincide con gli anni Trenta: il New Deal che tirò fuori il Paese dal fango della Grande Depressione. Le riforme sulla sicurezza sociale (1935), i salari minimi e il pagamento degli straordinari (1938), così come i diritti dei sindacati (1935). Uniche escluse le donne, che continuavano a non godere delle conquiste ottenute dagli altri lavoratori. Ma a partire dagli anni Settanta abbiamo assistito a un’erosione di questi diritti con il crescere delle politiche neoliberiste. Con l’arrivo delle tre D: deregulation , deindustrialization , deunionization (indebolimento del sindacato) . Questo ha trasformato il mercato del lavoro. E se leggiamo la storia in quest’ottica, si può dire che la precarietà assomiglia alla situazione di un secolo fa».

Come si immagina il mondo del lavoro domani?

«Alcuni cambiamenti importanti si stanno già verificando. E sono legati alla crescita dell’immigrazione. Stiamo parlando di tipologie molto varie di nuovi lavoratori. Dai tecnici iper specializzati ricercati e dagli stipendi molto elevati ai lavoratori sottopagati, come ancora oggi le colf, ai dipendenti a giornata, che si arrabattano per sbarcare il lunario. Tutti hanno contribuito e stanno contribuendo alla vitalità economica degli Stati Uniti. Eppure, per qualcuno, rappresentano la causa della crisi. E sono ritenuti i responsabili del calo dei salari. Gli immigrati, in particolare gli undici milioni privi di documenti, sono diventati un comodo capro espiatorio». 



Il Corriere della sera – 27 dicembre 2015

mercoledì 30 dicembre 2015

Charlotte Bronte, storie d'amore e realismo sociale



Secondo Marx per capire la Francia di Napoleone III occorreva leggere Balzac e non i romanzetti a tesi degli scrittori socialisti. La stessa cosa vale per Charlotte Bronte di cui Lucio Villari rilegge le opere come un grandioso affresco sociale dell'Inghilterra di inizio Ottocento.

Lucio Villari

Charlotte Brontë l’eterna signora del longseller



La miseria genera l’odio”: è l’epigrafe scelta da Lord William Beveridge per presentare all’attenzione degli inglesi una “Relazione sulla piena occupazione in una società libera”. Il titolo diceva tutto. Dopo quello del 1942, mentre la guerra dilagava nel mondo, dedicato alla protezione e sicurezza sociale, era questo il secondo Piano Beveridge voluto dal governo conservatore di Winston Churchill per predisporre i programmi della ricostruzione postbellica, a cominciare dal lavoro e dall’occupazione.

La prefazione di Beveridge alla Relazione aveva la data di giugno 1944, quando gli Alleati erano appena sbarcati in Normandia e liberato Roma. Ma nelle librerie di Londra arrivavano racchiusi in un volume di oltre seicento pagine, un messaggio di pace, di giustizia sociale e la speranza di un futuro assolutamente nuovo. Nasceva infatti il Welfare State.

«Debbo a mia moglie – scriveva Beveridge nella prefazione – la citazione che appare nel frontespizio. Essa è tratta da quello che Charlotte Brontë, nel secondo capitolo di Shirley, dice dei tessitori su telai a mano, i quali centoventicinque anni fa furono portati alla disoccupazione e ad una miserevole rivolta dall’introduzione dei telai meccanici per maglieria. È questo il mio testo fondamentale. Il male maggiore della disoccupazione non è fisico ma morale; non il bisogno che essa può generare, ma l’odio e il timore che alimenta. Così come il male maggiore della guerra attuale non è fisico ma spirituale: non le distruzioni delle città e l’uccisione delle persone, ma il pervertimento di tutto quello che costituisce la parte migliore dello spirito umano, per servire a scopi di distruzione, di odio, di crudeltà, di inganno e di vendetta».

Queste le parole di Beveridge che suggerivano, nell’accostare i disastri della guerra alla perdita del lavoro, l’idea guida, l’ispirazione filosofica della Relazione. Le riporto nella traduzione che per l’editore Einaudi ne fece nel 1948 l’economista Paolo Baffi, futuro, impeccabile governatore della Banca d’Italia. Ispirazione filosofica, ma anche letteraria.



E allora lasciamo la parola proprio a Charlotte Brontë: nel 2016 l’Inghilterra e il mondo festeggeranno il duecentesimo anniversario della nascita: 21 aprile 1816. Divenne famosa per Jane Eyre, il bellissimo romanzo apparso nello stesso anno, il 1847, in cui veniva pubblicato Cime tempestose della sorella Emily. Due scrittrici che con queste opere di grande successo hanno lasciato un segno profondo nella letteratura moderna.

Jane Eyre era una donna, e una donna è Shirley, protagonista, insieme a un’altra suggestiva figura femminile, Caroline, del romanzo successivo pubblicato nel 1849,da Charlotte. Le date dei tre romanzi ci riportano ad anni decisivi e travagliati della vita politica dell’Inghilterra e di tutta l’Europa al cui centro, il 1848, maturava anche una rivoluzione dei diritti civili, sociali e di liberazione delle donne, delle identità nazionali, dei popoli oppressi.

Ebbene con Shirley Charlotte voleva raccontare non solo complessi problemi psicologici e singolari costruzioni esistenziali che coinvolgevano l’universo femminile, ma anche il tessuto reale e storico di una società come quella inglese sconvolta dalla rivoluzione industriale e dai suoi effetti culturali e sociali.

Shirley è dunque un romanzo storico sullo sfondo anche della guerre napoleoniche, delle conseguenti crisi economiche e del sistemi produttivi di quei primi anni dell’Ottocento che apparivano pieni di “magnifiche sorti e progressive”. Dove tra le minacce più gravi agli equilibri e alle consuetudini civili vi era certamente l’introduzione delle macchine, l’accelerata sostituzione del lavoro umano, l’“alienazione” dei lavoratori nelle fabbriche, lo squallore della disoccupazione e della povertà nelle città e nei distretti industriali. Il “luddismo”, cioè la distruzione delle macchine ne fu il primo, immediato segno.



«La miseria genera l’odio: l’indigente odiava le macchine che, a suo avviso gli toglievano il pane; odiava gli stabilimenti che le ospitavano; odiava i proprietari di quegli stabilimenti…». Parole che introducono pagine di eccezionale significato storico oltre che poetico. Nel raccontare queste cose Charlotte con Shirley superava di gran lungo le patetiche descrizioni so- ciali dickensiane per cogliere invece quelle ricadute morali e spirituali di un mondo in trasformazione di cui parlerà Beveridge e per riconoscere però anche nelle macchine il disegno di una “civilizzazione” da analizzare nel profondo, oltre le leggi inesorabili del profitto capitalistico e dimostrando così di essere una delle più acute osservatrici della società contemporanea.

Morta giovane nel 1855, Charlotte è stata sempre una presenza importante, grazie soprattutto a Shirley, nel panorama letterario e politico inglese (da Marx a Virginia Woolf). Il lettore italiano ha in questi giorni l’occasione di leggere finalmente e contemporaneamente sia il romanzo di Charlotte, grazie alla traduzione di Fedora Dei per Fazi (pagg. 686, euro 16,50), sia la documentata e commossa biografia che di Charlotte pubblicò nel 1857 la sua amica e quasi coetanea Elizabeth Gaskell, tradotta per la prima volta da Castelvecchi (trad. di Simone Buffa di Castel ferro, pagg. 461, euro 22).



Il fascino di Shirley è nella compenetrazione tra poesia, storia, descrizioni splendide della natura e dei paesaggi umani. È nella sua struttura critica e dialettica. Charlotte Brontë, figlia di un colto e illuminato pastore anglicano, non esaltava certo la violenza dei luddisti ma la “capiva”. Però il personaggio maschile del romanzo, Robert Moore, col quale si intrecciano i sentimenti amorosi di Caroline e di Shirley, è un imprenditore capitalista serio e moderno che nelle macchine vedeva l’occasione di una evoluzione sociale e civile. Gliele distruggeranno e col romanzo Charlotte svelava anche una amara e diversa verità: la lotta di classe e l’esordio del conflitto tra capitale e lavoro.

La storia di Shirley è dunque una storia di sentimenti e d’amore e ha per sfondo le guerre napoleoniche e il blocco continentale, ma c’erano altri fondali di cui bisognava tener conto. Charlotte pubblicando il romanzo sapeva bene che due anni dopo si sarebbe aperta a Londra la prima, grande Esposizione Universale che avrebbe esaltato proprio la modernità delle macchine. Il successo decretato dai lettori di Shirley fu anche in questa doppia verità poetica e storica.

Non sappiamo se anche Cavour, che frequentava il mondo liberale e economico inglese, abbia letto Shirley, ma in un articolo del 1850 scriveva: «A nostro avviso l’Esposizione generale di Londra è il più bel “congresso della pace” che possa immaginarsi, è il primo passo nel gran problema la cui soluzione è riserbata alla seconda metà di questo secolo... Mentre si agitano in tutte le parti di Europa le questioni politiche, religiose, sociali, l’umanità non trascura il suo progresso industriale, alla cui testa si pone l’Inghilterra…».


La Repubblica – 29 dicembre 2015


Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi



Secondo Chiara Frugoni gli affreschi della Basilica Superiore di Assisi celebrano una revisione in senso moderato della figura di Francesco. Secondo questa tesi, timorosa delle possibili ricadute sociali del pauperismo francescano, la Chiesa ne mitigò il messaggio, cancellandone gli aspetti più sovversivi. Gli affreschi di Giotto sarebbero la prima grande manifestazione di questa opere di rimozione. Una tesi convincente se solo si pensa alla ferocia con cui per secoli fu perseguitata l'altra grande corrente pauperistica medievale, quella di Pietro Valdo e dei “poveri di Lione”.

Marco Mascolo

Chiara Frugoni, ma quello di Giotto non è Francesco


La Basilica di San Francesco di Assisi, grandioso complesso cultuale che custodisce alcune delle testimonianze più alte di tutta l’arte occidentale, suscita da molto tempo attenzioni mirate da parte di studiosi di vario tipo, dagli storici dell’arte agli storici tout court. Le tracce del conflitto che, sin da quando san Francesco era ancora in vita, cominciò a dilaniare il nuovo Ordine si possono ancora ritrovare nella divisione fra le due chiese: la Superiore, destinata a ospitare i Capitoli generali dell’Ordine e i fedeli, votata quindi a un ruolo più ufficiale e più pubblico rispetto a quella Inferiore, con la sua atmosfera raccolta e adatta alla preghiera dei pellegrini. Il problema dell’appropriazione e dell’ufficializzazione di un messaggio tanto dirompente come quello del Poverello di Assisi avrebbe trovato una delle sue espressioni più alte proprio nei metri di superfici affrescate della Basilica Superiore. Molto più delle circolari papali, dei trattati vòlti a interpretare la vicenda di Francesco o delle biografie del santo, le immagini ebbero un ruolo straordinario nell’affermare e stabilire una sola, univoca immagine del santo.

Ora, in questa sua recente fatica, Chiara Frugoni affronta e dipana proprio questi problemi. Sin dal titolo, Quale Francesco? Il messaggio nascosto negli affreschi della Basilica superiore ad Assisi (Einaudi, pp. 612, 222 illustrazioni, euro 80,00), appare chiaro lo scopo del ponderoso volume: quale fu il Francesco che si volle promuovere dalle pareti della Basilica assisiate? Il pauperista, ascetico frate che predicava la rinuncia ai beni terreni e tentava di reimpostare i rapporti tra la Chiesa di Roma e i fedeli? 

O un Francesco il cui messaggio era mitigato e in certo senso ‘addolcito’ rispetto al rigorismo iniziale, capace allora di essere assorbito all’interno di quella stessa Chiesa? La studiosa si era già concentrata, nel suo Francesco e l’invenzione delle stimmate (Einaudi, 1993), sulle vicende che portarono la Chiesa ad appropriarsi del messaggio, invero carico di elementi sovversivi tanto per l’autorità pontificia quanto per le sue gerarchie, dei frati dell’Ordine francescano.



Un Ordine nuovo, la cui obbedienza era dovuta solo al sommo Pontefice e che usciva, quindi, dalla giurisdizione dei vescovi. Un dettaglio, questo, sul quale si scatenò una vera e propria battaglia a suon di testi e, come è facile aspettarsi, di immagini. Questo processo, lungo e accidentato, vide una prima sostanziale vittoria da parte di Roma nell’affermare, anno 1266, la Legenda Maior di san Bonaventura come l’unica biografia ufficiale del santo, con la conseguente distruzione delle altre biografie di Francesco, in primis quella di Tommaso da Celano. Proprio sulla base di Bonaventura, infatti, si sarebbe elaborato il programma iconografico delle storie del santo nella Basilica superiore, adornando in affresco le pareti della navata nel registro più basso, e quindi più vicino allo sguardo dei fedeli.

Ma Chiara Frugoni, questa volta, non si limita alle storie di san Francesco, e sottopone a un’analisi serrata e scrupolosa tutta la decorazione della chiesa, a cominciare dalla zona dove ebbero inizio i lavori, nel transetto destro, sino alle opere del giovanissimo Giotto. La studiosa rintraccia i rimandi contenuti nell’impaginato degli affreschi, indaga le ragioni delle rispondenze delle scene dipinte fra le diverse pareti della navata. La narrazione biblica procede dall’alto verso il basso: si inizia con la Creazione, si attraversano le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, infine si racconta la vicenda, trascorsa solamente cinquant’anni addietro, di san Francesco. Una storia, però, a quel punto bonificata e mitigata, perfettamente in linea con gli orientamenti e l’esegesi proposti da San Bonaventura nella sua Legenda Maior.



La struttura del libro della Frugoni, sostanzialmente bipartita, permette di avvicinare le pitture assisiati con una strumentazione non usuale. E moltissime sono le personalità che si avvicendano nelle pagine del libro – da dotti teologi come Gerardo da Borgo San Donnino o Guglielmo di Sant’Amore sino all’eretico Gioacchino da Fiore, senza trascurare papi e cardinali –, ma certo tra questi un ruolo specialissimo, opportunamente valorizzato, spetta a Girolamo d’Ascoli, già Ministro Generale dell’Ordine negli anni settanta del Duecento, poi divenuto papa come Niccolò IV, primo papa francescano ad ascendere al soglio di Pietro nel 1288.

Dopo cinque capitoli, che seguono l’evolvere delle profonde controversie scatenatesi dentro e fuori l’Ordine francescano – e basti citare il bel capitolo, il terzo del volume, sulle lotte per accaparrarsi le cattedre all’Università di Parigi tra regolari, ossia quei frati che seguivano una regola, come i francescani e i domenicani, e secolari, che al contrario dei primi non afferivano a un ordine –, l’autrice conduce il lettore dentro la Basilica, e con pazienza si dedica all’analisi delle singole scene, dei loro significati, del loro senso, alla luce proprio degli strumenti di cui ha dotato il lettore nei capitoli precedenti.

La necessità di ‘ammansire’ il messaggio del Poverello comportò l’attuazione da parte della Curia pontificia di una serie di contromisure che disinnescassero la forza, davvero incendiaria, del suo insegnamento. Il libro permette di calarsi all’interno di quei processi per cui le opere d’arte vengono investite di un potente messaggio ideologico e diventano foriere di valori ben precisi. Il corso del tempo e il passare dei secoli hanno edulcorato, come sempre accade, gli aspetti più scottanti di queste operazioni, ma le pagine della Frugoni, con i loro zoom storico-iconografici, permettono di recuperarle al vivo.

La studiosa avvalora poi la datazione ‘alta’ delle pitture murali, facendo rientrare l’impresa della decorazione della Basilica superiore negli ultimi anni del Duecento. Quest’idea, è bene sottolinearlo, era stata per primo sostenuta da Luciano Bellosi. Spetta a lui, infatti, rifacendosi a uno studio di Hans Belting del 1977 (che sarebbe davvero il caso di tradurre in italiano), l’aver ricondotto a questa datazione tutta la decorazione della Basilica, comprese le Storie di San Francesco, opera di Giotto. Bellosi aveva argomentato la sua intuizione con dovizia di particolari nel 1985 (tra l’altro, proprio quest’anno è stato ripubblicato il suo libro, La pecora di Giotto) e nel 1998.



Ma proprio su un problema di datazione, forse, ci sarebbe da discutere con le posizioni della Frugoni, quando, un po’ troppo nettamente, afferma che gli affreschi di Cimabue nella zona dell’abside e del transetto sarebbero opera degli anni settanta del Duecento, e non, come invece sostenuto da Bellosi, la cui posizione non è certo isolata, in anni non distanti dal papato di Niccolò IV, che regnò come pontefice dal 1288 al 1292. Al di là di certi aspetti, però, sui quali sarà necessario tornare con la dovuta ampiezza, la Frugoni riconosce – e questo è un elemento-cardine – la forte unitarietà del programma iconografico, la spinta a dotare la chiesa madre dell’Ordine di una decorazione all’altezza del prestigio del luogo, in linea con le intuizioni e le ricerche di Bellosi.

Al netto di una lettura non facile ma di certo appassionante, il lettore accede a quel passato così lontano e può cogliere una serie di nuances che caratterizzavano il dibattito teologico di quegli anni attorno al problema, ad esempio, delle stigmate e di come trattare quel miracolo sbalorditivo concesso al solo san Francesco nella storia millenaria della Chiesa. Ma il dibattito assumeva anche connotati strettamente politici, in cui uno dei regnanti più potenti del mondo, il papa, vedeva fortemente minacciata la sua autorità da parte di Francesco e dei suoi seguaci.

Moltissime sono le illustrazioni che accompagnano il testo e che permettono di seguire, soprattutto per la seconda parte del volume, i ragionamenti di Chiara Frugoni. Un libro che dovrebbe far riflettere, anche, su temi assai attuali eppure così malamente trattati, come il potere che le immagini rivestono nel loro uso ideologicamente orientato.


il manifesto Alias – 27 dicembre 2015


La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità



Un saggio di Giulio Guidorizzi indaga sul ruolo e sull’importanza che le pratiche magiche avevano nel mondo antico. In età classica c’era la convinzione che dietro la realtà vi fosse una trama segreta fatta di affinità e di corrispondenze.

Maurizio Bettini

Quegli incantesimi che interpretano l’universo


Plinio il Vecchio non fu solo il grande erudito della “Naturalis historia” e lo scienziato coraggioso che morì per osservare da vicino l’eruzione del 79 d. C.: fu anche un uomo di grande saggezza. Dobbiamo a lui infatti una delle osservazioni più interessanti che siano state fatte a proposito della magia: «Presi uno a uno, i più dotti rifiutano di credere al potere degli incantesimi e delle parole potenti: ma la vita presa nel suo complesso ad ogni momento vi presta fede, e non se ne accorge».

Da un lato dunque sta il pensiero razionale, il quale rifiuta la possibilità che formule, scongiuri o gesti rituali possano produrre effetti sulla realtà che ci circonda; dall’altro sta invece la “vita” – di cui anche gli stessi “dotti” partecipano – la quale continua a prestar fede a cose del genere anche e soprattutto quando “non se ne accorge”.

Per venire all’oggi, della credenza sulla magia partecipano tanto la ragazza che telefona al mago televisivo perché riporti a lei l’innamorato, quanto il broker di borsa che al mattino sfoglia l’oroscopo. E che dire di quel celebre fisico che teneva un ferro di cavallo in laboratorio? Di fronte allo stupore di un collega, commentò così: «Mi dicono che funziona anche se non ci si crede». È la vita, che “crede” e non se ne accorge.

Nel mondo antico, comunque, la vitalità della magia fu particolarmente vasta e pervasiva. Documenti della sua presenza li troviamo un po’ ovunque: se la poesia greca e romana parla di filtri e incantamenti d’amore, le Metamorfosi di Apuleio e il Satyricon di Petronio offrono percorsi perturbanti attraverso gli spazi, reali ma anche mentali, della magia: uomini sgozzati eppure tenuti in vita dalle arti malefiche, streghe-donnole che rubano i lineamenti ai cadaveri prima del funerale, lupi mannari che orinano attorno alle tombe, donne che si ungono di misteriose pomate ed escono volando dalla finestra, come uccelli.

Anche i trattati di agricoltura contengono sorprese interessanti. Vi si incontra per esempio l’incantesimo usato per sanare le lussazioni, che prevedeva l’applicazione all’arto di una canna tagliata in due e, soprattutto, l’ossessiva ripetizione di queste misteriose parole: «Moetas vaeta daries dardaries asiadarides una petes». Oppure il rimedio usato contro la grandine, quando «contrapponendo alla nube uno specchio se ne raccoglie l’immagine e in questo modo, sia che la nube si veda brutta, sia che si ritragga di fronte a ciò che crede un’altra nube, si riesce a scacciarla».



Ma la magia antica non sta solo nella letteratura. Nelle tombe, nelle fondamenta degli edifici, nei pozzi, si sono trovate laminette di piombo – chiamate tabellae defixionis, letteralmente “tavolette di inchiodamento” – che scagliano maledizioni contro rivali in amore, ladri, avversari in tribunale, persino competitori nelle gare sportive.

«Come il morto che è qui sepolto non può né parlare, né dissertare, così Rhodine che (è) con Marco Licinio Fausto, morta sia, né possa parlare né dissertare», sentenzia una defixio amatoria del I secolo a. C. Opera di una donna che contendeva a Rhodine l’amore di Fausto. Possiamo persino penetrare nei laboratori della magia, in particolare quella di tradizione ellenistica, per carpire i suoi segreti. Nel 1852, infatti, Jean D’Anastasi, console svedese al Cairo, comprò un’intera raccolta di papiri magici trovati (o almeno così fu detto) in una tomba vicino a Tebe. Con tutta probabilità essi costituivano la biblioteca di lavoro di un mago, una raccolta di formule che fu sepolta con lui per assicurargli (forse) la possibilità di esercitare anche nell’aldilà. La lettura di questi testi è davvero impressionante. Vi si dettagliano parole, ingredienti, rituali propri di ciascun processo magico a seconda dei diversi scopi che esso si prefigge: l’unico spazio lasciato in bianco (alla maniera di un modulo prestampato ad uso burocratico) è quello destinato a contenere il nome della malcapitata vittima.



Come orientarsi in un universo così vasto e complesso? Il lettore appassionato di credenze magiche e di storia della cultura, oggi ha a disposizione il bel volume di Giulio Guidorizzi, La trama segreta del mondo. La magia nel mondo antico, edito dal Mulino. La lettura di questo libro è appassionante, perché combina limpide pagine teoriche — e si sa bene quanto provocatorie siano, sul piano intellettuale, le credenze magiche — con una straordinaria sequenza di racconti, vicende, pratiche, aneddoti, che tutti in definitiva fanno capo a questa convinzione: che l’universo sia retto da una segreta trama di affinità e corrispondenze.

Per questo il mago, che ne conosce l’esistenza e soprattutto possiede l’arte di manipolarla, può produrre effetti mirabolanti sulla realtà che lo circonda. «In linea generale», scrive l’autore nell’Introduzione, «la magia presuppone che in certi momenti, e sotto l’influsso di certi riti, il flusso dell’esperienza ordinaria si sfilacci per dare spazio a un altro piano di realtà: è la fessura attraverso la quale si penetra in un universo parallelo ma occulto».

Il pensiero positivo, se così vogliamo chiamarlo, ha tentato più volte di categorizzare l’esperienza magica per distinguerla, in primo luogo, dalla religione: impresa ardua, come ben mostra la sintesi di Guidorizzi, perché in questo campo le distinzioni sono legate a ciò che si intende per religione e, soprattutto, a quale tipo di soprannaturale si vuole riservare questa più nobile denominazione. Per gli antichi Egizi, ad esempio, la pratica della magia faceva strettamente parte della religione, così come è difficile negare che in Grecia l’intervento di divinità quali Afrodite o Hermes venga talora invocato in contesti che a noi appaiono decisamente magici. Né possiamo dimenticare che, se i cristiani definivano “maghi” taumaturghi come il noto Simone o Apollonio di Tiana — capace di guarire ciechi, storpi e paralitici, e persino di resuscitare i morti — anche Gesù fu ritenuto un “mago” da coloro che lo avversavano.



Ma infine, si può identificare il principio elementare, basilare, secondo cui agiscono i processi magici?

Se gli antichi ne individuavano la ragione nella “trama segreta” che teneva assieme l’universo, che cosa hanno detto i moderni rappresentanti del pensiero positivo? La descrizione più semplice, ma anche più comprensiva, di come funziona la magia, l’ha data George James Frazer, permettendo così ad altri studiosi di articolarla ulteriormente. Secondo questa interpretazione, la magia agisce secondo due assi principali: similarità da un lato, contatto dall’altro. Trafiggere con un ago la bambolina che “somiglia” al nemico da abbattere, opera attraverso la similarità: si costruisce infatti una “metafora” della vittima, e agendo su di essa, si pretende di annientarla.

Al contrario, gettare nel fuoco un ricciolo del nemico, perché anche lui possa ardere allo stesso modo, significa ricorrere al contatto, perché il ricciolo è parte del nemico, lo rappresenta per “metonimia”. Ecco che in questo modo la trama segreta del mondo sconfina nelle figure della retorica: a riprova del fatto che nell’universo, almeno in quello intellettuale, tutto si tiene.

La Repubblica – 29 dicembre 2015


Giulio Guidorizzi
La trama segreta del mondo. La magia nell’antichità
Il Mulino, 2015
euro 16


martedì 29 dicembre 2015

Presentazione del volume “Toponimi del Comune di Spotorno”



Presentazione del volume “Toponimi del Comune di Spotorno”

Sabato 16 gennaio 2016
alle ore 16.30
Spotorno
Sala convegni Palace


Toponimi del Comune di Spotorno è il fascicolo numero trentadue del Progetto Toponomastica Storica: si tratta di una raccolta di toponimi effettuata a partire da documenti scritti, in larga parte inediti, verificandone sul campo la localizzazione con l’ausilio dei residenti.

Il valore culturale intangibile della toponomastica è ormai un dato acquisito. Il Progetto si propone la valorizzazione e la tutela dei nomi di luogo storici: fino ad ora ne ha schedato cinquantamila nei territori comunali delle province di Savona, Cuneo e Asti. Le principali fonti usate a Spotorno sono state numerosi documenti medievali, tra cui atti di notai savonesi inediti del XV secolo, e lo spoglio dei tre catasti storici più antichi rinvenuti: il primo, conservato a Torino, è della fine del XVIII, mentre gli altri due, conservati a Savona, risalgono al XIX secolo.

Oltre che da Furio Ciciliot, responsabile del progetto, la pubblicazione è stata curata dallo storico spotornese Giuliano Cerutti e da Nicolò Cassanello e Rosella Ricci, già coinvolti in altri lavori toponomastici simili.

La ricerca ha portato a novità storiche interessanti - soprattutto relative al primo Medioevo ed al bosco dell’Eliceta - che saranno divulgate per la prima volta durante la presentazione del fascicolo e che forniranno spunti promettenti sull’origine stessa di Spotorno.  


Amos Oz, L’occupazione fa male a Israele.



Un popolo che ne opprime un altro non sarà mai un popolo libero”. Lo ha scritto Marx a proposito dell'occupazione inglese dell'Irlanda. Da amici di Israele pensiamo che la stessa cosa valga per la Palestina di oggi.


Amos Oz

“L’occupazione fa male a Israele. Fermiamo la violenza per il nostro futuro”



L’occupazione quest’anno compie già 49 anni. Sono certo che debba finire al più presto per il futuro dello Stato di Israele, un futuro a cui dedico il mio impegno profondo. In considerazione delle politiche sempre più estreme del governo israeliano, chiaramente intenzionato a controllare i territori occupati espropriandoli alla popolazione locale palestinese, ho appena deciso di non partecipare più ad alcuna iniziativa in mio onore delle ambasciate israeliane del mondo. Non è stata una decisione facile bensì molto dolorosa. Ma l’attuale oppressione e le espropriazioni nei territori occupati, gli incitamenti contro gli oppositori delle politiche del governo, e la tensione legislativa per ridurre la libertà di espressione e minare il potere giudiziario — mi hanno spinto nel loro insieme verso questa decisione.

Da anni faccio parte del B’Tselem’s Public Council. Rinuncerei volentieri a questo onore se l’occupazione fosse un ricordo del passato. Ma finché non sarà tale — come sarà — sono fiero del lavoro coraggioso svolto da B’Tselem: dai ricercatori sul campo a Gaza e nella Sponda occidentale allo staff della sede di Gerusalemme e ai suoi volontari. B’Tselem non solo documenta in modo attendibile e meticoloso le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, ma offre anche uno specchio alla politica di Israele, rivelando la sua dubbia maschera di legalità con cui da 50 anni Israele prevale sui palestinesi, opprimendoli e confiscando la loro terra.

Il 2014 è stato uno degli anni più insanguinati per Israele e la Palestina dal 1967 a questa parte. Purtroppo anche il 2015 è stato segnato da numerose settimane di violenza. Io contesto ogni forma di violenza contro persone innocenti. Ma rifiuto anche il tentativo di far passare i recenti eventi esclusivamente come istigazioni o manifestazioni “anti-semitiche”, sottovalutando il regime di occupazione con le sue annose violenze quotidiane contro milioni di palestinesi privati dei loro diritti.

Queste sono alcune delle ragioni per cui scelgo di far parte del B’Tselem’s Public Council e di sostenere questa organizzazione. Ed è anche il motivo per cui vi scrivo, per chiedervi di unirvi a me nel rendere più forte B’Tselem dimostrando chiaramente il vostro sostegno a favore dei diritti umani e contro l’occupazione. Solo la sua fine può portare a un futuro gravido di giustizia, libertà e dignità per chi vive qui. B’Tselem — la principale organizzazione israeliana per i diritti umani, che vede l’occupazione per quello che è, la documenta, ne spiega le implicazioni e vi si oppone fermamente.

(Testo scritto a sostegno dell’Ong israeliana B’Tselem, fondata nel 1989 come “ Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei Territori occupati”)


La Repubblica – 27 dicembre 2015


Loki, l'astuto ingannatore, rivale di Odino



Ritratto del dio nordico, famoso per i suoi inganni, legato per punizione alle rocce come il Prometeo dei Greci.

Alessandro Zironi

Il nemico di Odino astuto e un po’ codardo che partorì un cavallo



Oramai alle soglie della fine del periodo aureo della cultura islandese, nel XIII secolo, un erudito dell’isola dei ghiacci, Snorri Sturluson, pensa che sia giunto il tempo di salvare la memoria del passato pagano. Scrive un’opera, Edda , per gli studiosi Edda in prosa . È una sorta di manuale per decodificare metri poetici, ma anche un’esemplificazione di miti e metafore che fanno riferimento a un patrimonio culturale la cui conoscenza, alla metà del secolo XIII, stava tramontando. Per noi, lettori del XXI secolo, l’ Edda di Snorri è diventata la guida per poter decifrare una cultura immensa, sepolta dal tempo.

Qui troviamo raccolti i racconti mitologici con protagoniste le divinità nordiche, fra cui Loki. Ad esempio, Hár, nome con cui si cela Odino, spiega al suo interlocutore chi è Loki: un dio che infama, ordisce inganni, vergogna di dèi e uomini; forte, bello, ma di carattere malvagio, incostante, astuto e ingannatore; mette in difficoltà gli altri dèi, però sa anche trarli d’impiccio. Certo, diremmo noi, un ritratto non proprio lusinghiero, ma allo stesso tempo ambivalente: di bell’aspetto e vigoroso, ma parimenti perfido e con un’arguzia votata al male.



Loki è un dio difficilmente imprigionabile in un mondo in cui gli esseri divini hanno solitamente precise e nette caratteristiche. Già a partire dal suo nome, di etimologia incerta: forse rinvia all’antico nordico log , «fiamma», oppure potrebbe essere una variante di Loptr/Loftr, nome con cui viene anche nominato. Loptr è legato a lopt , «aria», oppure Loki rimanda alla forma svedese medievale locke , «ragno».

Tutte queste proposte hanno in sé un po’ di verità, ma nessuna permette di ingabbiare il dio. Forse a maggiore aiuto giungono le kenningar , forme metaforiche proprie della poesia medievale antico nordica, in cui due nomi, appartenenti a campi semantici differenti, sono uniti per offrirne un altro quale soluzione. Ad esempio Loki è la soluzione della kenning «padre della cinghia dell’oceano», ovvero padre di Miðgarðsormr, alla lettera «il serpente della terra di mezzo», il terribile rettile che giace negli abissi abbracciando con le sue spire tutta la Terra.

Loki è detto anche il «padre del lupo», cioè del mostruoso lupo Fenrir, che alla fine dei tempi ingoierà Odino; o ancora «il fardello delle braccia di Sigyn» ovverosia «marito di Sigyn», una liaison che è stata molto rappresentata anche nella pittura ottocentesca e ha offerto spunto a numerose riscritture contemporanee, specie fumetti e manga.

Proprio il rapporto fra Loki e Sigyn permette di decifrare con maggior facilità alcuni aspetti del dio. Loki viene legato a tre massi di pietra con le viscere dei suoi due figli generati con la moglie: sopra di lui viene posto un serpente che gocciola veleno sul suo capo; la moglie Sigyn regge un catino per raccogliere il siero letale, ma quando il bacile è colmo ed ella si allontana per svuotarlo, gocce di veleno cadono sul volto di Loki e questi si scuote provocando terremoti. Questa la pena di Loki sino ai Ragnarök, «destini degli dèi», cioè la fine dei tempi.



Quello di Loki prigioniero è uno dei miti più recenti riferiti al dio che, al pari di altre narrazioni mitologiche nordiche, è forse influenzato dalla cultura classica (vedi il mito di Prometeo) e, ancor più, dal cristianesimo. Il dio legato non è episodio conosciuto al paganesimo germanico, ma deriva probabilmente da racconti cristiani in cui l’Anticristo è incatenato negli inferi, ove spezzerà le sue catene ai tempi del Giudizio Universale. Anche la motivazione della pena rispecchia vicende legate alla vita di Cristo: il dio Baldr, figlio di Odino, viene fatto uccidere da Loki (da qui discende la sua punizione eterna), mentre Baldr tornerà dal regno dei morti a reggere il mondo nuovo, sorto dopo i Ragnarök.

Il nostro Loki è pertanto un dio perfido, ingannatore, in continuo contrasto con gli altri dèi, verso i quali usa parole di scherno nel componimento poetico che porta il suo nome, la Lokasenna «l’invettiva di Loki», in cui ingiuria tutte le divinità, ma è a sua volta accusato da Odino di bisessualità avendo partorito figli. Tutti ricorderanno che anche Zeus genera Atena, ma Loki si spinge oltre, mettendo al mondo streghe, restando gravido dopo aver mangiato il cuore di una donna maligna; partorisce anche il cavallo a otto zampe, Sleipnir, che sarà poi di Odino, dopo essersi trasformato in giumenta e aver attratto uno stallone nei boschi. Con la gigantessa Angrboða darà alla luce il lupo Fenrir, il serpente cosmico Midgarðsorm e la dea Hel, custode del regno dei morti.

La doppia sessualità del dio rispecchia una ritualità religiosa pagana germanica piuttosto arcaica, già ricordata nel I secolo d. C. da Tacito nell’opera Germania , ove cita sacerdoti in abiti femminili. Nel mondo nordico tale pratica prende forma nel seiðr , rito dapprima religioso, poi magico-stregonesco, in cui uomini si cimentano in pose sessuali spiccatamente femminili. Da attività rituale (si dice che Odino stesso abbia praticato tali costumi) l’inversione sessuale e l’omosessualità divengono oggetto di repulsione in una società sempre più cristiana e perciò sono connesse a Loki, il dio malvagio.

Loki appartiene al Pantheon nordico sin da tempi remoti; radici profonde, in correlazione anche coi suoi natali: è figlio di un gigante, di una stirpe ctonia e malvagia, con cui egli si allea alla fine dei tempi partecipando allo scontro insieme ai giganti e a tutti gli esseri demoniaci contro gli dei. Morirà, Loki, nello scontro finale, nella lotta con il dio Heimdallr, il guardiano dell’ordine cosmico.



Denuncia la sua presenza antica l’appartenenza a una triade divina che novera Odino e Hoenir: ce ne resta traccia nel Haustlöng , uno dei poemi più antichi che fanno riferimento al dio, composto dal poeta Þjóðólf di Hvín, forse addirittura del IX secolo. Si tratta di un tipo di componimenti tipici dell’epoca, ovverosia la descrizione di scene riportate sbalzate su uno scudo. In una di queste Loki, insieme agli atri due dei, trafigge con un palo un gigante trasformatosi in aquila. Rimasto attaccato al palo, Loki, atterrito, è trascinato in volo.

È il primo di tanti esempi in cui egli è in preda alla paura. Le testimonianze più tarde lo vedranno infatti protagonista di scene e avventure buffonesche; al medesimo tempo è il primo esempio di Loki in associazione con mutazioni in animali di cui egli stesso farà gran uso (in giumenta, come detto, ma anche in pulce, mosca, falco, salmone ecc.).

Loki appartiene a più mondi, quello dei giganti, degli dèi, degli animali; reca danno, ma allo stesso tempo aiuta le divinità; possiede un’astuzia votata per lo più al male, ma allo stesso tempo è codardo. Sono tutti aspetti necessari all’ordine cosmico, in cui il bene non può sussistere senza il male. Loki è perciò un dio essenziale della mitologia nordica: anche se non è mai stato venerato e non ci sono luoghi che ricordino il suo nome, ha sempre goduto di grande fortuna, sia nei miti medievali che nelle riletture contemporanee. 


Il Corriere della sera – 27 dicembre 2015

I laici dell’Ugi. Quell’alternativa a Dc e Pci



L'Unione Goliardica Italiana (UGI) è stata sul versante laico (l'altra fu la FUCI) il vivaio dei quadri della politica, della cultura, dell'economia e del giornalismo della Prima Repubblica. Un libro racconta le biografia dei suoi membri più famosi.


Massimo Teodori

I laici dell’Ugi. Quell’alternativa a Dc e Pci


La classe dirigente laica sembra essere scomparsa dalla scena pubblica. Eppure c'è stata una stagione - il ventennio postbellico - in cui ha svolto un ruolo decisivo nella trasformazione culturale e politica dell'Italia da Paese arretrato a moderna nazione sviluppata.

L'Unione Goliardica Italiana (Ugi) è stata una delle sedi in cui si sono formati gli uomini nuovi che hanno guardato alla realtà senza gli occhiali dell'ideologia e del dogma, lasciandosi alle spalle le scorie autoritarie e corporative del ventennio. Per più d'una generazione di universitari l'Ugi ha rappresentato un crogiolo in cui si sono intersecati progetti innovativi di diverso tipo: il movimento studentesco con il movimento politico, la formazione culturale con l'educazione democratica, l'unità laica con il dialogo senza pregiudizi.

La singolare esperienza postbellica durata una ventina di anni ha fornito giovani dirigenti all'intero arco politico (dai liberali ai socialisti) che ambiva porsi in autonomia rispetto a Dc e Pci. Suo autentico codice genetico è sempre rimasto il laicismo per una società aperta che però non le ha impedito di governare gli organismi rappresentativi universitari insieme ai cattolici dell'Intesa.

Se il riferimento alle ambigue vicende sessantottine continua dopo cinquant'anni a tenere banco, poco o nulla si conosce del percorso formativo della classe dirigente della Repubblica, alternativo a quello segnato dalle strettoie della chiesa cattolica e della sinistra marxista. Piero Pastorelli colma questo vuoto con le biografie di coloro che sono stati i 144 principali protagonisti dell'Ugi tra il 1946 e il 1968, divenuti per lo più professori universitari e politici.



Nelle associazioni goliardiche si è formato l'originario gruppo dei nuovi radicali, già sinistra liberale, a cominciare da Pannella; sono iniziati gli itinerari autonomisti dei socialisti Craxi e De Michelis; e hanno coltivato idee anticonformiste i giovani repubblicani e comunisti riformisti alla Petruccioli.

Ancora più variegati sono stati i percorsi degli intellettuali, accademici e non: il politologo Vanni Sartori, gli economisti Francesco Forte e Piero Barucci, il linguista Tullio De Mauro, il filosofo Umberto Curi, l'architetto Stefano Levi della Vida, il giornalista Vittorio Emiliani, il giurista Stefano Rodotà, l'europeista Gerardo Mombelli, l'editore Cesare De Michelis, e gli storici tra cui Piero Craveri, Mario Isnenghi, e Brunello Vigezzi.

L'Ugi che raggruppò negli atenei di tutt'Italia ventimila giovani in un'università che allora ne contava duecentocinquantamila, è stata forse l'unica organizzazione di massa laica che ha sparso ovunque i semi del dialogo e della tolleranza in un Paese che era, e rimane inquinato dagli integralismi banchi, rossi e verdi.

Il Sole 24Ore – 27 dicembre 2015

Piero Pastorelli
L'Unione Goliardica Italiana (1946-1968)
Clueb, 2015
21,00



lunedì 28 dicembre 2015

Un Gesù Bambino d’altri tempi



Il mito di Tagete, misterioso bambino, che insegnò agli etruschi l'arte di predire il futuro.

Guido Araldo

Un Gesù Bambino d’altri tempi

In un giorno di un anno imprecisato, quando Roma era poco più di un villaggio e già esistevano grandi città etrusche disseminate nell’Italia Centrale, un contadino di nome Tarchum (appartenente probabilmente all’élite dei Tarquini) arava un campo non lontano dal fiume Marta, ai piedi di un colle dove sorgeva il tempio dell’Ara della Regina, poco distante da Tarquinia. Pare fosse il primo giorno di primavera e, all’improvviso, da una zolla rivoltata dal vomere dell’aratro spuntò un bambino, palesemente generato da Madre Terra. Un mito tramandatoci da Cicerone nel De Divinatione e dal poeta Ovidio in quel capolavoro preziosissimo che sono le Metamorfosi.

Il contadino e la moglie, che non avevano figli, misero al bambino il nome Tarχies: Tages per i Romani (Tagete). Fu subito chiaro, fin dall’inizio, che non era un bambino qualunque, poiché al candore dell’infanzia assommava una saggezza straordinaria, impreziosita da virtù profetiche non comuni.



Tutta la popolazione di Tarquinia si mobilitò nel vedere quel bambino misterioso generato da Madre Terra che, ben presto, cominciò a svelare reconditi segreti, soprattutto l’arte di predire il futuro consultando il volo degli uccelli, le forme nubi, le stelle nel loro celeste cammino; ascoltando il sussurro del vento tra le fronde di querce imponenti, analizzando le interiora di animali…Scribi zelanti si preoccuparono di trascrivere quegli insegnamenti ritenuti di grande interesse, affinché non andassero perduti. In tal modo furono redatti i quattro libri sacri che presero il nome di Tagetici dal piccolo Tages: gli Haruspicini, i Fulgurales, i Rituales e gli Acherontici secondo la ripartizione ciceroniana.

La presenza di quel bambino tra gli umani fu brevissima, poiché ben presto scomparve. Cominciò in tal modo la grande stagione delle più importanti caste sacerdotali etrusche: gli Aruspices e gli Augures, di enorme importanza per vita pubblica di quei tempi, focalizzata sulla divinazione che permetteva d’interpretare la volontà degli Dèi coinvolgente sia la vita pubblica che quella privata. Un raro caso di mitologia etrusca sopravvissuto all’oblio della storia.

La figura di un bambino, fondatore di religioni o civiltà, non è rara nella storia di popoli. Si consideri Mosè, i gemelli Romolo e Remo, tutti salvati dalle acque, e anche a Gesù Bambino nato in una grotta similmente al dio Mitra. L’origine di una religione e di una civiltà coincidono simbolicamente con la nascita di un bambino dotato di poteri sovrannaturali: un nuovo ciclo nel divenire della storia umana.

Così pure in Grecia, dove Erictonio fu generato da Madre Terra per metà umano e per metà rettile (il serpente era il simbolo di Gea); un bambino adottato dalla dea Atena, la Sapienza, che poi divenne re di Atene e pose sull’acropoli di quella città la prima statua della dea agli albori della civiltà greca, in un’epoca storica coeva all’origine della civiltà etrusca.



Il bambino con caratteristiche di anziano denota due qualità essenziali: la purezza dell’infanzia e la saggezza della vecchiaia; palesando uno stato di perfezione. Il nome stesso Erictonio significa generato dalla terra.

Suggestivo e bizzarro il mito della sua nascita: un giorno Atena, desiderosa d’ammirare la nuova lucente armatura che le stava fabbricando Efesto nell’officina dell’Etna, lo andò a trovare. Erano giorni tristi per quel dio deforme che viveva in solitudine, a causa dei continui tradimenti di sua moglie: la bellissima Afrodite, dea dell’amore. Efesto, nel vedere l’aggraziata dea, notoriamente vergine, fu preso da intenso desiderio libidinoso e dopo iniziali complimenti cominciò ad allungare le mani. Atena, inorridita, si dette a precipitosa fuga giù per le falde del monte, inseguita da Efesto bavoso e smanioso, simile a un satiro. Ben presto il dio la raggiunse, ma non era facile violentare Atena, risoluta a difendere la sua verginità. In quella lotta furibonda lo smanioso Efesto, che cercava in ogni modo di violarla con l’enorme membro virile che tanto piaceva ad Afrodite, sparse il seme sulle cosce della dea che, con ribrezzo, immediatamente si pulì strofinandosi con un panno di lana. Lo sperma, in tal modo, gocciolò a terra e ingravidò Gea, Mater Tellus. Nove mesi dopo nacque Erictonio, con due emblematici serpenti al posto delle gambe e Atena si sentì in dovere di allevarlo, avviando così la stirpe reale dell’Attica.



Sia Tages che Erictonio nascono da Madre Terra e ne conoscono gli arcani segreti. Lo stesso nome dei libri Acherontici non è casuale: Acheronte era il fiume che scendeva nelle viscere della terra, raggiungendo l’Erebo e nelle sue acque navigava l’arcigno Caronte, traghettatore delle anime. A Tages gli aruspices e gli augures etruschi offrissero doni, esattamene l’opposto di Gesù Bambino, che porta i doni; ma Tages aveva offerto a loro un grande dono: la sapienza della divinazione. Molti secoli dopo un fiore venuto dalle Indie Occidentali prese il nome di Tagete…



Favole e politica. Pinocchio bolscevico e la Volpe Palmira



Da Cappuccetto Rosso a Cenerentola, la reinvenzione delle favole in chiave politica nello scontro tra Dc e Pci all’inizio della Repubblica.


Massimiliano Panarari

Pinocchio bolscevico e la Volpe Palmira



Niente politica senza storytelling, ormai si sa. Ma queste benedette narrazioni, grosso modo, ci sono sempre state, sotto forma di ideologia e, talvolta, perfino di fiabe vere e proprie. Già, perché la narrazione favolistica si sposa benissimo con quella politica. Se ne avvalgono i comici (si pensi a Roberto Benigni con Berlusconi o a Maurizio Crozza con tutti, nessuno escluso) e, naturalmente, i politici stessi, come Pier Luigi Bersani con le sue metafore colorite (diciamo così…) che stando ad alcuni linguisti affonderebbero le radici nel mondo contadino (e nel suo senso del fiabesco).

La reinvenzione della favola in chiave politica l’ha letteralmente fatta da padrona in una fase di durissimo scontro ideologico quale quello della Guerra fredda, come racconta il nuovo libro dello storico Stefano Pivato. Un’epoca di ferro e fuoco, al cui inizio il mondo cattolico paventava che le orde di cosacchi (avanguardie dell’Armata Rossa) calassero su Roma e conducessero i loro cavalli ad abbeverarsi alla fontana di San Pietro, un’immagine «montata ad arte e propaganda» e riconducibile a una delle visioni di don Bosco.

In Favole e politica (il Mulino, pp. 188, € 19), accanto a questa e altre mitografie, vediamo sfilare Cappuccetto Rosso e Pinocchio, la trasfigurazione socio-ideologica del duello tra i ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali (con il comprimario Fausto Magni, adottato dal Msi), e una serie di leggende nere che adattavano al furibondo scontro tra i partiti gli archetipi dell’orco e del cannibale (quintessenza della minaccia verso quanto di più sacro e intoccabile possa avere una famiglia: i figli piccoli). Un repertorio spesso grottesco, che mixava agli elementi di derivazione favolistica altri di tipo fisiognomico, zoologico, satirico, e poi shakerava il tutto subordinandolo alla finalità essenziale, che era quella della propaganda nell’età della politica di massa, in cui il messaggio andava semplificato e reso appetibile a grandi numeri di elettori.

Dunque, come evidenzia Pivato, nella sua funzione ancillare rispetto alla costruzione del consenso la «favola politica» trasfigura l’impianto classico della fiaba e la concatenazione narrativa della storia. E, avendo un fine strumentale, vale in maniera molto bipartisan per l’arruolamento presso una parte politica come per quella rivale.



Dai fascisti ai comunisti

Così Pinocchio - protagonista di un romanzo reputato centrale per la formazione dell’identità nazionale - venne adottato da tutti gli orientamenti ideologici. Il fascismo lo convertì in una specie di superuomo dannunziano (un salto non male rispetto al modello originario dell’ingenuo «burattino»). Nel dopoguerra, si appuntarono su di lui le attenzioni interessate del rigidissimo (stile pezzo di legno, per l’appunto) pedagogismo comunista che lanciò sul settimanale a fumetti Il Pioniere le avventure di Chiodino, una rivisitazione del personaggio collodiano in lotta per la giustizia sociale e contro la discriminazione razziale «di matrice americana», immerso in un universo di operai e disoccupati, e che arrivò a farsi cosmonauta nel nome dell’internazionalismo «interplanetario» e sullo sfondo della battaglia per il primato spaziale ingaggiata da Usa e Urss.

Di fronte al fuoco di fila della stampa democristiana che lo descriveva alla stregua di un «Pinocchio bolscevico», lo stesso scrittore per l’infanzia engagé Gianni Rodari ammetteva apertamente il debito e la fonte di ispirazione. Il Pci aveva impugnato la laicità di Pinocchio come una delle bandiere della sua propaganda destinata ai più piccini, ma nel 1961 si interruppe l’embargo cattolico nei confronti della marionetta (accusata fino ad allora di assenza di senso religioso). Alla vigilia delle elezioni di quell’anno, la Dc pubblicò difatti l’opuscolo Le disavventure di Pinocchio, dove la sua via crucis tra kolkhoz, prigionie reiterate e inganni del «Gatto Pietruccio» (Nenni) e della «Volpe Palmira» (Togliatti) si concludeva miracolosamente bene grazie all’intervento di Geppetto, e con l’ammonimento alla «Fatina dai capelli tricolori» (la Repubblica italiana) di stare attenta all’imminente pericolo (elettorale) rosso.



L’Orco baffone Stalin

Gli eredi dell’Orco baffone (Stalin) erano in agguato, e la satira anticomunista era riuscita a far penetrare negativamente nell’immaginario collettivo la sua figura anche grazie all’assimilazione con i supercattivi - estremisti sotto il profilo politico oltre che pilifero - delle fiabe (da Mangiafuoco a Barbablù), oppure fumettizzandola, come nella versione comic della Fattoria degli animali di Orwell realizzata dal Psdi, nella quale Napoleone (che ne era l’allegoria) veniva trasformato in un più italico «Mustacchione».

Secondo il campaigning (come diremmo adesso) clericale e dc, i social-comunisti - che «mangiavano i bambini» - erano cannibali e draghi, mentre, per contro, quello delle sinistre annetteva Cappuccetto Rosso (nelle cui vesti si trovava un’Italia prossima a essere divorata dal Lupo-Stati Uniti) e Cenerentola (simbolo del Paese vittima dell’avidità dei governi complici dell’«imperialismo a stelle e strisce»). Insomma, favolisticamente di tutto di più, perché, a parte Babbo Natale, le opposte propagande reclutarono proprio tutti quanti.


La Stampa – 28 dicembre 2015