TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 21 gennaio 2016

Genova, Pisa, Venezia, rotte per la civiltà

    Porto di Genova nel 1481

Un percorso di letture storiche lungo i mari dei commerci. Gli intrecci tra est e ovest grazie alla presenza delle città marinare.

Marina Montesano

Genova, Pisa, Venezia, rotte per la civiltà


In coincidenza con la lotta per le investiture, che nella seconda metà dell’XI secolo pose spesso in dubbio la legittimità dei poteri vescovili, i ceti dirigenti cittadini, fra i quali emergeva sempre più la piccola feudalità che si era inurbata, ma che non per questo aveva abbandonato i suoi possessi extraurbani e le sue attitudini guerriere, acquistarono crescente coscienza di sé e del proprio ruolo nelle città.

Un nuovo sistema di governo cittadino si sviluppò proprio tra il XI e il XII secolo, in significativa coincidenza con la maturazione dello sviluppo economico e commerciale delle città occidentali, specie di quelle affacciate sul mare. E proprio il Mediterraneo è centrale per comprendere la precocità di alcune fra queste autonomie, che andavano di pari passo con una rinnovata forza espansiva: commerciale quanto militare. È il caso di Pisa e Genova, che già prima della fine dell’XI secolo avevano, tra le poche in Italia, un governo consolare.

Furono queste città (e poco dopo Venezia: inizialmente legata troppo strettamente a Bisanzio e timorosa di una concorrenza) a imporre, in concomitanza con la prima crociata, dei veri e propri itinerari che si snodavano su un asse est-ovest e viceversa, che univa i loro porti a Costantinopoli e alle colonie mercantili che avevano fondato tanto nell’impero bizantino quanto sulla costa siro-libano-palestinese, con l’appoggio dei principi crociati.

I molti conflitti che scaturirono nel XII-XIII secolo tra loro ebbero sovente origine da tensioni nate «oltremare». Ad esempio l’inimicizia tra Genova e Pisa, poi divenuta proverbiale, non sussisteva nell’XI secolo, quando le due città collaboravano per liberare il Tirreno dai corsari musulmani provenienti dall’Africa e dalle Baleari. Ma cominciò a configurarsi quando si trattò di stabilire quale fra le due avrebbe dovuto stabilire la sua egemonia sulle grandi isole di Corsica e di Sardegna; e continuò poi sia in Costantinopoli, sia in Acri e in Tiro (i due massimi porti del regno crociato), dove i quartieri veneziano, pisano e genovese erano contigui.



Un’idea del protocolonialismo

Fra le tre potenze, è stata Venezia a esercitare la parte del leone nel panorama storiografico: la sua longevità, la sua stessa urbanistica, così unica, l’hanno resa meglio nota e più studiata. Gli studi specialistici sulle due città del Tirreno non sono certo mancati, ma a latitare sono state piuttosto le opere di sintesi, in grado di comunicare ai lettori quadri generali senza rinunciare alla correttezza e all’aggiornamento dei metodi e dell’informazione. Vengono a colmare questo vuoto due libri agili, eppure molto ricchi: Antonio Musarra, Genova e il mare nel Medioevo (il Mulino, pp. 204, euro 14) e Michael Mitterauer – John Morrissey, Pisa nel Medioevo. Potenza sul mare e motore di cultura (Viella, pp. 300, euro 25).

Mitterauer e Morrissey strutturano il lavoro in tre parti ben definite: si inizia con l’ascesa di Pisa, si dedica la parte più ampia alla costruzione della rete commerciale e a quello che i due definiscono «protocolonialismo» (sulla linea inaugurata decenni fa dall’indimenticato Joshua Prawer), fino alla crisi del Duecento; l’ultima parte, come il titolo promette, è dedicato a Pisa come centro culturale, per il quale si prende a paradigma il capolavoro di Piazza dei Miracoli e il suo significato dal punto di vista artistico, nonché politico.



Liguri e mappe atlantiche

Antonio Musarra traccia un quadro più articolato della fortuna marittima dei genovesi sul mare; non ci si deve dimenticare infatti che anche Genova ha conosciuto una straordinaria longevità che cronologicamente va ben oltre la mera «età comunale». Si parte allora dalle prime attestazioni per giungere fino all’apparizione dei liguri sulle rotte atlantiche. Tuttavia, rispetto a opere simili, e anche rispetto al testo di Mitterauer e Morrissey, Musarra dedica spazio ai quadri istituzionali e di governo. Può sembrare ovvio, ma così non è: sino a ora la storiografia ha preso in considerazione la Genova sui mari o la Genova-città; il dialogo tra le due parti potrebbe dare, come sembra già mostrare questo libro, risultati interessanti.

Come abbiamo detto, la storia di Genova quale potenza imprenditoriale e marittima va ben oltre i limiti del Medioevo; lo spiega bene il catalogo Tutti i genovesi del mondo. La grande espansione commerciale (secoli XI-XVI), a cura di Giustina Olgiati (Brigati, pp. 204), che illustra una mostra appena tenutasi all’Archivio di Stato di Genova. La presenza genovese riguarda il Mediterraneo occidentale (dalle isole del Tirreno, al nord-Africa, alla Francia, alla Spagna), quello orientale (Bisanzio, il Mar Nero, il Vicino Oriente) e poi oltre: la Cina da una parte, l’Atlantico dall’altra. Senza trascurare la cartografia, i culti, e tutto ciò che viaggia insieme agli uomini e alle merci.

Se i confini della presenza genovese sono oceanici, è vero che il Mediterraneo resta centrale, anche culturalmente, per comprenderne l’esperienza. È vero inoltre che siamo abituati a parlare di rapporti intermediterranei soprattutto per certi temi e certe epoche. Ad esempio, è ancora largamente diffuso lo stereotipo che vuole la conquista ottomana del Mediterraneo orientale come spartiacque tra un prima florido e un poi problematico, mentre è vero il contrario: quella conquista avviò una nuova fase di rapporti a 360 gradi. È ciò che si evince molto bene da un’altra ottima uscita: Incontri di civiltà nel Mediterraneo. L’impero ottomano e l’Italia del Rinascimento. Storia, arte e architettura, a cura di Alireza Naser Eslami (Olschki, pp. 180 euro 25).

    Pisa nel Medioevo

Un cocktail di culture

Si tratta di una raccolta di saggi che partono dall’incontro-scontro militare (Giovanni Ricci e Franco Cardini) e dai rapporti commerciali (Gabriella Airaldi) per dedicare poi un ampio spazio al fenomeno artistico latu sensu. Per questo è di grande aiuto la qualità delle immagini, molte, belle, inserite nel testo, che una volta tanto rendono giustizia alle meraviglie prodotte dall’incontro culturale tra Oriente da Occidente: bastino i tappeti turchi raffigurati nelle tele italiane del Rinascimento, di cui si occupa Giovanni Curatola, oppure le architetture genovesi e veneziane a Istanbul, illustrate da Aygül Agir: la torre (detta dei «genovesi») e le mura esterne a Galata; lo Han di Rüstem Pasha che ingloba la chiesa di San Michele, e poi tanti altri. 

È una storia, quella degli incontri di civiltà nel Mediterraneo, che tutti questi libri ci invitano a scoprire nella storia; o, perché no, nelle molteplici attestazioni materiali (documentarie, artistiche, urbanistiche) che fortunatamente sono ancora sotto i nostri occhi. Purché le si voglia vedere, senza paraocchi e soprattutto senza farsi incantare dalle sirene dei fautori dello «scontro di civiltà».


Il Manifesto – 13 gennaio 2016